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lunedì 1 febbraio 2021

Barbie también puede estar triste

La notiziona è che sia Barbie che Ken, a differenza dei nostri fallimentari tentativi dell’infanzia con le bambole della propria cugina o sorella, possono tranquillamente copulare perché dotati di organi sessuali in regola, almeno per Albertina Carri, regista argentina con cui anni fa non era scattato quel feeling necessario durante la visione de La rabia (2008). Barbie también puede estar triste (2002) trasporta nel territorio pornografico la vita di una ricca ma infelice Barbie alle prese con un marito fedifrago, la tecnica di animazione scelta è la sempre a noi cara stop-motion che nello specifico muove dei pupazzi dalla consistenza più di plastilina che di plastica all’interno dei consueti ambientini ricreati in dettaglio (questi particolari, al solito, si rivelano per chi scrive come le componenti maggiormente appaganti da cogliere perché frutto di uno sforzo creativo e artigianale), il risultato è accettabile se si vuole vedere qualcosa di leggermente inusuale (purtroppo bisogna sempre sottolineare che in un mondo dove la tecnologia viaggia a duemila all’ora, in un periodo di due decenni il cinema, compreso quello animato, ci ha proposto tutto e il contrario di tutto), nella sua dimensione ristretta il corto è poco più che un passatempo per chi lo ha girato e una sì e no simpatica quisquilia per chi lo guarda.

La Carri, dando giusto un’occhiata anche alle sinossi delle sue altre opere, sembra avere una certa attenzione verso la sessualità e l’erotismo, anche a costo di avventurarsi in quei scandalucci festivalieri che ogni tanto si palesano, e Barbie... si allinea a tale direzione sebbene a livello tramico ogni snodo diventi il pretesto per offrirci un po’ di pornografia in passo uno. Siccome non sarà di certo il sottoscritto a discettare sul racconto in sé perché la sua confezione è lì a non richiedercelo, alla fine salta fuori anche un happy end con una specie di morale: in pratica dopo aver assistito alla prepotenza di un Ken che tradisce la moglie con la segretaria e che per affermare il suo status di maschio alfa le picchia entrambe, al termine della storia si troverà solo e abbandonato con Barbie nuovo membro felice di una famiglia decisamente anticonvenzionale. L’intento parabolico si sostanzia dunque così, in un lettone promiscuo che ricalibra il concetto di amore. Una caramellina da mangiare nel caso abbiate venti minuti liberi, dopo poco si sarà già volatilizzata nel vostro palato.

lunedì 26 giugno 2017

Seigi no tatsujin: Nyotai tsubo saguri

Seigi no tatsujin: Nyotai tsubo saguri (2000) è stata la prima, nonché l’unica (correggetemi se sbaglio [1]), sortita di Sion Sono nel pinku eiga. Coetaneo di Utsushimi questo film della durata di un’ora mi pare un raro esempio in cui un genere di riferimento, e in questo caso parliamo di softcore, sia riuscito ad imbrigliare l’esuberanza artistica del giapponese. Beninteso, non sono affatto un esperto in materia perché ho visto solo un altro pink movie (Underwater Love [2011] che a sua volta sconfinava in ulteriori territori), però presumo che le linee guida portino, come nella pornografia, sempre e comunque ad unico obiettivo: la catarsi della sessualità, e poco importa come si arriva alla meta, ogni svincolo para-narrativo si fa pretesto per esibire libidine et lussuria. Sono ‘sta volta subisce un po’ troppo i precetti dell’etichetta, nel senso: quello che nel suo lavoro si verifica è quanto ci si aspettava che ci fosse, il film dura un’ora, e di quest’ora almeno quaranta minuti sono dedicati a gente che scopa. Dal Signore del Caos, un terremotatore come pochi altri nel settore, si pretendeva un’argomentazione maggiormente spiazzante.

A ben vedere e compiendo non pochi sforzi si potrebbero rintracciare anche dei segnali personali perché subito, dal parlato in camera di uno dei protagonisti, sono balzati alla mente altri titoli firmati da Sono in cui c’è proprio un dare del tu, una voglia di narrare la propria storia allo spettatore parlandogli in faccia, purtroppo il discorso, a parte qualche breve parentesi, non viene più ripreso optando per un flusso maggiormente consono alla tipologia di cinema rappresentata. Un’altra questione che epifanicamente compare e scompare nella filmografia del regista e che in qualche modo si ripresenta anche qua è la bislacca messa in scena della creazione artistica con un accentramento tra il creatore ed il creato [2]. Nel già citato Utsushimi una tale riflessione assumerà contorni ben definiti, in Seigi no tatsujin una voglia a non approfondire il tutto sembra prendere il sopravvento insieme ad un’aria canzonatoria che pare fare il verso ai critici d’arte. C’è da dire che la trama in sé diverte e per l’aria di sregolatezza che spira può spingerci a dire che sì, è un film di Sono Sion, resta fermo il punto che i possibili avvisi di stile impiantati in una storia fuori di cranio si mettono al servizio del diktat categoriale, tutto converge verso l’ostensione dell’erotismo, e se mettiamo in conto l’immaturità di Sono e la povertà di mezzi a disposizione, il risultato è evitabile, a meno che non vi siate messi in testa la strampalata idea di visionare l’intero suo curriculum.
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[1] Mi correggo da solo, al momento di questo scritto non era ancora uscito Antiporno (2016), film che però già dal titolo sembra poter essere dell’altro.

[2] Vieppiù che Sono stesso si mette nei panni di un vecchio scultore ormai impotente: autoironia o messaggio da interpretare? Si propende per la prima ipotesi perché dal 2000 a oggi ha ampiamente fornito prova della sua virilità registica.

lunedì 14 settembre 2015

Underwater Love

Pinku eiga con discreto grado di consapevolezza, lignaggio medio-alto: non solo il regista Shinji Imaoka è, a quanto si legge in Rete, un profondo conoscitore del genere avendo basato la sua carriera su questa versione giapponese del softcore, ma c’è soprattutto un ordito professionale più elaborato rispetto a normali pink-movie: a monte ci sono gli euro della tedesca Rapid Eye Movies, compagnia dedita alla distribuzione con parentesi produttive (uno dei peggiori film di Sono, The Land of Hope [2012], annovera anche un loro finanziamento), e inoltre non si può non citare la presenza di Christopher Doyle, direttore della fotografia che nella sua lunga carriera ha lavorato fianco a fianco con alcuni dei registi più importanti della nostra epoca, orientali e non.
Con delle premesse così è logico che Onna no kappa (2011) abbia poco da spartire nella categoria in cui si tenta di incastrarlo, quel poco è dato da inserti sessuali (rigorosamente privi di nudi frontali, la legislatura in merito lo vieta) comunque poveri di malizia e di contro, come già appurato in molte altre opere nipponiche, ricchi di singolarità che rendono il sesso un atto bislacco, quasi infantile, al massimo adolescenziale, qui incrementato da tonnellate di weird con membri rettili (sì, l’assenza di una “e” lì davanti è assolutamente voluta) e “perle anali” (una dicitura che non ha bisogno di ulteriori approfondimenti) dal potere taumaturgico.

Perché Underwater Love (e per una volta non crocifiggiamo solo i titolisti italiani, anche questo di titolo lascia parecchio a desiderare) è un film dannatamente bislacco in cui le stramberie erotiche, ad ogni modo brevi e, come detto, molto caste, cedono il passo ad un soggetto folle che ha uno sviluppo sulla medesima falsariga; la proliferazione di “cose” stravaganti va necessariamente citata: alla base di tutto c’è la presenza di un Kappa, figura del folklore giapponese che ama l’acqua e i cetrioli (un gradimento che nel contesto filmico non stupisce affatto), qui nelle vesti post mortem di un vecchio compagno di scuola della protagonista; l’aspetto di questo Kappa è un incrocio tra un umano e una sorta di tartaruga, infatti l’essere ha l’anatomia di un uomo con in più uno scudo sulla schiena, pseudo-becco-muso, mani e pene squamosi, calotta cranica in vista. Oltre a tale creatura, assolutamente parodizzata a partire dal trucco amatoriale (plausibile omaggio ai monster –movie d’epoca o altrettanto possibile effetto di un budget limitato), la pellicola in tutta la sua interezza non ha la benché minima voglia di scendere a patti con la realtà e quindi si impegna costantemente a deragliare nell’assurdo, ad esacerbare la componente sentimentale fino a renderla ridicola (le due storie d’amore parallele sono talmente insulse e sciocche, talmente portate all’eccesso, che risultano più veritiere di qualunque rom-com), innaffiando periodicamente la storia con improbabili stacchetti musicali. E tutto svolto con quella consapevolezza più o meno accentuata, dote fondamentale citata all’inizio.

La pochezza contenutistica (anche se le tematiche nel finale aprono spiragli di profondità) similare ad un’esiguità espositiva (probabilmente digitale, probabilmente non per vezzo ma per esigenza) lasciano pochi residui degni di nota, ciononostante il film di Imaoka rivela a modo suo la capacità di sottolineatura mitopoietica del cinema, laddove il mito è doppio: il primo è la leggenda del Kappa, punto irremovibile della vicenda che tra l’altro, con i ravvicinati rapporti sessuali del finale, spezza un sortilegio come nelle migliori tradizioni fiabesche, mentre il secondo mito, che potrebbe essere virgolettato, è il remix del genere pink: riadattazione, rivisitazione, esplorazione, rianimazione.
Il sesso è periferia, il centro un prisma anarchico.

sabato 11 febbraio 2012

Pantasya

Dispiace un po’ parlare male di Brillante Mendoza, soprattutto alla luce del bel esordio The Masseur (2005), ma se già con i due film appena successivi palesava un preoccupante cammino a ritroso, con Pantasya (2007) il tracollo è totale, tanto che io stesso non posso che definire quest’opera praticamente inguardabile.
Il titolo alternativo è indicativo: Fantasya: Gay Illusion on Men-in-Uniform, in sostanza vengono raccontate 5 storie di 5 uomini (un tassista, un tecnico telefonico, un giocatore di basket, un portapizza e un cuore infranto) che filosofeggiando fastidiosamente sulla vita incontrano altrettanti uomini in uniforme sui quali fantasticano sessualmente.

Il flusso narrativo pentapartito diventa uno schema orribilmente prevedibile dove cambiano gli interpreti ma non la sostanza, ossia banalissimi quadretti erotici fini a se stessi corredati da una musichetta ugualmente fastidiosa come sottofondo.
Già sarebbe stato sufficiente subire il terrificante episodio iniziale del tassista per arrivare al livello di guardia, ma Mendoza non pago di tale scempio peggiora ulteriormente la sua pellicola attraverso scenette che sono identiche a quelle che si possono trovare in qualsiasi film pornografico.
Il pretesto è sempre in agguato e, ahimè, sempre ridicolo. Tecnici telefonici che si recano in una casa per riparare un guasto e poi finiscono in un menage a tre? Lo sportivo che spia la squadra di basket sotto la doccia?? Il portapizza ammaliato dall’uomo in carriera???

Se l’intento era quello di suggerire una sorta di repressione dell’omosessualità da parte degli uomini filippini obbligati a fantasticare e nient’altro, beh, a parte la scarsa consistenza di materia su cui ragionare, è anche l’esposizione di Mendoza che standardizza tutto con il suo digitale che se da un lato coglierà anche la realtà dall'altro appiattisce la visione senza mezzi termini, e sebbene sulla carta potrebbe tirare una certa aria lussureggiante, nei fatti le scene erotiche sono girate con un freno a meno grande così, sicché al massimo si vedono i due partner baciarsi e toccarsi da sopra le mutande. Forse ciò è dovuto ad un certo metro censorio (vediamo immagini di un film hard sfocate sulla tv), ma se il film non sa colpire nemmeno sotto questo punto di vista allora la frittata è veramente fatta.

Peggio di così Mendoza non poteva fare. Ricorderò a lungo Pantasya non solo perché con ogni probabilità è la peggiore pellicola apparsa su Oltre il fondo, ma anche perché è una delle più vuote, insulse e inutili che mi sia toccato vedere.

venerdì 7 ottobre 2011

Scorpio Nights

Film poverissimo ambientato in un sudaticcio rione filippino ancor più povero, che ci racconta la tempestosa relazione fra Danny, il vicino di sopra, e la moglie di una guardia che abita al piano di sotto.

Il regista Peque Gallaga, che deve la sua piccola fama a quest’opera datata 1985 e ad un’altra precedente dal titolo Oro, Plata, Mata (1982), con i pochi mezzi a disposizione intraprende fin da subito la strada del classico schema sentimentale così riassumibile: Danny spia la donna, Danny si fa avanti e si instaura un bollente rapporto fedifrago, il marito sospetta qualcosa trovandovi poi un riscontro concreto. La storia è perciò semplice al pari del mezzo che la racconta e il tasso di prevedibilità si alza con lo sviluppo lineare della pellicola. Ma l’elemento connotante è quello di una certa vitalità erotica che pervade l’atmosfera raccontata, il problema è che il lasso di tempo separante Scorpio Nights dalla nostra contemporaneità ha mutato i canoni sessuali, e a causa di ciò vedendo queste coppiette amoreggiare potrà facilmente scapparvi qualche risolino per i movimenti goffi inscenati o al massimo qualche sbadiglio, ché la tv odierna sa essere decisamente più spinta.

Non tutto il male viene per nuocere, poiché malgrado sia palpabile una certa difficoltà nel voler perseguire l’effetto-eros ad ogni costo, il film raccoglie qualche consenso nel territorio della sincerità e questo sentire autentico zampilla dalla love-story che pur essendo banale e impacciata ha un che di genuino e la si riesce a guardare con un briciolo di tenerezza.
La cornice che recinta questa liaison affastella rapide incursioni nel sociale (la povertà è lo sfondo esistenziale di tutti) e personaggi-sagoma che meritavano più spazio (il menestrello Bob Marley e il travestito), lasciando pochi residui negli occhi dello spettatore.
Il finale segue la tradizione del cinema bis che preme l’acceleratore su un aspetto fino a quel momento non preso troppo in considerazione come il dramma, e così vedere il marito che si masturba sul corpo esangue della moglie fa entrare il film nella categoria del cult da soffitta, laddove comunque c’è infinitamente di meglio.

Wikipedia ci dice che nel ’99 è stato girato Scorpio Nights 2 e che nel 2001 tale Park Jae-ho ha fatto un remake dal titolo Summertime, parimenti vi dico che ad un certo punto, durante il film, vediamo il braccio di Danny sbucare dal buco nel soffitto: che Tsai si sia ispirato da qui per la scena madre di The Hole (1998)?

lunedì 18 luglio 2011

The Life and Death of a Porno Gang

L’immagine fugace di un cesso stracolmo di merda diventa immediatamente la metafora – si fa per dire – di un paese come la Serbia che, secondo il regista Mladen Djordjevic, è un luogo in cui regna incontrastata la violenza. E The Life and Death of a Porno Gang (2009) un film violento lo è sul serio, di quelli che se ne infischiano del politically correct per mostrare senza veli la brutalità del sangue e del sesso mercificato. Ma, e qui sta innanzitutto un piccolo pregio, l’estremismo della pellicola non si dimostra esclusivamente autoreferenziale e gratuito poiché il coltello oltre ad affondare diegeticamente nella pancia di parecchi esseri umani, penetra più o meno in profondità anche nel contesto socio-politico serbo che ne esce, ovviamente, a brandelli.
Non credo sia un caso se l’unica opera adatta ad una comparazione sia A Serbian Film (2010, entrambi presentati al Ravenna Nightmare Festival), lungometraggio che a detta del regista Spasojevic doveva essere un atto di denuncia sulle angherie del governo serbo, e che invece al sottoscritto è sembrato solo un pretesto per inscenare qualche mostruosità varia (il newborn porn non mi fa dormire ancora oggi). Ebbene, da tale confronto TLaDoaP esce vittorioso, seppur con evidenti difetti, per due motivi sotto enucleati.

1- SU COME VIENE UCCISA L’ARTE

Il giovane regista Marko ha velleità artistiche, e che il punto di riferimento sia Pink Flamingos (1972) con il poster appeso in cameretta poco importa, lui vuole fare Arte. Il suo desiderio di compiere un passaggio realizzante a livello personale si scontra però con delle negligenze a livello politico-economico, difatti il protagonista non ha del denaro a disposizione per girare i suoi film, la soluzione, l’unica che il sistema serbo gli propone, è quella della pornografia. L’incontro con il “collega” Cane (si chiama così ma l’assonanza animalesca non stride affatto) è il primo passo verso una riduzione di vedute, di speranze, di ambizioni. Per Marko la pornografia è il teatro di uno scontro diadico tra eros e thanatos, laddove è la morte a farsi zimbello dell’amore. Di certo un’arte arida di sentimento non è propriamente definibile tale, tuttavia il regista protagonista ha ancora la forza di ricercare la sua idea artistica e mette su una compagnia itinerante di personaggi al limite: tossici, ritardati, malati di AIDS. Ma anche qui la risposta balcanica a questa forma di espressione è racchiusa nella reazione di alcuni villici che durante un agguato alla banda decidono di violentare tutti i membri di essa.
L’arte agognata di Marko si fa dunque utopia, e a ciò si lega un altro problema: quello di sopravvivere. Il regista accetta allora il compromesso di girare alcuni snuff in cambio di denaro.
Con tale accordo si concretizza la morte artistica del giovane che precipita in un imbuto dal quale non c’è via di ritorno: quando Marko si esalta per la ripresa di una decapitazione tramite sega circolare l’anti-sistema serbo ha schiacciato gli ideali di un giovane ragazzo, ha assorbito i suoi sogni per tramutarli in dolente realtà: non può esserci cinema in Serbia, e quindi nemmeno Arte.

2- SU COME VIENE UCCISA L’UMANITÀ

Che gli ingranaggi della vita in questa zona non siano ben oliati lo si capisce vedendo i membri della gang. C’è una coppia eroinomane con bambino a carico, due omosessuali sieropositivi, un transessuale, una cocainomane, e via dicendo. Ma Djordjevic assesta il colpo più duro quando Marko accetta di girare gli snuff-movie e non ha bisogno di andare a trovarsi degli “attori” per tali opere poiché sono loro a offrirsi a lui per vari motivi tutti riconducibili, e qui va riconosciuto il merito, a un malessere profondissimo legato alla nazione di appartenenza. Il procedimento è tanto forzato quanto irreale perché dubito che neanche il criminale più criminale, il povero più povero, o il pazzo più pazzo baratterebbero la loro vita con del denaro, eppure a livello concettuale è efficace poiché noi vedremo un maniaco che si offre a Marko solo per il gusto di farlo, un ex soldato divorato dai rimorsi che per un futuro migliore alla sua famiglia decide di farsi tirare una martellata in testa, e un nonno che accetta la propria morte per aiutare la nipotina sfigurata da una bomba. Tutte e tre le vittime di Marko sono ancor prima vittime di un regime amorale, primitivo, che riporta allo stato di natura hobbesiano in cui la guerra e la sua inesorabile scia drammatica è penetrata a tal punto nel tessuto sociale da aver annientato qualunque forma di umanità.

Queste due tesi sono portate avanti da Djordjevic con uno stile pressoché amatoriale fatto di inquadrature tremolanti e sgranature di pellicola. Il fuori campo non è contemplato; tutto viene esibito, dal gore all’hardcore, in un’orgia – mai termine fu più calzante – di sangue e sperma.
I passaggi ingenui e ingiustificati ci sono (due su tutti: lo sgozzamento di una capretta e il già citato stupro di gruppo ai danni della comitiva), cosiccome permane una tendenza a voler portare tutto all’eccesso (il finale, per esempio).
Ad ogni modo le due motivazioni che ho tentato di esplicitare sopra, la spontanea simpatia nei confronti dei membri di questa combriccola kitsch-hippie-new age che non si prende troppo sul serio, il furore cinematografico di fondo che ha il potere di investire, fanno di The Life and Death of a Porno Gang un potenziale cult del nostro tempo.
E mi raccomando, mettete a letto i bambini.

sabato 11 dicembre 2010

Indecent Woman

Marito playboy droga la moglie remissiva per soddisfare l’appetito sessuale del suo capo. Dopo questo evento la donna sclera di brutto e inizia a uccidere un po’ chi gli capita sottotiro.

CAT III di infimo ordine, e fin qui non c’erano dubbi, diretto nel 1999 da un attore-regista hongkonghese di nome Lee Siu-Kei. In sostanza tutto il film è una ricostruzione singeriana (ovviamente esagero) della donna che arrestata dalla polizia spiffera loro le sue avventure serialkilleresche con tanto di particolari – se vi interessa, il pene del marito lo ha cucinato con delle uova strapazzate – affiancati da inutili approfondimenti sentimentali.
Come già mi era capitato di notare in altri film marchiati da questa censura di Hong Kong, i personaggi ivi rappresentati sono connotati parodisticamente fino a divenire sottili caricature. C’è ad esempio il postino pelato che sembra uscito da un manga hentai la cui presenza sul set è legittimata soltanto dal fatto che la moglie doveva uccidere qualcuno, e se quel qualcuno la spiava sotto la doccia ancora meglio. Involontariamente comico il momento in cui la donna ancora scioccata dalla violenza subita apre la porta mezza gnuda al portalettere e lui quasi spaventato se ne va via, si vede che per il Dio Plot non era ancora giunto il suo momento.

Insomma, non è questo un film di grande profondità intellettuale, e tale superficialità è rintracciabile anche nel suo aspetto esteriore che è dozzinale, scadente, e soprattutto banale, dimostrando tutta la povertà, anche di idee, con cui è stato girato. Poi vabbè se si vuole rintracciare qualche elemento da ride’ non c’è che l’imbarazzo della scelta, personalmente ho trovato l’urlo di vendetta della moglie in pieno stile Troma, ma devo dire che anche il tradimento alla luce del sole del marito con una sciacquetta locale proprio sotto casa ha un suo discreto valore trashistico.
In generale questo tipo di cinema non si impegna in una riproposizione della realtà, e il che non deve essere obbligatorio, sia chiaro, ogni regista ha giustamente una propria visione dell’arte, ma punta invece sul trauma esploitativo senza essere minimamente convincente, non riuscendo perciò a traumatizzare sul serio. E a nulla serve qualche sporadico nudo femminile per dare nerbo alla storia, al massimo la rende ancora più goffa con quell’accenno di effusioni saffiche fra una vittima e la folle protagonista.
Sul fatto che alla fine la carnefice proponga alla sua rivale amorosa di scegliere di morire per una coltellata e o per l’ingurgitamento di sonniferi è meglio tacere perché la soluzione ha del dilettantesco.

Uno spreco di tempo che se non fosse stato per la valutazione di IMDb (7.2 di media per 26 voti, evidentemente la troupe del film si è messa a votare in massa) avrei evitato di sprecare. Nell’ambito dei CAT III Indecent Woman è due o tre gradini sotto The Untold Story (1993), che a sua volta è ben lontano dall’intrattenimento di Riki-Oh (1991).

lunedì 11 ottobre 2010

Immacolata e Concetta, l'altra gelosia

Quando sto a letto con te non posso fare a meno di pensare a un uomo, ma quando sto con uomo penso sempre a te.

È il 1979 e Salvatore Piscicelli esordisce sul grande schermo con una storia che narra dell’amore tra due donne, Immacolata e Concetta, a Pomigliano d’Arco, paese d’origine del regista al tempo appena trentenne.
Un amore saffico fra una donna sposata con figlia e un’altra uscita di galera da poco in un piccolo paese del meridione, si accompagnerebbe di scandalo/scalpore anche oggidì, figuriamoci trent’anni fa. Sebbene si tratti di un’opera prima s’intuisce la tendenza di Piscicelli a non affogare nel compiacimento erotico, ma di saper trattare l’eros con rispetto e competenza. Vedasi Il corpo dell’anima (1999).
La dimensione sociale in cui la coppia lesbo è calata non vede ovviamente di buon occhio la loro relazione (il marito di Immacolata preso in giro dai colleghi è parecchio divertente), tuttavia tale liaison risulta a conti fatti ben più autentica in termini di umanità rispetto alle condotte meschine di alcuni personaggi.
Lungi dal voler giudicare, Piscicelli mostra quanto e come l’assenza di una morale, anche minima, segni la vita di queste persone. Ovviamente è il viscido Ciro a farla da padrone nel cerchio dei cattivi, ma il fatto che l’autore non voglia stigmatizzare il comportamento di nessuno lo si capisce da come la “sua” Immacolata, di nome e non di fatto, commetta atti poco ma molto poco puri (è ‘na zoccola) che arrivano addirittura a tradire l’amata Concettì, a testimonianza di una realtà sociale arida di valori in cui credere e soprattutto di qualcosa in cui sperare – la figlia, difatti, viene mandata in una specie di collegio-ospedale per garantirle un futuro migliore –.

Alcuni limiti del film.
Non troppi, né particolarmente significativi. Rintracciabili più che altro nell’aver, tra virgolette, la colpa di essere un lungometraggio d’esordio con tutte le imprecisioni possibili accentuate, e qui sta forse l’ostacolo più grande, dal passare degli anni che non permette di gustare appieno la realisticità dell’opera a chi è ormai abituato a colori sgargianti e riprese iperboliche.
Piccoli problemi sorgeranno inoltre per chi come me non conosce il napoletano; essendo gran parte del film recitato in dialetto potrebbe risultare complicato, e per il sottoscritto lo è stato, comprendere alcuni passaggi. Comunque la lettura è abbastanza intuitiva e non necessita di un’attenzione esagerata.
Gli attori, tra loro anche non professionisti, trasmettono sincerità con il loro modo sanguigno di porsi. Ida Di Benedetto che sancisce con questo film un lungo sodalizio con Piscicelli, è davvero credibile nel suo ruolo, non si può dire la stessa cosa del suo alter ego Concetta interpretata da Marcella Michelangeli che forse paga la non appartenenza alla terra napoletana, lei era di Genova, la quale invece accomuna gli altri interpreti.

In definitiva un film che racconta un pezzetto d’Italia che non c’è più, e lo fa genuinamente toccando picchi di drammaticità inaspettata: l’inquadratura finale fatte le dovute proporzioni anticipa di un bel po’ il grande Tsai Ming-liang.
Un’Italia che non c’è più, e probabilmente anche un cinema che ormai si è disperso nel tempo.

sabato 25 settembre 2010

Il gusto dell'anguria

Inaspettatamente nell'universo tsaiano smette di piovere. I/l cinema sono/è chiusi/o dopo Goodbye, Dragon Inn, e a Taipei è periodo di grande siccità che la tv suggerisce di sconfiggere con il succo d’anguria. Sembrerebbe, dunque, che qualcosa sia cambiato davanti alla mdp di Tsai. Ma è solo apparenza; perché sebbene la sua filmografia si mostri liquida in superficie, nel profondo i suoi film sono gelidi quadretti di cristallizzata solitudine, e Il gusto dell’anguria (2005) non sfugge a questa amara visione. La presenza del cocomero, che ricordo essere un frutto costituito dal 90% di acqua, si presenta fin da subito come una divisione, un ostacolo tra le persone. La prima sequenza è sintomatica perché Hsiao-Kang, ora porno attore, “masturba” l’anguria posta tra le gambe della donna come se fosse un sesso femminile. Si palesa subito una distanza, più fisica di quella in Che ora è laggiù?(2001), ma non per questo più semplice da ridurre, anzi proprio per essere caratterizzata da una (falsa) vicinanza corporale appare oggettivamente impossibile da diminuire. L’insistenza su questo frutto unita all'improvvisa allegria dei balletti, per i quali ci sarebbe voluta una sottotitolatura, parrebbero versare un goccio di positività nella conca nera di Tsai. Anche qui è solo apparenza.

Se da un lato si ha questa leggera predisposizione al sorriso, dall’altro non si può che fare ammenda della lontananza tra gli uomini che si consuma sullo schermo dentro profondissimi campi lunghi che sembrano risucchiarli. Lui fa il bagno nella cisterna del palazzo e poco dopo dal rubinetto di lei fuoriescono bolle di sapone che vanno a cozzarle addosso senza riuscire a svegliarla (scena da applausi); lei offre un bicchierone di succo d'anguria, di nuovo il cocomero che divide, e lui fa finta di berlo per gettarlo, appena riesce, in un angolino. Lei espelle un’anguria da sotto la canottiera, lui si fa una sega spiando la collega che si trastulla con una bottiglia vuota. Anche nei momenti in cui riescono a stare insieme faticano a trovarsi: dopo mangiato si aggrovigliano sotto il tavolo fumando una sigaretta, nell’istante di massimo contatto sono rinchiusi in uno sgabuzzino con scaffali e scaffali di dvd porno, ma pure qui, un secondo prima del passo decisivo, qualcosa sembra bloccarli.
E così tra i sorrisi, comunque pochi e spesso amari in particolare per ciò che riguarda i siparietti erotici di Hsiao dove la potente pioggia del passato è ridotta in scala ad una bottiglietta bucherellata tenuta in mano dall’assistente tecnico, si arriva alla conclusione. Inaspettatamente, o forse no visto il suo curriculum, Tsai si rivela micidiale con una sequenza che ha un carico lesivo potentissimo, dolorosamente indimenticabile, nel quale si innestano riflessioni profilmiche, ecco che ritorna IL distacco: all’inizio un’anguria adesso un separè che tenta di essere goffamente oltrepassato con la fellatio soffocante evidenziata dal sinistro primo piano della ragazza che quasi affoga nell’atto, ed extrafilmiche, dove una donna è solamente il suo corpo svuotato che a sua volta è un oggetto utilizzato come mezzo per raggiungere uno scopo nella totale indifferenza del regista e dei suoi collaboratori (“mettila di qui, no girala di là”).
Voto 8 al film e 10 alla sua funerea chiusura.

Nota a margine.
Io avevo già visto Il gusto dell’anguria circa un anno fa. O meglio, avevo provato a vederlo, ma dopo quaranta minuti avevo staccato perché lo trovavo pesante. Mi viene da pensare che l’unico limite di Tsai Ming-liang sia quello di aver creato un continuum talmente autoreferenziale da non poter essere scorporato. O lo si vede tutto o è meglio non vederlo, perché penetrare nel suo mondo guardando un solo film diventa praticamente impossibile.

venerdì 24 settembre 2010

Il corpo dell'anima

Un’opera in cui lo spazio e il tempo contano molto.

Raccontato sottoforma di diario, Il corpo dell’anima (1999) è un film che a dispetto di parecchi fattori – vedi la controproducente etichettatura erotica o la paternità tutta italiana che in tempi di esterofilia acuta può risultare un aggravante – riesce a sorprendere.
In un quadro in cui affiorano reminiscenze moraviane (La noia, 1960) e buzzatiane (Un amore, 1693) Salvatore Piscicelli narra della passione del signor Ernesto, uomo benestante e acculturato ex sceneggiatore cinematografico, nei confronti della procace Luana, giovane e disinibita cameriera alle dipendenze dell’uomo.
Privo di una originalità a livello dei contenuti, la pellicola vince nel territorio più difficile da conquistare, quello della forma. Che è dignitosissima, misurata, regolata così come l’esistenza di un anziano vedovo che non può chiedere più niente alla vita.
La voce off di Roberto Herlitzka, teatrante straordinario, con le sue dotte dissertazioni ontologiche, artistiche e in molti casi semplicemente umane, creano un netto contrasto con la sua avventura (perché questo è) nell’agitato mare di un amore impossibile. Da ciò ne deriva una compassione solida nei suoi confronti, reale empatia per quello che in fondo non è altro che un vecchietto con gli acciacchi dell’età.

Si staglia semplice la contrapposizione fra Teresa d’Avila, mistica religiosa spagnola santificata nel 1622, e Luana, l’inafferrabile giovinezza. La prima è il passato, una figura muliebre che Ernesto identifica con il lavoro, la dedizione, la voglia di non deludere l’amico regista. La seconda è un presente che non sarà mai futuro perché esso è l’unica cosa che Ernesto non ha; Luana è mistero, voglia di scoprire, estasi. L’anziano è combattuto fra queste due donne.
Nel corso della pellicola si potrà notare di come il disamoramento verso il film sulla santa corrisponda al cieco innamoramento con relativa perdita di dignità (si fa pisciare addosso) nei confronti della giovane ragazza. Con l’abbandono del progetto cinematografico, difatti, l’occhio di bue si concentra esclusivamente sulla coppia impossibile lasciando da parte gli sporadici incontri con l’odiosa nipote, Mauro il regista e l’amico montatore. Lo spazio per loro non esiste più, perché adesso l’unico spazio è occupato da Luana.
La vacanza a Ischia è il punto di non ritorno. Lontani dall’alcova che li aveva celati al resto del mondo, Luana ed Ernesto si trovano nudi in una realtà troppo stretta per la ragazza. Ischia è la personificazione dello sceneggiatore: un luogo fatto di ripetizioni, giorni e notti troppo uguali gli uni agli altri, ma allo stesso tempo è un luogo splendido, profondo, delicato. L’equilibrio, o la parvenza di esso, si spezza qui, e mette in evidenza la lontananza irriducibile fra due persone che comunque, in qualche modo, si sono volute bene.
L’incontro dopo due anni al tavolino di un bar è un momento intenso di cinema, semplice, non banale. Un tuffo nel ricordo scevro di quel dolore che il tempo ha sapientemente medicato, ma ancora vivido di rimpianti che Ernesto sa di non poter dire. E la conclusione della storia, una buona conclusione come il protagonista asserisce, assomiglia di più ad un congedo alla vita con quel campo lungo di spalle nel viale alberato.

Herlitzka è fenomenale. Raffaella Ponzo un po’ sopra le righe nel voler (o dover) “burineggiare” a tutti i costi.
Una visione che sorprende perché ribalta la percezione erotico-sempliciotta che si potrebbe avere leggendo la trama. Sentirete parlare ancora di Piscicelli da queste parti, statene certi.

lunedì 9 agosto 2010

Blue Movie

Vertiginosa pellicola del ’78 che sancisce la vetta più “alta” dell’Alberto Cavallone regista.
Girato nell’arco di pochi giorni e proiettato in cinema a luci rosse, Blue Movie supera nel complesso il precedente Spell (1977) dal quale, però, non riesce a scrollarsi di dosso quella luce oramai obsoleta di cui ho già detto. Alcuni temi vengono ripresi: c’è in primis l’eros, ovviamente sporco, anzi lurido con la violenza dello stupro e svuotato nella strumentalizzazione attuata dal fotografo. Poi c’è la predisposizione formale di sconfinare nell’allucinatorio, in sequenze fini a se stesse che lasciano l’interpretazione libera ad uno spettatore oltremodo frastornato.
Merito del film è quello di non essere dispersivo come il suo predecessore; escluse le riprese esterne dello stupro, tutta la storia è ambientata nello studio-casa di Claudio. Fin dove l’occhio lisergico di Cavallone s’intrufola c’è di che gioire per il nonsense sprigionato, ma qualunque riflessione, messaggio, urlo, eco sottotestuale si scioglie come un ghiacciolo a ferragosto nei trenta e passa anni che separano questo film dalla nostra contemporaneità.

Un po’ Borowczyk un po’ Jodorowsky, Cavallone sopperisce ai problemi finanziari con alcuni accorgimenti degni di nota. Diciamo che i tormenti di Dirce Funari sono resi in maniera apprezzabile grazie ad una struttura che ricalca in maniera personalissima aspetti hitchcockiani come la trasfigurazione dell’identità la quale, sempre secondo il modus operandi del regista, deflagra in un perverso delirio di personalità sdoppiabili (notare il fotografo che fissa il suo riflesso deformato su una lastra di alluminio) e intercambiabili (le due figure femminili al pari delle due maschili possono sostituirsi a vicenda). Nel tutto si incastra poi l’abbandono pressoché totale al pruriginoso per cui buona parte del film sarà costituito da scene in cui i protagonisti si avvinghiano nudi, e anche qualcosa di più, davanti alla mdp.

È ancora l’inattualità il sentimento che questo cinema mi suggerisce.
Vada per la riscoperta e ed anche la rivalutazione che sono operazioni archeologiche di un certo fascino, tuttavia nell’importanza che si deve dare al passato non si può non rivolgere lo sguardo all’incerto futuro. E Cavallone, come molti altri suoi colleghi del tempo, mi pare che al massimo possa contribuire a ricordare un cinema che c’è stato, ma non quello che verrà.

Un grazie a Giovanni per la segnalazione.

mercoledì 4 agosto 2010

A Serbian Film

Il Rocco Siffredi di Belgrado ha deciso di ritirarsi dalle scene per vivere in serenità con la moglie e il figlioletto. Capita che una ex collega lo contatta per un nuovo film diretto da un misterioso regista. Il cash è notevole e Milos, questo è il suo nome, accetta. Ma fin dall’inizio delle riprese intuisce di come tutto andrà per il peggio.

Se la memoria non mi inganna è questo il film più violento, sporco, laido, depravato, eticamente scorretto che abbia mai commentato sul blog. Sorpresi? No, probabilmente ve ne sbatterete allegramente gli ammennicoli, però sta di fatto che A Serbian Film (2010) è davvero ma davvero pesante sotto aspetti di cui parlerò, e ve lo dice uno che quasi è rimasto indifferente alle sofferenze dei malcapitati di Martyrs (2008). Beninteso, sebbene il lavoro di Laugier non mi abbia entusiasmato (anche se poi rivisto sul grande schermo mi ha “detto” altre cose) resta distante eoni da Srpski film che comunque sia rimane un filmetto calibrato solo ed esclusivamente per scioccare lo spettatore, a prescindere da quel che ha detto Srdjan Spasojevic, il regista, con la sua chiave di lettura per me abbastanza forzata. Dice l’autore: “è un diario delle molestie che riceviamo dal governo serbo, della potenza monolitica dei leader che ti ipnotizzano forzandoti a fare cose che non vorresti. Devi sentire la violenza per capire di cosa si tratta.”

Dicevamo delle difficoltà che la visione comporta. Già il fatto che tutto ruoti intorno ad un film porno dovrebbe far capire che l’atmosfera respirabile non sarà la stessa di una scampagnata con l’oratorio. Ma per fugare ogni dubbio ci pensa la scena d’apertura in cui il figlio nemmeno decenne è lì sul divano con gli occhi sgranati davanti a un film hard in tv; nulla di scabroso dati i tempi che corrono, è doveroso rimarcare però che il protagonista della performance sessuale è il suo stesso padre che poco dopo si siederà al suo fianco per spegnere il video con un pizzico di ironia.
Quindi i territori bazzicati sono decisamente fangosi già nelle premesse. Proseguendo la storia degenera in una spirale di assurda morbosità ristagnando nel raccapriccio più smisurato, e come gli piace rotolarsi nel putridume della violenza! Oh sì, le scene di sesso (finte, anche il membro di Milos è di plastica stile Tinto Brass) si fanno via via sempre più brutali con relativa sottomissione della donna di turno, esse si intrecciano poi con il gore nudo e crudo andando a creare un treno diabolico che colpirà dritto lo stomaco.

È una visione brutta, fine a se stessa, che in mancanza di solidi contenuti affoga in un compiacimento destabilizzante nel quale spiccano momenti repellenti come l’abuso del neonato e il totale annientamento del tabù freudiano dell’incesto.
L’escamotage del flashback rivelatore scoperchia inevitabilmente un paio di magagne al livello della sceneggiatura che perplimono alquanto, su tutte il siero simil-viagra capace di ingrifare Milos detto “andropausa” peggio di un bufalo afgano tenuto in isolamento per due anni, addirittura in uno slancio di virilità estrema picchierà a morte i suoi aguzzini con il pisello ancora ben bene in tiro. Ad essere deprecabili non sono solo le qualità amatorie che la sostanza sembra donare, ma soprattutto quelle che rendono il porno-attore uno zombi a disposizione del regista maniaco. E che Spasojevic non tiri in ballo il parallelo con le autorità serbe perché mi sembra immotivato.

Ad una torta così maleodorante non poteva mancare la ciliegina bacata col finale distruttivo (però in qualche modo inaspettato) seguito da un controfinale evitabile poiché tutto si doveva già esaurire con la drastica decisione di Milos, per la prima volta calatosi nel ruolo di padre.
Lo sconsiglio a gran voce perché c’è abbastanza male in giro che di questo film non ne sentivamo il bisogno; va da sé che il suo intento di sconcertare viene assolto a dovere, e se questo vi basta allora A Serbian Film potrebbe entrare nelle vostre grazie.

giovedì 1 luglio 2010

L'uomo, la donna e la bestia - Spell, dolce mattatoio

Parecchio tempo dopo, precisamente da La montagna del dio cannibale (1978), ritorno a navigare nelle agitate acque del cinema di genere italiano, e subito m’imbatto in un Cavallone, che di nome fa(ceva) Alberto, che nell’onda della rivalutazione internettiana moderna ha trovato un posto d’onore tra le file dei registi maledetti; definito come spina nel fianco della morale italiana, prima di Spell (1977), opera dai molteplici ed enigmatici titoli, gira un paio di film non proprio memorabili a leggere in giro dove il filo conduttore è sempre il sesso, il corpo, l’eros sporco. Dopo Spell, invece, partorirà l’allucinato Blue Movie (1978), poi praticamente il silenzio. Nel mezzo un film fantasma, Maldoror, che nessuno ha mai visto, ma di cui tutti gli appassionati parlano.

Mi ero disabituato – e mi sa pure disamorato – a questo cinema così grezzo, raffazzonato nel modo in cui esprime ciò che vuole dire, che quasi intenerisce per l’ingenuità dei dialoghi e la goffaggine degli attori sul set.
L’esile storia della pellicola racconterebbe di un paesello di provincia popolato da anime inquiete: moglie pazza che beve l’acqua del water, macellaio frustrato, poliziotto fedifrago, padre incestuoso. In una cornice da film corale ante litteram, Cavallone rimbalza freneticamente da un personaggio all’altro mettendone in gran mostra le doti meno nobili che stridono con il ruolo sociale che ricoprono. L’intento di mettere a nudo la brava gente di un grumo di case è operazione lungimirante et innovativa per l’epoca visto che i tempi della comunicazione globale in cui per sapere le ultime dall’inferno basta accendere il tg ancora avevano da venire e parlare così, di queste cose, doveva esser come girare nudi in piazza San Pietro la domenica mattina. Temo, però, che non molti abbiano dato adito a Cavallone, e ora, come per molti altri suoi fratelli, è troppo tardi.
Sì perché Spell è un film che sa di vecchio. Non so se avete presente, ma i vecchi hanno un odore strano, d’armadio chiuso, saliva secca, respiro di tomba. Saranno gli ultimi sbuffi di vita o i primi avvisi della morte, boh, sta di fatto che questa puzza lieve ha un che di meschino, di laidi segreti dimenticati. Ma allo stesso tempo, vedendo il povero vecchietto con quella pelle sottile e le ossa deformate dagli anni che quasi vogliono uscirgli dal corpo, si prova indulgenza, forse pietà nei confronti del suo odore malevolo.
Dolce mattatoio mi ha detto questo. Certo certo, le turpi immagini di (s)exploitation arricchite da citazioni intellettuali quali De Sade e Bataille, ci sono e resistono. Cosiccome tiene duro alla severità del tempo la cupola di perversione che mette sottovetro il paese. Sebbene vi sia più d’una caduta di stile (un phon usato per tramortire è poco credibile), trasuda del male da questa storia; che siano vermi brulicanti in una fetta di carne o l’ottima scena – la migliore – della moglie che nelle sue fantasie si abbandona al prete mentre il piede del marito impiccato penzola dallo schermo, si avverte un gusto sordido, lo stesso afrore dei vegliardi.

Ma quello che gli anni a mio parere hanno divorato è il senso, il messaggio e i suoi destinatari. Quale vuoto potrebbe mai riempire Spell? Quali risposte dare? Beh, ovviamente starete pensando che già alle origini non era un film dai grandi principi formativi visto il suo procedere per pennellate surreali, ad oggi però mi sembra arrivare fuori tempo massimo, e allora, nonostante il finale coprofago stile Pink Flamingos (1972), mi vien da sorridere e provo un pochetto di compassione. Come per le persone anziane, così buffe nei loro movimenti, così buffe nel raccontare le storie del passato che, purtroppo, nessuno a quei tempi ha ascoltato, e che ora suonano tanto inattuali.

martedì 22 giugno 2010

L'educazione sentimentale di Eugénie

A dirla tutta questo è, a mio parere, il Grimaldi-erotico meno peggio; poverello sotto più d’un aspetto e derivativo a schifo prendendo come modello il buon vecchio Marchese de Sade, il cui filone aureo credo si sia esaurito con Pasolini perché riscrivere il personaggio dopo Salò (1975) è una vera e propria impresa che non è riuscita nemmeno a Švankmajer, non proprio l’ultimo degli arrivati, con Lunacy (2005). Difficile, perciò, che un Aurelio Grimaldi qualsiasi riesca nel declinare al presente la figura del Divin marchese, difficile, già, se non impossibile. Dato poi il contesto vetusto, quella Francia ottocentesca tutta imparruccata, che mi risulta poco attraente per la sua predisposizione alla pomposità, al gonfiare tutto ciò che apertamente dice, dai dialoghi alle scenografie, ero portato prima della visione a pensare L’educazione sentimentale di Eugénie come ad un disastro. Alla fine il disastro c’è, ma a metà… o a tre quarti va’.

Non è che dopo la visione mi sia ricreduto al punto di rivalutare il film, ciò che mi aspettavo ci fosse l’ho trovato, più che altro attraverso l’irrimediabile bruttezza dei personaggi macchiette e della storia insulsa venata qua e là da blasfemia all’acqua di rose, la pellicola riesce a non finire direttamente nel dimenticatoio. Perché gli arcaici scambi di battute che con ghirigori sillabici descrivono le dinamiche sessuali sono una cosa talmente stupida da rasentare la divertente idiozia. Probabilmente non era nelle intenzioni di Grimaldi quella di far ridere, o se sì al massimo di far sorridere, tuttavia ci sono elementi comici che funzionano alla grande: vedere il Marchese provarci a letto col fratello superdotato non ha prezzo. Le risate proprio.
E poi i costumi, le acconciature, il pathos sprigionatosi (eccome no), mi hanno ricordato gli intrighi di Sensualità a corte, opera che ovviamente gigioneggia di meno visto il contesto serio (Mai Dire Gol) in cui viene presentata. A proposito, ho scorto una vaga somiglianza tra Valerio Tambone e Maccio Capatonda, quest’ultimo oltre a condividere la stessa capacità recitative, frequenta con ogni probabilità gli stessi illegali circoletti del Marchese di Dolmancé.

Dicendo che il film si fa passare per la sua essenza fanfarona non significa che si possa far passare tutto. Anzi anzi, il regista commette nuovamente dopo La donna lupo (1998) l’imperdonabile errore di far parlare gli attori in camera, uno stratagemma che aborro con tutto me stesso e che sottovaluta lo spettatore perché è come se un pittore scrivesse sulla cornice il senso della sua opera facendo così sfumare il procedimento di lettura personale che è una delle esperienze culturali più affascinanti. In questo caso di messaggi profondi non se ne potevano dare granché, ma almeno quel poco sarebbe stato meglio non dirlo così chiaramente!
Evitabili le citazioni a De André decisamente fuori luogo a meno che non si fosse voluto omaggiare la città in cui furono effettuate le riprese, Genova, in un palazzo diventato museo che tutto sommato si presta anche bene alla causa.
Gli attori, tutti, trasmettono un senso di rigidità costante nella loro impostazione appesantita dai dialoghi improbabili. Le facce che fa Sara Sartini nel vedere membri al vento sono indimenticabili, Antonella Salvucci, di riflesso, è un nome che 5 minuti dopo avrete già rimosso.
Per quanto concerne il reparto zozzerie gli scaffali sono belli che vuoti, si incensa la lussuria ma è tutto molto contenuto, peccato perché i corpi delle ragazze, per quel che si vedono, non sembrerebbero neanche male…
Mi sto convincendo che l’erotismo su pellicola abbia sempre meno da dire. Ma ha mai detto qualcosa? Domanda sincera, non retorica.

domenica 9 maggio 2010

La donna lupo

Ossignore caro che… che… obbrobrio!
Debole premessa: sembrerebbe che il runtime ufficiale sia di 80 minuti, mentre io ne ho visto una versione di poco più breve e perciò, ne deduco, tagliuzzata qua e là. Tenendo a mente ciò, La donna lupo (1999) resta, al di là d’ogni possibile salto, un film orrendo.
Non esiste una strada intrapresa da Grimaldi che conduca chi guarda alla più minuscola e solitaria riflessione. Il che non sarebbe un male trattandosi di una pellicola erotica, tuttavia il male c’è e si vede in quei sterili tentativi di lanciare a caso messaggi pseudo femministi che se io fossi una donna mi sentirei profondamente offesa nel sentire la Cannata perorare la causa delle donne libere perché è yeah e gli uomini invece sono buu e lei vuole solo scopare ché senza sentimenti è senza nome è senza tette. La sagra degli stereotipi è qui, annoiatevi senza vergogna.
Idem per lo sparring partner maschile che oltre a fare sogni idioti (la Cannata si struscia su un peluche è già di per sé un pessimo inizio) viene invischiato da Grimaldi in situazioni familiari rese in maniera grossolana e banale come i suoi pensieri durante i dialoghi in b/n che rappresentano il punto più irritante del film con le sue evitabilissime para-auto-meta-riflessioni: “ma questo è un film, no?” … Eh, purtroppo lo è mannaggia a te.

Il momento più rozzo se lo vince il siparietto dei 4 tamarri con i travestiti. A parte l’irrimediabile sconnessione col resto della storia permododire, lo scambio di battute tra loro e i viados è un insulto all’intelligenza di chi ascolta, se mi avessero detto “a coglione sei proprio uno stronzo” non sarebbe cambiato granché. A coronamento di tale sequenza trash, uno del gruppetto si mette a fare lo spogliarello sul tetto di una macchina; sulla scena è molto ma molto meglio stendere uno spesso ed impenetrabile velo pietoso.
E tutto perché? Per far sì che la donna lupo conosca due dei 4 tamarri per portarseli a letto. Praticamente Grimaldi vorrebbe fare una torta senza mescolare gli ingredienti, butta lì senza ritegno due o tre macchiette prese e ricalcate dal libro delle figurine senza nemmeno preoccuparsi di dar loro un minimo di spessore. Basta sentire le disquisizioni ideologiche del quartetto sull’arte di far pompini per eliminare più in fretta che si può il film per intero.

La regia è anonima, stampo classico, derivativa superficiale tediosa. Le musiche sono un pastrocchio che imbroglia classica, elettronica ed altri generi sparsi. La Cannata col suo pube demodé e l’occhio pariettiano verrà ricordata solo per un paio di fugaci fellatio e niente più. La Parietti, nonostante tutto, ne Il macellaio (1998) era più porca solo a guardarla sebbene non facesse niente per esserlo.
Non spreco altre parole. Sappiate solo che fra le altre cose si vede una scena in cui la donna lupo fa del petting con un tipo mentre dalla radio filtra la voce di Alfredo Provenzali con Tutto il calcio minuto per minuto, e un’altra scena dove un serpente si fa due passi sulla vagina della protagonista. E il serpente si chiama Gianduia.
Gianduia, cazzo.

giovedì 15 aprile 2010

Il macellaio

Ve lo dico io qual è la scena più bella del film: quando la Parietti entra nella macelleria di Manojlović e una radio in sottofondo emette le magiche note di T’appartengo. Una roba da pelle d’oca intensificata dallo sguardo ittico dell’Alba nazionale che smarrita fra polli e conigli appesi al soffitto (!) tenta di tenere a bada i suoi bollenti spiriti per ordinare una bella bistecca. Il tutto mentre la verace cassiera osserva sorniona e la voce di Ambra Angiolini scivola tra l’ordinazione e le occhiate trepidanti. In una parola, spettacolo!

I know i know, come sicuramente saprete anche voi Il macellaio (1998) è un fulgido esempio di guano cinematografico che nonostante goda di una reputazione imbarazzante è più famoso di altri film ben più meritevoli di lui. Il perché è facile facile: lei, la protagonista. Alba Parietti. Godendo al tempo di una certa visibilità grazie alla tv ed essendo quindi un volto noto anche e soprattutto negli anni seguenti, ecco che un insofferente al tubo catodico come me medesimo, si va a vedere per pura curiosità cosa combina la soubrette torinese con ‘sto macellaio nerboruto.
In realtà combina ben poco, e quel poco verso la fine.
Prima c’è un’approssimativa disamina della sua situazione coniugale con alcune grane relative ad una adozione. Lo spessore dei personaggi è tale da renderli sagome di cartone guidate dalla modesta mano di Aurelio Grimaldi; la vicenda possiede ovviamente una povertà di fondo che tutto l’ambaradan messo in piedi poteva essere tranquillamente condensato in un corto di cinque minutini. E poi, come letto in altri siti, vi sono reminescenze fantozziane nell’avventura fedifraga: Manojlović come il panettiere Abatantuono, Alina come la Pina. Peccato non aver visto il marito tornare dal suo tour, se no altro che sfilatini negli armadi, grandi salsicce come se piovesse!

Tornando seri (lol). Oltre alla scena con l’Angiolini in sottofondo, ci sono altri momenti tristi che mi pare doveroso menzionare. Così, a random: Alba che spia il macellaio e la cassiera fare all’amore nella cella frigorifera, i pensieri spinti del negoziante che sembra riscuotere parecchio successo con le clienti nonostante le sopracciglia a spazzola rovesciata, il petting fra i due amanti che è una delle scene più goffe mai viste prima e il montaggio finale che alterna l’amplesso viulento dei due al coro che canta alleluia diretto dal marito cornuto.
Nel cast si possono ritrovare alcune superstar delle fiction nostrane come Giulio Base e Caterina Vertova. Presenze, manco a dirlo, inutili.

Ma non ho ancora risposto alla domanda più importante.
Lo faccio ora. Sì, aho, alla fine la Parietti nuda ha un suo perché, e si può passare oltre i due canotti sopra il mento, peccato che si veda sempre di sfuggita. Ah, di cose zozze non ne fa, a meno che non vi eccitiate per un po’ di yogurt sulle dita.
Cult dell’inutile.

giovedì 25 febbraio 2010

Il fantasma

Sergio, giovane netturbino gay tendente alla perversione, conduce la sua esistenza tra cassonetti dell’immondizia da svuotare, “dialoghi” con il suo cane e freddi rapporti occasionali. Di notte però il ragazzo si trasforma, diviene il fantasma vestito d’una tuta in latex nera che si aggira per le strade di Lisbona cercando di soddisfare i suoi istinti più trasgressivi.

O fantasma (2000), primo lungometraggio del regista portoghese João Pedro Rodrigues, fu presentato al Festival di Venezia di quell’anno creando il classico scandalo. Ad indispettire furono scene di sesso orale tra due uomini, masturbazioni nature, e più in generale una visione del sesso fortemente deviata.
Rodrigues, recidivo poiché prima di questo film aveva girato un corto intitolato Parabens! (1998) che anch’esso affrontava il tema dell’omosessualità, costruisce un’opera scarna, priva di musica, e non parlo solo di una colonna sonora, ma anche e soprattutto di un’armonia interna, della consequenzialità e causalità degli eventi. Sebbene vi sia una traccia che permette al film di non perdersi totalmente (mi riferisco a: stato iniziale di Sergio –> incontro col ragazzo –> “innamoramento” e pretesa dell’oggetto sessuale), la fabula, ossia la descrizione degli eventi secondo la loro naturale successione e il sjuzhet, ovvero l’intricarsi e il rimescolarsi di tali eventi, si confondono terribilmente. Il fantasma è un film sconnesso in cui il regista gioca a fare l’Autore senza riuscirci; non basta una messinscena cupa ed uno stile laconico che va quasi contro l’idea di bello per ottenere l’effetto contrario, ossia per farsi piacere. Mi pare un po’ il discorso che avevo fatto con Battaglia nel cielo (2005): per cercare di rendere più accattivante una storia gli è stata data una forma naif che non giova alla metabolizzazione della pellicola. Anche se rispetto a Reygadas che aveva utilizzato un’estetica soporifera, Rodrigues si avvale di uno stile leggermente più accattivante, meno realistico e più metafisico.

Di positivo mi piace evidenziare il taglio con cui è stato trattato l’argomento sesso. È un taglio morboso e impulsivo che ben rappresenta la carica istintuale del protagonista. Certo, c’è un calippo in primo piano non semplice da giustificare, eppure trovo molto più gratuite perché immotivate, perché dozzinali, le avventure erotiche dei ragazzini di Ken Park (2002).
Il finale, forse rivalutabile ad una seconda visione, è il crollo aberrante di Sergio che non riuscendo più a sottrarsi ai suoi fantasmi, diviene uno di loro, anche di giorno, arrendendosi all’istinto. Ma il regista ci aveva già lanciato qualche segnale in precedenza con gli approcci del ragazzo all’amplesso che sembravano più animaleschi che umani.

Il fantasma non può di certo essere un film inseribile nella cerchia dei consigliati, ma se proprio dovessi fare una cernita tra quelli sconsigliati, questo potrebbe rientrarci.

martedì 12 gennaio 2010

Intimacy - Nell'intimità

Jay e Claire si incontrano ogni mercoledì pomeriggio a casa di lui. Non si conoscono, non si parlano, l’uno non sa niente dell’altra e viceversa. Fanno solo sesso.
Ma a Jay non basta, frustrato dal divorzio, un mercoledì come tanti pedina la donna per scoprire che recita in un piccolo teatro. Qui fa conoscenza con Andy, il marito di Claire, del quale diventa “amico”. Nel frattempo la relazione con lei va a rotoli.

Patrice Chéreau ha il merito di aver fatto cominciare la storia in un periodo temporale successivo all’ordine cronologico degli eventi. Mi spiego: nei film a tinte rosa, che siano o meno infarciti di scene erotiche, c’è uno scheletro speculare per ognuna delle opere. Di solito si parte con una breve presentazione di lui e di lei, poi si passa al momento dell’incontro, per proseguire nel magic moment della coppia che si concluderà con un evento nefasto spaiatore. Dopodiché si presenta un di solito breve periodo di separazione e infine si giunge alla conclusione, più o meno felice a seconda dei casi. Intimacy per fortuna svia gli inutili preamboli e va subito al sodo: un uomo e una donna fanno sesso. Punto. Questo permette al regista di “spalmare” le personalità dei due protagonisti lungo la narrazione senza essersele bruciate in una banale introduzione che avrebbe rischiato di smussare le molteplici sfaccettature. Il riempimento della trama con le vicende personali di Jay e Claire permette al regista di non precipitare nel pruriginoso, ciò è significativo poiché come non ho mancato di rimarcare qui nel blog, accade troppo di frequente che in questi erotici gli autori finiscano per ostentare autocompiacimento da tutti i pori.
Con Intimacy viene data al sesso un’essenza adulta… come dire: non libidinosa. Nella loro nevrosi gli amplessi non sono né lussuriosi né piacevoli alla vista a causa dei corpi poco attraenti coinvolti. L’erotismo è la parola muta, un silenzio urlato di Jay e Claire, il mezzo di comunicazione fra questi due sconosciuti. Una volta interrotto il collegamento la coppia non riesce più a rapportarsi.

E da qui iniziano le dolenti note. Dal momento in cui Jay vuole scoprire cosa c’è dietro la donna Claire, il film perde qualcosa. Il fascino della vicenda accumulato nella prima parte si sgonfia nella seconda che denota una certa ripetitività scenica condita da dialoghi lontani dalla realtà: difficile che due persone sul precipizio legate da un filo così sottile si mettano a discutere in siffatta maniera.
E Claire insegnante di teatro lo sa bene: “Nessuno vi crederà mai”, dice bacchettando due studenti durante le prove. E cosa trascina con sé l’innaturalezza della situazione? Scarsa immedesimazione, e dunque mancata partecipazione a livello emotivo.
Qui ci sarebbe da discutere se un film va ragionato nell’ottica di quel che È o di quel che FA. Il dubbio è amletico e l’unica via d’uscita pare essere un diplomatico in medio stat virtus.
Per cui Intimacy sarà anche un buon film, ma non ha saputo toccarmi dentro, intimamente.

martedì 22 dicembre 2009

Il sesso secondo lei

Vi racconto i primi dieci minuti: lei (che scopriremo in seguito chiamarsi Leila) entra nel bagno di una discoteca per bere. Lui (che scopriremo in seguito chiamarsi David) le fa conchetta con le mani sotto il rubinetto. Il loro gioco di sguardi è interrotto dalla fidanzata di lui che bussa alla porta. In pista le occhiate tra i due non mancano; nel frattempo Leila si porta un tipo fuori, lo attacca al muro e inizia a spompinarlo per bene. ”Stranamente” dietro di loro David ha parcheggiato la macchina, e una volta salito a bordo illumina coi fari la scenetta che ha davanti. La fidanzata se la ride e decide di imitare Leila in ogni movimento. Con soddisfazione dei due maschietti. Poi Leila e David inizieranno a frequentarsi fra mille (solite) difficoltà, ma non credo abbia molta importanza. Già da questa breve introduzione si può capire in quale territorio bazzichi il film. Se non ci fossero gli intermezzi erotici che sfiorano alla lontana la pornografia sarebbe una banale pellicola sentimentale con finale al miele. Banale lo resta anche così, ma per lo meno ci si può intrattenere un minimo con l’esibizionismo proposto dal regista jamaicano, ma canadese d’adozione, Clément Virgo.
Come la penso su questo genere di film l’ho già spiegato con Guardami (1999) e soprattutto con 9 Songs (2004), perciò non mi ripeterò. Tuttavia mi pare doveroso (ri)sottolineare di quanto queste opere siano pervase da un compiacimento quantomeno stucchevole, che sì, potrà anche inizialmente attirare l’attenzione dello spettatore, ma che a visione conclusa lascerà parecchio insoddisfatti.
Fin dal titolo si mette in luce da quale parte penderà la narrazione (attenzione però! Il titolo originale, Lie with Me, laddove il verbo “lie” va inteso come “giacere”, ostenta già meno rispetto a quello affibbiato dalla distribuzione italiana). Ma tale visione femminile del sesso che si vorrebbe dare è limitata a sterili elucubrazioni di Leila inserite fuori campo di tanto in tanto. L’inutilità di queste riflessioni, che spaziano, chessò da: ”Non voglio diventare buona, non voglio diventare gentile. Sarò cattiva solo per lui, scoperò solo per lui.” , a: “Volevo essere scopata mentre lui mi guardava, lui e cinque uomini ansimanti intorno a me che toccavano, che ridevano e mi stringevano le tette.” , producono un effetto di ilarità superiore a qualunque cinepattone (in ogni caso un effetto modesto), ma soprattutto trasmettono un senso di innaturalezza costante.
Peccato perché Lauren Lee Smith oltre ad essere bella è anche molto sensuale, una dote, questa, che molte attrici non hanno, tuttavia le parole che le vengono messe in bocca dal copione sciagurato sono imbarazzanti. Discorso inverso per il protagonista maschile, Eric Balfour, belloccio senza nerbo incapace di una che sia una espressione.
Non infierisco sulla sociologia spicciola che viene inscenata (ovvero: genitori in crisi = lei si fa bombare a destra e a manca), e sorvolo sulla psicologia fragile (ovvero: sboccia l’Amore = lei non si fa più bombare).

Non brutto, perché alla fine il film ha una certa dignità formale, direi inutile. Come le citazioni a L’Atalante (1934) dove l’unico punto di contatto con Il sesso secondo lei è l’assonanza fra i cognomi dei due registi, nient’altro.

martedì 8 dicembre 2009

Ken Park

Larry Clark, rinomato fotografo col pallino dell’adolescenza deviata, costruisce attraverso la sceneggiatura di Harmony Korine – regista di Gummo (1997) e quindi già un’autorità in questo campo – un film in cui le personalità dei vari characters si plasmano secondo un freddo procedimento algoritmico per cui se un genitore vedovo è ipersensibile, protettivo e religioso la figlia sarà una puttanella che non disdegna rapporti fetish e ménage à trois. Oppure se un padre è un alcolizzato, culturista fai da te, macho ma con tendenze omosessuali latenti e incestuose, il figlio sarà introverso, chiuso, una mammoletta che si stappa bong a iosa con gli amichetti.
Per Clark se il tronco è dritto il ramo crescerà storto. Come in un algoritmo dove ad un passo ne succede un altro, i ragazzi di Ken Park possiedono una personalità sempre opposta a quella dei genitori. Pur mandando a quel paese teorie psico-sociologiche l’idea in sé non sarebbe neanche malvagia, e da sola potrebbe bastare per poter definire il film (abbastanza) provocatorio. Ma evidentemente gli autori non la pensavano così e hanno deciso di spingere sul pedale del voyeurismo scabroso, quello che non omette niente, e mette più di ciò che c’è bisogno. La sensazione è che a Korine sia venuta in mente un’idea eccessiva e abbia fatto di tutto per enfatizzarla, come dire: ”Ehi sarebbe fico che un ragazzino si sparasse una sega con un cappio al collo mentre gurda in tv una partita di tenniste che tra un dritto e un rovescio ansimano come meretrici.” E aggiungendoci una “bella” ripresa ravvicinata di fresco sperma il gioco è fatto.
Ostentare in maniera così chiara le pulsioni sessuali di questi ragazzetti è un autogol clamoroso perché al di là di un’atmosfera pruriginosa che potrebbe anche attizzare la vostra libido, la rappresentazione della realtà condannata da Clark viene raccontata… attraverso i suoi stessi mezzi! La morale invisibile si perde nell’esibizione reiterata di immagini scioccanti messe lì solo per sollazzare il gusto di alcuni spettatori. Urlare è un’azione infantile atta a manifestare la propria presenza, e cercare di impressionare mettendo in mostra quanto l’anima dell’uomo abbia toccato il fondo è sinonimo di scarsa dimestichezza col mezzo cinematografico. Qualche babbeo potrebbe anche abboccare di fronte ad un cunnilingus (ma se davvero si voleva trasgredire perché non mostrare il rapporto tra Shawn e la madre?) o ad un efferato nonnicidio, ma Ken Park sarebbe stato un film di ben altro spessore se il regista ci avesse solo che suggerito almeno la metà delle scene presenti nel film, compresa l’ultima patetica sequenza di sesso a tre in cui si vorrebbe dare un barlume di speranza e dove invece si continua a navigare nelle acque torbide della sgradevolezza. Il mio non è bigottismo, per carità, ma se si voleva aprire uno squarcio positivo sulle loro vite era giusto allontanarli dal degrado sociale in cui ristagnavano senza continuare ad essere così sfacciati, perché così facendo Clark ha finito per mordersi la coda da solo.