Più si va avanti, più In Purgatorio lascia che nel topic principale si innestino altre tematiche, legate e slegate al culto dei trapassati. È il caso dei sogni, premonitori o meno che siano (il defunto sognato ha i piedi sulla battigia, significa che nella bara è entrata dell’acqua e bisogna andare ad asciugarla), ed è il caso, anche, dei cosiddetti “assistiti”, ovvero individui che suggeriscono i numeri del lotto da giocare. Un tale rimbalzare da parte di Cioni in contesti che lambiscono frontiere non così terrene e il rapportarsi con soggetti che Matteo Garrone scritturerebbe seduta stante in un suo film (la voce dell’anziano che paragona un cimitero alla Fiat di Torino, solo che la voce, incatramata, dialettale, è storia a sé), fanno dell’opera in esame il pregevole ritratto di una Napoli ricolma di amichevoli ombre (che cosa si può dire della banda che gioca a carte in cucina? Sarebbe piaciuta a Monicelli), di attori della vita che vivono, di anime in attesa, perché a conti fatti la Napoli di Cioni è un piccolo grande Purgatorio in equilibrio tra le fiamme dell’Inferno e il nitore del Paradiso.
lunedì 6 dicembre 2021
In Purgatorio
Spesso
l’esterofilia imperante ci fa vedere il bello solo oltre i nostri
confini nazionali, molte volte è così ma per le restanti altre ci
sono dei Giovanni Cioni da scoprire, non che sia garantito
automaticamente l’apprezzamento ma almeno il riconoscere dei
tentativi che vanno al di là del solito cinema è un atto, nei panni
di spettatori con il cervello acceso, doveroso. Cioni, nato a Parigi
nel ’62 e transitato in vari altri Paesi europei dove ha affinato
la propria professione, sembra un tipo a cui non piace stare con le
mani in mano, basta farsi un giro sul suo sito ufficiale per farsene
un’idea (link), e questo movimento, questo passaggio continuo, lo
si percepisce anche dentro In Purgatorio (2009), un
documentario che esplora in maniera semplice ma ben strutturata
(divisione in capitoletti; didascalie arricchenti apposte dal
regista) la pasta magica di una Napoli sacra e profana, e lo fa
arruolando persone che sono personaggi, cantastorie, ladruncoli,
poveracci, esseri umani interpreti di sé stessi in una commedia
neo-neorealista. Come da titolo, si comprende l’attenzione che la
città e chi la abita ripone verso una forma di credenza che non so
nemmeno se può essere definita “religione”, almeno non nel
concetto moderno che si ha di essa, perché c’è qualcosa di
arcaico nei culti popolari che vediamo, nell’affidarsi a morti
senza nome, a mucchietti di ossa accatastati da secoli nel cimitero
delle Fontanelle, è una fede pagana che si mescola in un folklore
squisitamente partenopeo dove sentendo le varie confessioni sullo
schermo emerge una filosofia di strada che non ha niente da invidiare
a quella accademica, una saggezza immersa in una dimensione
ritualistica, calata nel presente e al contempo intrisa di antiche
superstizioni.
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