Visionato Casa Manuel Vieira (2013) pensavo che il passato registico di Júlio Alves fosse meritevole di attenzione. Mi sbagliavo. Il curriculum non è proprio scarno e forse generalizzare non è un modo corretto per formulare un giudizio, però due indizi fanno una prova più o meno certa: prima 42,195 Km (2010) e ora questo O Jogo (2010) ci dicono di un cinema mediocre che persegue, alla lontana, una denuncia sociale incapace di attecchire la sfera emotiva e men che meno di intaccare la coscienza di chi assiste. In O Jogo la semplicità globale non può ricadere sotto la lista dei pregi, non è affatto uno di quei casi in cui con fare ossimorico il recensore asserisce “è una semplicità complessa”, no, qui si parla di elementarità, di somma algebrica così costituita: contesto urbano semi-povero abitato da adolescenti scapestrati (li stessi che stanno a cuore al connazionale João Salaviza) + descrizione sommaria di alcune dinamiche di gruppo (il “capo” decide i ruoli e le azioni) + tratteggio altrettanto sommario dell’emarginato, del diverso (Felix che gioca da solo) + scena apparecchiata per far convergere le istanze appena menzionate (la partita conclusiva) + finale che si trasforma in uno schemino sulla tolleranza e l’accettazione = La Banalità. Essa permea in profondità il settore dei significati e noi non possiamo che rispondere con un mastodontico sbadiglio. Al solito non c’è mai un messaggio sbagliato (e quello di O Jogo, sbagliato, non lo è di sicuro) quanto le modalità con cui lo si trasmette. Salvabili, invece, degli accenti sonori che sembrano partoriti dalla mente di qualche produttore di musica elettronica come Apparat e simili.
mercoledì 14 ottobre 2020
O Jogo
lunedì 12 ottobre 2020
Queen of Diamonds
Per Queen of Diamonds non ci si può però fermare alla lettura di un mondo arido (l’insistenza sui paesaggi deserti suggerirà qualcosa no?), se prima parlavo di sfida, il vero cimento riguarda la strutturazione del film e la fruizione che ne consegue. La Menkes, come si suol dire, non inventa niente, eppure ogni volta non è facile adeguarsi a ritmi così antitetici dal comune vedere, è arduo empatizzare a livello epidermico sebbene, per inverso, sia molto più gratificante ad un livello concettuale. D’altronde trattandosi di un’autrice che non ha mai disdegnato puntate nella sperimentalità, in questa pellicola, al pari delle altre, si può maneggiare con letizia uno studio teorico dalla soddisfacente portata, e allora registriamo il fatto che per parlarci di una monotonia professionale Nina costruisce una lunghissima scena fuori dagli standard che ripete allo sfinimento un susseguirsi di azioni compiute dalla croupier sul tavolo verde, è un segmento di assoluta libertà che descrive, per paradosso, un moto costrittivo, una catena di montaggio che potrebbe andare avanti in eterno e che invece dopo un quarto d’ora termina inaspettatamente sul cadavere di un anziano: applausi. Nessuno si sognerebbe di affibbiare altisonanti aggettivazioni al cinema della Menkes poiché esso rientra in una fascia di “clandestinità” (suggerita anche e soprattutto dalla scarsa qualità delle copie rintracciabili nel Web) non troppo conciliabile con le più abbordabili manifestazioni d’essai, ma il suo pensiero si rivela vivo e tradotto in un’importante apparato formale oltre che da un tatto estetico, seppur costretto a fronteggiare le scarse risorse, ammirabile, e a tal proposito, vedendo il campo lungo della palma infuocata, ho pensato che se la medesima sequenza si fosse trovata in un film di Seidl o di Dumont l’avremmo rivista a iosa nei profili Facebook o Instagram dei cinefili di mezzo globo, questo per dire di come anche un oggetto abbondantemente sommerso, povero e snobbato dai più, possa contenere della Bellezza.
sabato 10 ottobre 2020
Herzog incontra Gorbaciov
Che cosa resta, oggi, in un personaggio così importante che ha rivoluzionato un intero Paese e spostato gli equilibri internazionali è ciò che rimane in tutti gli uomini, anche i più anonimi: i ricordi, e i sentimenti legati ad essi. Non credo che ci siano grandi rivelazioni in Herzog incontra Gorbaciov (sono tuttavia pronto ad essere smentito da chi è più ferrato in materia), quanto viene raccontato è di dominio pubblico ma sentire l’opinione del diretto interessato, unita ad un ripasso di storia contemporanea, male non ci fa. Da uno con l’esperienza di Herzog si poteva pensare ad un’opera meno... come dire, giornalistica, se non si fosse messo in prima persona davanti alla videocamera e se non avesse accompagnato i filmati di repertorio col suo commento staremmo parlando di un lavoro abbastanza impersonale, lineare, catodico quando ancora la tv non conosceva Netflix, l’unico frangente dove il regista assesta una zampata vecchio stile si situa nelle domande maggiormente personali sull’amata moglie defunta, il segmento è confezionato a puntino con le immagini del funerale, però restituisce comunque quel lato fragile e umano che anche uno statista ha (e ci sarebbe da stupirsi del contrario, se non ce l’hanno loro come potrebbero comprendere le necessità del proprio popolo?). In definitiva un oggetto ordinario che si infila nello sterminato calderone del tedesco, l’ultima osservazione che faccio è: perché non porre una domanda a Gorbačëv sull’attuale situazione in Russia? La risposta, qualunque fosse stata, penso che avrebbe destato attenzione.
giovedì 8 ottobre 2020
The Hunchback
Per il resto The Hunchback possiede una natura quasi episodica che ritengo non vada presa troppo sul serio, forse la mano che più si sente è quella di Abrantes (lo dico senza conoscere Rivers) il quale, per quanto potuto visionare, ama permeare ciò che produce di uno humor stravagante figlio di una tendenza rintracciabile in un certo cinema portoghese post-2000 che ha in Miguel Gomes l’autore di punta. Così assistiamo a scenette tra il buffo e l’inessenziale unite, e ho apprezzato la cosa perché così viene fornita una lieve impronta strutturale, alle testimonianze dei colleghi che attraverso una sorta di interrogatorio anticipano o posticipano gli accadimenti sullo schermo. La domanda che ci si può porre è: tralasciando la seducente eccentricità dell’opera che cosa rimane? La risposta non si prospetta particolarmente consolante, se ci concentriamo un attimo su alcuni degli episodi la relativa fruizione non può reggere nemmeno in un’ottica farsesca (cfr. ancora l’opinione di Settis sul boccaccesco siparietto tra la donna e il gobbo defunto), ma a soccorrerci può giungere quello che è definibile come uno “stile” (parola atroce, lo so), uno sguardo inedito che già in Palácios de Pena (2011) ci aveva saggiato della sua bontà, avrà anche parecchi difetti The Hunchback ma la voglia di approfondire la filmografia di Abrantes non è affatto scemata.
martedì 6 ottobre 2020
Joy of Man’s Desiring
Però la lettura di uno studio umanistico appaga fino ad un punto che confina con altro, si tratta di un angolo visivo che mette in secondo piano le possibili vedute sociali, in tal senso l’incipit risulta esemplare: il clangore degli stantuffi, l’incessante ronzio dei nastri trasportatori, l’imponenza delle presse tsukamotiane, tutto è ripreso da Côté con un taglio sì contemplativo ma anche sinfonico, l’obiettivo sembra quello di interessarsi alla presenza dei macchinari come se fossero i musicisti di una assordante colonna sonora quotidiana fatta di ripetizioni continue. Si delinea perciò uno spazio filmico che ha la faccia tosta di non prendere troppissimo sul serio le problematiche dei braccianti, del resto non è una storia di Ken Loach, perché Côté coerente con il suo credo artistico sa essere strambo anche quando pratica nella realtà più pura (o giù di lì), ne scaturisce che oltre lo strato tormentato raccolto sussiste in sintesi una ricerca quasi ascetica sull’ecosistema industriale, gli oggetti, relegati sul nostro sfondo percettivo, hanno invece una posizione preponderante poiché sempre in scena visivamente e acusticamente. Il brutto, che invece è bello, è che dal quadro così proposto si diffonde una monotonia intrinseca alla visione, Que ta joie demeure è un film noioso perché recapita allo spettatore il medesimo sentimento che va ad analizzare, desume dal trantran occupazionale il suono grigio e ossessivo dei giorni uguali gli uni agli altri. È un discorso capzioso? Per il sottoscritto no, dopo un’ora abbondante di fragori automatici l’apparizione del piccolo violinista portatore di musicalità (non a caso ammirato in silenzio dalle tute blu) ha un che di liberatorio.
Ad ogni nuova manifestazione cinematografica, ed in particolare quelle recenti, Denis Côté si sottrae continuamente ad una netta demarcazione autoriale, ciò sarebbe anche positivo se non fosse che di fatto Joy of Man’s Desiring sta in mezzo alle due peggiori pellicole recanti ad oggi le iniziali D.C., Vic + Flo Saw a Bear (2013) e Boris Without Béatrice (2016), sicché una domanda si solleva: non sarà mai che il regista nato in un piccolo paese chiamato Perth-Andover si trovi più a suo agio con produzioni maggiormente contenute (anche economicamente) che navigano al largo dalle secche della manifesta narrazione? Les lignes ennemies (2010) potrebbe essere una valida risposta al quesito, al pari di Que ta joie demeur.
domenica 4 ottobre 2020
John From
Uscito nello stesso anno della trilogia di Miguel Gomes (Inquieto / Desolato / Incantato), John From, che potrebbe tranquillamente essere un episodio della suddetta terna, è un documento di progressiva fusione del surreale nel reale. L’iniezione principale è data da una scia esotica che riguarda la Melanesia (regione dell’Oceania), l’infiltrazione di questa dimensione tribale nella Lisbona di Rita avviene attraverso una rimodulazione di ricerche su Google, nozioni e letture di fatti storici effettuate proprio dalla protagonista, non vi è alcuna certezza che il mondo così come ad un certo punto si delinea sia soltanto una proiezione di Rita (il finale sulla spiaggia potrebbe suggerirlo), però è un’eventualità che va presa in considerazione al pari dell’opposto. Sia quel che sia, è comunque molto appagante assistere alla graduale rarefazione del tessuto concreto, allo sfaldarsi dell’atmosfera urbana e alla susseguente riconversione in cristallina materia trasognante. L’evento di non ritorno è l’apparizione della nebbia durante la riunione di condominio (e attenzione ai vari dettagli disseminati prima), da lì in poi gli sversamenti da laggiù a quaggiù saranno tali da giungere ad un’ultima tappa di indistinguibile aggregazione. Con franchezza mi spingo a rimarcare che se esiste una strada per un cinema autoriale fatto di sceneggiatura, attorialità e via dicendo, il manipolo di registi portoghesi capitanati da Gomes ha compreso quale sia e dove porta: in territori che sono l’esito di un lavoro creativo applicato al quotidiano, all’attualità, un ottimo modo per aiutarci a decifrare la complessità di ciò che ci circonda.
venerdì 2 ottobre 2020
Santa Cruz del Islote
Alibi al novello regista gliene possiamo dare più d’uno, d’altronde il ragazzo mette ordinatamente in pratica gli insegnamenti ricevuti all’Università (non ci sono sbavature evidenti, dall’impiego delle musiche alle scelte di montaggio [la scena in aula e quella dove il bambino gioca con le macchinine sono sequenze in cui si percepisce uno studio soppesato]), resta però il fatto che svolgendo solo il tipico compitino da bravo scolaro si allontana, e di parecchio, la possibilità di fornire un carattere distintivo al film. Paradossalmente Santa Cruz del Islote (2014) pur ostentando l’appartenenza al posto ripreso fin dal proprio nome, non ne coglie l’essenza limitandosi a registrare la superficie al punto che, in fondo, potremmo trovarci in una qualunque altra località ispanica affacciata sull’Oceano. Se a volte chi scrive ha spesso indicato l’afflato universale come pregio di un’opera, per il lavoro di Lorentzen le cose stanno nei termini opposti: disattendendo le premesse il documentarista del Connecticut ha generalizzato nominalmente una comunità, un crogiuolo illimitato di storie, stampandola su una locandina da appendere al massimo sulla vetrina di qualche agenzia turistica.








