domenica 19 settembre 2021

Hold me (Ca Caw Ca Caw)

La storia, che è d’amore, e quindi di dipendenza, di recinzione, di assenza, di monotonia, tra un pennuto ed un omino glabro ci perviene per mezzo di un’animazione disturbata già ravvisata in esemplari passati, o che passeranno, da questi parti: When the Day Breaks (1999) – che è un po’ il capostipite –, Benjamin’s Flowers (2012), Däwit (2015), Among the Black Waves (2016), ma, come dico spesso, non ci basterà una vita intera per scoprire tutte le possibili gemme oscure che si annidano in questo campo artistico, per cui, mettendoci l’anima in pace, dobbiamo considerare Hold me (Ca Caw Ca Caw) (2016) un altro oggettino non identificabile che pulsa come un bubbone nel tratto disordinato della sua regista (Renee Zhan, che chissà chi è, dove vive, cosa fa, ma che, nei crediti finali, ringrazia una “certa” Athina Tsangari), nel carboncino che delinea i fondali dell’abitazione e nelle chine tremolanti che configurano i due protagonisti, la coppia disamorata e prigioniera di se stessa. D’altronde che qualcosa non quadrasse emerge fin da subito: perché un goffo volatile volteggia nel salotto di un appartamento sgangherato? I segnali di un rapporto poco sano si leggono nell’anomalo apparato imbastito dalla Zhan, tipo quando l’uomo viene imboccato esattamente come si fa con i pulcini o quando assistiamo al tentativo di fuga da parte dell’uccello.

C’era la necessità di inserire un elemento capace di spezzare l’insalubre equilibrio illustrato, quale migliore occasione se non la scelta di introdurre una mina vagante in grado di attirare su di sé il vero sentimento: un figlio, dentro un uovo ovviamente. In realtà l’ometto non sembra nemmeno soffrire troppo di gelosia, il gesto che compie, tanto devastante per l’animale, è vissuto dall’umano con indifferenza, lui aveva solo fame. Constatata la tragedia il corto entra in fibrillazione: al grigio e nero si aggiunge un altro tono, il gialloarancione del tuorlo che dilaga in ogni direzione, sul luogo del delitto, in un lago onirico dove forse il pennuto comprende la bassezza del suo partner (eccolo lì, con uno di quei vermi cicciotti che girano per casa attaccato al pene), in un sole miniaturizzato dentro il forno. E così, tra stranezze e perversioni sessuali (anche piuttosto esplicite), ci arriva dritta dritta la cronaca di un suicidio con tanto di minuziosa preparazione, coronamento di una visione curiosa solo ad una distratta occhiata, ma cupa e realmente atra nella sua essenza.

venerdì 17 settembre 2021

Old Is the New

È una produzione piccola piccola questo Old Is the New (2012) girata da due fratelli svizzeri di nome Dario e Mirko Bischofberger in un paesino del Salento, qui, nei territori tanto cari a Edoardo Winspeare fatti di tradizione, cultura, accoglienza, tamburelli, ulivi, vento, pietre bianche, anziani sulle sedie, dialetti vivi, feste locali e masserie decidono di introdurre Jessye, una giovane ragazza cinese arrivata in Italia per conto di un’agenzia turistica con lo scopo di trovare nuovi potenziali luoghi vacanzieri per i suoi connazionali. Lo affermo fin da subito, il film ha i tipici limiti di chi è costretto ad arrangiarsi come può senza avere dei budget sostanziosi da cui attingere, sicché, se il vostro occhio è esclusivamente orientato a lavori d’alto professionismo, allora questa non è roba che fa per voi, agli altri dico invece che se si ha la costanza di aggirare lo scoglio di una manifattura non da serie A, è possibile scovare un’idea che puntella l’opera ed anche delle riflessioni che da essa scaturiscono, il che, in fondo, non è male per un lavoro che sulla carta non riuscirebbe a guadagnarsi neanche due centesimi di credibilità.

L’area di manovra è quella capillarmente conosciuta del documentario che oscilla tra una ricerca del reale ed il suo inconciliabile opposto. I due elementi che formano l’impasto dicotomico non funzionano allo stesso modo, tutte le parti in cui si affaccia lo spauracchio della sceneggiatura, del copione, della recitazione, sono debolissime, gli attori improvvisati non risultano adeguati a sostenere dei dialoghi di fronte alla mdp (le apparizioni del seppur simpatico Rocco sono a dir poco arrugginite, il culmine – verso il basso – è la scenetta nel bar Manhattan con l’approccio alla vicina di tavolino) ed il risultato generale quando Old Is the New vuole essere un film-film è proprio modesto. Come accennavo prima però i fratelli Bischofberger cercano comunque di fare del loro meglio nel campo delle intenzioni e, se seguiamo l’ossimoro del titolo, capiamo a ciò che erano interessati, ovvero di offrire allo spettatore un ritaglio, una micro-cartina, un fazzoletto di contemporaneità inserendo un elemento estraneo all’interno di un contesto quasi arcaico, inalterato da lungo tempo. Il nuovo, sotto le spoglie di una curiosa cinesina, penetra nel vecchio, la crasi comporta delle conseguenze inevitabili: le due istanze fanno conoscenza reciproca, si piacciono, si seducono a vicenda. Jessye è un simbolo di alterità che scuote l’immobilismo del paese, non è un terremoto ma, come dicono i protagonisti, il mondo è mutato e, ad esempio, il bar Lux ha bisogno di una ristrutturazione.

Quindi abbiamo un delicato scontro/incontro che apre a qualche timida ponderazione oltre i confini della pellicola stessa. Non che il respiro sia universale e garantisca chissà quali illuminazioni, però si evade quel tanto che basta dalla storia inscenata per far trapelare qualche spiffero capace di mettere in moto il nostro cervello, o perlomeno quello del sottoscritto a cui non è dispiaciuta la sincerità che sottende il tutto, come non sono da deprezzare delle mini intuizioni, non a caso lontane dalla fiction, come le interviste architettate ai vari paesani che ci raccontano degli strascichi lasciati dalla dipartita di Jessye, oppure, andando proprio nel dettaglio, l’evocativa carrellata di primi piani che mischia gente locale ad altra di origine asiatica. Il finale riporta apparentemente la situazione ad un suo equilibrio perché sulle note di Modugno sia Jessye, alfiere di una lingua parlata da miliardi di persone, sia Roberto, l’ultimo ad esprimersi in griko, scompaiono nel nulla. Niente è cambiato allora? Per Franco, Salvatore, Antonio e Maria Assunta è plausibile che, al contrario, molto sia cambiato perché un appuntamento ravvicinato con ciò che è diverso, che è nuovo, non lascia mai come si era prima.

mercoledì 15 settembre 2021

No, you're never gonna feel complete

Nient’altro che questo.

giovedì 9 settembre 2021

Diamantino - Il calciatore più forte del mondo

Escludendo Palácios de Pena (2011) che peraltro non raggiungeva un’ora complessiva di girato, il debutto nel lungometraggio per Gabriel Abrantes arriva solo nel 2018 con Diamantino, sempre con l’aiuto del sodale Daniel Schmidt, il che suona un po’ strano perché il nome di Abrantes gira da tanti anni nei circuiti cinefili ma ciò si è dovuto ad una cospicua produzione di corti che sono passati in molti Festival in giro per il globo, suona meno strano, invece, il film sotto esame che detto tra noi strano lo è eccome, tuttavia se inserito nel curriculum del portoghese allora direi che si è in linea con quanto l’ha preceduto, anzi, visto il maggior minutaggio a disposizione Diamantino è un bel pentolone eccentrico che ha come base la riproduzione apocrifa di un Cristiano Ronaldo, i registi modellano a loro divertimento un calciatore-idolo, un asso del football, che però ci riserva una sorpresa: è un bambinone, un personaggio disneyano dal cuore immacolato (e ancora una volta viene spontaneo ricordare il legame tra il cinema lusitano contemporaneo e la fiaba), e il dotare di tali caratteristiche il protagonista è una mossa disorientante che rovescia le aspettative tanto da farci subito prendere atto di un aspetto: l’opera non è un ritratto satirico di Ronaldo e men che meno è la parodia di un campione, è, al contrario, la messa in scena parossistica di ciò che lo circonda. A partire dalla famiglia, con due sorelle arpie (anch’esse, ovviamente, disneyane) che pensano a sfruttare il fratello per ingrassare i loro conti segreti a Panama, arrivando ad un’intera nazione e al progetto iper-sovranista di staccarsi dall’Unione Europea usando Diamantino come un Balilla clonabile. Quindi non l’ipotizzabile figura di uno sportivo miliardario, che ha tutto, ogni tipo di lusso, ogni donna, ogni capriccio, però vuoto di sensibilità, di emozioni, di valori, ma, all’opposto, una realtà esterna che è un mare di squali pronti ad azzannare il povero e ignaro fuoriclasse.

Per portare avanti questo gioco che viaggia sul binario dell’incomprensione (spassosi i travisamenti sulle parole da parte di Diamantino), Abrantes si rifà ad un immaginario che ha coltivato nei lavori precedenti, da The Hunchback (2016) e The Artificial Humors (2016) pesca un uso della computer grafica che ha un nonsoche di gradita artigianalità (vogliamo parlare dei cagnolini extralarge che scorazzano per il campo? Un tenero, tenerissimo trip) dal quale deriva un’atmosfera che, di nuovo, ha un nonsoche di futuristico, quella tipologia di fantascienza che pensa ad un mondo non troppo lontano dal nostro, e qui, in una trama che accoglie una varietà di registri, c’è anche spazio per un accenno di spionaggio con Aisha che nel finale fa irruzione nell’antro dei cattivi in costume da bagno neanche fosse una Bond girl. In uno zibaldone del genere gli autori riescono a non risultare posticci nemmeno inserendo la questione dei migranti, anzi è a loro utile per innervare l’umanità del fantasista di un amore verso i più deboli, una necessità che troverà catarsi con l’adozione del figlio. La traccia sentimentale che pian piano emerge nella storia è forse l’ingrediente che meno mi è piaciuto perché è costretto a muoversi in un corridoio che ha una sola direzione, nel senso che è facile prevedere lo svolgimento dei fatti che accadranno per via del palese coinvolgimento di Aisha, è comunque una macchia di poco conto che sparisce nella brillantezza dell’insieme.

Ritornando a Diamantino vorrei spendere ancora qualche parola sul ribaltamento che ne è stato dato. Sia che lo si consideri il fantoccio di CR7 (al di là della somiglianza fisica è innegabile per una serie di gustosi dettagli che si lasciano allo spettatore) o una qualunque altra stella del calcio mondiale, il percorso emotivo-formativo pensato per lui diventa addirittura trasformativo, in un mandato di lesa maestà verso il Re del Football, verso una macchina dalle fibre muscolari in perenne tensione oculatamente esibite sui remunerativi social network, Abrantes & Schmidt scagliano il loro dardo provocatorio: in una società che fa assurgere a divinità un uomo che in fondo fa solo il suo mestiere, che ne esalta la virilità, la bellezza da divo, il piacere dello sfarzo, la tentacolarità commerciale, quest’uomo si ritira, da se stesso, dal suo corpo che diventa androgino, dal reale (l’epilogo non è del resto un sogno?), per essere finalmente libero e felice. D’altronde ogni favola che si rispetti ha una morale, solo che, essendo Diamantino un film intelligente, non ha la pretesa di impartire alcunché, c’è, sta a noi leggerci dentro.

Cari Gabriel e Daniel, mi avete fatto passare bene un’ora e trentasette minuti, vi mando la mia sincera gratitudine.

domenica 5 settembre 2021

Pussy

Una ragazza è sola a casa ed in completo relax vorrebbe dedicarsi a se stessa e al suo piacere, ma uno strambo inconveniente è dietro l’angolo...

Piccolo, ma che dico!, microscopico cortometraggio animato firmato da una giovane polacca di nome Renata Gąsiorowska dal titolo Cipka (2016) che ha ricordato al sottoscritto Dust Kid (2009), soprattutto nella semplicità realizzativa, poche linee, sfondo bianco, figure basiche, qualche accento estroso, ma anche nell’atmosfera che si vuole perseguire: domestica, o, per meglio dire, intima, davvero intima, del resto la masturbazione è un atto personale e non è probabilmente un caso se l’unico altro personaggio del film, una sorta di procione voyeur, viene malamente allontanato dalla vagina mutata in mostro dentato. Ecco, la suddetta mutazione deriva poi dall’elemento centrale del lavoro, un’inaspettata indipendenza dell’organo sessuale femminile che non solo scorrazza per la casa ma che prende in mano la situazione: dopo una timida sollecitazione la vulva mobile inizia a fare sul serio conducendo la protagonista ad un’estasi che la Gąsiorowska sottolinea attraverso una trasformazione estetica, fuori l’ordinaria bidimensionalità casalinga, dentro forme che fluiscono colorate e astratte fino a raggiungere l’acme orgasmico e poi, finalmente, la pace. Si tratta, in stretta sintesi, di una celebrazione del godimento muliebre sancita dall’emancipazione della sua fonte. Inutile? Be’, diciamo non certo indispensabile ma comunque divertente.

venerdì 3 settembre 2021

Workingman’s Death

Documentarista e non solo (c’è a quanto pare dell’altro oltre Workingman’s Death [2005] e Whores’ Glory [2011), Michael Glawogger, deceduto nel 2014 in Liberia a causa della malaria, ci propone con questo film un reportage di inizio millennio sul concetto di lavoro manuale applicato in condizioni al limite dell’umano, però mi sento subito di dire che non si tratta di un titolo che vuole denunciare specifici ambiti professionali sparsi in giro per il mondo, l’obiettivo di Glawogger è più alto, rientra probabilmente in una riflessione dalla portata economico-filosofica che si riflette nella struttura stessa del film. L’inizio ci trasporta appunto nelle laide miniere del Donbass, un esempio che potremmo definire originario di “manovalanza” (i minatori e Glawogger stesso citano non senza ironia il buon vecchio Stachanov) ed il tutto finisce in una acciaieria dismessa in Germania riconvertita in polo artistico, alla luce di ciò è evidente che ci sia un percorso, forse trasformativo, forse no, l’impressione di chi scrive è che nemmeno il regista ha saputo definirne i contorni, ma di certo abbiamo un tragitto che partendo da una bellissima citazione di Faulkner rimbalza da una parte all’altra del globo quintuplicandosi in una visione etnografica, l’assalto è a tratti lodevole e la materia ripresa (in senso letterale: lo zolfo giallognolo, le interiora delle mucche scannate) deborda dallo schermo per la nostra gaiezza cinefila.

Affermerò una banalità: il segmento indonesiano e quello nigeriano sono di gran lunga le porzioni che hanno l’impatto più rimarchevole su di noi. È inevitabile del resto, in entrambi i casi Glawogger scova ambientazioni ed esseri umani all’interno di esse che non possono non attrarre la nostra attenzione, in più l’austriaco sembra trovare una fluidità nelle riprese e una ragione d’essere (di essere lì, di essere dentro quei posti per davvero e non come un ospite posticcio) tali da farci sgranare gli occhi, inutile sottolineare quanto sia “bello” seguire i lavoratori asiatici sulle vertiginose pendici del vulcano (a proposito: divertente il contrasto tra i turisti che si sollazzano vicino ai trasportatori di zolfo) oppure quanto sia tremendo venire catapultati dentro l’infernale mattanza di Port Harcourt, è una roba potente, sul serio, che merita di essere vis(su)ta, è una delle istantanee reali che più si potrebbero avvicinare all’idea di oltretomba: sangue, sgozzamenti, pneumatici, fumi luciferini, la puzza immonda, gli animali, i bambini. Grazie, Michael.

Il discorso cala un po’ a mio modo di vedere con i due segmenti successivi, molto banalmente: ciò che viene mostrato in Pakistan e Cina non ha la medesima forza attrattiva di quanto preceduto, è proprio una faccenda epidermica, di magnetismo estetico, le navi arrugginite del Belucistan o le fabbriche di Angang non provocano le medesime collisioni, ciò non toglie che comunque vi sia della coerenza dal punto di vista concettuale. Come concludere allora la disamina su Workingman’s Death? Sicuramente evidenziandone i pregi riconducibili ad una certa solidità generale che si rispecchia in una alta consapevolezza del proprio mestiere, ci sono sprazzi di bellezza e, ovviamente, anche qualche ruggine (perché utilizzare le musiche?), più che altro l’elaborazione dell’opera a distanza di sedici anni acuisce uno sgravio di energia rispetto all’origine, come se nel lasso di tempo Internet e i network televisivi riconvertiti in piattaforme streaming abbiano triturato la cifra fondante delle immagini e i loro significati soggiacenti (se presenti), tradotto: facciamo sempre più fatica a sorprenderci, a emozionarci, a innamorarci.

martedì 31 agosto 2021

House with a Turret

Russia, inverno e guerra. Un bambino e sua madre si fermano in una città sconosciuta a causa dei problemi di salute della donna. Complicazioni in arrivo per il figlio.

Diretto a sei mani, l’ucraina Eva Neymann risulta regista principale con Ludmila Kulchitskaya e Ivan Rutkovskyi a coadiuvarla, e tratto dal romanzo autobiografico di Fridrikh Gorenshteyn (sceneggiatore di Tarkovskij per Solaris, 1972), Dom s bashenkoy (2012) è un film che non poteva che generarsi da una schermata nera perché, sebbene lo scenario sia per forza di cose abbacinante vista la neve che imbianca l’ambiente, la storia è cupa e non ha riscatto alcuno, non riabilita, non dà possibilità ulteriori, ipotesi, speranze (se non oniriche nell’ultima, trasognante, carezza materna), è, semplicemente, il diario di un’assenza di calore proveniente dal suolo russo e zone limitrofe, e non ci si riferisce soltanto alle condizioni climatiche ma anche e soprattutto a quelle umane, all’indifferenza, al mors tua vita mea che ieraticamente impregna ogni cosa. Ecco, se c’è una lezione che abbiamo imparato dal cinema sovietico che racconta il proprio passato è proprio un colossale vuoto d’amore verso il prossimo, e spesso chi finisce risucchiato in questa cappa di gelida noncuranza sono i più deboli, ovvero i bambini. Certo, Neymann non è Klimov e non è nemmeno Kanevskij, però pur non avendo la stazza del “filmone” House with a Turret arriva a possedere un peso specifico, una cifra distintiva che illustra lo smarrimento di un bimbo in un mondo inospitale. Il film vuole portarci qui, e così succede. Il tono austero e distaccato non si lascia mai andare ad apici drammatici tanto che l’evento mortuario a metà proiezione si consuma più che altro negli occhi sgranati del piccolo invece che nei nostri.

Ma è la seconda parte ad essere più coraggiosa della prima che, in buona sostanza, aveva fini per lo più esplicativi. Quando il protagonista riesce a salire sul treno grazie all’aiuto del padre di famiglia (è l’unico barlume di umanità che si intravede), la narrazione evapora, non succede concretamente più nulla, oltre a constatare l’avversione della mamma nei confronti del bimbo e l’entrata /uscita in scena di ambigui viaggiatori (mi prendo ogni responsabilità: ho visionato una versione del film con dei sottotitoli a dir poco ballerini e potrebbe essere che non ci fosse nulla di ambiguo ma solo un’ottusa incomprensione del sottoscritto), il racconto si diluisce, si perde nell’ipnotico rumore del convoglio, nelle riprese esterne di ruderi che affiorano dalla neve, di alberi spogli, di uccelli neri appollaiati sui rami secchi, e tutto scorre, tutto va, non si sa bene in quale direzione ma va, mentre nei vagoni, al suono triste di una fisarmonica, le facce dei viandanti sono mappe di paure e vicissitudini profonde. È quintessenza di un cinema in b/n che può arrivare solo da quei territori e che manifestandosi riporta a noi l’eco di una galassia persa in un tempo che ci sembra il Medioevo ma che invece è stato giusto settanta anni fa.

Due extra di cui non sentivate la mancanza:

1) come sono giunto a Dom s bashenkoy? Parecchio tempo fa mi capitò di leggere il curriculum di Yekaterina Golubeva e mi appuntai questo titolo. Poi Katja, Katia, Katerina o qualunque fosse la traslitterazione corretta del suo nome, se ne andò per sempre nel 2011 e House with a Turret dovrebbe (uso il condizionale perché IMDb indica due successivi film usciti postumi che la vedono scritturata) essere la sua ultima apparizione. Quella carezza a fine film diventa quindi qualcosa di più.

2) la vicenda qui affrontata è una buona occasione per consigliare il saggio edito da Adelphi nel 2019 Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935). Una bella (si fa per dire) finestra storica su un fenomeno sociale che colpì la Russia negli anni che vedete tra parentesi in cui tra guerre e carestie si formò una nuova fascia (sub)sociale costituita da bande di bimbi soli al mondo che vagavano in una realtà di freddo indicibile e fame nera. Che cosa accadeva a questi poveri bambini ve lo spiega bene la penna di Luciano Mecacci. 

domenica 29 agosto 2021

Canis

Sporco è sporco Canis (2013), o almeno lo è se viene raffrontato ad altri oggetti similari passati da queste parti come Oh Willy... (2012) ed Edmond (2015) che condividono con il lavoro del duo spagnolo Marc Riba e Anna Solanas un approccio allo stop-motion “homemade” bello estroso (come del resto è da tradizione), anche qui materiali quali il feltro e la lana addobbano i pupazzetti in scena nonché la scena tout court. La sporcizia sopraccitata si enuclea in un’atmosfera davvero plumbea, un po’ post-apocalittica se non proprio romeriana (al posto degli zombie ci sono dei rabbiosi cani randagi), e da alcuni tocchi di crudeltà che rabbuiano il tutto (l’anziano che cade dal tetto per finire letteralmente disossato dal branco), di Canis non si può certo dire che sia un corto solare e di ciò alla coppia registica bisogna riconoscerne i meriti (anche la componente sonora divisa tra l’iroso abbaiare e delle distorsioni elettriche ne amplifica la cifra dark). È evidente però che la “lordura” con cui abbiamo a che fare non ha una profondità, è patina, niente si scardina o impressiona, ok, si osserverà, il contenitore non permette troppo: giusto, tuttavia è doveroso per chi scrive evidenziarlo.

Che poi ci sarebbe anche nel plot un macro-evento dall’aroma sovversivo (sempre nei confini dell’animazione ovviamente), ossia il congiungimento carnale tra il protagonista e la donna-cane. È l’episodio centrale che attira a sé la narrazione (quanto vediamo [l’assedio canino, la vita resistenziale] è una preparazione all’irruzione dello strano essere nella casa) per mutarla, capovolgerla, dopo il parto infatti il ragazzo si stringe al petto il figlioletto ed esce ad affrontare il mondo armato di spranga, il lungo asserragliamento nell’abitazione rimane alle spalle. In tema di racconto ci può stare, è un cambio di ritmo e prospettive che ribalta l’assunto iniziale anche con un pizzico di degenerazione (l’amplesso in fondo è... bestiale), ma è sufficiente a scalfire l’animo dell’esperto cinefilo con un lungo cv di visioni? Ahimè, non credo proprio. 

martedì 24 agosto 2021

Sollers Point

Matthew Porterfield non esce da Baltimora, quattro dei suoi sei lavori cinematografici sono ambientati lì e ben tre portano il nome di altrettante zone presenti in questa città del Maryland, c’è stato l’esordio Hamilton (2006) poi Putty Hill (2010) e infine Sollers Point (2017), quindi è quasi banale sottolineare che per il regista la geografia di riferimento non è propriamente un dettaglio, evidentemente da quelle parti la vita dei più giovani può incontrare pericolose deviazioni con tutti gli effetti scaturibili che potete immaginare, e Porterfield si trova a suo agio in una cornice del genere, la  panoramica che dà della provincia americana utilizza l’alfabeto del realismo per raccontare di droga, prostituzione, conflitti famigliari e orizzonti alquanto ridotti. È cinema indie americano in forma quintessenziale (lo certifica, in un certo senso, anche la presenza di una star come Jim Belushi), la tendenza è di ridurre piuttosto che implementare, di non dire troppo invece che di dire a vanvera. C’è però un problema a mio modo di vedere: che esattamente come per I Used to Be Darker (2013) il film sotto esame non ha tiro, è un riconosciuto compendio di situazioni e personaggi che non toccano, sono già scritti, già visti, e se ci mettiamo che anche il metodo trasmissivo non finirà negli annali di storia (almeno Putty Hill inglobava delle parentesi-interviste che rinfrescavano l’impianto generale), allora viene complicato consigliare Sollers Point.

In stretta sintesi il centro narrativo dell’opera è Keith, un ragazzo con un non specificato casino alle spalle che lo ha costretto agli arresti domiciliari per un tot di mesi, e intorno a lui orbitano altri piccoli pianeti con i quali è, ogni volta, prossimo al collasso. Porterfield pone il protagonista in una condizione di perenne instabilità che rimane nello schermo, del difficile rapporto col padre si registra poca roba capace di segnare l’attenzione, di quello con l’ex fidanzata ancora meno. Il girovagare di Keith, che in buona sostanza scandisce l’intero film, istituisce una composizione episodica dove si susseguono vari soggetti dall’esiguo spessore, tale frammentarietà non fa bene alla pellicola che spera di tenersi in sella mostrando le tentazioni in cui Keith ricade, suggerendo perciò nel contesto locale una strada fatta di perdizione ardua da abbandonare per chi non sa bene come tirare avanti. Gli scazzi con la banda del quartiere, la fugace relazione con una spogliarellista o l’incontro casuale con una studentessa di arte (segmento forzatino nelle premesse e nel breve sviluppo che non ho affatto gradito) insieme ad ulteriori frangenti di esigua entità, descriveranno anche la complessa realtà esteriore e interiore che Keith vive ma, appunto, non si va al di là della descrizione, il che fa spesso allontanare il sottoscritto da qualsiasi tipologia di visione, soprattutto per una così dove tutti i come e tutti i perché che mette in campo sono nel nostro database da molto, moltissimo tempo. 

martedì 17 agosto 2021

Alice

Già al primo lungometraggio Marco Martins si rivela autore oltremodo austero, Alice (2005) pur imbevendosi di pura tragedia (la storia è questa: Alice, quattro anni, svanisce nel nulla e i genitori non possono che essere disperati) non esacerba mai i toni né cerca di esibire l’immane dolore che colma le anime di Mário e Luísa. Il flusso filmico, ovvero la fusione della componente narrativa con quella estetica, arriva come un monolite grigiastro simile alla Lisbona carpita, una città fredda e insensibile alla scomparsa. Non so se due indizi fanno una prova ma ripensando anche all’opera successiva How to Draw a Perfect Circle (2009), altro dramma dal carico pesante e dalle intenzioni parecchio ardite, si nota che Martins è a suo agio nell’urbanità slavata della metropoli e che tale sbiaditura non è altro che il riflesso di ciò che racconta. Appunto, il racconto: l’attenzione è riposta sul padre e sul metodo (leggi: illusione) escogitato per provare a rintracciare Alice, una specie di Grande Fratello lisbonese che si unisce al rituale quotidiano di ripercorrere passo passo l’itinerario effettuato nel giorno della sparizione. In generale tutta ’sta faccenda dall’iterativa concretezza è godibile, ma se Martins aveva il proposito di spingere il pedale sul tema dell’ossessione allora mi è parso essersi fermato ad una distanza di sicurezza, non si è preso il rischio di salire d’intensità.

Strutturalmente invece il regista opta per un rimpallo temporale che mischia un po’ le carte in tavola e la percezione che si ha della vicenda. A metà film scatta infatti un lungo flashback il cui termine è forse portato avanti fino alla fine della pellicola (il che starebbe a significare che la vera fine sia all’incirca quando Mário quantifica i giorni senza Alice) e che chiarisce alcuni aspetti fin lì non granché immediati, si potrebbe discutere se la scelta sia azzeccata o meno (si sa, a volte dire troppo è dire niente), fatto è che ad esempio veniamo a sapere del perché il papà sia così fissato con le videocamere (non male la scena di fronte alla parete di televisori). Il salto cronologico all’indietro non riserva tuttavia particolari sorprese, il mood disposto da Martins è una costante dal principio alla conclusione, l’abusata espressione “senza picchi né pecche” che viene in soccorso del recensore a corto di idee calza perfettamente ad Alice, se siete interessati ad un titolo che non eccede in banalità ma che nemmeno vi farà battere il cuore allora siete nel posto giusto.

giovedì 12 agosto 2021

Solenoide

Mircea Cărtărescu
2021
il Saggiatore; 944 p. 
 
Può una mente, dopo essere riuscita a rappresentarsi sia la totalità, sia l'eternità, accettare che non è eterna e onnicomprensiva? Posso accettare che mi è stato dato, in questa vita, di contemplare l'universo con un cervello di gatto, di granchio o di lombrico? Posso sapere che l'universo è intelligibile, ma che a me non è concesso comprenderlo?

Per curiosità sono andato a cercare le copertine di Solenoide nelle diverse traduzioni uscite in giro per l’Europa a partire dall’edizione originale edita da Humanitas, la casa che ha l’onore di pubblicare Mircea Cărtărescu prima di tutti gli altri, e ho riscontrato che in Rete se ne possono trovare ben due all’ombra del drapelul: una ha il titolo monolitico che campeggia in bella vista con sopra il nome dell’autore, mentre l’altra offre una rappresentazione di quello che potrebbe essere un quartiere urbano visto da un pittore simil-cubista. La versione spagnola ha invece puntato su uno dei luoghi cardine del libro, ovvero la casa a forma di barca dove vive il protagonista, mentre quella tedesca al pari della francese ha fatto un po’ come la pubblicazione romena, titolone d’impatto e via (anche se l’editore transalpino dietro le lettere ha stampato un disegno che forse – e ripeto: forse – è la piantina di una città, dallo schermo non si riesce a capire). Questa premessa per arrivare a parlare della “nostra” cover a firma del Saggiatore che ha strappato il maestro bucarestino dal parterre de rois di Voland mantenendo però il medesimo traduttore, il prode Bruno Mazzoni. Lì a Milano le copertine le sanno fare, e pure bene, l’intero catalogo ha un forte carattere identitario, se vai in libreria e vedi un volume bianco con un’immagine che attira l’attenzione stai per certo che è roba loro, per Solenoide, opera attesissima la cui uscita è stata rimandata più volte negli anni incrementando la bramosia di noi poveri lettori in attesa, il lavoro svolto a livello visivo non si è subito segnalato in fatto di memorabilità, il pensiero che ho avuto quando sono iniziate a circolare le prime foto è stato che un volume così importante meritava una veste migliore. Però poi leggendolo, venendo risucchiato da questo formidabile luna park di invenzioni letterarie, ho cambiato idea. A farmi guardare le cose in maniera diversa ci ha pensato uno degli ultimi capitoli, il quarantacinquesimo, dove il protagonista compie un viaggio psico-fisico dentro... una colonia di acari, nel cuore di un universo apparentemente minuscolo che nei fatti si rivela non così diverso dal suo. Ecco allora che la scelta saggiatoriana assume una pregevole valenza concettuale, quasi da istruzioni per l’uso: entrare in contatto con Solenoide, toccarlo e guardarlo per la prima volta, significa affacciarsi su un oblò circondato da tracce ematiche che fornisce l’accesso ad un altro mondo: Bucarest, epicentro narrativo da cui si dipanano in ogni direzione possibile (e impossibile) altre storie che appartengono ad ulteriori galassie immaginifiche. È un movimento catabasico perché ci sono delle concrete discese dantesche nel romanzo (c’è anche la guida adatta: Virgil), e al contempo permane una traiettoria panottica, dove io, dall’alto, riesco a leggere tutto, ma solo fino a quando non mi rendo conto di essere letto, e allora il mio sguardo divino diventa lo sguardo di un insetto: avere i pidocchi ed essere me medesimo il pidocchio che zampetta sul cranio (rimane una delle parole più usate dal Cărtă) di un gigante sepolto. Solenoide è una faccenda di prospettive, e quindi di grandezze, che mette in relazione le unità di misura dell’esistenza attraverso la letteratura. È un libro maestoso a cui bisogna inchinarsi con ammirazione perché partorito dalla mente dello scrittore più visionario e più geniale che calpesta insieme a noi il suolo di questo sassolino verdeazzurro disperso nello spazio.

Rimanendo nella produzione di Cărtărescu viene automatico fare dei paragoni con Abbacinante, l’epocale trilogia di cui avevo tentato di parlare affrontando l’ultima parte, Abbacinante. L’ala destra (Voland, 2016). Inizialmente la percezione che il sottoscritto ha avuto durante le prime quattro, cinquecento pagine di Solenoid è stata di un’organicità differente rispetto ad Orbitor. Spiego: nel trittico la struttura narrativa possedeva un impianto che a prescindere dai soliti incredibili slanci nel surreale manteneva certi capisaldi che ritornavano ciclicamente nella storia, su tutti il concetto di simmetria simbolizzato dalla farfalla e canalizzato nel rapporto con il gemello perduto Victor (ripreso pari pari, tra l’altro, anche in una parentesi del suddetto romanzo). Qui le cose aumentano di complessità in modo esponenziale tanto che in maniera molto sbrigativa e superficiale si potrebbe considerare Solenoide fino ad almeno la sua prima metà una raccolta di racconti. Affermazione da stolti, lo so, però il susseguirsi dei capitoli ha nella lunga fase preliminare una forte indipendenza tra un passaggio e quello successivo, ok, il caro narratore utilizza come escamotage per raddensare il suo fiume di inchiostro l’idea dello scrivere un diario per mettere ordine tra le anomalie che hanno caratterizzato la sua vita, però la carrellata di stranezze che partono con lo spago generato dall’ombelico, passano attraverso la pelle semovibile di un soldato, i diorami di insetti giganti, amplessi volanti, un’enorme bambina che dorme in una fabbrica abbandonata, misteriosi visitatori notturni e via (via elevato al quadrato) dicendo, non ha nel concreto una marcata concatenazione effettiva. Non me ne lamentavo durante la lettura, e non me ne cruccio nemmeno ora che riordino i pensieri conclusivi, lo metto agli atti e ne prendo coscienza, è un’opera diversa, e questo Cărtărescu lo ha ribadito più volte durante le varie interviste, e lo è al di là della componente strutturale, ci sono digressioni storico-biografiche molto gustose su personaggi realmente esistiti (il matematico George Boole, i fratelli Mina e Nicolae Minovici, lo psicologo Vaschide – stratosferica la porzione a lui dedicata) che rappresentano un po’ una novità, ma, ovviamente, è anche un’opera che ha grande continuità con il capolavoro precedente perché lo stile di Mircea è sempre unico e grazie ai suoi interessi che esulano dalla letteratura e sconfinano nella medicina, nell’astronomia, nella matematica, nella fisica e nella metafisica, la sua prosa rimane sublime e ti fa sentire un asinello che mastica lento la carota quotidiana nel piccolo recinto in cui vive, e poi non si può sbagliare di fronte ai portentosi squarci onirici, le descrizioni di Bucarest o l’implacabile creatività che cinge ogni cosa (forse il mio episodio preferito è quello del vaso blu e in seconda posizione l’abduction aliena ai danni del custode), è un libro di MC, bastano tre righe per capirlo.

A viaggio inoltrato (mi sono segnato il capitolo numero trentasei come sorta di spartiacque) ho intuito, e non capito perché ora si entra in un territorio decisamente più grande di me, che quell’organicità citata poc’anzi non andava ricercata nei meccanismi di causa ed effetto che costituiscono le storie “normali” ma nella forma geometrica che è il Sacro Graal del romanzo: l’ipercubo o tesseratto. Lasciate perdere il rovello metaletterario del protagonista impegnato a scrivere il proprio memoir che poi risulta essere il libro che stringiamo tra le mani, Cărtărescu è un fenomeno nel gestire la faccenda ma l’operazione in sé non può venire considerata innovativa né troppo unificante in un’ottica globale, no, è doveroso concentrarsi su un piano... dimensionale, in particolare quello che va oltre le coordinate da noi conosciute. Per spiegarmi meglio prendo ad esempio quella critica che ha spesso ribadito di come gli scritti di Pynchon del passato avevano a che fare con la fisica quantistica, dal mio umile cantuccio sento che Solenoide è sulla medesima scia teorica, che l’impetuoso torrente che gli scorre dentro esonda per sua natura dagli argini della letteratura andando a fertilizzare e fertilizzarsi in altri campi di ricerca, cosicché le cinquantuno sezioni che lo formano sono le facce di un cubo impensabile ma che, in un luogo che non necessita della larghezza, della profondità e dell’altezza, esiste, esattamente come la casa-nave del Nostro, una dimora così piacevolmente simile a quella inventata da Mark Z. Danielewski che muta di stanza in stanza le cui porte fanno da ingresso a realtà ulteriori, si veda la salita nella torretta con Irina e le inerenti visioni psichedeliche. Dire che vi sia un’armonia coagulante non tanto negli eventi stampati su carta quanto nella concettualità perseguita dall’autore, peraltro in una materia non umanistica, è un’affermazione che comprendo discutibile, tuttavia l’invito è di fare in prima persona questa esperienza di decodifica per toccare quelle vette di apertura artistica per cui ad un certo punto gli innumerevoli anelli pensati dal romeno si uniscono in una catena di senso compiuto perché comunque l’approssimarsi del finale ha una sua progressione ed elementi/situazioni/personaggi ritornano per suggerire una sensazione di compiutezza.

Per i punti che rimangono oscuri, e non sono pochi, il tasso di suggestione tampona qualunque obiezione razionale. Nello strabordare generale mi va di sottolineare un altro congegno molto interessante messo in atto da Cărtărescu dove seguendo nuovamente un po’ il filo conduttore di Abbacinante si spinge sul tema del doppio ma declinato in una autofiction riflessa in uno specchio deformante. Non è infatti difficile vedere nel protagonista, un docente le cui velleità di scrittore sono state troncate durante la lettura pubblica del suo unico lavoro La caduta, il negativo del “vero” Mircea, lo scrittore affermato che vive della sua arte. Il rimpallo tra il contesto finzionale e la realtà fuori dal volume, seppur mimetizzato in mezzo a miriadi di altre cose, c’è e arricchisce il substrato intellettuale dell’opera. D’altronde non ci si deve stupire dell’abbondanza e della qualità a cui si va incontro, ritengo che Cărtărescu sia un Kafka nato settant’anni dopo che ha assimilato le principali correnti del ’900 mettendoci dentro il suo vissuto durante i complicati periodi passati sotto la dittatura di Ceaușescu. La misura della sua stazza, confermata da alcune dichiarazioni, è data anche dal fatto che scrive ancora tutto a mano sopra dei comuni quaderni e, aspetto che lascia allibiti, non esiste praticamente editing per i suoi romanzi, quello che butta giù è quello che viene mandato in stampa, un fluire vergine di parole che proviene direttamente dalla fonte in maniera pura e cristallina: meraviglia. Ma cerco di darmi un contegno, ci sono stati due o tre aspetti in Solenoide che invece ho gradito un filo meno, ad esempio le annotazioni dei sogni che non mi è parso aggiungano granché alla narrazione, oppure i capitoli ambientati nel preventorio che ricalcano il clima di Travesti (Voland, 2000 1° edizione), ma la parte su cui mi sono scervellato maggiormente è il finale. Cioè, è un finale grandioso, apocalittico, colossale, però, se ben ricordo, è davvero simile alla conclusione de L’ala destra, in entrambi i casi la scelta è di chiudere i conti con una solenne ascensione verso il cielo, vieppiù che lo scenario dove l’azione si svolge divenendo teatro di un’entomologa Creazione di Adamo per mezzo del contatto con l’immane statua della Dannazione, riaccade nell’Obitorio con modalità equiparabili a ciò che avevamo letto durante l’esplorazione insieme a Virgil, va bene l’evidenziazione del cambio di ruolo del protagonista da persona qualunque a leader illuminato, però in termini di aspettative avrei preferito venisse posizionato un punto diverso al termine dell’infinito discorso. Trattasi di sottigliezze comunque, osservazioni di una formichina che scribacchia nella sua cameretta interrata.

E poi alla fine ho fatto quello che dovevo fare, ho chiuso Solenoide e l’ho messo nella mia piccola biblioteca a sinistra de... L’ala sinistra, forse non è cronologicamente corretto ma il tomo del Saggiatore è più alto di qualche centimetro rispetto a quelli di Voland e quindi per banale ordine visivo mi è garbato così. Dopodiché ho fatto un passo indietro per vedere meglio tutti quei dorsi colorati, quelle costole di un organismo coricato in perenne espansione e infine sono andato a dormire. La prima notte è passata tranquilla. Durante la seconda un ronzio proveniente dalla libreria mi ha svegliato, allora a piedi scalzi mi sono avvicinato alla fila di libri e ho notato che Solenoide pulsava di una luce aurea, e insieme a lui altri tre o quattro volumi molto importanti, almeno per me. Avrei potuto sfilarlo via, riaprirlo, toccare ancora quel parallelepipido di carta e inchiostro, ma ho preferito lasciarlo lì perché lì è il suo posto, nodo energetico della letteratura contemporanea, chakra risplendente nel corpo delle parole del mondo. La terza notte ho d’improvviso aperto gli occhi e subito mi sono sentito leggero, sgravato dal peso delle afflizioni notturne, il soffitto era più vicino e sotto di me non c’era traccia né delle coperte né del materasso, levitavo in aria, sospeso nella stanza amniotica, rischiarato dal bagliore dei miei amati libri.

martedì 10 agosto 2021

Quintal

Inizia come un ritratto sociale Quintal (2015) del brasiliano André Novais Oliveira, una panoramica su un agglomerato di abitazioni che non sembrano proprio trovarsi a Beverly Hills, una piccola casa con dentro due anziani impegnati nelle loro faccende quotidiane, poi d’improvviso si alza un vento anomalo che riesce addirittura a sollevare la cara signora (e pure una lumaca) ed allora il cortometraggio si apre ad uno strambo tono che flirta con un’accennata commedia ed un’altrettanta abbozzata fantascienza, probabilmente la cifra sociale (e personale) sopraccitata si era già espletata nel docufilm coevo Ela Volta na Quinta (2015) dove nuovamente si ritrova la coppia attempata qui protagonista (che poi nella realtà sono i genitori di André) inquadrata con un taglio presumibilmente più impegnato (sarebbe la messa in scena della loro crisi coniugale), Quintal ne diventa quindi una propaggine di venti minuti scevra di approfondimenti intimi e orientata ad una leggerezza che non disdegna curiose sortite un filo disorientanti.

Tenendo ovviamente presente che insomma, stiamo parlando di ben poca roba, se nel suo piccolo Novais Oliveira ha un merito è quello di non seguire la corrente della facile illustrazione per, al contrario, lesinare ogni tipo di spiegazione. Il godimento spettatoriale è lontano da questi lidi ma perlomeno viene tenuta in vita fino alla fine la curiosità che il film suscita e in fondo non importa troppo se nessuno dei tasselli proposti trova collocazione e continuità. Che cos’era l’improvvisa brezza? Ed il varco dimensionale dal vago aspetto vaginale? E la parentesi con il politico che chiama la donna? Il regista per tutta risposta... non dà risposte e disinteressandosi di quanto appena detto piazza in coda un buffo ed inaspettato finale, oserei dire divertente se non fosse che ho smesso di divertirmi da almeno una decina di anni.

mercoledì 4 agosto 2021

Dear Zachary: A Letter to a Son About His Father

È un’atroce storia di cronaca nera americana che sta alla base di Dear Zachary: A Letter to a Son About His Father (2008), un documentario che, come da titolo, si propone sotto forma di missiva visiva ad un destinatario che purtroppo non potrà mai ricevere questa lunga raccolta di voci amiche dal cuore sanguinante, c’è un’estesa commozione che fa da motore al film e che Kurt Kuenne registra da una parte all’altra dell’Atlantico costruendo un mosaico che, almeno inizialmente, sa di agiorafia. Andrew era una persona eccezionale, era leale e brillante, di certo non era fatto per Shirley: tre pistolettate ed il suo corpo prono sul terriccio di un parco rimane l’ultima immagine che abbiamo di lui. Ed essendo che Dear Zachary è un’opera di memorie le immagini tratte da filmati d’archivio riaccendono il ricordo dei parenti che si riversa nella nostra azione di vedere-il-film, il rapporto che quindi si instaura in tali esemplari cinematografici tra chi vede e chi è visto calamita rivoli personali più o meno intensi che creano, o desidererebbero farlo, delle protesi empatiche in cui scorre tutto l’amore, o l’odio, per una o più vite che per motivi differenti non ci sono più. È il cinema, e nient’altro. Anche se, nel nobile lavoro di Kuenne, sentito, ammirevole, emozionante, sincero, di cinema inteso come ricerca artistica non ce n’è proprio. Ciò che speravo era di incappare in un oggetto discreto come Must Read After My Death (2007), premesse abbastanza vicine, risultati finali divergenti.

Non approfondirò ulteriormente lo svilupparsi della vicenda perché è realmente una pagina cupa (una delle tante) della contemporaneità che, tra le altre cose, mette a nudo un vuoto giudiziario tristemente paragonabile a quelli del Belpaese, e non riporterò nemmeno l’evidenza, ossia che più i minuti si susseguono e più il regista è stato obbligato a ricalibrare la portata argomentativa, dal memoir al legal thriller fino all’ideale passaggio di consegne: dal tributo ad Andrew al tributo rivolto ai coniugi Bagby che, se davvero esiste il karma o qualcosa di simile, nelle loro prossime esistenze raccoglieranno i meritati frutti, quindi no, non ritengo sia utile sottolineare oltre quanto appena detto perché qui vogliamo parlare della materia prima che modella Dear Zachary e per farlo non ci si può esimire dal dire che nonostante gli intenti siano alti la realizzazione è proprio di livello dozzinale, la sua configurazione appare pensata per una messa in onda in qualche network televisivo piuttosto che per una proiezione in sala. Per il sottoscritto il modo in cui Kuenne fa progredire la narrazione attraverso oculati taglia e cuci, intensificazioni audio e video è equiparabile ad un’iniezione di doping, è inquinamento, è tossicità. Poi sono d’accordissimo sul fatto che il caso Bagby-Turner debba arrivare al vasto pubblico e va bene così, ma la mia coscienza critica non ha potuto fare a meno di mettervi in guardia...

venerdì 30 luglio 2021

Everlasting Love

A tratti bruttarello, a tratti un po’ meno, Amor eterno (2014), il secondo lungometraggio del barcellonese Marçal Forés, comincia da un cliché a dir poco logoro: il carismatico docente, in questo caso di lingue orientali, seduce il discente timido e taciturno, la relazione che si crea (se così può essere chiamata) è in voluta contrapposizione con il titolo ed il correlato incipit in cui si affronta (per la prima e ultima volta), in un segmento effettivamente slegato dal resto, la tematica dell’amore e della sua possibile o implausibile eterna durata. In quanto accade dopo non c’è amore, c’è, al massimo, desiderio, perversione, smania, tutti elementi che Forés concentra in un boschetto (dovrebbe essere un’area del Montjuïc se ho ben capito) e dove registicamente parlando sembra trovarsi a suo agio, gli uomini che si aggirano furtivi ma ebbri di piacere tra le frasche ricordano per forza di cose le anime perdute de Lo sconosciuto del lago (2013) mentre ad una visione più generale pare che Forés abbia ammirato e apprezzato l’opera di João Pedro Rodrigues (l’immagine di un tizio nudo prono sull’erba è un’istantanea-simbolo che lo ricorda), chiaro che la classe di Guiraudie e del collega portoghese sono chimere irraggiungibili, rimane però il tentativo di estetizzare un peccaminoso limbo di solitudini con una forma che può possedere dei piccoli motivi di interesse, nulla che faccia trascendere, solo l’apprezzabile sforzo nel creare un’atmosfera non subitaneamente leggibile.

Mettendo un attimo da parte il clima che Forés è riuscito ad effondere (merito anche di oblique distorsioni musicali), emerge una modestia di fondo che sfoca non di poco l’impronta stilistica. Mi è parso in stretta sintesi che non ci sia nulla di stimolante sotto la cortina visiva, anzi se andiamo a riflettere sullo schietto intreccio ci si rammarica di aver puntato lo sguardo su Everlasting Love, l’avvicinamento tra Carlos e Toni è manualistico, schematizzato dai netti ruoli interpretati, in aggiunta la ramificazione thriller, scandita dalla presenza di altri studenti alquanto strambi, è l’infarcitura che non sfama, infatti la deriva splatter che si manifesta nel finale non ha convincente attinenza con l’argomento portante, risulta più che altro un colpo ad effetto per impressionare la platea, operazione fallita perché siamo abbastanza scafati da non cadere in trappolette del genere. Comunque, per quanto possa essere utile all’umanità intera, devo ammettere che partendo con l’idea di massacrare il film in oggetto sono finito in una grigia zona di biasimo, con qualche riserva.

lunedì 26 luglio 2021

Chop My Money

Non sorprende affatto la bontà di un frammento come Chop My Money (2014) visto che il suo autore, debuttando due anni dopo con il bislacco ma oltremodo intrigante Rat Film (2016), dimostrerà un’energia artistica da tenere a mente, e restando al corto in oggetto si può dire che Theo Anthony abbia svolto un’intelligente operazione di modellatura del reale, i dodici minuti che lo compongono sono infatti la condensazione di sei mesi passati dal regista nella Repubblica Democratica del Congo. La difficile situazione locale, immaginabile per noi occidentali, che il filmmaker americano ha tastato con mano per tutto il periodo del soggiorno è portata sullo schermo attraverso il filtro infantile di tre ragazzini del posto che giocano a fare i piccoli boss malavitosi in strada. Giocano, o forse no: la questione si scalda esattamente qua: almeno in quella che potremmo definire una prima parte osserviamo lo scarto possibile tra la concretezza e l’immaginazione dei bambini, il punto è che, purtroppo e probabilmente, non vi è scarto alcuno, per Patient e soci la percezione della loro esistenza è quella che tronfiamente decantano in camera, è la seduzione della perdizione, della via non retta, del soldo facile, delle potenzialità disumanizzanti: forse, non sono ancora effettivamente così, ma al pari dei tatuaggi disegnati col pennarello è possibile che un giorno così lo diventeranno per davvero. Ed Anthony li asseconda, ci ricama sopra un videoclip posticcio, un coperchio “divertente” da cui non può che emergere un moto di tristezza.

Poi, più o meno dall’ottavo minuto in avanti, il film si invera, abbandona la componente ludica (se mai c’era stata) per aprirsi ad un’introspezione, notiamo il trio indolente sdraiato su un muretto mentre dei coetanei effettuano esercitazioni si presume scolastiche, dopodiché scende la notte e capiamo che non c’è finzione, che i mocciosi fanno sul serio e che il pane quotidiano è fatto di risse e scazzottate. Nel catturare lo scontro Anthony intensifica con precisa abilità, non solo estetizzando con rallenti e fitti stacchi in nero, ma anche e soprattutto utilizzando la sua voce in modalità off che descrive la normalità di una giornata tipo per un giovane congolese, è un contrasto netto e capiente, lo stridore tra le immagini che vediamo e le parole che ascoltiamo è una ferita, un pozzo nel cui fondo si scorgono due mandorle bianche: sono gli occhi di Patient, sono lo sguardo smarrito di chi non avrà una vita semplice davanti a sé.

martedì 20 luglio 2021

Also Known As Death

Che poi la mamma non ha ancora tolto il tuo spazzolino da dentro il bicchiere, penso che non lo farà mai, sono passati più di cinque mesi, già o appena, non lo so, anche i tuoi vestiti sono ancora tutti ordinati all’interno dell’armadio, le camicie a quadri, le giacche, i pantaloni comprati al mercato, non ho aperto l’anta, non mi va, ma immagino quale odore ci sia, quello che sentivo dalla nonna quando ero bambino nella cameretta con gli abiti del nonno, abiti che nessuno avrebbe mai più indossato, nel frattempo qui le cose vanno così: non vanno, quel virus di cui in fondo non avevi molta paura non se ne è andato ed è sempre dentro di noi, mi ricordo come portavi la mascherina, eri buffo, ti si appannavano gli occhiali, è anche cambiato il Governo, adesso è un tipico carrozzone italico dove c’è posto per tutti, e, di recente, abbiamo anche vinto il campionato europeo di calcio, ma forse tutte queste cose le sai ed è inutile che te le ripeta. Ti ho sognato qualche volta, non troppe, in un sogno ritornavi ed eri molto più vecchio e molto più stanco di quando te ne eri andato, tutto sporco di terra e con lo sguardo omerico di chi ha visto parecchio, e noi eravamo felici, ti prendevamo sottobraccio e ti portavamo in cucina, al tuo posto, di fronte alla televisione. Poco tempo fa ho letto un libro in cui l’autore diceva una cosa molto bella: che quando sogniamo qualcuno che non c’è più quello è l’aldilà, io quando ti sogno ti riconfiguro nella mia memoria, mi succede anche per le fotografie, se me ne capita una in cui ci sei, se ti rivedo dietro lo schermo di un cellulare, allora mi dico ok, è lui, lo è stato e lo sarà, è da qualche parte, in un altrove, cammina per i boschi tanto amati, osserva i rilievi delle montagne, le punte dei cucuzzoli, respira un’aria cristallina e ascolta dei canti che solo lì si possono sentire. Ma la verità, dopotutto, è che la tua morte è stata una cosa per me immensamente grande che tutt’ora non riesco a capire e allo stesso tempo è stato un evento minuscolo, infinitesimale, perché il mondo, comunque, ha continuato ad andare avanti fregandosene del dolore che mi e ci è esploso nel cuore. Mi spaventa tanto il futuro e purtroppo non te l’ho mai detto, così come non ti ho mai detto un altro milione di cose, mi dispiace, spero ci potranno essere altre occasioni, altre possibilità, altre partite da vedere insieme nel buio della sala commentando le giocate dei calciatori in luoghi e spazi oltre quelli conosciuti. Ciò che forse più mi rattrista, chiamiamolo il Mio Grande Rimpianto, è che tu non mi abbia visto realizzato, ma neanche un pochino, sai, certe situazioni non si sono incastrate come avrebbero dovuto senza scordare che sono stati commessi da parte mia degli errori, ma credo che il passato non debba mai essere inteso come una colpa e allora non posso che guardare all’oggi, sebbene, con parecchio rammarico, devo confessare di aver perso fiducia in quelle nicchie in cui mi sono sempre rifugiato come il cinema o la letteratura, eh sì, è come se non fossero più sufficienti a colmare certi crepacci che si sono spalancati una mattina di febbraio con la telefonata dall’ospedale, ogni tanto però, se mi metto in silenzio e mi faccio piccolo piccolo nella mia stanza, nell’infinita quarantena solitaria, raggomitolato in me stesso con gli occhi chiusi e le cuffie, ho la sensazione che esista ancora un ordine e che ci sia ancora della luce, che la tua voce e i tuoi baffi grigioneri continuino ad esistere, così come la tua pelle che negli ultimi anni si era fatta così sottile... delicata, pendeva dagli avambracci se li alzavi, e prendendoti a braccetto sentivo sotto l’ascella il viavai del sangue che scorreva, con tremenda fatica, nel reticolo otturato del tuo sistema circolatorio. Spesso mi chiedo che senso abbia quest’eterna litania che non porta sorriso, non so se ti sei mai posto anche tu una domanda del genere, sei nato in un’altra epoca e l’hai vissuta come tutti gli altri hanno fatto, lavorando ogni fottuto giorno per noi e per la mamma, per permettere che adesso io possa scrivere queste cazzo di righe mentre ascolto le chitarre di ’sto Dan Caine, è poco, ed è una soddisfazione amara perché mi sembra di stringere della polvere che un tempo, giusto qualche mese fa, erano le tue mani, sono stato l’ultimo a toccarle prima che chiudessero per sempre, uscendo ho ancora in testa il rumore perforante dell’avvitatore che sigilla il coperchio e il profumo dolciastro e floreale che solitamente aleggia in quei posti. Che cosa avrai provato in quell’istante? Che ne è della coscienza in quel momento? Che cosa rimane dio santo? Che cosa, rimane... 
 

giovedì 15 luglio 2021

Dawn

Che cosa ne sappiamo, noi uomini e donne del 2021, di kolchoz, bolscevismo e di tutta quella galassia indeterminabile che dal 1918 in poi ha preso vita nella Grande Madre Russia? Be, a meno di non essere degli appassionati di storia contemporanea non molto, qualche informazione carpita dai libri (c’entra poco ma il magnifico Terminus radioso [66thand2nd, 2016] è ambientato in un kolchoz del futuro), dal passato scolastico, dai film, ma quell’epoca, quel mondo sembrano davvero provenire da un altro pianeta. Tale premessa non è però ribaltata da Ausma (2015), la regista lettone Laila Pakalnina, attiva dagli anni ’90 con un curriculum che magari sarebbe anche da approfondire, gira il suo film proprio all’interno di un’azienda agricola collettiva senza che però vi siano fini chiaramente esplicativi, da depliant, Pakalnina dà per assodata la conoscenza del sistema produttivo/esistenziale delle fattorie e senza troppi complimenti ci catapulta dentro con vigorosa efficacia. Da qui si concretizza un tradimento delle aspettative: al solo leggere della sinossi chi scrive ipotizzava di trovarsi al cospetto di un esemplare cinematografico che dialogando con la tradizione avesse nella solennità, nella liturgia, nel fare tarkovskijano la propria cifra distintiva, niente di più sbagliato: Ausma è un’opera assolutamente rocambolesca i cui i ritmi sono a dir poco vertiginosi e dove la quantità di personaggi e situazioni che li coinvolgono lievita minuto dopo minuto. In parecchie recensioni sparse nel Web si cita Aleksej German come possibile paragone, ci potrebbe anche stare in parte, se non fosse che Hard to Be a God (2013) è una pietra angolare del cinema russo contemporaneo e Ausma ne può essere al massimo una piccola appendice.

Comunque, il caos che regna nella pellicola è l’esatta trasposizione del disordine che si sviluppa nel kolchoz, è un racconto in bilico tra la mitologia e la religione (figli che tradiscono padri che uccidono mogli che uccidono figli) collocato in una realtà dove l’unico mito e l’unico dio è l’ideale del socialismo. Chi fa le veci di Lenin in giro per la fangosa campagna diventa un punto di riferimento più importante dei legami consanguinei (ne è prova l’avvicinamento, leggi: adorazione, di Janis verso il carismatico uomo con il cappello) sicché dalla suddetta considerazione si può sviluppare il concetto che sostiene il lavoro della Pakalnina, ovvero la ricostruzione attraverso un singolo episodio (creduto vero, nei fatti meramente propagandistico) del potere che l’indottrinamento ha nei confronti degli esseri umani, perfino dei più piccoli e plausibilmente innocenti. Questo, sotto strati di peripezie e giravolte (narrative e non), è il nucleo di una questione che pur non arrivando ad universalizzanti verità c’è, vive, e muore, nella follia generale dell’umanità.

Il tasso di drammaticità, persistente e rafforzato dal rigore del bianco e nero, è stemperato da un taglio che razzola amabilmente in bizzarri territori (cfr. il bel commento su Quinlan [link] dove si riflette brevemente sulle potenzialità del grottesco), quasi comici (anzi: senza quasi), in contrapposizione all’apparato tragico inscenato. Coniugazione riuscita? Se non si è troppo intransigenti la risposta è affermativa, nel procedere pantagruelico le diramazioni verso un ulteriore registro non stonano troppo nell’impianto generale, e che la varietà sia un mantra della regista lo si capisce anche dalla metodologia tecnica utilizzata, parliamo di stratagemmi e soluzioni visive che arricchiscono la carica estetica di Ausma incrementandola fino a saturarla. Indubitabilmente sussiste una spinta espressiva ammirevole in cui si susseguono escamotage ottici da seria A, le trovate, tante, tantissime, che meritano più di uno sguardo (sul serio: fatelo!), restituiscono una vibrante energia in linea con quanto esplicitato, per banale gusto soggettivo non impazzisco più dietro ad una siffatta elaborazione della messa in scena, sarei però uno sconsiderato a non riconoscere i meriti legati ad uno sforzo artistico di mirabile sostanza. Un’ultima parola sul finale allegorico: chi saranno quelle galline che becchettano il letame sulla strada?

lunedì 5 luglio 2021

Ma

Prima di approcciare Ma (2015) ricordo il laconico commento di un qualche utente su un qualche sito straniero rimosso dalla mia memoria che lo definiva in stretta sintesi “una cagata hipster”, non so quanta ragione potesse avere il tizio in questione ma di fronte a certe manifestazioni al limite della tolleranza ci si può anche spazientire a volte, però prima di inveire a caso è bene rendere conto di ciò che è un punto fermo: Celia Rowlson-Hall, la regista, ed il suo one-woman-show lungo quasi novanta minuti. Celia ha sempre sfogato i suoi bisogni artistici attraverso la danza, e dopo essersi affermata come ballerina si è prestata al campo della coreografia collaborando con professionisti di rilievo come Alicia Keys e gli MGMT, tale aspetto legato alla dimensione del ballo si riversa in toto, o almeno per buona parte, in Ma che, essendo un film senza dialoghi, pone un particolare accento sulla configurazione del quadro oltre che ad uno studio del corpo all’interno di esso. Ci sono almeno due sequenze che scalzano (tra virgolette) il cinema per lasciare il posto ad intense performance attorial-danzanti (senza che vi sia musica, il che rende le cose più difficili da digerire), mi riferisco a quella in cui lei e lui si ritrovano nella stanza del motel a comportarsi come animali, e a quella che si svolge nel medesimo luogo dove la protagonista esaspera il proprio comportamento. Senza il filtro del trascorso lavorativo della Rowlson-Hall saremmo qui a lamentarci piuttosto seccati, così accade invece la possibilità di aprirsi ad una parca comprensione. Sono queste motivazioni valide (ossia un proseguimento concettuale di un percorso personale da un ambito all’altro) per non imprecare subito verso ciò che non si capisce? Io rispondo sottovoce di sì.

Perché poi è evidente che Ma la faccia fuori dal vaso, e non di poco, la scelta di affrontare la spiritualità aggiornandola in una traiettoria autoriale è un boomerang che torna violentemente indietro. Sulle polverose tracce di Twentynine Palms (2003) e con un bagaglio cinefilo che contempla più d’un surrealista europeo, la filmmaker propone una personalissima versione di Maria (interpretata da lei stessa) che vaga nel deserto americano. Arduo definirla una visione accattivante poiché l’impronta arty che la permea tocca quell’arroganza che segna la linea di demarcazione tra un Artista e chi vorrebbe esserlo, comunque nel procedere sfrontato verso lidi inintelligibili ci sono sporadici momenti che allertano l’attenzione figli di un’idea formale che sa sedurre i bisogni estetici dello spettatore, per ulteriori delucidazioni (ri)guardare lo stupro ai danni della donna (gran potenza nell’immagine delle pareti che crollano) o l’ossessione verso l’acqua scandita dalla sua negazione (non si rompono le acque, ma le sabbie), un accostamento la cui portata semantica non è univocamente traducibile e che, per dribblare affanni interpretativi, è meglio accogliere senza farsi troppe domande. Infatti credo che il punto fondamentale non sia tanto la decrittazione del manufatto quanto il grado di libertà che la cara Celia si prende, in altre parole: c’è un confine oltre il quale un artista non può spingersi per evitare di “prendere in giro” chi assiste?

Celia Rowlson-Hall è persona impegnata civilmente e molto attenta all’universo femminile, Ma potrebbe e dovrebbe essere un’opera che sottotestualmente si lega a ciò, del resto Maria è un archetipo della categoria e da lì non si scappa. Non semplice trovare chiari riscontri ma parrebbe che qui si parli di un tragitto formativo (formarsi al e nel mondo) che alla resa dei conti diventa trasformativo, dal femminino (una figura vessata e umiliata) al mascolino (l’obbligo della fellatio), status che le permette di valicare i territori aridi e approdare in una specie di casa celeste dove si dà vita ad un potenziale nuovo profeta. Il perché venga scelto di dare un cambio di marcia alla vicenda quando la ragazza indossa abiti maschili atteggiandosi da uomo è un mistero che sulla scia di quanto l’ha preceduto non si dipana. Al fitto e patinato enigma risponde sempre la presenza di Rowlson-Hall, àncora a cui si riconosce un’attitudine all’esibirsi da non sprecare, il suo leggero strabismo, la gracilità anatomica, una bellezza diafana e aliena ne accrescono l’impatto in video, a prescindere dall’apprezzamento o meno della pellicola le sembianze di una Madonna errante di tal fatta perdureranno.

venerdì 25 giugno 2021

Citadel

So che esistono gli instant book ma non so se esistono gli instant film, se così fosse, ovvero se fosse possibile applicare questa etichetta anche alla galassia-cinema, allora Citadel (2021) vi rientrerebbe appieno. La mano dietro questo cortometraggio è quella di John Smith, un filmmaker londinese dal lungo curriculum che penso valga la pena approfondire, il quale posizionando il suo sguardo al di fuori della propria abitazione ci restituisce un quarto d'ora che sintetizza i primi confusi mesi del 2020 (e non che gli attuali lo siano di meno), quelli in cui l'ombra del coronavirus si stava allungando sul mondo intero. Il compendio di quel periodo è un incontro tra le immagini oltre la finestra di una city immobile e uguale a se stessa mentre le stagioni, e quindi il tempo, passa via, con stralci di discorsi proferiti dal primo ministro Boris Johnson e montati sulle vedute panoramiche. Non ci vuole molto a comprendere che l'operazione di Smith sottende un discreto sarcasmo nei confronti di BoJo e della sua linea politica in fatto di COVID-19, a prescindere dalla scritta esplicita che chiude il film e che sottolinea il pessimo bilancio in fatto di decessi nel Regno Unito ad agosto '20, il regista suffraga la sua opera con divertenti ed efficaci accorgimenti che puntano artisticamente il dito sulle parole di Johnson, quella ripetizione quasi ossessiva di “buy and sell” o la voce del premier in sincrono con le luci dei grattacieli che provoca una sorta di cortocircuito nelle case dei civili, sono due esempi che a mio avviso rafforzano quest'idea di dardeggiamento verso la condotta tenuta dal governo britannico per fronteggiare l'avanzata del virus.

Poi mi è venuto da pensare un po' alla natura di Citadel, alla sua “istantaneità”. Perché questo carattere di immediatezza non può che avere un destino breve visto che la realtà corre molto più in fretta del momento che si intende cristallizzare. Nello specifico, dall'inizio della pandemia l'operato di Johnson ha, per l'opinione pubblica nostrana, attraversato diverse fasi, la prima è quella inquadrata qui da Smith, e quindi una serie di critiche in relazione al numero di morti, dopodiché, con la partenza a razzo della campagna vaccinale avvenuta in modo più snello per via dell'assenza di tutti i vincoli europei che invece hanno caratterizzato gli altri Paesi membri, c'è stato un plauso generale dovuto al crollo dei contagi e soprattutto a quello dei ricoveri ospedalieri, infine con il diffondersi della variante Delta il modello UK in merito ai vaccini ha mostrato una falla, la scelta di puntare a vaccinare più popolazione possibile con la prima dose non ha immunizzato un quantitativo sufficiente di persone permettendo così al ceppo indiano di circolare con efficacia. Insomma, tornando al corto si può dire che il suo essere instant è davvero tale e che, oggi, appartiene già al passato, ma proprio per il suddetto motivo, per essere un pezzettino della storia recente, è un lavoro interessante, non tanto per noi, ma per chi verrà dopo di noi, i quali potranno vedere, tra le altre cose, il significato di vivere per mesi chiusi in casa improvvisando doti culinarie e/o sportive non realmente possedute.

sabato 19 giugno 2021

The Absence of Apricots

Cinema territoriale che, appunto, trae spinta dal suo concentrarsi su una specifica zona geografica: siamo in un Pakistan settentrionale dal clima avverso dove a causa di un’enorme frana un fiume si è trasformato in un lago mutando di conseguenza le esistenze delle genti che lì vi abitavano. Daniel Asadi Faezi, tedesco di nascita ma il cognome non sembra esattamente teutonico, sceglie come metodo di trasmissione quello documentaristico e, come dire, si trova la tavola già apparecchiata: di bellezza il paesaggio di questa valle erosa dal vento ne offre parecchia ed il giovane regista si mette giustamente a disposizione di essa, i campi utilizzati infatti esaltano i contrasti naturalistici tra il blu delle acque ed il grigio-bianco spigoloso delle rocce, in mezzo, inevitabile, le persone. Qui scatta il breve ritratto antropologico, sulla scia di quei cineasti sempre pronti a tuffarsi nelle realtà specifiche, Asadi Faezi immortala l’eternità del quotidiano tra le montagne e il vivere comune sotto un tetto in cui è indispensabile centellinare l’energia elettrica. Se si è in cerca di una proposta indimenticabile siete nel posto sbagliato, non lo siete, invece, se sul versante umano vi “accontentate” di incontrare donne e uomini appartenenti ad un altro mondo dove però certe sfumature, certi dettagli, certi sentimenti mi spingono ogni volta a pensare di quanto in fondo siamo tutti così meravigliosamente uguali.

Ma The Absence of Apricots (2018) non è solo documentario, attraverso un procedimento non troppo lontano da alcuni allestimenti folkloristici di Peter Brosens e Jessica Woodworth (cfr. Khadak, 2006), Asadi Faezi innesta alla testimonianza diretta una storia che attinge al fiabesco con un cacciatore di stambecchi che emerge dalla superficie lacustre ed una fata sapiente che lo guida nell’erto percorso. La complementarietà delle due visioni è un dato probabilmente riscontrabile, di evidente stonature non ne ho ravvisate quindi nel globale le cose scorrono in maniera accettabile, resta comunque aperta quella che il sottoscritto considera una ferita, ovvero la scelta di intensificare così marcatamente il girato sottostimando le potenzialità del reale che, a priori, contiene già qualunque racconto possibile o impossibile che verrà dopo. Ad ogni modo capisco (e accetto) il senso di un film del genere, senza fare troppo le pulci alla sezione favolistica che forse non ce n’è nemmeno bisogno, The Absence of Apricots ha valore nel suo mettere a conoscenza l’ignaro spettatore a proposito di un luogo (e dei suoi residenti) dimenticato da qualsiasi divinità, quando il cinema apre porte su ciò che è sconosciuto non si può mai parlare di tempo sprecato.

Postilla: tempo dopo la visione del doc in oggetto ho messo gli occhi sulla riedizione del 2020 di Afghanistan Picture Show: ovvero, come ho salvato il mondo proposta da minimum fax. Ebbene, nelle pagine-diario di un giovane Vollmann intento a recarsi in Afghanistan per fronteggiare i russi, ci sono lunghe e attente descrizioni dei brulli ambienti circostanti, praticamente i medesimi ripresi da Asadi Faezi. Un giudizio sintetico sul libro? Non il miglior Vollmann ma, signore e signori, è pur sempre Vollmann e va obbligatoriamente letto.

domenica 6 giugno 2021

How to Draw a Perfect Circle

È Marco Martins, nato a Lisbona nel 1972, una nuova scoperta (nuova per questo blog, si intende) del cinema portoghese dal curriculum non troppo consistente ma arricchito da collaborazioni di rilievo con esimi colleghi del calibro di João Canijo e Pedro Costa in Casa de Lava (1994) senza scordare la scrittura insieme a Tonino Guerra del cortometraggio Um Ano Mais Longo (2006). Como Desenhar um Círculo Perfeito (2009) arriva quattro anni dopo l’esordio nel lungo Alice (2005) e di primo acchito l’impressione è che Martins si sia preso un discreto rischio camminando su un filo del rasoio quanto mai sottile. Se infatti avessi letto la sinossi senza vedere l’effettivo espletamento per immagini: aiuto!, il concentrato di turbe sessuali e ammiccamenti verso una perversione sulla carta ruffiana mi avrebbero spinto lontano dalla visione, Martins però risulta piuttosto avveduto e debella le possibili furbizie con uno stile che, facendo un paragone lusitano, Salaviza riadatterà a modo suo (sebbene qui, comunque, la base finzionale è molto marcata), e quindi una presa sulla realtà (urbana, domestica) che non conosce trionfalismi, silenziosa e discreta, incupita da una palette di colori che ricorda le ombre (ma giusto quelle e basta) del già citato Costa.

Nel globale vige una sobrietà, un’asciuttezza, un fare morigerato o chiamatelo come vi pare, che, insieme al mood uggioso di cui è imbevuto ogni fotogramma riesce a tenere sì e no sotto controllo i potenziali scivoloni gratuiti. Perché se vogliamo parlare di cosa accade in How to Draw a Perfect Circle, ossia di una tensione erotica finanche incestuosa snocciolata attraverso avvenimenti non proprio di nobile rango (la scena maggiormente forzata rimane quella in cui Guilherme si masturba a fianco di Sofia), be’, ci sarebbe da obiettare parecchio, eppure, a prescindere dall’evidente esacerbazione, dal volere toccare a tutti i costi un tabù innominabile, non si pecca di troppa esibizione, e non dico che le cose fluiscano serene e naturali ma di sicuro, nell’area narrativa, si è visto di peggio. L’emblema di tale discorso è l’amplesso conclusivo, acme parossistico che farebbe impallidire anche il pubblico meno bigotto tradotto in un cinema ferino e senza ossigeno, appiccicato alla pelle rendendola indistinta, scosso da sussulti pelvici e bagnato di saliva adolescenziale, una sequenza che ha energia e che Kechiche penso apprezzerebbe.

Il regista imbastisce perciò una storia che tenta, a tratti disperatamente, di affrontare tematiche legate ai sentimenti in uno spettro ampio e affrancato da cliché, ci prova, sì, tuttavia il film è attirato da un magnete luttuoso che lo trasporta in zone distanti eoni da un briciolo di felicità. La plumbea città ripresa è lo specchio dell’esistenza condotta da Guilherme, un ragazzo, un figlio, pervaso di fremiti continuamente castrati da una contiguità con la morte, ci sono due momenti in cui è suo malgrado voyeur di due coiti riguardanti altrettanti oggetti amorosi (la sorella ed il padre), ebbene affiancati ad essi Martins piazza due bordate funebri (il rigido cadavere della nonna e quello fuori campo del vicino di sopra) che affinano il precipitato dell’opera e la correlata vibrazione verso una costante assoluta come la morte (e come l’amore che ne è l’equivalente rovesciato). Perché voler disegnare un cerchio perfetto allora? Per cercare un’agognata compiutezza che prescinda dal malessere e dalle complicazioni della vita, o piuttosto il prendere atto di una condizione che non ha uscita di sicurezza, un loop dove inizio e fine coincidono (il faro giallo del motorino nella notte = la circonferenza sul muro di una distrutta Sofia nel finale).

mercoledì 26 maggio 2021

Bad Bunny

È forse ingiusto, nei confronti del regista di turno, argomentare a proposito di un suo lavoro senza aver visto nemmeno un minuto di quelli precedenti, soprattutto se il regista in questione è Carlos Conceição, ennesimo virgulto della scuderia portoghese con alle spalle una decina di corti ed una specializzazione in materia sonora alla corte di João Pedro Rodrigues, ma, inevitabilmente, per forza di cose bisogna pur iniziare da qualche parte e così, prendendo Coelho Mau (2017) per ciò che risulta essere al sottoscritto, ovvero un cortometraggio presentato a Cannes ’17 diretto da un tizio nato nel ’79 in Angola, mi sento di dire che ci troviamo al cospetto di un prodotto ben poco rilevante, un oggettino ordinario che, al pari di molti altri, affolla le competizioni di categoria nei vari festival del mondo.

Non si può parlare di forma perché a questi livelli nove su dieci il tasso di professionalità raggiunto è difficilmente attaccabile, citiamo allora la possibile ispirazione che sembra provenire da quella vena aurea francese che ha fatto le fortune del primo Xavier Dolan, in più Conceição segue la tendenza di alcuni colleghi lusitani (vedi Miguel Gomes) nell’ammantare la vicenda con un velo che non si potrebbe definire favolistico sebbene in un certo qual modo lo sia. Detto ciò non c’è stato nulla in Bad Bunny che sia stato capace di destare realmente la mia sonnacchiosa attenzione, il legame sottilmente perverso tra i due fratelli è innocuo, la malattia di lei in rapporto ai sentimenti che lui prova dà fiato ad una conclusione risibile (il “coniglio” [che vorrebbe essere lupo] doma la gelosia pur di soddisfare i desideri della sorella? Mah...), non meno fragile dell’impostazione narrativa antecedente (la madre ed il macho stereotipato). In tutta onestà mi aspettavo di meglio.