mercoledì 1 novembre 2023

Days

Non può esistere inizio più tsaiano di quello che apre Rizi (2020): Lee Kang-sheng che contempla un temporale oltre la finestra e subito dopo sempre Lee immerso in una vasca colma d’acqua. Sappiamo tutti, almeno coloro che conoscono il cinema di Tsai Ming-liang, quanto i rimandi idrici siano una costante nella sua arte, e questa apertura di Days, oltre che ricordarci i tempi andati, è un po’ un dettaglio-manifesto perché qui il regista di Taiwan ritorna a fare ciò per cui è diventato insindacabilmente un Maestro. Da Stray Dogs (2013) in poi il percorso di Tsai ha abbandonato la si fa per dire canonicità che fino a quel momento lo aveva caratterizzato per sondare altri territori, in generale il sottoscritto non ha mai visto niente capace di illuminargli realmente gli occhi, però non riconoscergli una certa intraprendenza sarebbe da ottusi. Quindi, tra monaci buddisti alla moviola e messe in serie di primi piani, un titolo come quello sotto esame rappresenta una discontinuità col presente ed un ricollegamento col passato. Dài, c’è così tanto di The Hole – Il buco (1998) o di I Don’t Want to Sleep Alone (2006) che per un attimo mi è sembrato di essere tornato indietro di dieci anni, quando ancora c’era davvero un’attesa febbrile prima di visionare l’ultima produzione di un peso massimo contemporaneo. Tuttavia, smaltito l’epidermico entusiasmo e una volta presa confidenza con la proiezione, sono emersi degli elementi recapitanti un oggetto filmico che presenta ovviamente una forte paternità autoriale e che allo stesso tempo ha degli attributi “nuovi”, possibili frutti del recente tragitto artistico.

Un punto da cui partire è la drammaturgia della pellicola, che in pratica non c’è. Non che prima avessimo a che fare con film pesantemente scritti, però in Days il comparto narrativo è pressoché prosciugato, divelto, azzerato. La trama, se così si può definire, si adagia su una sequenza fatta di quadri intessuti di realtà tanto da mettere in discussione gli amatiodiati confini della finzione. La dilatazione delle scene, forse ai massimi livelli nella carriera dell’autore, mostra quelle che sono delle banali routine quotidiane (preparazioni in cucina, sedute di agopuntura), nonostante vi sia, perché lo si sappia: è ovunque, a tratti si fatica a pensare che ci sia del cinema nell’osservare per molti minuti un tizio che dorme beato su un materasso. I propositi teorici di TM-l si situano però esattamente nella struttura che ha dato alla sua creatura, nella ricerca di una narrazione che è come se fosse già esistente nel mondo reale oltre la mdp, come se la storia di questi due uomini si raccontasse indipendentemente dal fatto che vi sia qualcuno a riprenderla. Potrà apparire ai più una bazzecola o al massimo un cruccio intellettualoide, ma la rottura della membrana che separa la netta impostazione da cosa non lo è, o non lo è del tutto, è un atto su cui vale la pena ragionare perché squaderna una caratteristica fondante del cinema attuale: il suo essere liquido, il suo penetrare anche negli interstizi più angusti per far sì che ogni cosa possa rientrare nella foggia cinematografica.

Sul mero piano dello sviluppo non posso dire che Rizi sia sorprendente. Alla fin fine il principale obiettivo di Tsai è rimasto inalterato da trent’anni a questa parte. L’essere umano è fottutamente solo nella giungla metropolitana e ha bisogno di un gesto, di un contatto, di una prossimità per poter sperare nel domani. In tal senso la progressione del film è un bignami Tsai-style in piena regola, attraverso le silenziose finestre che si affacciano sulle vite di Kang e Non veniamo a conoscenza della loro solitudine, e allora non sbalordisce troppo che ad un tratto vi sia un incontro e che da tale incontro, sebbene normato dal denaro, nasca qualcosa che, come la cattedra di Ming-liang insegna, non ha granché a che fare col sesso, è proprio una questione radicata nell’animo dell’uomo la necessità di riscaldarsi nell’altro. Ecco, i principi sono lodevoli e indubitabilmente veri, diciamo che nell’ universo di Tsai non sono propriamente un’innovazione e rivederli oggidì non aggiunge nulla al discorso cominciato nel lontano ’89 o giù di lì. Ma nemmeno toglie. Tant’è che descriverei Days così: confortante, come ascoltare una canzone simile ad un’altra che ti piaceva tanto, non tutto è giusto, non tutto è perfetto, ma sapere che esiste, che il suono di un carillon può legare due spiriti apparentemente senza destino, riesce a darmi forza e, nei panni di essere vivente nonché di spettatore, a consolarmi.

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