venerdì 15 ottobre 2021

II

Il deserto, una roulotte, una giovane donna che aspetta, un anziano che, claudicante, arriva.

Punta tutto sull’atmosfera il cortometraggio d’esordio di Efthimis Kosemund Sanidis, regista diviso a metà: un po’ tedesco un po’ greco, un po’ ingegnere informatico e un po’ artista (ha frequentato in Francia il centro multidisciplinare Le Fresnoy), e se lo può permettere perché II (2014) si sostanzia in un luogo-non-luogo per eccellenza come può essere una zona desertica: orizzonte sterminato, vento che soffia, non sappiamo dove siamo né, ad esclusione dell’unica linea di dialogo che ci suggerisce un micro appiglio interpretativo, che cosa stia precisamente per accadere. E tale indeterminatezza non si può non avvalorare perché fa presto a trasformarsi in suggestione, il che è indubbiamente più intrigante rispetto a quella letteralità di un cinema prostrato alla tirannia del racconto. 

Kosemund Sanidis si avvale di un impianto contemplativo per mostrarci un incontro tra due persone (saranno le due I del titolo?), di chiarezza ve ne è pochissima: perché l’accompagnatore dello sposo dice che il di lì a poco marito la sta aspettando di sotto quando non può esserci un “sotto” nel deserto? E poi il vecchio è sempre seduto al tavolino, non si è mosso, siamo sicuri che sia lui il consorte designato? E la schiena presumibilmente femminile che apre e chiude il film a chi appartiene? Ovvio che non ci siano risposte per queste domande ed il bello, se accettate che la bellezza assuma la forma di un punto interrogativo, sta proprio nell’opportunità che si ha di esplorare un piccolo enigma che non tocca nemmeno i quindici minuti di durata. Non so ancora cosa  Kosemund Sanidis avrà combinato in futuro (oltre ad altri corti ho letto di commercial per importanti brand mondiali), ma l’inizio lascia intravedere del potenziale. 

mercoledì 13 ottobre 2021

Dog Men

Dubito fortemente che qualcuno vedrà mai Dog Men (2014), opera seconda dei fratelli svizzeri Dario e Mirko Bischofberger, ma se così non fosse, se quel qualcuno spenderà un’ora e dieci minuti della sua vita davanti ad uno schermo, penso proprio che concorderà con me nell’affermare che va bene, va benissimo l’indipendenza, l’approccio low-budget e via discorrendo, però anche in casi come questo si richiede sempre un minimo sindacale nel campo della professionalità. Con ciò spero non me ne vogliano troppo Dario e Mirko se bollo il loro lavoro come amatoriale (cosa che in buona parte è visto che Mirko è un chimico mentre Dario si occupa di musica, e quindi il cinema sembra essere più che altro un’attività collaterale), in fondo li posso anche capire, con le poche finanze a disposizione si sono messi a giocare con gli apparati sci-fi e non potendo filmare una specie di invasione alinea à la Villeneuve, hanno ripiegato su un simil-western che appare l’imitazione dell’universo scentrato creato da Davide Manuli, quindi ok, comprendo tutto, anche se, comprendo meno, molto meno, tale scelta se rapportata al film d’esordio, Old Is the New (2012). Il punto di partenza è il medesimo: la scarsità di mezzi utilizzabili. Se nel precedente lungometraggio oscillante tra il documentaristico e non si faceva dell’indigenza una virtù perché si lavorava sul reale nudo e crudo cucendo, estrapolando, captando delle possibili storie, in Dog Men i Bischofberger si impuntano nella finzione, e non è una grande notizia perché anche all’occhio di un non appassionato salta immediatamente all’attenzione di quanto si sia lontani, qui, dagli standard indispensabili per poter parlare di cinema.

Senza accanirsi troppo che tanto non ne vale la pena ed il film in sé non lo merita neanche, ci sono carenze evidenti, sia sul piano estetico (non sono esperto di videocamere ma a volte il digitale aumentando la definizione sortisce un effetto di quasi appiattimento), e forse è meglio tacere sugli effetti ben poco speciali usati, praticamente un abbecedario del genere fantascientifico che se fosse stato autoironico avrebbe avuto anche un perché, ma messo così proprio no, che su quello del racconto che non ingrana mai, non accende l’interesse, si appesantisce in silenzi che non ce la fanno ad essere “autoriali”, il bighellonare dei due uomini è statico, mi spiace dirlo: un po’ morto, tanto è che la faccenda non si ravviva nemmeno con l’introduzione di personaggi borderline tipo il cieco o il bandito, ed è meglio non aggiungere nulla sulla poverissima caratterizzazione dell’aliena e sugli strumenti tecnologici (?) che la tengono in contatto con il suo compare, davvero, preferisco sorvolare. E niente ragazzi, a parte sottolineare che Dario e Mirko Bischofberger rafforzano il loro feeling con l’Italia (il film è girato in una cava sull’isola di Favignana, ci sono degli ingressi musicali in italiano, i mangiacani sono un riferimento a certe situazioni che si verificavano in passato nel profondo meridione), non so che altro dire, al massimo segnalo la presenza di due filmati d’archivio che rimandano alla questione della preda e del cacciatore che sì e no attraversa il film stesso, e uno di essi, quello africano, mi ha riportato alla mente Miguel Gomes, poi sono subito rinsavito.

domenica 10 ottobre 2021

Venus

Prendi una dozzina di donne danesi e mettile di fronte ad una videocamera chiedendo loro di parlare della sessualità a trecentosessanta gradi, l’intento sarebbe quello di fare un casting per un film che tratta l’argomento delle interviste, solo che, tutto ad un tratto, le due registe dietro al progetto, Mette Carla Albrechtsen e Lea Glob (quest’ultima già intercettata in passato per la co-direzione di Olmo e il gabbiano, 2015), si rendono conto di come le audizioni che stanno effettuando siano esse stesse un film, Venus (2016), appunto. Perciò abbiamo un’opera che, con camera fissa sulle protagoniste e le domande fuori campo di Albrechtsen e Glob, è concentrata esclusivamente sulle ragazze che si avvicendano sopra lo sgabello, storicamente penso che di operazioni equivalenti ne sia strapieno il cinema, ricordo ad esempio il nostro Silvano Agosti che con D’amore si vive (1984) aveva affrontato temi avvicinabili con modalità similari, certo è che chiaramente i tempi cambiano rapidamente e nella nostra società in cui non si riesce mai a dare il giusto spazio alle quote rosa (l’inutilità di questo blog è una cartina tornasole: quanti registi uomini e quante registe donne ci sono in archivio? A naso direi che c’è una netta preponderanza dei primi sulle seconde), ben vengano approfondimenti che danno voce a chi la merita, soprattutto nell’area sessuale che nel pensiero comune sembra più una prerogativa del maschio lasciando la femmina nelle retrovie. Ovviamente tutti sappiamo che non c’è differenza di genere in fatto di desiderio, eccitazione, trasgressione ma anche paura, timidezza, insicurezza quando si parla di sesso, Venus non fa altro che ricordarcelo.

Certo è che qua non siamo nel Dipartimento delle pari opportunità, e se vogliamo fornire un’opinione focalizzata sul film è inevitabile affermare quanto non ci sia francamente niente di imprevedibile, le testimonianze sono largamente pronosticabili per cui è difficile stupirci se una donna dice di aver avuto nella sua vita pochissimi uomini o se un’altra invece afferma di averne collezionati a iosa, non c’è poi particolare sconcerto nel sentir conversare di masturbazione o fantasie erotiche né di orgasmi o scappatelle omosessuali, il fatto è che ritengo sia arduo discorrere davvero della propria intimità al cospetto di esimi sconosciuti perché spesso è complicato farlo perfino con se stessi, e quindi ciò che ne risulta è una sequela un po’ superficiale di aneddoti, pensieri, confessioni e via così per circa un’ora e venti. Brave le due registe ad accendere l’attenzione sulla galassia muliebre (e poco importa se siamo a Copenaghen, è plausibile che in ogni altro luogo dell’occidente avremmo sentito le medesime parole), meno brave nell’espletazione del compito filmico con ulteriore nota di demerito per l’inizio con il posticcio dialogo epistolare e per la fine con il “mettersi a nudo” delle ragazze, ambedue le situazioni ricreate risultano scolastiche e non necessarie.

sabato 2 ottobre 2021

La Nuda

Quando dormivamo insieme non c’era più un mio o un suo ma solo mani posate sopra guance e unghie che sfioravano gli intarsi cartilaginosi delle orecchie, non c’erano sogni individuali ma orizzonti di cristallo soffiati via dal nostro alito azzurro e saliti su per le narici, quando di notte cercavamo, come tutti, di medicare le reciproche debolezze, la ferita aperta sui nostri fianchi ci rendeva consanguinei, quando ci svegliavamo sotto la cattedrale di coperte, ogni volta disastrata da un terremoto, eravamo gli unici sopravvissuti pronti ad affrontare il domani. Quando non c’era altro che un quando era bello, nella banalità della bellezza quotidiana, averla accanto, animaletto fragile, raggomitolato sul divano dell’appartamento che avevamo preso in affitto, una casetta-fungo nel bosco con il comignolo fumante, un ex negozio riconvertito in abitazione vicino ad un incrocio. Siamo qualcosa che possa assomigliare ad un concetto occidentale di felicità?, glielo chiedevo così, dal nulla, e lei rideva molto perché forse, in fondo, la felicità è universale, non ha geografia né cultura, e quindi facevamo la spesa, attenti alle offerte, spulciavamo su Booking le camere di hotel esotici in cui forse, nel futuro, saremmo andati, passeggiavamo per il centro storico della città in una bolla inscalfibile da tutto, ad esclusione della tremenda efferatezza di una mail: LA mail. Arrivò sulla sua casella di posta, tra una pubblicità e l’altra, direttamente dall’ufficio risorse umane dove lavorava, gentile signorina, scrivevano, al termine dell’attuale contratto in essere la società ha deciso di non rinnovare ulteriormente il rapporto professionale. Due mesi, due mesi ancora e poi: boh. Nella casetta-fungo, d’improvviso, il comignolo smise di fumare, e io, io non seppi che fare perché le mie rassicurazioni erano deboli al pari della mia posizione, vedi, diceva lei, il problema non riguarda solo il fatto che tra poco perderò il lavoro quanto tu, che ti ricordo hai trentatré anni, ne hai uno ridicolo, come pensi che pagheremo il padrone di casa fra poco? Ma sì, non ti preoccupare, in qualche modo faremo, solo che, quella domanda, divenne un’ossessione, era ovunque: sul cartone del latte al mattino, nelle news al tg della sera, perfino il gatto della vicina che ogni tanto veniva a sgranocchiare due croccantini abbandonò il suo noncurante istinto verso il mondo circostante per chiedermi: come farete a pagare l’affitto? Ora c’era di nuovo un mio e un suo, il mio non toccare l’argomento per evitare di scatenare discussioni destinate comunque ad accadere, la sua ricerca spasmodica di un nuovo impiego dopo cena, con il portatile bollente sulle cosce, il senso di impotenza, di essere precipitati dal sottile filo dell’equilibrio in una realtà stinta, senza Booking, senza passeggiate, senza gran parte delle cose che mi erano sembrate, da sempre, innate per due come noi. Come noi, cosa? Per la prima volta sentii un odore strano nel suo fiato mentre pronunciava la parola cosa, di muschio, di umidità, piccola mia, tentando di portarla a me, troveremo una soluzione. L’indomani mi chiamò per dirmi che quella sera avrebbe dormito da sua madre, che ne aveva bisogno, che eccetera eccetera. Ovvio: stetti male, questioni di vuoto, sia fisico che emotivo, ritornò e la accolsi come una regina ma... era strana, la pelle del suo corpo era strana, al posto del rosa un pallore verdognolo, ed era fredda, al tatto, quasi viscida. Sotto l’arcata di piumoni cercai di farla minuscola nel mio abbraccio, fallii, e fuori, nel bosco, le fronde degli alberi ondeggiavano per il temporale imminente, allora sai che ti dico, sì, alzai i toni, adesso mi troverò un lavoro e penserò io all’affitto, oppure no, ce la compriamo una casa e tu non dovrai pensare a nulla. Un tuono sconquassò i muri e dopo il primo scroscio un torrente d’acqua continua si riversò all’esterno, lei, lontana chilometri e chilometri, seduta di schiena sul bordo del letto con le scapole in evidenza e la testa china sul petto, emise un flebile: ormai è troppo tardi, unito al presagio che forse non avrei mai più sentito la sua voce.

Rimasi lì ancora per qualche settimana ad ascoltare il liquido ticchettio della solitudine che sbatteva contro le finestre, poi, anch’io, me ne andai. Presi un taxi, un treno e una corriera, sotto un cielo di pesca giunsi nel paesino dove era nato mio padre, là dove l’autunno durava per dodici mesi e dove inseguivo la vana illusione di ritrovare me stesso. Se lei fosse stata con me mentre giravo la chiave nella toppa del vecchio casolare di famiglia probabilmente avrei percepito quell’eccitante sensazione di condividere qualcosa di nuovo con una persona vicina, invece all’ovattato clangore della serratura che dopo secoli si rimetteva in moto corrispose solo il clac dei ferri a cui seguì la fuoriuscita di una nuvoletta di polvere e piccole falene cieche. Dentro: la conferma dei miei ricordi infantili: un armadio imponente, in legno scuro come il tavolo, una radio rossa con delle manopole, là in fondo il cucinino, a fianco le scale che portavano al secondo piano, e un rumore: di gocce, anzi no, di passi, che arrivavano lenti, ma non di piedi, bensì di zampe, otto sottili zampe che scendevano i gradini, e un verso che ne conteneva il riverbero di altri mille: chi sei tu? Che ci fai nella mia casa? Immaginai come quel ragno pluri-occhiuto e grosso come un cagnone potesse vedere un tizio che lo disturbava da una lunga tranquillità: ero una minaccia, cercai allora di esporre le mie ragioni: mi scusi per l’irruzione, ma vede, ehm, per il catasto io sono il proprietario dell’immobile, c’è la successione ratificata da un notaio, se nota... ho le chiavi. Alcuni dei suoi occhi si illuminarono di un chiarore: ah, ho capito disse, mi scusi lei se sono sembrato brusco ma sa, di ’sti tempi... ad ogni modo benvenuto, o forse bentornato! Dopotutto, era un ragno gentile e non me la sentivo di sfrattarlo. A quanto pare anche lui aveva un passato complicato, una relazione fallita e un centinaio di figli dispersi sulla montagna erano stati il giusto viatico per rintanarsi in quelle quattro mura scrostate e mandare al diavolo il resto del mondo, il mio proposito non era tanto diverso gli spiegai, dovevo ristabilire un ordine personale e non mi restava che farlo lontano da dove ero vissuto di recente. Così cenammo, lui con un paio di calabroni che si era procacciato al mattino e io con delle mele e delle pere colte nel campo dietro il casale. Ero stanco, svuotato, la casa-fungo, il lavoro, l’insicurezza, l’affitto, lo scoramento, le gambe esili, il suo culo latteo, la spina dorsale che era una cremagliera diretta alla nuca, salii al piano di sopra ed entrai nella camera da letto facendomi largo tra le spesse coltri ragnatelesche, un’amaca serica mi parve il giaciglio migliore per riposare, e mentre udivo il ragno che si lavava i cheliceri fischiettando, il suo viso si materializzò sotto le mie palpebre, delicata visione muliebre, apparizione e sparizione, la pensavo anche quando non la pensavo, come un fiume carsico che scorre nelle viscere e sull’epidermide, erodendomi.

Non c’è più nessuno qua, sono tutti morti.

Non c’è più nessuno a parte il signor Vinscio, aggiunse il mio amico aracnide-xl ingerendo una manciata di mosche per colazione. Fuori: l’alfabeto della memoria: il paese arancione, camminare-ricordare, cumuli e cumuli e cumuli di foglie secche sull’unica strada asfaltata che attraversava l’agglomerato di casupole, tegole pericolanti, tegole mancanti, il fienile dove giocavo da piccolo invaso da una cascata di rovi, sui cavi dell’elettricità che collegavano palo a palo qualcuno aveva posizionato dei dischi di plastica per evitare che i ghiri si trasformassero in ladri acrobati, mentre ripercorrevo questo spazio dolce e malinconico, ogni tanto, dalle erbacce alte quasi quanto me, udivo dei bisbigli, era la voce di mamma che si scambiava un saluto con la vicina, era la voce di papà che cantava insieme ai suoi cugini la vigilia di Natale, era la voce di lei, l’infruttescenza di un dente di leone che al minimo refolo di vento si dissolve nell’aria. Camminare-ricordare-sperare di ricongiungere certe dimensioni smarrite, conchiglie su cui poggiare l’orecchio per riassaporare quell’innocenza che mi pervadeva durante le visite al signor Vinscio, la stessa che ora tentavo di riacciuffare mentre aprivo il cancelletto arrugginito del suo giardino, lo stesso cigolio, solo più acuto, la stessa catasta di legna, solo più marcescente, la stessa porta d’ingresso, solo più scolorita; non potrei dire che dentro era tutto esattamente come allora perché, semplicemente, i ricordi si erano pian piano sgretolati, ma vedendo la stadera in bronzo appesa al muro, il cestino di vimini, il quadretto dal paesaggio nemorale, il bicchiere con due dita di vino rosso sul tavolo, ebbi l’impressione che sì, ero nel posto giusto, e poi il signor Vinscio, in effetti era ancora vivo, o forse non del tutto morto, seduto a tavola parlottava tra sé: sìsì... loro si sono presi... non ci hanno lasciato... hanno ucciso... sìsì... hanno violentato le donne... sìsì... i bambini... gli stivali neri... sìsì... lucidi, e mentre continuava a discutere con dei fantasmi che ogni tanto venivano evidentemente a fargli visita mi schiarii la gola: ehm ehm, e quelle palline bianche appena iridate di celeste rotearono nelle orbite ossute della testa teschio, sotto capelli radi e fini, in una pelle incartapecorita, sottile, velina, mi guardò come se fossi uno dei suoi amici ectoplasmici, e forse non aveva tutti i torti. Al che gli feci la domanda che papà poneva ogni settembre: signor Vinscio, quest’anno dove nascono i funghi? Le labbra, ritiratesi fino alla radice del naso, esibivano una dentatura smagliante, un sorriso o un gelo perenne, i funghi... sìsì... quest’anno... devi andare alla Nuda... sìsì, li hanno portati dietro la chiesa... sìsì... ratata- ratata.... sìsì.... ammassati uno sopra l’altro... sìsì.... un fiume di budella... sìsì. Il crepuscolo che non termina mai e infinite galassie più un là la morbida melodia di un sax, perché non l’ho mai portata qui? Perché non sono riuscito a dare un seguito alle speranze che coltivavamo? Perché non ho almeno tentato di lavorare per un futuro? Perché lei è un coglione, la sentenza del ragnone appeso al soffitto mi ammutolì, aria, aria fresca, lassù uno stormo di uccelli cupi ad ali spiegate, una flotta compatta di croci volanti. Presto sarei andato alla Nuda.

Partii all’alba, sull’uscio, il ragno: per favore, se vede qualcuno dei miei figli dica loro che mi mancano tanto. Imboccai il sentiero contornato da lucciole che non si erano accorte del sopraggiungere di un nuovo giorno e pulsavano panciute dando vita ad una costellazione mobile, non sapevo, o meglio, non ricordavo la strada per la Nuda, dovevo salire, in alto, su per la montagna, laddove gli alberi smettevano di crescere, sul cucuzzolo brullo, gialloverde, pettinato dal vento. Dopo un’ora, o un lustro, o un decennio, sentivo già l’acido lattico tendermi le fibre muscolari, con la schiena scivolai lungo un tronco per riposare, chiudendo gli occhi, aprendoli, richiudendoli, da un altro tronco si spalancò uno sportellino e a mo’ di cucù sbucò un tablet dove in un video scorrevano le immagini ravvicinate di mele, meloni, angurie, manghi, albicocche, nespole, la rotondità, di diverse forme, come una testolina alla fine della carrellata, testolina con trecce e lentiggini, e grembiule floreale, buongiorno buonasera, le monete da riporre nella cassa a fine turno, la giovane garzona del fruttivendolo, un mare di sogni luccicanti nelle pupille, le guance improvvisamente rosse all’ingresso nel negozio di una signora insieme al figlio dalle ginocchia sbucciate, sembrerebbero coetanei, si guardano per la prima di innumerevoli volte a seguire, sono i miei genitori, inconsapevoli del vicendevole destino, amaro e radioso come ogni destino.

Mi ero riposato abbastanza, il pendio si faceva erto, l’intrico di rami e foglie verdi lasciava coriandoli d’azzurro che via via andavano diradandosi per essere sostituiti da un’impenetrabile tetto arboreo, il sentiero era svanito, procedevo per istinto, innalzandomi su radici sporgenti, scavalcando mucchi di pietre umide, sudore lungo le tempie, ghiotta fonte di abbeveramento per dei fastidiosi mosconi che ronzavano pesanti, e zzz e zzz e zzz, tentando di scacciarne un nugolo inciampai e caddi a terra sbattendo la testa contro un sasso appuntito. Bubbolii ovattati, prono sull’erba, intontito, divenni lo spettatore di uno spettacolino messo su da alcune cimici, una di esse, sul palcoscenico di rametti, indossava una mini t-shirt con la mia faccia, e quindi la cimice-me lavorava in un ufficio con altri colleghi, ogni dì una sfida con l’orologio appeso al muro, pratiche da impilare, richieste da evadere, monotonia, a fine mese un bonifico di 1.250 € sul conto corrente, e poi, in un cambio scena, l’insetto-io entrava in un portone, saliva le scale con in mano la ventiquattrore e sul pianerottolo trovava ad attenderlo la moglie-cimice e la figlia-cimice e dopo cena, sotto una coperta scozzese, guardavano la tv fino a che la piccola non si addormentava, così la mettevano a letto e poco dopo anche i coniugi-parassiti si infilavano sotto le coperte spegnendo l’abat-jour: buio in sala: sipario.

Il sangue si era già seccato sulla tempia, puzzavo da morire, affannato provavo l’ascensione verso la Nuda, dovrei quasi esserci pensai, ma nel frattempo ad ovest una gigantesca bocca terrena inghiottì il disco del sole e l’oscurità dilagò ovunque. Un bosco di notte non è più un bosco, è una somma indeterminabile di macchie e di suoni, nere chiazze vive, sibili, frullare d’ali, borborigmi e sguardi, migliaia di sguardi sbarrati, ad ogni altezza. Oltre a: due mandorle scarlatte che si avvicinavano, una specie di grugnito, dall’olezzo poteva essere un cinghiale, sebbene fossi cieco intravidi un repentino spostamento nell’aria atra a cui seguì un dolore assurdo, le sue fauci affondavano nel mio polpaccio, strappavano lacerti di pantaloni e di carne, certo, cercai di divincolarmi scalciando e sbracciando, però era un confronto impari, la bestia mi stava mangiando, e quando la sua fetida bava sgocciolava già sul mio viso pronosticai la possibile fine, invece la belva posò il muso nell’incavo della spalla dicendo con timbro suino: ascoltami bene, questa è la storia del signor Vinscio: non del suo passato, del suo futuro. Una sera, dopo aver trangugiato la solita minestra, si metterà sulla poltrona viola ad osservare la legna che scoppietta nel camino, una scintilla balzerà sul pavimento proprio vicino a dei giornali che in un attimo prenderanno fuoco. Il signor Vinscio non proverà nemmeno a spegnere l’incendio, se ne starà lì seduto, nel mezzo delle fiamme, mentre l’ossigeno si riduce e la poca pelle rimasta gli si scioglie addosso. Al culmine della combustione, tra le vampate, suo fratello ventenne, fucilato da dei fascisti insieme ad altri compaesani, lo prenderà sotto braccio e insieme voleranno dalla canna fumaria, come uno sbuffo di vapore, una nuvoletta grigia.

Di là delle pianure, tra file di frutteti, all’ondeggiare delle felci, nei placidi fondali lacustri, tra i fiori finti dei cimiteri semi abbandonati, sotto l’ombra delle querce, dentro le tane zeppe di processionarie, sul carapace dei granchi di fiume, affianco al corpo molle e glabro dei lombrichi, una sinfonia si sposta di valle in valle, come banchi di nebbia all’alba, e anche io, ora, ne facevo parte. Martoriato avevo trovato posto in un fazzoletto d’erba libero dalla cappa dei rami mentre a est l’enorme bocca disserrava i denti per risputare in alto il medaglione aureo i cui raggi timidi mi accarezzavano docili, sì, a me, sdraiato e pesto, un uomo vitruviano senza proporzioni, smembrato, tocco di carne messo a macerare e in via di putrefazione dotato di una consapevolezza: che non avrei mai raggiunto la Nuda, e lo gridai, un po’ ridendo e un po’ tossendo, al défilé di nuvole lassù.

<<No, non ci arriverai mai>>

Mi ero sbagliato! Oh gioia, oh tripudio, la sua voce ancora, era lei, proprio lei!, strisciante, seducente, verde, a scaglie, muovendosi formava un susseguirsi ipnotico di S, S S S S S S S S, ed eravamo vicini, vicinissimi, ne sentivo il profumo, di muschio, e la lingua biforcuta che vibrava sillabando il mio nome: era splendida, ritta e ondulante, spalancò il palato rosa come la sua fica e all’estremità dei denti uncinati vidi il brillio di due gocce avvelenate. Mi sei mancata tanto, sai, sono venuto qui per cercare ciò che avevo perso, tipico comportamento di chi dà peso a ciò che davvero conta solo nel momento in cui non lo ha più, ho fatto degli errori, non sono stato capace di darti sicurezze, del resto avevi solo bisogno di una persona con la credibilità di dirti che non c’era bisogno di fare drammi, che nulla era compromesso, so di non poter essere quella persona, ma so anche che potrei diventarlo a breve, ho mandato parecchi curricula, li ho perfino consegnati di porta in porta, aspetto risposte e nel frattempo tengo sott’occhio gli annunci immobiliari, mi piacerebbe comprare una casa con vista sul porto, così di sabato mattina, con alle spalle una dura settimana lavorativa, potremo fare colazione guardando le navi da crociera che salpano per il Mediterraneo, che ne pensi tesoro?

<<Vieni, andiamo a fare l’amore>>

Rasoterra, piante basse sulla mia fronte, scivolare uniti nella selva alla base di un castagno, i ricci schiusi appena caduti, le radici e la superficie, lei sale su per le increspature del tronco, si allunga su un ramo e inizia a penzolare bambina, sorridendo. Ho solo la forza di alzare la mano a cui lei maternamente si attorciglia issandomi. Sono felice. Abbiamo di nuovo un nostro quando, ci saranno altre offerte al discount, altre lussuose camere matrimoniali da visionare su Internet, altre passeggiate sulle mattonelle irregolari dei vicoli, o forse ci sarà qualcos’altro di completamente diverso, tipo un figlio, ovvio!, la prosecuzione in sangue e ossicine del nostro noi, il compimento di un ciclo, l’eredità della vita, le responsabilità, l’avvenire, l’invecchiare. Sono nel suo abbraccio freddo, i miei piedi non toccano più il suolo, appeso: a lei, che voluttuosa titilla, divento una protesi rettile, dondolo in sospensione, la sento stringere intorno al collo. Una sciarpa di squame. Ciondolo inerte. La boscaglia si offusca, l’aria si raddensa, sul fusto dirimpetto una placca di metallo quasi illeggibile dice: N DA →, inspiro, espiro, il torace come il mantice forato di una fisarmonica, sgambetto nel vuoto, paonazzo, la sfioro, non la vedo, non vedo niente, la trachea si comprime, la saliva ristagna e comincia a colare da un angolo della bocca.

Mi tieni a te ancora più forte, sei avvinghiata a questo organismo macilento, le vertebre cervicali frantumate, la sclera bianca che invade tutto, la schiuma gorgogliante in bollicine giù dal mento: nodo, rantolio, scatto, nervo, frusta, tremolio, un poco meno, ancora meno, spegnendomi nel silenzio, pace: sono felice, siamo felici.

giovedì 30 settembre 2021

Luna Vieja

Questo mondo che allaccia distanze incolmabili con un click, che mette a disposizione attraverso l’onnipresente invisibilità dell’etere oggetti che molto probabilmente non avremmo mai incontrato, mi ha recapitato sullo stesso schermo dove proprio adesso sto scrivendo queste righe un cortometraggio del 2013 proveniente da Porto Rico girato da una ragazza di nome Raisa Bonnet. Porto Rico: è la prima volta che un film battente questa bandiera entra qui dentro, ed è la prima volta che i miei occhi si posano su dei paesaggi, su degli esseri umani, portoricani, il che potrà sembrarvi poco, o al massimo potrà apparirvi come romanticismo cinefilo da quattro soldi, però mi pare che questa accessibilità che abbiamo conosciuto con l’avvento della Rete è un dono che diamo un po’ troppo spesso per scontato. Ma chi se ne importa di uno sconosciuto corto che arriva dai Caraibi!!, be’, non ho chissà quali argomenti per controbattere anche perché Luna Vieja è un proverbialissimo “niente di che”, un lavoro modesto, acerbo, che in cuor suo vorrebbe avere delle mire al di là della mera narrazione esplicitata ma che non riesce ad elevarsi dal campo delle velleità, un film autoctono che ricercando una parvenza di realismo non spicca nel calderone dei suoi simili, eppure Porto Rico ragazzi, ritorno lì perché è lì che per undici minuti abbiamo la possibilità di stare, su un’isola verdeggiante in compagnia di una vecchietta magra magra, e sentiamo uno spagnolo danzante, una musica, un vento, e, a dirla tutta, la sola opportunità di poterlo visionare vale più del prodotto in sé, e per il sottoscritto va bene così.

Ah, poi se interessa Luna Vieja illustra un quadro incestuoso (non ho capito se l’uomo è il padre biologico o il patrigno di Mina) che, visti i tempi ristretti, enuclea il potere paterno con dettagli che, prima di essere colti da noi, vengono carpiti dalla nonnina, tipo il soffermarsi sulla svestizione del tizio compiuta dalla ragazza o quando sempre lui insiste nel farsi una cavalcata da soli, un doppio senso che non si rivelerà affatto sottile, sicché l’anziana vedova, prima che il gallo si svegli (altro gioco di parole), prende la nipote per regalarle, si spera, una vita migliore. Bon, tutto qua, astenersi rabdomanti di cinefollie o cacciatori di pepite d’oro.

lunedì 27 settembre 2021

Birds (or How to Be One)

Dopo due prove lanthimostyle di cui non sentivamo la mancanza come L (2012) e Miserere (2018), Babis Makridis con Birds (or How to Be One) (2020) sposta finalmente il suo cinema dalle secche di un’onda greca ormai ridotta a innocuo spruzzo, ma, è meglio frenare immediatamente l’entusiasmo, la transizione non è totale e quindi, comunque, si percepisce un substrato derivante dalle manifestazioni elleniche del decennio scorso, non tanto per l’impostazione, quanto per l’eccentricità che avvolge il tutto, va da sé che per il sottoscritto, alla fine, ciò che rimane maggiormente in fatto di somiglianze con la vague di riferimento sono i difetti, e non certo i pregi. La traccia di partenza è la commedia Gli uccelli di Aristofane dove, per sintetizzare, due uomini si mettono in testa di costruire una città nel cielo, in Birds la vicenda è per sommi capi traslata in un prontuario costituito da diversi step mirato alla mutazione dell’essere umano in volatile. Il registro utilizzato da Makridis è ibrido e mescola un taglio documentaristico con finestre stravaganti che constano di casting o robe simili, interviste a personaggi bizzarri, tizi o tizie che si esprimono in modo autistico (un retaggio del passato che evidentemente non si vuole perdere) e performance teatrali che potrebbero definirsi come sperimentali ma lascio ad altri magari più esperti il giudizio. Il risultato? Un minestrone dove ad esclusione di una delle prime scene con il divertente birdwatching nel parco pubblico che pareva far promettere bene, la confusione spadroneggia e pur mettendoci la massima dedizione si affaccia il pericoloso dubbio che scorticata via la patina sghemba non ci sia altro che un vuoto coperto da una foglia di fico artistoide.

Non è una faccenda solo razionale legata al capire, siamo nel 2021, la comprensione logica può anche andare a ramengo, e di questo Makridis ne è consapevole, talmente consapevole che purtroppo ce lo spiattella sullo schermo con una sequenza superflua nella quale uno dei soggetti ricorrenti si mette nei panni di uno spettatore chiedendosi a sua volta cosa accidenti stia guardando. No, è accettabile al giorno d’oggi rimanere invischiati nelle pastoie di un’opera che non si concede, che è refrattaria, che non ammette inclusione, ed anzi, spesso è perfino auspicabile!, il patto che però si stringe col regista di turno è che perlomeno vi siano degli elementi in grado di compensare lo squilibrio. Tali elementi sono variegati, possono riguardare l’invisibile, ovvero un fascio di energia che si sente, che coagula la frammentarietà messa in campo, o possono essere concreti come una tematica o un argomento generale che ogni tanto affiora per garantire un salvagente. Per Birds non sono riuscito a trovare niente di simile, al massimo pare di rapportarci con un prolungato esercizio di stile (ma di che stile stiamo parlando? Boh...), un’espressione cinematografica che è interessata a raccontarci null’altro che non sia il metodo espositivo che la caratterizza, il che troverà l’assenso di qualcuno, in fondo ci sono delle “immagini”, ma quel qualcuno non posso essere io. Forse ho maturato un pregiudizio troppo arcigno verso la cricca di Lanthimos, o forse il lavoro di Makridis è da rivedere, se non da rifondare in toto.

giovedì 23 settembre 2021

Saint George

Mi è parso un film leggermente diverso dai due precedenti di Marco Martins, chiaro che São Jorge (2016) ha un alto tasso di paternità e coerenza nei confronti del suo regista però se ritorniamo ad Alice (2005) o a How to Draw a Perfect Circle (2009) ecco che in questi due lungometraggi si può trovare una cosa che nell’opera del 2016 non c’è o è sedata di non poco: la tensione, nel debutto una tensione praticamente da thriller, nel titolo successivo una trazione incestuosa smuoveva la faccenda, qui la situazione si presenta più lineare, più subordinata ad una scrittura che non crea particolari aspettative. La paternità succitata si rivela comunque nella già conosciuta capacità che ha Martins di ritrarre in modo vero e concreto il paesaggio metropolitano (viene sempre in mente Salaviza, è possibile una reciproca influenza), il regista portoghese è uno dei tanti auscultatori della realtà che popolano l’odierno cinema autoriale, la garanzia che Martins ci ha dato finora è quella di uno che sa fare il proprio mestiere senza voler puntare troppo in alto, la concretezza è l’obiettivo principale ed in buona sostanza è ciò a cui si arriva anche in Saint George, un plauso in più lo si fa alla scelta dell’attore protagonista, uno di quelli che si direbbero presi dalla strada (magari lo è, ma Nuno Lopes ha comunque una lunga carriera alle spalle) e che catapultati nel set cinematografico sortiscono una favorevole impressione, un uomo dall’aspetto rude con però un buon cuore (sarà dovuto a ciò la santificazione del titolo?).

Soprassedendo alla continuità artistica di Martins, il film si espande da un nucleo prelevato direttamente dal 2011, anno in cui la crisi economica raggiunse il suo apice in Portogallo. Senza doverci raffrontare – ahimè – con qualcosa in grado di sorprenderci/toccarci/emozionarci, assistiamo ad una reazione a catena che partendo dalla chiusura di una fabbrica colpisce tanti piccoli satelliti che le orbitavano attorno, da premesse del genere i drammi che si innescano riguardano il compenetrarsi di diverse sfere, da quelle economico-sociali a quelle famigliari-sentimentali ed il quadro così composto non lascia traspirare troppa speranza per il futuro (anche se il finale è a suo modo una piccola breccia di speranza), l’angoscia del caso viene trasmessa da Martins con il solito contegno portato avanti dall’inizio alla fine senza particolari scossoni (appena sopra la media il fuori campo dello chef suicida), con lui ritengo possa sempre valere la seguente regola: poteva andarci meglio, sì, ma poteva anche andarci peggio.