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Beautiful Men - Nicolas Keppens
15 minuti fa
Come e più di I'm a Cyborg, But That's OK (2006) sono in seria difficoltà nell’esternare le mie impressioni sull’ultima fatica di Park Chan-wook. Non sono sicuro se il disorientamento scaturito sia un bene o un male (ma penso un bene), fatto sta che Thirst mi è piaciuto. Almeno credo.
Giusto qualche riga per segnalarvi un documentario atipico, e perciò degno di abitare questi lidi, diretto dal tedesco Philip Gröning il quale si stabilì per sei mesi nel monastero certosino de La Grande Chartreuse vicino a Grenoble sulle Alpi francesi, con lo scopo di vivere come e con i monaci del luogo, riprendendo tutto, o il niente, che c’era da riprendere. Il risultato finale estrapolato da metri e metri di pellicola, è costituito da 169 minuti in cui si assiste ad un dialogo (silenzioso) tra l’uomo e la natura, e quindi, forse, soprattutto indubbiamente, anche tra l’uomo e dio.
Un ragazzino è appeso per i polsi ad una catena che penzola dal soffitto. La cantina è in disordine, sporca, sembra abbandonata. Il bambino è nudo con evidenti escoriazioni sul corpo. C’è un uomo insieme a lui, lo fotografa, lo sfiora e poi lo uccide. Poco dopo l’uomo si getta giù dal tetto di un palazzo. Il suo nome è Klaus, è un ex nazista e dopo aver tolto la vita a centinaia di bambini in guerra, non è riuscito a levarsi la sua. E potrebbe sembrare una condanna quella di passare il resto dei suoi giorni immobile in un polmone di acciaio, mentre in realtà il vero dazio da pagare si presenta sottoforma di Angelo, finto infermiere che si prenderà “cura” di lui.
Strani eventi in una città: macchine imbottigliate in un traffico infernale, un imprenditore che dà fuoco alla sua ditta, funzionari pallidi come cenci, case che si muovono, fantasmi che tornano alla vita, e una bambina sacrificata per il bene della popolazione.
C’è qualcos’altro che devo dire, che fa parte della creazione di qualcosa che mi è superiore e anche di molto. Ma se non fosse per me, nessuno ne avrebbe saputo niente, perché, semplicemente non esisterebbe. Nessuno saprebbe chi era realmente Lajoska Balatony: da dove era venuto, dove andava, chi erano suo padre o suo nonno. Forse solo questo è significativo, perché noi qui assistiamo alla fine di qualcosa, e quando qualcosa arriva alla fine allora anche il suo inizio diventa importante.
Appena quattro anni dopo l’indecifrabile Hukkle (2002), György Pálfi torna alla carica con un film semplicemente e squisitamente assurdo. Appurato il fatto che in Ungheria ci sanno fare di brutto dietro la mdp, Pálfi questa volta vira nelle torbide acque del grottesco raccontando le gesta di una famiglia partendo dal nonno arrivando al nipote.
La filigrana sottile – ma per stomaci forti – che costituisce l’opera è un meccanismo continuo di trovate stupefacenti, folli. Per dirla banalmente: pazze. Le soluzioni visive adottate da Pálfi, rese ancora più ghiotte dall’uso del computer, vanno ricordate una per una. In certi casi si tratta di stupidaggini, come uno schizzo di sperma che diventa la stella promessa alla piccola fiammiferaia, in altri di pregevoli licenze cinematografiche come quella vasca che gira su un piano di 360 gradi al pari della figa che fa ruotare il mondo, così come si dice.
Andrew e Dave sono amici fin da piccoli. Condividono la stessa vita in una disordinata casa situata fra due autostrade. Un giorno Dave decide di andarsene per trasferirsi dalla sua ragazza, nel frattempo Andrew, insicuro agorafobico, riceve la visita di una piccola boy scout. Com’è come non è, la bimba torna a casa dalla mamma dicendole che lui l’ha baciata. Dave, dal canto suo, viene a scoprire che la fidanzata lo ha fregato come un pollo rubandogli l’account del lavoro per impossessarsi di ingenti somme di denaro. Poco tempo dopo la polizia circonda la casa dei due per i presunti reati da loro commessi, e quando i fumogeni lanciati dentro l’abitazione sembrano segnare la fine, ecco che Andrew e Dave riaprendo gli occhi troveranno fuori dalla loro porta una sconfinata distesa di… niente.
Vincenzo Natali è quel geniaccio che qualche anno fa diresse un piccolo grande gioiellino rispondente al nome di Cube (1997). Sei anni dopo abbandona le atmosfere angoscianti e psichedeliche del Cubo per dedicarsi ad un’opera più leggera sceneggiata da Andrew Miller, qui nei panni dell’omonimo co-protagonista.
Jay e Claire si incontrano ogni mercoledì pomeriggio a casa di lui. Non si conoscono, non si parlano, l’uno non sa niente dell’altra e viceversa. Fanno solo sesso.
Premessa: io il Tenente di Ferrara non l’ho visto. In tutte o quasi le recensioni lette la pietra di paragone posta è il film del ’92. Ogni commento riporta all’incirca le stesse similitudini: “Ma Herzog in confronto a Ferrara…” oppure: “Ma Keitel in confronto a Cage…” E così via.
I contatti di Herzog con l’America non sono mai stati troppi, a parte il dimenticabile L’alba della libertà (2006), Werner non ha mai impiegato troppe energie in terra Yankee. Nel ’77, però, girò nel Wisconsin uno dei suoi film più belli: La ballata di Stroszek. Trentadue anni dopo si balla ancora, e con la stessa musica. La medesima armonica che scandiva la danza frenetica del pollo, qui viene riproposta nella scena capolavoro in cui il tenente McDonagh strafatto di crack esclama dinanzi al cadavere del ricattatore: “Sparagli di nuovo… La sua anima balla ancora.” E noi vediamo davvero un tizio che tra i morti ammazzati si dimena in un improbabile balletto mentre il tenente lo guarda con espressione estatica. Grandioso.
A dire il vero le gesta del tenente immorale spostano l’ago della bilancia nel mondo del possibile. Il fatto che il suo comportamento gli consente di guadagnarsi la nomina di capitano, è una semplice traslazione di ciò che accade nella vita vera.
Capitolo Cage. Non potendo definirmi un vero e proprio mainstreamer, molti, o quasi tutti i film in cui è apparso non li ho visti. Per questo mi paiono strane le critiche ricevute al suo passato. Qui è nella parte alla grande (forse perché diretto da un grande regista?), basta guardare la postura – perennemente ingobbito – per lasciare un segno. Inoltre il suo personaggio, pur compiendo azioni deprecabili, è meravigliosamente buffo, assurdo, un vero cialtrone. Per dire: la scena della vecchietta a cui toglie la cannetta del respiratore è un vero e proprio momento caustico, eppure non si può fare a meno di sorridere.
Non è semplice raccontare la storia “vera” su cui si basa questo film perché dal 1995 a oggi di cose sul filmato di Santilli ne sono state dette, e, puntualmente contraddette, a bizzeffe. Una spinta fondamentale l’ha data internet che ha espanso la questione fino all’inverosimile dando vita ad eserciti di sostenitori contrapposti a detrattori non meno agguerriti pronti a smontare ogni singolo fotogramma del video.
Questo film, girato nel 2006, è una godibile ricostruzione dei fatti presentata come il racconto di Santilli (impersonato da Declan Donnelly) e il socio Gary ad un regista interessato alla loro storia. Non so se il vero Santilli abbia partecipato alla stesura completa del plot, ma penso di sì dato che viene accreditato come produttore ed appare in coda al film, in ogni caso ciò che emerge è presto detto: un filmato, reale o finto non si sa, c’era. E solo Santilli l’ha visto. Quello che invece ha visto il resto del mondo è un tarocco con la T maiuscola. Sì perché secondo la ricostruzione una volta che Santilli acquistò la bobina da Barnett (che qui si chiama Harvey ed è interpretato dal grande caratterista Harry Dean Stanton), al suo ritorno in Inghilterra la pellicola si era ormai irrimediabilmente – o forse no – danneggiata. Così per sfuggire dalle mani di un perfido riccastro a cui aveva promesso di vendere il filmato, decise di ricostruire il set dell’autopsia in casa della sorella di Gary, di farsi dare un manichino dall’amico della nonna e di assoldare il suo kebabbaro di fiducia come regista. Il tutto devo ammettere che è parecchio divertente, soprattutto le continue incursioni della nonna che irrompe più volte durante le riprese per offrire biscottini agli “attori”.
Il tono della pellicola, molto british humor, è sempre leggero e piacevole. L’ora e mezza vola via che è un attimo, vuoi per interessi miei personali, vuoi perché la storia è costruita bene ed ha un colpo di scena finale molto romanzato ma che mi piace credere corrisponda alla realtà: ovvero che un proiezionista sia riuscito a recuperare parte del filmato originale in cui si vede l’essere alieno su una barella circondato da alcuni militari.
Lech Majewski è un regista, poeta, compositore e pittore nato in Polonia nel 1953 ma residente negli Stati Uniti dal 1981. Autore sperimentale, ama fondere diverse discipline nelle sue produzioni, tra le quali si può ricordare Basquiat (1996, nelle vesti di soggettista), oppure Life Hurts (1999) che racconta la vita del controverso poeta polacco Rafał Wojaczek, senza dimenticare Glass Lips (2007) opera composta da 33 video sull’infanzia di un giovane poeta che furono presentati alla 52 ° Biennale di Venezia con il titolo Blood of a Poet.
Per questo Pokój saren (titolo originale, 1998), Majewski compone tutte le musiche che sono la colonna portante del film poiché ci troviamo dinanzi ad un’opera, definita autobiografica dallo stesso autore, che può essere considerata sotto certi punti di vista una vera e propria opera lirica tanto poetica e bella da vedere quanto indecifrabile nella sua sostanza.
Ambientato interamente a Ussolo, piccolo paesino disperso nelle splendide valli occitane della provincia di Cuneo, Il vento fa il suo giro (2005) è il primo lungometraggio di Giorgio Diritti, regista classe ’59 e una gavetta al fianco di grandi autori come Lizzani e Avati. L’opera, parlata in tre lingue (italiano, francese e occitano), è interpretata quasi esclusivamente da abitanti del luogo che per una volta hanno vestito i panni degli attori.