sabato 10 aprile 2021

Scuoti la gabbia

 
Questo blog, come tutti gli altri blog del mondo, è morto da un pezzo. 
Sono, siamo, detriti spaziali che vagano nel vuoto siderale, esistiamo ancora, sì, ma ormai fluttiamo in una solitudine che pian piano ci porterà alla completa estinzione. Credo sia giusto così, la comunicazione è liquida e non può ristagnare in un medesimo formato per troppi anni, nel frattempo, in qualità di circuiti semi-funzionanti sballottati dai venti stellari, emettiamo ancora dei timidi segnali, e se qualcuno, come si suol dire, è rimasto in ascolto, sappia che l’ultimo disco dei Glasvegas dal titolo Godspeed è un’inoculazione di adrenalina e nostalgia, da quaggiù, galleggiando nella chimica di questo cosmo amniotico e sepolcrale, è stato un vero piacere sentirlo.

mercoledì 7 aprile 2021

Chigger Ale

Ora si capisce da dove proveniva Crumbs (2015), Chigger Ale (2013) ne è infatti la possibile premessa, in particolare sul piano concettuale. Andiamo per ordine: la location etiope è la medesima (il bowling) anche se qui, per ovvie questioni temporali, si “vede” meno, ed è lo stesso anche il protagonista, uno storpio che ’sta volta non è più l’eroe alle prese con la sua epica avventura, ma una reincarnazione del Führer con tanto di divisa della Wehrmacht e svastica al braccio, l’impressione è che il regista Miguel Llansó (accreditato con lo pseudonimo di Fanta Ananas insieme a Israel Seoane) abbia voluto insignire l’attore (… attore?) principale del significato che pervade il cortometraggio. Il punto è piuttosto semplice: nel lungo la faccenda dei residui occidentali tramutatesi in feticci assumeva proporzioni abbastanza ampie oltre che divertenti sortite nell’ironia, in Here Come the Problems (è l’aka) c’è una riduzione in scala dell’idea di fondo che trova bersaglio nella figura di Hitler, non più l’anticristo del Secolo breve ma un poveretto sbeffeggiato a destra e a manca, il demoniaco Cancelliere assume quindi i tratti di un’icona pop al pari di Cristiano Ronaldo (nazionalsocialisticamente salutato) o Beyoncé (bramata e negata da una palla da bowling).

Perché Llansó sia così preso da questo discorso di un’Etiopia atemporale invasa dagli esili simboli di un capitalismo lontano (comunque l’Etiopia rimane uno dei Paesi più poveri al mondo) è una domanda che non ha risposta, a suo vantaggio gioca una certa estraneità cinematografica (quanti film abbiamo visto provenire da lì?) ed un estro da non disprezzare, inevitabile però ribadire quanto Chigger Ale faccia da preparazione al suo successore, nel senso: le aspettative devono per forza restare basse. La vetta di humor nero va al tentativo di ritorsione “gassosa” durante la festa danzante (Hitler + gas, ci spieghiamo?), mentre il finale tracima nel nonsense.

domenica 4 aprile 2021

Shirley: Visions of Reality

Scorribanda del cinema nell’arte figurativa, dal passato emergono i positivi ricordi di Leçons de ténèbres (1999 – Dieutre & Caravaggio) e de I colori della passione (2011 – Majewski & Bruegel) che condividono con Shirley: Visions of Reality (2013) l’intenzione di riproporre/testare/omaggiare la forma (e non solo) di un preciso artista, e per l’occasione parliamo di Edward Hopper, già oggetto di attenzione da parte di pesi massimi come Hitchcock e Lynch, che Gustav Deutsch, un viennese classe ’52 esploratore di stili e metodi, ridipinge su pellicola attraverso tredici quadri che diventano altrettanti set, altrettanti tableau vivant che evocano il complesso passato di un’America a cavallo tra gli anni ’30 e gli anni ’60. La costruzione delle scene operata da Deutsch e dal direttore della fotografia (Jerzy Palacz, in passato collaboratore di Seidl al quale Shirley guarda da lontano e, perciò, la vista si allarga anche su Roy Andersson) è davvero eccellente, la cromatura pittorica, la precisione delle luci e delle relative ombre, recapitano un concentrato estetico che è lo stesso di Hopper ma proposto da un medium differente, e ciò esalta le capacità del cinema come accogliente espressione capace di integrare manufatti di natura diversa. Non vi è una trascendenza gnoseologica in tale procedimento, ci si “accontenta” di un vedere accompagnato da una impreziosente corrente ludica.

Il titolo ci invita poi a riflettere su una specie di paradosso: quali sarebbero le “visioni di realtà”? È innegabile che non ci possa essere niente di più lontano da un concetto di reale quanto la struttura che Shirley esprime, l’evidenza dell’inscenamento ed il susseguirsi dei pannelli hopperiani sono il trionfo della finzione, del lavorio tecnico sulla materia, al contempo però l’opera racchiude in sé anche una decisa componente di verità. Non è semplice spiegarlo ma qui entrano in gioco le sensazioni che sottendono le tele di Hopper, l’oltre all’immagine, il silenzio e la solitudine degli americani qualunque, è una categoria di reale non convenzionale, ne convengo, tuttavia Deutsch coniugando le riflessioni della protagonista ai geometrici ambienti attua un’incursione che dribbla la falsificazione toccando porzioni di Storia (ogni stacco è un bollettino radio che ci aggiorna sulla situazione politica globale), e quindi di Realtà (bella la scelta di inserire un discorso di Martin Luther King). Sì, è ineluttabilmente un film patinato e narciso sebbene, credo, viste le intenzioni non poteva essere diverso da così, il risultato sarà forse più apprezzato dagli ammiratori di Hopper che dal cinefilo in cerca di alternative, resta comunque un esperimento con cui in fin dei conti val la pena misurarsi.