giovedì 8 dicembre 2022

21 X New York

È possibile traslare su pellicola il magma emotivo che alberga dentro la popolazione di una delle più grandi metropoli del mondo, tipo New York? Probabilmente no, non è fattibile, e non c’entra tanto la geografia perché sarebbe complicato anche se si riprendessero gli esseri umani di un paesino sulle montagne, c’entra l’antropologia, se così si può dire, e l’ardua impresa di captare le vibrazioni sentimentali delle persone con lo strumento cinema in un film dalla durata limitata, e nel caso specifico di 21 x Nowy Jork (2016) alquanto limitata: settanta minuti. Però, insomma, ogni tanto capita che qualche impavido regista si imbarchi in missioni del genere e il nostro “eroe” odierno si chiama Piotr Stasik, polacco nato nel 1976 con una manciata di documentari in curriculum di cui con altissima probabilità non vedremo mai nulla (ma perlomeno registriamo una plausibile recidività: 7 x Moskwa, 2006), il quale si era recato nella Grande Mela per girare il suo film precedente Dziennik z podrózy (2013) e dove ha capito che c’era margine anche per fare quello successivo. Il numero 21 del titolo dovrebbe avere una duplice valenza: è ovviamente il secolo di riferimento in cui il documentario è ambientato ed è anche la quantità di soggetti che Stasik fugacemente illustra durante questo viaggio metropolitano. Quindi umanità dentro una precisa condizione temporale, è importante tenere a mente tale assioma durante la visione di 21 X New York, la natura del singolo e i connotati intimi che si porta appresso rapportati al periodo iper-veloce/connesso che qui si simbolizza nella metropolitana newyorchese, un’arteria che pompa senza sosta un sangue in preda ai più svariati stati d’animo.

Con un minutaggio così ridotto Stasik non riesce a soffermarsi granché sui personaggi che vuole raccontarci, questi tizi entrano ed escono dallo schermo con la medesima rapidità di uno sguardo che si dà ad uno sconosciuto seduto di fronte a te sulla metro, e se ciò era voluto l’effetto sortito non si può dire che abbia centrato il bersaglio perché come si diceva prima cogliere l’infinita complessità delle emozioni è pressoché impensabile, al contempo traspare una sincerità di fondo a cui non me la sento di voltare le spalle, no perché anche se in linea generale il precipitato del film era pronosticabile, ovvero che, seppur residenti in una delle città più popolose del pianeta, i suoi abitanti si sentono parecchio, ma parecchio, soli e perciò tentano di mitigare la solitudine con futili espedienti, nonostante la suddetta sintesi tematica, sfiorare la mestizia di ’sta gente non è poi così male forse perché “’sta gente” siamo anche noi, e allora dal ragazzino che si aggira a Coney Island cercando di rimorchiare qualche coetanea all’uomo di mezz’età che si è invaghito di un nerboruto spogliarellista passando per altre micro-storie ordinarie fatte della stessa materia di cui è fatta la vita, ci si può anche dimostrare accoglienti e prenderle nella loro effimera e sfuggente essenza. In aggiunta Stasik si lancia in qualche accento tecnico fatto di sfocamenti, inquadrature sporche e variegate che certificano le intenzioni di andare un pelo al di là del banale orticello, se molto manca in 21 x Nowy Jork, qualcosa, di contro, c’è.

domenica 4 dicembre 2022

Nei miei sogni tu mi hai già salvato

Per una serie di ragioni karmiche che adesso non sto a spiegare ad un certo punto mi reincarnai in un gatto. Di quella specifica nascita non ho ricordi particolari, come del resto non riesco ad averne neanche per tutte le altre, deve esserci una legge cosmica o qualcosa di simile che regola il venire al mondo di ogni essere vivente e sempre la suddetta legge tende ad annebbiare gli scompartimenti della memoria: calore, tetta, latte, fratellini, questi potrebbero essere gli elementi cardine di un qualunque inizio a prescindere dall’ordine biologico di appartenenza, e sono proprio questi i dettagli che ora si accendono in quella che al tempo era la mia testa e che ora è un ologramma di purissima energia. Faceva caldissimo a Istanbul il giorno in cui nacqui, il Bosforo riluceva sotto il sole che colorava d’oro quella lingua di acqua azzurra, dai ristoranti sul ponte Galata proveniva il tintinnare delle forchette dei russi abbienti con le loro figlie magrine ed eteree mentre i venditori ambulanti arrostivano pannocchie nei baracchini. Non troppo lontano da lì, da quella carezza tra due continenti, io facevo il primo respiro per la centesima o millesima volta, batuffolo di peli sputato fuori da un ventre, cieco, piangente, come sempre, come tutto è sempre in un nuovo inizio. Io e gli altri vivevamo in una cantina non lontano da torre Galata, era un bel posto: umido e sicuro, io e gli altri vivevamo con quell’impeto giovanile che caratterizza ogni essere alle prese con la conoscenza della realtà che lo circonda, era un’avventura, ogni giorno, ogni notte. La mamma ci leccava forte prima che ci addormentassimo, la sua lingua ruvida era la stessa mano delicata che avevo sentito sul mio viso di neonato all’interno di una caverna migliaia di anni prima o la medesima che avrei percepito migliaia di anni dopo a bordo di un’astronave oltre la fascia di Kuiper, non c’è molto altro da dire, ma, come se fosse un mantra instillato nel nostro cervello, solo da vivere: e questo facevamo, tra i vicoli di quello che un tempo era un quartiere genovese, lungo le sponde, in mezzo al traffico irregolare, ai bar troppo occidentali e i negozi di abiti usati, sotto i tavoli a raccogliere gli scarti dei pranzi e delle cene, a leccarci i baffi di fronte alle perpetue rotazioni dei kebab nei loro spiedi, a dire miao alla luna che bianca sventolava sugli enormi drappi rossi appesi alle finestre, io e gli altri succhiavamo via questa linfa meravigliosa che sgocciola via dai tramonti, poi tornavamo nella cantina e facevamo dei tipici sogni felini, tipo che dal tapetum lucidum dei nostri occhi si innalzavano due raggi di luce nello spazio profondo dove si incontravano con i raggi ottici di altri esseri provenienti da un’altra dimensione e ulteriori, similari, amenità oniriche.

Di tutti i posti dove potevamo andare, uno era il nostro preferito e si trovava in Zürafa Sokak, una strada tutta in salita costeggiata da negozietti di souvenir. Nell’indifferenza generale, in cima, un cancello arrugginito reclamava attenzione, sopra qualcuno aveva scritto “whorehouse”, un uomo, a turno, controllava gli accessi aprendo e chiudendo una porticina, di qua un mondo, di là un altro. Oltre era tutto in sfacelo, il Governo regolamentava la prostituzione così: ghettizzando un’area ridotta quasi in macerie, così come erano decrepite le donne che ci lavoravano, maschere dipinte sotto solchi rugosi e corpi decisamente inadatti a vendersi. Noi guardavamo dalle finestre, spiavamo quell’affanno tipicamente umano, tipicamente maschile, pieno di sbuffi e gridolini: erano così goffi, tutti glabri e con quel pendulo carnoso tra le gambe (sono stato anche una prostituta in una vita passata, a Pattaya, iniziai poco dopo lo tsunami del 2004, avevo sedici o diciassette anni, gli stranieri che arrivavano erano ricchi e mi compravano abiti e scarpe che i miei genitori non avrebbero mai e poi mai potuto regalarmi. Scopare non era un problema, quando mai lo è stato del resto? I baht che mi infilavo in tasca il mattino dopo mi rendevano felice, mangiavo succosi durian e fumavo almeno un pacchetto di sigarette al giorno. Un tizio inglese ad un certo punto si innamorò di me, era vecchio ma gentile, per almeno due o tre anni ritornò puntuale al termine della stagione delle piogge, alla fine stavamo insieme senza fare niente, senza neanche toccarci, mi diceva che nel mio sorriso rivedeva qualcosa di sua moglie morta tempo prima, poi un giorno mi chiese di seguirlo a Londra, accettai, la mia idea era di rimanere giusto qualche mese e invece restai lì per otto anni fino a quando una notte se ne andò via nel sonno. Rientrai in Thailandia e vidi mamma e papà invecchiati come se di anni ne fossero passati cinquanta, li abbracciai forte e in quel momento capii molte cose, tutte molto intense e profonde, aprii una piccola agenzia di viaggi con i soldi che mi aveva lasciato, poi conobbi un altro uomo con il quale feci una bambina, la chiamai Elizabeth, crebbe così velocemente che quasi non me ne accorsi, ripensai ancora a lui, sempre meno però perché i ricordi sbiadiscono e non possiamo farci proprio niente, morii nel 2047 per un tumore ai polmoni, troppe sigarette forse, ma tutto sommato devo dire che quella fu una bella vita), alcuni insistevano sul fatto di poter sfilare via il preservativo, un supplemento rappresentava allora il migliore compromesso, qualcuno si presentava lì vergine, qualcun altro sfruttava l’occasione di essere andato a comprare il pane che in effetti sbucava poi dai sacchetti, ogni orgasmo che si propagava tra le mura scrostate e che arrivava alla cartilagine delle nostre orecchie ci faceva molto ridere, e quindi miagolavamo assai rischiando di beccarci qualche scarpa lanciata in direzione della finestra da dove ci godevamo lo show. Ricordo i bagni e le piastrelle dalle maioliche zozze, i lavandini sbeccati e la puzza di chiuso che forse si poteva trovare soltanto in museo d’arte ottomana, purtroppo non ricordo molto altro ora se non che a volte andavamo a strusciarci tra le sporgenti vene varicose delle donne e che qualcuna di loro ci dava anche qualcosa da mangiare.

Nella nostra lingua gattesca lo chiamavamo “the game” perché anche da non-umani gli inglesismi mantenevano un certo fascino, e quindi sì, il gioco, che però poteva diventare molto pericoloso: ogni tanto qualcuno moriva per via delle pedate dei pescatori. Succedeva di notte perché di notte, si sa, succedono le cose davvero importanti. In gruppo, compatti e silenziosi, partivamo dalla zona dove attraccavano i battelli turistici e leggeri come il vento salivamo le scale del ponte Galata che portavano sulla strada carrabile. Qui si manifestava di fronte a noi uno spettacolo inusuale, decine e decine di uomini facevano dondolare le loro canne da pesca sulla balaustra del ponte, viste da sotto quelle cannule lenzate penso che sarebbero potute sembrare delle zampe di enormi mantidi che nel buio si infilavano sottili nell’acqua per poi riuscire e rientrare, così, in un movimento ipnotico e sensuale che però ci interessava fino ad un certo punto, del resto, a noi, interessavano i pesci. Li stipavano dentro a secchi di dubbia igiene oppure dentro a cassette di polistirolo che posizionavano affianco al loro sgabello dove si sedevano per fumare o bere o entrambe le cose fino al sorgere del sole. La tattica quindi era fin semplice (in una vita successiva, lontana, ma non troppo da questa, sarò un profugo climatico. Partirò da Malaga, ormai assorbita da un processo di desertificazione che ingloberà buona parte dell’Italia e della Spagna meridionali, insieme a mia figlia a bordo di una vecchia Seat rubata ad un concessionario di auto usate. Saprò fin dall’inizio che il viaggio, al pari di tutti i viaggi clandestini, sarà disperato, Helsinki rimarrà un punto sulla cartina distante oltre quattromila chilometri, ma io, in qualità di padre, esattamente come tutti gli altri padri che prima di me hanno provato di tutto per ridare un colore alle labbra dei propri figli, tenterò l’impossibile. Arriveremo in Costa Brava poco dopo il tramonto, lungo il tragitto altri profughi provenienti da sud accampati sulle spiagge, bambini disidratati che sbucano fuori dai tombini in cerca di acqua, Barcellona militarizzata, Lloret de Mar un parco giochi abbandonato, oltre il confine, forse a Perpignano, una stella cadente lacererà la volta notturna, ci perderemo dalle parti di Lione, senza viveri, in una Europa già immersa nel gelido inverno, chiederemo aiuto casa per casa, fino a quando una vecchietta ci darà da mangiare e ci ospiterà per una notte nel suo garage, solo una notte s’il vous plaît, non voglio problemi con la polizia dirà. Mia figlia inizierà a stare male, dissenteria, febbre, vomito, cercherò una farmacia a Colmar, una cittadina incantevole in cui sognerò di ritornare in futuro con più calma, nessun medico accetterà di vendermi alcunché in quanto sarò privo di assicurazione sanitaria, a Strasburgo entrerò in un ospedale con la mia bimba in braccio, esanime, vedrò i volti di queste persone consapevoli ma ignare di quello che era il mondo non troppo lontano da loro e che adesso si incarnerà in me, in noi, lì davanti, incrostati e chiazzati dalla malattia, sporchi e puzzolenti, straccioni, help me please, dirò solo questo, stravolto, poi sarà il buio e ancora poi una stanza bianca, una flebo, disorientamento, un’infermiera affaccendata nei suoi lavori si renderà conto del mio risveglio, chiamerà un medico che con toni gentili e l’alito profumato si chinerà su di me e con un filo di voce mi dirà in uno spagnolo elementare che purtroppo mia figlia non ce l’ha fatta. Vivrò ancora per qualche anno girovagando per la Germania, diventerò un senzatetto, un paria, morirò a Colonia accoltellato da un gruppetto di giovani neonazisti che mentre infilzeranno ripetutamente il mio addome intoneranno il canto di Horst Wessel), dovevamo aspettare, sornioni come solo noi potevamo essere, rannicchiati sul marciapiedi fingendo totale noncuranza verso il mondo intero, e poi, appena uno dei pescatori si distraeva quel tanto che bastava, partivamo all’attacco: eravamo rapidi e quasi invisibili, saette di pelo che si lanciavano con tutto loro stessi verso la preda, mentre loro, gli umani, imprecavano fino alla quarta generazione la stirpe dei felini, certo, come dicevo, poteva capitare che qualcuno non fosse abbastanza rapido, ma chi ce la faceva, chi vinceva il gioco, scappava via con questi pesciolini che stretti tra le nostre fauci diventavano pesci volanti grazie alle vibrisse che ci davano un tono da pirati all’assalto, e tutti insieme, una volta al sicuro, ci acquattavamo a terra per sbranarci il nostro bottino, quella carne fresca e bagnata, bianca, salata, era una sensazione purissima e quasi orgasmica, alle spalle avevamo una moschea illuminata dai primi raggi del mattino che le donavano una solennità a cui neanche noi potevamo sottrarci, dal minareto si alzava un canto fatto di colla e di anelli, ce ne stavamo allora stretti stretti, una cartolina sacra e pagana, un presepe di mici, mentre Istanbul si risvegliava incuneata come da millenni tra l’Europa e l’Asia.

Non ci fidavamo dei cani, ce lo aveva insegnato la mamma fin da piccoli, ma di lui, di quel vecchio spinone che lercio vagabondava tra i vicoli nei pressi di İstiklal Caddesi, be’, diciamo che ci piacevano le storie che raccontava e un giorno disse così: ma come? Non avete mai visto la Porta sul Bosforo? Così mi deludete molto cari amici. Focus group urgente: in cerchio a decidere il da farsi, tempo cinque minuti e si decise di partire seduta stante per questo posto che pareva si chiamasse Palazzo di Dolmabahçe. Quando ci spostavamo in gruppo eravamo invincibili, un contingente peloso che si muoveva ai margini del caos, in mezzo alle tonnare di turisti che si facevano abbindolare dai ristoratori locali, oltre le nuvole di fumo dei narghilè, incontrando altri gatti con i quali ci scambiavamo qualche soffio giusto per far capire chi eravamo, la vita, per noi, era questa: respirare con i nostri piccoli polmoni particelle di un’esistenza gigantesca, incomprensibile, abbacinante. Però, dovetti ammettere, che questo Palazzo in fondo non era granché. Specchi, tappeti, mobili, vasi, quadri, perché alle persone piaceva questa roba? Un po’ delusi uscimmo fuori, qualcuno faceva le fusa sperando di essere ripagato con del cibo, qualcun altro si riposava nelle aiuole del grande giardino, io mi avvicinai a quel cancello che, vista la quantità di gente che c’era intorno a farsi le foto, doveva essere parecchio importante, e in effetti, appena riuscii a inquadrare bene la situazione, quella porta, quell’immagine, aveva tutta una serie di suoi perché, il mare azzurro oltre le inferriate ti faceva sentire anche a te un po’ azzurro (sono, in questo istante che dura millenni, un essere che voi terrestri chiamereste alieno, per il vostro sistema di misurazione arrivo da lontanissimo, ma in realtà è come se fossimo vicini di casa, non ho un corpo così come lo intendete voi, ne ho centinaia, il mio sistema biologico risponde a reazioni chimiche che voi non conoscete, la mia stirpe è inserita in un processo di evoluzione avanti miliardi di secoli rispetto a quello umano, noi abbiamo lasciato indietro la scienza in favore dello spirito, abbiamo sconfitto il dolore, la rabbia, la sofferenza, l’odio, abbiamo eliminato i dogmi delle società organizzate, non c’è più potere, denaro, classi, ricchezza o povertà, eppure, per ragioni che nemmeno noi siamo ancora riusciti a comprendere, facciamo tutti parte di un unico, inimmaginabile, disegno, ogni essere dell’universo che si può definire tale risponde, anche inconsapevolmente, ad una legge superiore che in qualche modo ci affratella, ed è per questo che sono venuto qua, che sono arrivato sul vostro pianeta per far sì che io possa capire meglio voi e voi me, che poi siamo la stessa cosa, la stessa scintilla che brucia come un fiammifero nelle profondità siderali dello spazio. Ora che mi avete rinchiuso in questa base militare a decine e decine di metri sotto terra, so che mi ucciderete, non ve ne faccio una colpa, siete ancora legati a schemi mentali involutivi e reazionari, ciò che importa è che voi sappiate che non siete, che non siamo soli, che il cammino è al di là di ogni calcolo matematico lungo e complicato, abbiate fede e fiducia, io tornerò, o magari no, magari finalmente dopo questa vita sarò libero e diventerò pura e inesprimibile luce), e anche un po’ felice ma quella felicità intrisa di malinconia, non so, pensieri troppo complessi per un semplice gatto, era meglio tornare indietro che perdere tempo in simili elucubrazioni, se non fosse che, che poi accadde, e accadde forse per una mia distrazione o forse perché, banalmente, doveva accadere, fatto è che attraversando la strada un taxi mi investì spiattellandomi sull’asfalto, già, le zampe posteriori, straaaak, tranciate di netto, budella, feci, sangue e organi che non sapevo nemmeno di avere dentro di me. Sì, quell’istante fu molto doloroso, ma così come le nascite anche le morti si assomigliano un po’ tutte, che siano improvvise o meno. In quel momento, per un secondo veramente impercettibile, puoi fare un bilancio della tua esistenza, spoiler: c’è sempre molta nostalgia alla fine. Ma quella volta successe qualcosa di diverso. Dall’altra parte della strada vidi una bambina staccarsi dalla mano della mamma e correre in mezzo alla carreggiata dribblando motorini e facendo inchiodare le automobili, con la vista già appannata notai appena appena che la bimba si stava chinando su di me, di certo non l’avevo mai vista prima e a lei non importò nulla della pozza di ghiandole e frattaglie che mi circondava, si inginocchiò sulle viscere assediata dal frastuono dei clacson, mi prese la testa e iniziò ad accarezzarla con un’innocenza che non conoscevo, e così, poco prima che la mia anima venisse proiettata in un altrove per incarnarsi in un altro corpo e ricominciare daccapo una nuova vita, capii che tutto quanto ricerchiamo fin dall’inizio, ma proprio dal primo vagito o gnaulio o guaito, quale che sia il tempo, lo spazio o la dimensione, ha una sola ed unica verità, e che questa verità si trova nell’amore.

lunedì 28 novembre 2022

One of Us

Undici anni dopo Jesus Camp (2006) Heidi Ewing e Rachel Grady sono nuovamente attirate da una realtà religiosa che, a dispetto del suo essere così chiusa e integralista, ha residenza nella città più cosmopolita del pianeta: New York. One of Us (2017) ci dice che in seno alla Grande Mela c’è un baco retrogrado che prende il nome di chassidismo, una frangia ebraica ultra ortodossa che demonizza il progresso (Internet è il male assoluto: lo si urla in un mega raduno all’interno di un campo da baseball con gli spalti stracolmi) e che priva gli individui appartenenti alla comunità di tutta una serie di robe che per noi sono ampiamente scontate e che potremmo riassumere in un unico grande concetto: queste persone vengono private della loro libertà. Le registe per approfondire il tema costituiscono una narrazione tripartita che segue altrettanti individui in rotta con la collettività yiddish per diverse ragioni personali, abbiamo un dramma famigliare con Etty che chiedendo il divorzio perderà i bambini (e questo si deve ad un sistema giudiziario piegato al volere chassidico, sebbene ammetto di non aver compreso appieno come sia possibile), un lento percorso di autoconsapevolezza da parte di Ari attratto dal nuovo mondo, schifato dal vecchio (ha subito abusi) ma non ancora del tutto pronto per un passaggio totale nella laicità e infine Luzer, un uomo che ha abbandonato moglie e figli per fare l’attore e vivere al di fuori della prigione conservatrice. Ad una scorsa globale non ci sono grandi sorprese in One of Us, Ewing e Grady propongono il loro punto di vista occidentale (che ovviamente è anche il nostro) e condannare la cappa reazionaria subita dai protagonisti è pressoché automatico.

Premesso che per affrontare la vastità di un movimento religioso strettamente collegato ad eventi storici ci vorrebbe una preparazione che di sicuro non si può trovare in un documentario, io continuo a tenere vivo lo spazio virtuale che state leggendo non per fare una piatta descrizione degli argomenti trattati da un film (cosa avvenuta nel paragrafetto sopra), ma per segnalare dei film che, come ha detto Vanni Santoni riferendosi a dei testi letterari indispensabili per chi ha in testa di fare lo scrittore, “hanno strappato territori nuovi all’inesistente”. Un tempo, il tempo di Jesus Camp ad esempio, non mi importava troppo della grammatica e della sintassi nel cinema, non ci pensavo, ero abbindolato dal racconto in superficie, poi, affinando lo sguardo, l’azione di potatura dell’inessenziale ha fatto sì che il metodo divenisse il centro delle mie attenzioni. E quindi che dire di One of Us che è un prodotto targato Netflix e che quindi ha una composizione settata per essere accessibile dal vasto pubblico? Nulla, è ordinaria amministrazione, è confezione uguale ad infinite altre, non vi è ricerca strutturale né l’impiego di soluzioni che possano far uscire l’opera dalla consuetudine. Non voglio passare per un cine-talebano (o un cine-chassida giacché siam qua) perché di bellezza ce ne può essere anche in oggetti che non per forza se ne stanno in frontiera, e infatti One of Us non lo giudicherei brutto, solo che non è molto e neanche abbastanza, è giusto uno step oltre il medio intrattenimento.

lunedì 21 novembre 2022

Absurdo žmonės

Si sente, eccome se si sente, l’influenza di un cinema post-sovietico in Absurdo žmonės (2011), Jurgis Matulevičius, all’epoca del corto appena ventiduenne, guarda in casa propria, la Lituania, e al suo regista di punta, Sharunas Bartas, con il quale ha lavorato come assistente di riprese in Peace to Us in Our Dreams (2015), il primo Bartas, quello decadente di Three Days (1991) o The Corridor (1995), e quindi cupezza, midollo nero, abissi umani che danno le vertigini, chiaramente Matulevičius non riesce a toccare chissà quali altezze (o profondità?), però, come dire, si intravede che c’è del potenziale, soprattutto sul piano estetico che poi è il punto di forza del film, è sufficiente, per il sottoscritto, il carrello all’indietro sulla strada innevata a far fiorire impressioni bélatarriane, ma in generale l’occhio dietro alla mdp sa trovare, nel breve tempo a disposizione, le giuste misure per creare un quadro di inquietudine. Si abbonda di plongée, di visioni dall’alto verso due poveri diavoli che invece stanno in basso, in un antro cupo, da magazzino lercio, nell’oscurità. L’opera prima di Matulevičius ha questo rapporto con le tenebre, con qualcosa che va oltre il cinema autoriale, infatti, al di là del credito verso Bartas o chicchessia, il regista pesca da un’enciclopedia che se non è horror poco ci manca, e tale commistione devo ammettere non essere affatto male, anche nel rigore di certa settima arte possono inserirsi venature perturbanti che non stonano affatto.

Cosa ho gradito meno, ma che comunque non rappresenta un male incurabile vista l’inesperienza del regista, è il voler affidarsi alla scrittura per provocare uno shock spettatoriale. L’elemento esploitativo si configura in un episodio di necrofilia, sicuramente un’immagine forte e d’impatto, però non necessaria. Fino a quel momento le cose erano andate benone perché il corto, senza fornire alcuna informazione, aveva operato nell’area della suggestione: l’atmosfera da inverno nucleare, la neve-fuliggine, i muri scrostati, il continuo tremore del tizio, il cadavere inscaccato, erano ingredienti che permettevano ad Absurdo žmonės di essere un ottimo diffusore di ansia, ma si è voluta sovraccaricare la situazione con un trauma diretto e frontale, peccato, ciò non toglie che si è acceso un interesse verso Matulevičius e se sarà possibile sono convinto che tornerà nuovamente a farci visita.

domenica 16 ottobre 2022

Arkadia haire

Viaggio tra la poesia e la Storia in quel di Arcadia, una regione del Peloponneso lontana dal mare fatta di montagne, alberi, fiori, piccole cittadine e soprattutto mito, tradizione e folklore, questi ultimi tre aspetti sono esplicitamente ricercati dal nostro tour leader, Filippos Koutsaftis, regista greco di lungo corso principalmente attivo come direttore della fotografia, che nel suo girovagare da un paese all’altro della zona infarcisce la questione con richiami alla mitologia ellenica o comunque ricorsi storici riguardanti il territorio circostante. Si può dire che Arkadia haire (2015) sia un documentario “di scavo”, nel senso che Koutsaftis mette un po’ i panni dell’archeologo e tenta di scendere giù lungo le pieghe del tempo, per farlo si avvale in primis di veri esperti arrivati lì per riportare alla luce reperti interrati da secoli (si tratta di volontari e studiosi provenienti dall’Europa settentrionale, nessuno, come evidenziato, dalla Grecia) e successivamente, attraverso gli strumenti del caso, è lui stesso a recuperare oggetti, storie e ricordi che arrivano dal lontano passato. Il film è abbastanza simile ad altri che sono passati sugli schermi dagli anni ’10 in poi, la tendenza a voler fare del cinema uno spazio di incontro tra l’ieri e l’oggi, e mi è parso che Koutsaftis punti ad un tale equilibrio, si ravvisa ormai in parecchi documentari, in particolare quelli che hanno un’ambientazione agreste, ciò non deprezza l’argomento che comunque viene affrontato, del resto posare lo sguardo su mondi dove sono ancora vivi dei rituali primitivi (notevole la scena in cui si riprende una cerimonia con dei ramoscelli per poi vederla inscritta su un antico vaso) e dove in generale l’esistenza occidentale che viviamo è distante eoni da quella in video, è pur sempre un’occasione di conoscenza che non andrebbe sprecata.

La forma di Arkadia haire si offre per mezzo di un’articolazione così strutturata: un paio di brevi interviste alle persone incontrate sul tragitto, molte sequenze naturalistiche che però non mi spingono a parlare di contemplazione, digressioni documentate con dettaglio dei ritrovamenti sul campo. Nel globale parliamo di un lavoro che non si adagia totalmente al concetto di ordinarietà perché in lui ribolle una mistura di liricità ed esplorazione empirica che si scuote dalla routine del settore, però al contempo non si fa un passo al di là del consueto. Escludendo due rapidi flash inaspettati che non avranno seguito, mi riferisco agli improvvisi paralleli visivi con Lo specchio (1975) di Tarkovskij e il celebre dipinto Ragazza col turbante di Johannes Vermeer, il metodo di Koutsaftis si presenta a noi vedibile ma sorpassato, e a riprova di un’idea non troppo moderna c’è, secondo me, un inopportuno perché onnipresente commento in prima persona effettuato dal regista stesso che copre ogni minuto del girato, un flusso di pensieri, descrizioni e nozioni che ho trovato soffocante, se inoltre aggiungiamo espedienti quali i ralenti (arghh!) o delle sottolineature musicali, l’opera non riesce ad ingranare una marcia capace di farle prendere velocità, ed è un peccato perché ha gli argomenti giusti per risultare interessante, diciamo che è un “problema” di come e non di cosa. Una visione, ad ogni modo, non significherebbe buttare al vento il proprio prezioso tempo, in giro si incrocia di molto peggio.

mercoledì 14 settembre 2022

Ascent

Un foto-film, tale è l’accezione fornita da Fiona Tan alla sua opera che, tradotto per voi lettori, significa una messa in sequenza di fotografie debitamente accompagnate da un coerente comparto sonoro. La Tan, un’artista metà cinese e metà australiana prestata al cinema giusto per Ascent (2016) e per pochi altri titoli, non inventa niente al punto che, rispetto ad altre recensioni lette, il sottoscritto non se la sente di catalogare il suddetto esemplare come “sperimentale”, ciò non deprezza il film che, anzi, si distingue per raffinatezza e profondità argomentativa. La lunga serie di istantanee ha come assoluto protagonista il monte Fuji, magari non in tutte ma nella quasi totalità il famoso vulcano è sempre impresso sulle diapositive, non si contano le angolazioni, le modalità (da scatti professionali a immagini da rullino di un iPhone) e i periodi (dal lontano passato al presente) in cui la montagna è stata colta, si conta, invece, la meraviglia estetica di alcune vedute che forse, al di là di una bellezza insindacabile, è implementata dall’organizzazione narrativa scelta dalla regista, Ascent è infatti un dialogo che si protrae dall’inizio alla fine tra una donna che parla inglese ed il suo partner giapponese ora deceduto che racconta, tra le varie cose, della personale scalata sul Fuji. La struttura è di quelle epistolari con una voce (/lingua) che si alterna all’altra toccando una varietà di temi in equilibrio tra l’intimità della perdita definitiva e la vastità del mondo, artistico, sociale, politico circostante. Tecnicamente val la pena chiedersi se un metodo che si avvale solo del concatenarsi di frammenti riesce a conservare la tipica fluidità del cinema, e la risposta che mi do è affermativa, complici gli effetti sonori la percezione che si ha del falso movimento in video è di uno scorrimento, di un andare, di un fuoriuscire.

Ascent elabora o comunque tratta in maniera malinconica una materia abissale come il lutto, però la portata a disposizione dello spettatore non si esaurisce nel legame tra lui e lei, in realtà c’è un lato che potremmo definire alla lontana documentaristico dove viene compiuto un vero e proprio excursus sul Giappone ponendo il monte Fuji al centro di ogni dissertazione, quindi, oltre ad essere visivamente il nodo della pellicola, il rilievo è anche la stella concettuale che attrae a sé una gamma di esplorazioni dal carattere storico: folklore tradizionale, storia della fotografia, storia contemporanea (pensate: durante l’occupazione americana nei film nipponici il monte Fuji veniva oscurato perché ritenuto un simbolo troppo patriottico), è chiaro, per noi esterni, che l’importanza di questa cima non sia soltanto orografica, c’è una grana spirituale, un catalizzatore di energie, un Olimpo non Mediterraneo, insomma, il peso semantico che Fiona Tan dona al monte Fuji è di molto superiore a quello che gli si potrebbe dare guardando distrattamente la cartina. Nell’idea di una trascendenza terrena si potrebbe quasi interpretare la salita verso la vetta di Hiroshi come un’ascesa diretta ad una dimensione più alta: a un aldilà. Capirete allora di quali potenziali e perlustrabili aperture è fornito Ascent, un elegante oggetto che si rende cinema pur non avendone gli abituali connotati, che sa percorrere con poesia un’arteria sentimentale collocata nel sistema circolatorio di un Paese tra l’ieri e l’oggi, che fa riverberare echi di fragile umanità in un orizzonte enorme e indescrivibile. Promosso.

domenica 28 agosto 2022

Cuba Libre

Cuba Libre (2013) sembrerebbe una mosca bianca all’interno del curriculum di Albert Serra, vista la sua inclinazione a smitizzare e decostruire in questo corto non si ravvisa, almeno di primo acchito, niente di tutto ciò perché l’area di ripresa è ridotta in un gay bar sbrilluccicoso dove lo stesso Serra, in un inglese biascicato, introduce un cantante di colore che si esibisce in una impegnata performance di fronte ad uno sparuto gruppo di avventori. Se avvolgiamo il nastro dei ricordi non sfuggirà che l’autore catalano aveva già fatto un film “musicale”, mi riferisco a Crespià (2003) ma lì Serra non era ancora Serra, mentre qui lo è eccome e per comprendere Cuba Libre non bisogna concentrarsi sulla sua componente sonora bensì sulla dedica che chiude il film: “for Günther Kaufmann”. Kaufmann è stato un attore simbolo di Rainer Werner Fassbinder e proprio del regista tedesco Cuba Libre, che risulta essere il cocktail preferito di Hanna Schygulla in Attenzione alla puttana santa (1971), è un grande tributo. Leggo in Rete informazioni riguardanti la rappresentazione in miniatura di alcuni stilemi fassbinderiani, li accolgo alla cieca perché Fassbinder è uno dei tanti buchi cinematografici che non ho mai stuccato, però la scelta di un omaggio del genere apre ad una riflessione che segue sotto.

Siamo così certi che Cuba Libre sia un’anomalia per Serra? Forse apparirò un po’ limitato nel mio vicolo interpretativo perché userò la stessa chiave di lettura adottata per El Senyor ha fet en mi meravelles (2011), però sotto sotto mi pare che il buon Albert mantenga un’alta coerenza nei suoi manufatti artistici, una strategia, una tattica votata sempre e comunque ad un unico punto, quello di sfatare una mitologia. Ok, non saremo nella tronfiezza funebre di The Death of Louis XIV (2016) o nell’asettica geometria di Roi Soleil (2018), ma un nuovo atto di affettuosa lesa maestà si compie laddove il mito in questione non è altro che Fassbinder. Ri-ok, come detto non conosco Fass per cui non risulto particolarmente credibile, tuttavia ho riscontrato una messa in scena tipicamente serriana dove una velata farsa è sempre dietro l’angolo, è la sua capacità di mettere soggetti improbabili nei panni di giganti (il discorso non vale per Jean-Pierre Léaud), per farli razzolare dentro la sacralità, la letteratura, la Storia. O il cinema. Non è un caso allora se i personaggi presenti nel bar siano fedelissimi di Serra, Lluís Carbó (il Don Chisciotte di Honour of the Knights, 2006), Xavier Gratacós e l’onnipresente controfigura Lluís Serrat, per celebrare la settima arte di Fassbinder Serra la scompone con i suoi ferri del mestiere. Ordinaria amministrazione concettuale.

martedì 9 agosto 2022

A Separation

Dividersi gli oggetti rivendicandone una proprietà dimenticata dai più, gettarne altri (alcuni di un “certo” rilievo: il vestito da sposa), comprarne di nuovi in base alle necessità di un futuro sconosciuto ma imminente, Att skiljas (2013) parte da qui, nella spaccatura ormai insanabile che divide due sessantenni svedesi, una crepa talmente ampia che la separazione risulta essere l’unica stuccatura possibile, e Karin Ekberg, figlia dei genitori in procinto di divorziarsi, riprende i cocci di questa relazione ai calci di rigore, la sua presenza tende ad una neutralità nei momenti in cui la coppia è contemporaneamente presente (cogliendo, tra l’altro, tutto il gelo, l’afasia e il fastidio che caratterizzano la disaffezione, soprattutto se di lunga durata: “non ci baciamo da almeno cinque anni”), mentre assume il ruolo di confessore quando si trova faccia a faccia o con la mamma o con il papà. L’esito è un documentario povero di mezzi, praticamente un filmino domestico con qualche intensificazione sonora e qualche innesto video dall’album di famiglia, ma non sciatto né troppo banale, questo perché, e probabilmente il fatto che ci fosse un legame consanguineo tra regista e i soggetti di fronte all’obiettivo ha aiutato, trasuda una gamma di sentimenti con cui è facile avere feeling per via di un’innegabile sincerità di fondo, e quindi vedere il padre mesto e impaurito da ciò che lo aspetta (dei due, è lui ad aver ricevuto il colpo, e quanto gli duole!) fa un po’ tenerezza, come osservare la ferma posizione della madre spinge a ragionare sul perché, spesso, i rapporti sentimentali non funzionano, di chi è la colpa, se c’è una colpa, chi ha torto e chi ragione, ammesso che qualcosa di infinitamente complesso come un matrimonio lungo quarant’anni possa risolversi in maniera netta e dicotomica.

Da A Separation era difficile aspettarsi qualcosa che andasse oltre il delineamento della situazione critica con annessi, brevi, approfondimenti emotivo-esistenziali, eppure, se aggrada, alla fine Karin Ekberg propone anche una sorta di piccola morale che chiude la faccenda. Le morali, checché se ne dica, fanno cagare perché evocano tratti parabolici da catechismo, però se il messaggio arriva da un oggettino pregno di intimità e di umiltà, allora l’indotta sentenza irrita di meno. La postilla in sostanza è che: anche se è andato tutto a rotoli, anche se quando chiudi gli occhi prima di addormentarti ti passa davanti una vita intera passata con lei, anche se alla fine ad addormentarti non ci riesci proprio e ti rigiri in un letto singolo che dopo anni e anni di letto matrimoniale ti sembra microscopico, ecco, anche se il destino ha preso una piega del genere, non ti disperare troppo perché ciò che appare sotto le vesti di una spaventosa fine può essere in realtà un meraviglioso nuovo inizio. Con una ellissi temporale che spariglia il mood abbacchiato aleggiante, due spazzolini dentro al porta-suddetti segnano la svolta: chi non aveva speranze le ha magicamente riacquistate in un altro cuore perché l’essere umano è un bel tipo, si strugge, si danna fino a logorarsi, e poi basta un niente per farlo risorgere (con l’ovvio rischio di ricadere in disgrazia, ma all’inizio non ci si pensa per nulla), sicché: che la festa cominci! sembrano dire le ultime immagini le quali, girate non da una che passava di lì per caso, assumono un’increspatura di serenità nell’animo di Karin, un immaginabile dolce arrivederci che è possibile intuire: se loro sono felici, allora lo sono anche io.

venerdì 29 luglio 2022

Desierto en tu mente

La fa facile la tagline sulla pagina IMDb di Desierto en tu mente (2017) definendolo un road-movie surreale, non che nell’esordio della videoartista spagnola Marta Grimalt non sia riscontrabile un tragitto geografico (nel caos indomabile si comprende almeno uno spostamento dalla Spagna agli Stati Uniti), però c’è così tanto materiale qui dentro e così tanto rimescolato che non si hanno altre scelte ad esclusione di: bollare sbrigativamente la faccenda come sterile onanismo giovanile, oppure interpretare la schizofrenia visiva come furore artistico, bulimico e difettoso ma pur sempre vivo. Cerco di pormi a metà strada senza però tentare di dare un ordine logico perché sarebbe fatica inutile: nell’impossibile intelligibilità dell’opera che è pervasa da un’anarchia indisciplinata si espandono a mo’ di cerchi nell’acqua suggestioni lynchiane (il tizio in maschera, alcune distorsioni sonore) o comunque riconducibili ad altri filmmaker che amano sperimentare pur avendo pochi mezzi a disposizione. Il tentativo della Grimalt è apprezzabile perché dopo tutto siamo buoni, certo è che, pur essendo questo un oggetto che si sfibra minuto dopo minuto, che si esfolia con gran trambusto, avremmo gradito un abbraccio connettivo che invece non si ritrova, a meno che non si voglia considerare la ragazza che gira con lo yo-yo il collante tra le situazioni e gli enigmatici personaggi che si avvicendano, però a mio modo di vedere non è un tratto che dà vera organicità. Alla lunga una tale sfrontatezza, sebbene compressa in giusto sessanta minuti, un po’ stufa.

L’aspetto di Desierto en tu mente si poggia su un girato in Super 8 che balla tra due estremi: il muto e l’avanguardia. La Grimalt osa parecchio e tempesta il flusso filmico di gingilli e accorgimenti da epilessia (c’è ad esempio una “cosa” ancorata sulla sinistra dello schermo che lampeggerà per l’intera durata della proiezione), strambi quadrati con all’interno altre immagini si sovrappongono all’immagine-madre, scenette nonsense segnano il cammino della giovane occhialuta (una è commentata da un’assurda intervista con voci modificate ad un tipo di nome Cocoliso che a quanto pare è la versione ispanica di Pisellino, il figlio di Braccio di Ferro), ingressi musicali a dir poco stridenti erompono furibondi. Io, al cospetto di siffatto scompiglio, dico che comunque la pellicola non si leva di dosso quell’aura di amatorialità di cui è intrisa, una roba che si avverte messa in piedi con amici e conoscenti che magari saranno anche bravi professionisti ma che non riescono a compensare le velleità sperimentali di Marta Grimalt perché probabilmente nel 2017 le mancavano delle basi, sia economiche che pratico-teoriche. Riconoscendo l’intraprendenza della maiorchina, e suggerendole umilmente di proseguire negli studi sul cinema, il mio pollice si alza timidamente per un finale dal sapore liberatorio, il che non va letto in maniera negativa, al contrario, si sente uno scioglimento, un’apertura dopo un’immersione grigia, disturbata e intermittente.

mercoledì 6 luglio 2022

My Dead Dad’s Porno Tapes

Charlie Tyrell, canadese classe 1988, ha il tipico curriculum del filmmaker in erba: una manciata di cortometraggi (con il plus degli inserti animati), una di videoclip e una di spot pubblicitari, tutto ciò sarà d’aiuto al recensore di turno quando dovrà giudicare il feature film di debutto che non lesinerà esimie qualità proprio grazie al trascorso del regista, in attesa dell’eventuale esordio concentriamoci su My Dead Dad’s Porno Tapes (2018), un lavoro breve dalla forte carica autobiografica che scandaglia il rapporto tra lo stesso Tyrell e suo papà deceduto a causa di un tumore. Le cassette porno del titolo sono fuorvianti, Charlie sperava di trovarci all’interno qualcosa che gli donasse delle risposte mentre invece, alla fine, rimangono dei banali parallelepipedi di plastica. Dei responsi, su di sé e sul carattere ermetico del padre, li scova comunque costruendo questo piccolo memoir che coinvolge anche gli altri famigliari, il punto di forza dell’operazione è dato dalla forma frizzantina che mescola filmini casalinghi a schegge simil-animate, soprattutto di oggetti che su uno sfondo bianco prendono vita. La confezione è appetibile anche perché accompagnata da un vivace commento over al confine tra la nostalgia e la simpatia, però ad un occhio che si sente di essere cinefilo il tutto di Tyrell assumerà contorni piuttosto docili, pur ammirandone l’idea personale che sta alla base prodotti del genere tradiscono una natura che è solo apparentemente anarchica.

Forse la sensazione che il film si instradi in un insieme riconoscibile e ampiamente codificato è anche dovuto al fatto che la sua ciccia è un manifesto di psicologia da romanzetto, in pratica il padre è sempre stato un po’ burbero perché la madre di lui era una donna molto rigida e severa (ascoltiamo degli stralci di registrazione tra i due), ed anch’essa, a sua volta, ha patito un’educazione soffocante da un genitore definito come un tiranno. Questa cascata di colpe che si ripercuotono sulla progenie successiva è uno di quei stratagemmi narrativi che ormai rasentano l’abuso, chiaramente qui, trattandosi di un documentario aderente alla storia genealogica dei Tyrell, non si potevano pretendere chissà quali rivoluzioni, tuttavia mi metto ad additare il metodo espositivo del regista, molto infighettato e creativo ma incapace di rompere la calotta emotiva. Ad ogni modo la mamma di Charlie verso il termine del corto dice che il cerchio si è spezzato e che non ci sarà più dolore nelle generazioni a venire, spero per loro che possa essere così.

sabato 11 giugno 2022

Triokala

Leandro Picarella è un regista molto legato alla sua terra d’origine perché stando alla scheda che lo riguarda su CinemaItaliano.info (link) la Sicilia è al centro di ogni progetto filmico, di conseguenza anche e soprattutto Triokala (2015) ci racconta qualcosa di questa splendida isola, tuttavia si profila da subito un però: però non sembra nemmeno di essere in Sicilia, almeno non nell’idea superficialmente turistica che se ne ha, il punto è che, se non si sentisse il dialetto degli abitanti, potremmo tranquillamente essere su un paesino delle Alpi, il motivo è dovuto al fatto che Picarella ha scelto come set Caltabellotta, un agglomerato di case in provincia di Agrigento (Triokala è l’antico nome in greco) situato a quasi mille (!) metri sul livello del mare. Per cui si verifica un disorientamento per così dire geografico che ci fa dire: dove siamo? E che per di più si accentua grazie ad un approccio molto meditativo dove il regista punta forte sia sulle componenti naturalistiche del luogo che su quelle umane, difatti Triokala è un documentario dai confini labili che con approccio ieratico riprende allo stesso modo delle nuvole rigonfie di pioggia o un gruppo di persone intente a raccogliere le olive. Nel fluire di un tempo che sa farsi sospeso come probabilmente accade da sempre in un posto del genere, Picarella diventa un’entità che si aggira tra la nebbia, che contempla gli orizzonti invernali, che coglie la quotidianità paesana, il procedimento, ne converrete, non è considerabile come una ventata d’aria fresca però non si può evitare di subire una fascinazione per certi mondi trasmessi con un tale, magnetico, rigore.

Idealmente Triokala è una discesa dal tragitto circolare che arriva e poi di nuovo si immette nel medesimo cielo. Nel viaggio terrestre segnato da un progressivo avvicinamento alle forme di vita che lì vi dimorano (si parte da un brulichio di insetti), traspira dalla bruma delle montagne un’attenzione particolare ad una dimensione spirituale che silenziosa aleggia, un mix di ritualità e credenze ataviche che sostanziano il cuore dell’opera. Nell’ibridazione di protocollo che il documentario subisce si manifesta una tensione verso dell’indefinita trascendenza, non è solo religione e non è solo tradizione, è sentimento popolare che si ripropone primigenio sotto spoglie diverse (lo sciamano del Paese che cura i malanni dei concittadini bollendo serpenti vivi in un pentolone; la vecchietta che in casa scaccia via gli spiriti maligni con un rametto) ricondotte da Picarella in un finale catartico dove per la prima volta, dopo aver dato del tu ad aria, acqua e terra, facciamo conoscenza con l’elemento del fuoco. L’inafferrabile essenza di una realtà che custodisce ricordi ancestrali all’interno di un’ordinarietà come tante (comunque vediamo gente al bar che gioca a carte e contadini impegnati nei loro lavori) è un po’ il mistero principe dell’esistenza che si ripete chiaroscura lontana dalla costa e che sicuramente Picarella ha colto con buoni intenti e relativa concretezza, se però posso fare un appunto credo che negli ultimi anni ci sia stata nel cinema italiano, almeno quello che si avvale dello stesso dispositivo di Triokala, una “moda” frammartiniana che non ha permesso di far avanzare granché il discorso intorno al metodo, va bene il folklore, va bene la ricerca sul reale, vanno bene le sfumature teologiche, escatologiche, ecc., ma penso si debba e si possa osare maggiormente, sperimentare, sperimentare e ancora sperimentare: forza!

lunedì 30 maggio 2022

The Rules for Everything

In realtà questo signore che si chiama Kim Hiorthøy, norvegese classe ’73, lo avevamo già incontrato sulla nostra strada cinefila, non, come dire, in maniera diretta, ma il suo nome era comunque presente nelle crew di alcuni film passati da queste parti. Infatti lo abbiamo ritroviamo nelle vesti di compositore (a quanto pare è soprattutto un musicista) per il corto Ad Astra (2016) di Paul Tunge, ma anche di direttore della fotografia per il dimenticabile The Angel (2009) e per I Belong (2012), ecco, proprio il lavoro di Dag Johan Haugerud offre un discreto spunto iniziale per inquadrare The Rules for Everything (2017) perché la scelta di Hiorthøy ricade sulla coralità, sebbene non sia a conti fatti un film corale come potrebbe essere quello di altri due contemporanei scandinavi quali Roy Andersson e Ruben Östlund, da loro però desume un’ironia che non assurge mai a commedia e, di rimando, si applica in una drammaticità che non evolve mai in vera tragedia. Insomma: penso abbiate capito quali sono le frequenze in oggetto, bozzetti algidi e acidi provenienti dall’abbiente Europa settentrionale, ritratti di persone impegnate a fronteggiare l’esistenza con le armi dell’assurdo, ed è ciò che lo spettatore a sua volta assorbe: un taglio cinematografico esistenziale le cui ferite si medicano, o almeno si prova a farlo, per mezzo di svariate bislaccherie, con atteggiamenti scentrati, non-focalizzati, banalmente: curiosi. So di stare a parlare di una ben poco ragguardevole scoperta dell’acqua calda, ma so anche che codesta formula, bene o male, funziona, da ben prima che un Hiorthøy qualunque la utilizzasse.

Il passo che va un po’ oltre la creazione di aspettative su una tale lunghezza d’onda è dato da un piacevole estro creativo che attraversa l’opera, parlo essenzialmente di soluzioni formali (grafiche, di montaggio e perfino di formato), probabilmente non così indispensabili, che ad ogni modo vivificano il girato, lo ripuliscono da una possibile e pericolosa classicità in favore di una freschezza che, parlando di cinema narrativo, è sempre ben accolta. Poi qua va inserito il discorso decisamente ampio che si tenta di imbastire, perché non si può negare che ci sia quasi un filtro filosofico che voglia spiegare e spiegarci il mondo. Nell’ottica di una maggiore profondità dei significati chi scrive ha riscontrato una discreta arguzia nel cablare la componente riflessiva, che poi diventa una sorta di narratore interno, sugli occhi, il cuore ed il cervello della ragazzina protagonista, e così, scampato un possibile appesantimento dei toni, seguiamo il suo cogitare in voce off. I concetti principali, riportati nel titolo, sono che ci sono delle regole riguardanti tutti, tutti: esseri inanimati e non, e che siffatte norme, volenti o nolenti, direzionano la vita verso una sola meta, la morte. Allegria! Ed il centro della storia, al pari delle sue eventuali diramazioni, conduce al capolinea per eccellenza, alle modalità con cui si può contrastare (sembra che Il settimo sigillo [1957] sia un modello in tal senso), o, magari, per tentare una comprensione, che già sarebbe un qualcosa di importante.

Gli intenti teorici hanno quindi un loro perché, poi subentra il fatto che sembrerebbe crearsi una discrepanza nell’applicazione pratica, se pensiamo a Storm quale personaggio super partes, una coscienza filmica astratta, pensante, praticamente antidiegetica (e il ruolo che riveste nella recita scolastica non è casuale), le corrispettive vicende che coinvolgono la madre paiono viaggiare su ben altri piani, la doppia e repentina perdita (prima sentimentale e subito dopo fisica) del marito, il tentativo di ricostruzione del sé con l’ingresso in scena del giovane e scapestrato guru, sono snodi posti non alla medesima altezza delle aspirazioni concettuali, permane uno scollamento, una non perfetta aderenza che lascia un non so che di amaro in bocca, la sensazione che bastava giusto un cicinino in più per trovare la quadra, nulla toglie che comunque in Hiorthøy, così come in Tunge, si intravedono grandi margini di miglioramento.

mercoledì 18 maggio 2022

Me stesso nelle foto degli altri

La prima volta che lo incontrai abitava ancora con sua mamma, una donnina gentile dai capelli incredibilmente radi, vedi, disse lui un giorno abbassando la testa per mostrarmi la calvizie che si stava prendendo una buona porzione di cranio, ho preso da mia madre, ma al di là di questo, dell’incipienza tricotica, non l’ho mai visto preoccuparsi troppo di sé stesso, del suo aspetto fisico intendo, dell’apparire agli altri, e lo capii davvero solo verso la fine, poco prima che svanisse per sempre, quando sugli scogli che si allungavano oltre il molo proferì una di quelle frasi che in qualche modo ti restano nella memoria, parlavamo di social network e del fatto che avesse solo un vecchio profilo Facebook in cui non c’era nemmeno una sua foto: la questione è che trovo molto più interessante chi scompare invece di chi appare, il mare ribolliva e io restai in silenzio. Faceva il contabile in una piccola azienda che si occupava di traduzioni ma non mi raccontava quasi mai della sua vita professionale, in realtà non parlava praticamente mai di nulla, nemmeno delle sue passioni più care come la musica e la letteratura, una sera, ad esempio, finimmo a cena con degli amici di amici, una coppia con una carriera avviata e prossima di lì a pochi mesi al matrimonio, ebbene in qualche modo si iniziò a parlare di libri, e la discussione prese una certa piega dove sapevo che lui sarebbe potuto intervenire e dire molto di più di quanto se ne stava dicendo e in maniera decisamente più pertinente, ma non proferì parola, se ne rimase zitto ad ascoltare fino a che il cameriere non attirò l’attenzione di tutti noi chiedendoci le ordinazioni. Non era bello, non era nemmeno affascinante né carismatico o qualunque altra qualità che di solito si attribuisce ad un uomo per giustificarne i successi sentimentali, raramente prendeva posizione, tendeva ad evitare il confronto e, soprattutto, incamerava dentro di sé qualunque tipo di emozione, sia negativa che positiva, senza esporre nulla, assorbendo, comprimendo nello stomaco, nelle budella, era, nella solitudine che lo attorniava e che nemmeno io fui capace di medicare, un milione di altre cose, alcune bellissime, altre meno, di certo sapevo con assoluta certezza ciò che non era: non era felice, glielo leggevi nei gesti, nella postura, nel modo di parlare, nella stanchezza che aveva negli occhi. 
Prima di me aveva avuto una relazione più o meno lunga e più o meno sofferta per cui provavo quella stupida gelosia dove ci si prefigurano situazioni immancabilmente migliori di quelle che si sta vivendo nel presente, non ho mai saputo il nome di questa persona ma un giorno ne vidi la foto, per pura coincidenza, sbucare da una cartella del suo computer, mi sentii male ma, come si fa in casi del genere, feci finta di niente, del resto lo stesso episodio sarebbe potuto accadere anche a parti invertite, sebbene lui, probabilmente, nell’eventualità avrebbe chiuso l’immagine senza farsi troppe domande, mentre io, invece, di domande gliene avrei fatte di continuo perché più il nostro strano rapporto proseguiva e più mendicavo informazioni da persone che per un motivo o per l’altro lo conoscevano, e per tutta una serie di casualità venni a sapere che tra la sua storia passata e l’incontro con me erano trascorsi cinque anni, e allora una sera glielo chiesi: che cosa cazzo hai fatto durante questi cinque anni? Io? Bah, mi sono perso, sì, rispetto alla maggior parte dei miei coetanei direi che mi sono perso. Saltò fuori che aveva fatto dei viaggi in oriente insieme ad un amico che nel frattempo si era trasferito e che quindi non riuscii mai a conoscere, di questi viaggi, al solito, non mi raccontò granché ma sentivo nella sua voce, nella frequenza del suo respiro, che ne era rimasto colpito e perciò gli proposi di andarci insieme in “questo” oriente un giorno, mi rispose che ci avrebbe pensato su. 
Ricevetti molte sue lettere, lettere vere, di carta, scritte a mano, imbucate e spedite come non fa più nessuno nonostante vivessimo ad un quarto d’ora di macchina di distanza, le conservo ancora perché sono dolci e trasparenti e perché mi ricordano quella nostalgia dell’attesa, della speranza nel ricevere una busta indirizzata a me, e quando lo immaginavo nella sua cameretta, chino sotto la lampada della scrivania, in qualche modo provavo una forma di sicurezza legata alla sua presenza, sì, che lui c’era, che era vicino e che un filo di parole in qualche modo riusciva a connetterci. Ricordo bene il mio primo ingresso nel suo piccolo regno, la camera da dove sembrava non fosse mai uscito, accadde una notte in cui sua madre era via da una qualche zia, la stanza era parecchio disordinata a causa della quantità di libri che traboccavano da ogni parte, li ho letti tutti, ma proprio tutti, eppure mi sembra di non aver letto ancora niente disse mentre liberava un divanetto per farmi sedere, i suoi movimenti erano impacciati, anzi no, innaturali, sentivo che si sforzava in convenevoli a cui non era abituato, rovesciò il caffè e per poco non inciampò sul tappeto, poi accese il PC e fece partire una canzone molto delicata dai suoni melodiosi, con archi, chitarre morbide e voci eteree, sembrano i Sigur Rós ma non sono i Sigur Rós, be’, non mi importava chi fossero o non fossero, in quel momento stavo bene e se chiudevo gli occhi non ero più al secondo piano di una palazzina in periferia ma in un centro illuminato e vorticante privo di gravità. 
Alla fine, comunque, riuscimmo a fare un piccolo viaggio, non avevamo molti soldi a disposizione per cui la scelta ricadde sui voli più economici senza tenere conto della meta, e quindi partimmo per Lille. Ho visto molti film ambientati da queste parti, i bambini hanno i denti scheggiati e la faccia piena di lentiggini mentre il vento spettina i capelli rossi delle donne, ma non è un rosso come quello delle irlandesi, è più scuro, più vicino al colore delle monetine di rame. Non vidi né bimbi né donne corrispondenti a tali descrizioni, ma il vento sì, con quello imparammo a conviverci durante quei giorni, fu il nostro fastidioso compagno di avventura mentre passeggiavamo nello zoo cittadino rispondendo ai versi delle scimmie o mentre mangiavamo enormi kebab fuori dalla stazione circondati da marocchini in tuta appoggiati alle colonne. Fu durante quella breve vacanza che scopammo per la prima volta senza preservativo, accadde in maniera naturale, nel calore dell’appartamento che avevamo preso su Airbnb, tra le lenzuola arricciate e i cuscini precipitati a terra, e l’assenza di quella barriera in lattice, seppur sottile e quasi impalpabile, mi fece credere che da lì in avanti saremmo stati risucchiati in una di quelle bolle che cingono e proteggono le coppie da ogni tipo di avversità. A ritorno c’era un’intera Europa che si distendeva là sotto, un fiorire di luci immerse in zone di profondissima ombra, strinsi la sua mano con una forza che voleva dirgli tutto quello che finora non gli avevo detto e che, in effetti, non riuscii mai a dirgli. 

Perché, come mi aveva insegnato mettendomi in guardia dai film e dai romanzi rosa, c’è sempre un protocollo che si ripete, una simmetria che specchia il rovescio, un acme e una ritirata. Dopo Lille, semplicemente, svanì per due settimane, e tutto cominciò a creparsi. Il mio mantra quotidiano era: non farci caso, non esporti, non fare niente di avventato, ma all’ennesima voce registrata della segreteria telefonica e all’ennesimo messaggio su WhatsApp monospuntanto, presi coraggio e un pomeriggio mi presentai a casa sua dove vissi una duplice delusione: la prima fu che lui non c’era, e la seconda che sua mamma, pur mantenendo toni affabili e cordiali, mi fece intendere che non aveva la minima idea di che cosa io fossi per suo figlio, e, dopo che mi disse sul pianerottolo che lui se ne era andato in Umbria o forse nelle Marche – non ricordava bene – a svolgere un ritiro spirituale presso una comunità di una qualche religione sincretica, anche io, a quel punto, non sapevo più che cosa ero per lui. Si rifece vivo con un vocale nel quale si scusava ma, a causa di un non specificato vuoto interiore, sentiva il bisogno di sfuggire ai soliti meccanismi della quotidianità. Seguirono altri incontri basati su quel solito banale teatrino dove lo sport che va per la maggiore è il puntarsi reciprocamente il dito contro, l’indice per la precisione, in un susseguirsi di accuse feroci bilanciate da slanci emotivi intensissimi, da quella sensazione di accoglienza necessaria che ti fa dire ok, nonostante tutto quello che sta succedendo e che non sto capendo c’è ancora un un’unità, che tuttavia verrà nuovamente messa in discussione al litigio successivo, così, in un loop da cui non riesci, o non vuoi uscire, perché in fondo è per certi versi confortante sapere che c’è un approdo dopo la tempesta, e tu di questo approdo ne hai bisogno, così come forse hai bisogno della tempesta perché se niente era più come prima, quella realtà fatta di sospetti, gelosie e incomprensioni (sì, i ritiri presso la comunità religiosa proseguirono e si intensificarono, e quando gli chiesi di portarmi con lui mi rispose che no, che quello era un percorso che doveva fare da solo) stava diventando la routine e la routine, anche se sbagliata, è sempre rassicurante. 
Poi qualche tempo dopo quella giornata sul molo, a letto, mentre mi accarezzava i capelli, con le pale del ventilatore che muovevano l’aria satura di umori e di sperma, prese idealmente un paletto di frassino e lo ficcò nel mio cuore assetato di sangue, di esistenza: mi sono licenziato, ho preso un biglietto di sola andata per il Brasile, Manaus, starò lì qualche settimana per aspettare gli altri e poi navigheremo giù lungo il Rio delle Amazzoni fino ad una fazenda, la fazenda di Santa Rosa. Non so quanto durerà il mio soggiorno. Aiuterò i ragazzi, c’è molto lavoro da fare, soprattutto su di sé, su di noi, ed è un lavoro che qui non si può svolgere, qui è tutto sbagliato, marcio, deperito, la vita vera è altrove, non è questa pallida imitazione che ogni cazzo di giorno ci ostiniamo a vivere. Cercherò di stabilizzarmi sulle note della Grande Madre, tenterò di lavare via tutto quanto mi immonda e soprattutto respirerò a lungo, ogni mattina, cercando di inglobare in me ciò che mi sta intorno per lievitare, ingigantire, e quindi esplodere come una stella. Solo allora potrò ritornare. Spero tu possa capire, spero tu possa perdonare.

No, non potevo capire né perdonare, almeno non nella fase iniziale del processo di distacco che è una fase simile alla centrifuga di una lavatrice, sei immobile eppure giri a mille all’ora, sei un derviscio principiante, provi a stare in piedi ma le forze sono scarse e le cadute molto rovinose. Non andai all’aeroporto per salutarlo, gli augurai buona fortuna via mail perché volevo ostinarmi da subito ad instaurare una certa freddezza formale. Il periodo immediatamente successivo fu strano e, a posteriori, anche malinconico perché la sua assenza era ancora una specie di presenza, camminavo e lo sentivo al mio fianco, vedevo qualcosa che pensavo potesse interessarlo e la commentavo con lui anche se lui non c’era più, poi mi fermavo, risalivo dall’apnea, prendevo fiato e provavo una rabbia tremenda, in primis verso di lui e in seconda battuta verso di me perché realizzavo di aver fatto un errore stupido, infantile: lo avevo idealizzato, avevo pensato fosse un altro tipo di persona, non quella che era per davvero, ma quella che piaceva a me, e se adesso si era fatto riempire di merda il cervello da quei quattro ciarlatani chi ci perdeva ero solo io perché vedevo il celeberrimo castello di carte costruito per mezzo delle mie discutibili conoscenze ingegneristiche distruggersi alla prima folata di vento. 
Saltuariamente mi inviava delle foto, in genere erano selfie con la sua faccia in primo piano e con alle spalle persone occidentali dall’aspetto alternativo che indossavano collane e altri monili da bancarella, non ho mai risposto a nessuna di queste immagini con delle parole, ho al massimo alzato qualche pollice in segno di cortesia, e così, pian piano, la nostra connessione perse di stabilità, di intensità, accadde che, banalmente, la razionalità cominciò a riversarsi nello spazio, nell’Oceano, che ci separava, e, complice il fatto che avevo trovato un nuovo impiego presso lo studio di un importante notaio e che quindi la mia vita era molto più focalizzata sul lavoro, di lui, anche se non era passato neanche un anno, iniziavo già ad avere un ricordo stinto, come se non fosse stato per un certo periodo il mio compagno ma quello di una mia amica, almeno fino a quando d’improvviso, una notte, ricevetti un suo messaggio nel quale diceva che da adesso in poi mi avrebbe scritto da quel nuovo numero, che stava bene, che tutto andava alla grande e che mi abbracciava forte. Il prefisso del numero era +855. 

Non ci pensai il mattino dopo né nei giorni che seguirono, solo che, per uno di quei strani orditi intessuti da non si sa bene chi, in studio misi le mani su una pratica d’eredità molto complessa dove pareva che il de cuius in questione avesse riconosciuto, all’insaputa dei famigliari, un figlio avuto con una donna brasiliana, e questo figlio, magari tranquillo e rilassato sotto un ombrellone di Copacabana, avrebbe ricevuto di lì a poco una chiamata dall’Italia, ovvero da me, se non fosse che digitando il prefisso internazionale del Brasile sul telefono una saetta aprì in due l’ufficio: c’era un 8 di meno, c’era un cazzo di 8 in meno, posai la cornetta e cercai immediatamente su Google a quale Paese appartenesse il prefisso +855, comparve la bandiera a bande rosse e blu orizzontali della Cambogia. Corsi in bagno a vomitare, ecco che precipitavano nel cesso tutte le nostre promesse e i nostri baci sotto forma di croissant alla crema triturato e avvolto negli acidi gastrici. Certo, avrei potuto, anzi, avrei dovuto fregarmene, soprassedere, snobbare, e per circa settantadue ore ci riuscii, poi però a causa di un aperitivo che mi allentò di un poco i freni della ragione gli scrissi quanto segue: bravo! Adesso sei contento che puoi scoparti tutte le ragazzine che vuoi? Non ti fai solo un pochino schifo per tutte le balle che mi hai raccontato? Ti sei inventato questa ridicola storia per cosa? Ah sì, lo so, perché sei un mezzo fallito, uno che vive-ancora-con-la-mamma, che non prende parte né si sbilancia, un ignavo 3.0 che invece di assumersi delle responsabilità se ne scappa via dall’altra parte del mondo. Addio, coglione.

Decisi che avrei bloccato ed eliminato il suo contatto a breve, giusto il tempo di ricevere l’eventuale, patetica, risposta che infatti arrivò una sera mentre guardavo la tv, era il testo di una poesia in francese che scoprii in seguito essere di Michel Houellebecq, e la poesia diceva così:

Ma vie, ma vie, ma très ancienne, 
Mon premier vœu mal refermé 
Mon premier amour infirmé 
Il a fallu que tu reviennes. 

Il a fallu que je connaisse 
Ce que la vie a de meilleur, 
Quand deux corps jouent de leur bonheur 
Et sans fin s’unissent et renaissent. 

Entré en dépendance entière
Je sais le tremblement de l’être 
L’hésitation à disparaître 
Le soleil qui frappe en lisière 

Et l’amour, où tout est facile, 
Où tout est donné dans l’instant. 
Il existe, au milieu du temps, 
La possibilité d’une île

Dopodiché sparimmo l’uno per l’altro, per sempre, come nebbia che si dissolve e lascia posto ad un nuovo scenario, ad un nuovo paesaggio. 
E difatti mi innamorai di un altro uomo, un giovane avvocato che lavorava nel mio stesso stabile e con il quale intrapresi una relazione che, tra le risapute problematiche che affliggono ogni relazione, in qualche modo dura tutt’ora. Non è che lo dimenticai, quello no, fu solo che il suo pensiero si fece sempre meno vivido, lo associavo automaticamente ad una parte di me, e soprattutto ad una parte della mia esistenza, che non mi riguardavano più, ero in un’altra fase ormai, in fondo, non mi interessava nemmeno delle sue menzogne, avevo altro a cui pensare: una posizione lavorativa in via di consolidamento, l’acquisto di una casa, la precaria salute di mio padre, e così, un tardo pomeriggio invernale, quando finita la giornata mi imbattei casualmente in un corteo di giovani ecologisti che con cartelli e megafono inveivano contro la scellerata condotta politica del Governo brasiliano nei riguardi dell’Amazzonia, non feci subito caso al volantino che una tipa con i rasta mi schiaffò in mano, lo infilai in tasca e proseguii ritraendo la faccia nel bavero della giacca, solo dopo, in prossimità di un supermercato, feci per prendere il portafoglio e toccai quel depliant che già avevo dimenticato di avere, mi allungai verso un cestino per buttarlo ma la foto del Presidente carioca con sopra il simbolo del divieto mi fece esitare e girare istintivamente il foglio, dietro c’erano gli estremi bancari per effettuare delle donazioni ad una sorta di associazione che si impegnava quotidianamente nel fronteggiare il progressivo disboscamento della foresta, e c’erano inoltre due foto, nella prima era immortalato un cartello piantato nel terreno con su scritto Santa Rosa, nella seconda, un po’ sgranata, c’era un gruppetto di persone. Avvicinai a me l’opuscolo scandagliando meglio quella fotografia appiccicata in basso, fu una di quelle epifanie che illuminano parti del tuo essere veramente oscure e sconosciute perfino a te stesso: in mezzo alle persone c’era lui, calvo, un po’ più grasso, con una camicia floreale aperta fino allo sterno e degli occhiali da vista posati sulla testa, ma non avevo dubbi, era lui e al suo fianco c’ero io, avevo i capelli rasati a zero e la barba lunga, una canottiera dell’NBA e un cappello da cowboy posato sulla nuca a farmi da aureola, eravamo abbracciati e sorridevamo verso l’obiettivo.

Entrai nel supermarket e durante la cernita dei grappoli d’uva più commestibili sentii una bambina andare via dicendo: mamma, perché quel signore piangeva?

mercoledì 11 maggio 2022

Ossudo

Si è appurato con i due cortometraggi 42,195 Km (2010) e O Jogo (2010) che il Júlio Alves pre-A Casa (2012) era ancora un regista alla ricerca di una propria identità, quindi non sorprende il fatto che visionando un suo lavoro ancor più antecedente vi sia la conferma di una traiettoria artistica acerba e un po’ spuntata. Questo Ossudo (2007) ha come set un qualche Paese africano (visto che si parla portoghese sarà Capo Verde?) immerso in una miseria dove uno dei suoi tanti figli, un povero diavolo che vive su una panchina, si sta riducendo ad essere tutto ossa e poca pelle. La scelta stilistica che Alves compie è bizzarra (e, ad oggi, non ripetuta), se nei crediti iniziali piazza alcune immagini di stampo documentaristico del luogo, nello spazio infinitesimale tra un frame e l’altro trasforma la realtà in una rappresentazione animata. Ossudo è un oggetto d’animazione ma, forse per delle mancanze insite già all’origine, o forse per il periodo di tempo intercorso, la tecnica utilizzata non brilla affatto per estetica, è uno strano mescolamento di 2D e 3D che risulta superato ai nostri occhi: esigua fluidità nei movimenti delle figure, scarsa espressività facciale, fondali non particolarmente curati, palette di colori monocromatica, no, non esattamente una patina che ti spinge a dire “wow”.

Non riesco nemmeno a spendere un giudizio positivo sul racconto che, permettetemi lo sciocco gioco di parole, è ridotto all’osso, non tanto nella triade premessa-sviluppo-conclusione che è inevitabilmente limitata vista la sua collocazione short, quanto nel senso che vuole recapitarci. Trattasi di storiella che vuole mostrare un’umanità esistente anche in un mondo lontano dall’occidente, e lo fa trovando in Marlisa una figura quasi angelica (o magari perfino funerea, l’apertura interpretativa sul suo personaggio è l’unico aspetto che smuove il corto) che accompagna verso la morte il protagonista. Situazione triste e malinconica ma è poco, troppo poco per accendere un briciolo di interesse. 
Ad una rapida panoramica dei titoli brevi di Alves, Ossudo e i due citati in cima, si registra la tendenza dell’autore lusitano nel privilegiare il messaggio di fondo piuttosto che il canale con cui viene trasmesso. Grave errore poiché tali messaggi, seppur “giusti”, nobili e quel che si vuole, perdono efficacia se posti in un deficitario protocollo formale. Fortunatamente Alves in futuro cambierà andazzo scrollandosi via qualsivoglia retaggio “da parabola”.

domenica 10 aprile 2022

Appennino

Sono un po’ combattuto nel riordinare idee e pensieri adesso che la visione di Appennino (2017) è terminata, l’area dei dubbi si colloca esclusivamente nel settore strutturale del film, magari sbaglierò ma io vorrei sempre assistere ad un qualcosa che, pur avendo una sua continuità ed un suo trascorso artistico, sa rinnovarsi in ogni manifestazione esteriore, qui questo ragionamento non è applicabile perché il sistema autoriale di Emiliano Dante è lo stesso di Habitat: Note personali (2014), e se dico che è lo stesso, be’, parliamo proprio di una copia carbone che ripresenta nuovamente e in modo pedissequo tutto l’apparato formale del documentario sul sisma aquilano, e quindi uso del bianco e nero, inserti animati disegnati dal filmmaker stesso, voce off narrante, scansione diaristica degli eventi, impiego di un conto alla rovescia sovrimpresso che rende il titolo in questione un lungo countdown. Il fatto è che anche l’argomento trattato è il medesimo, ancora un terremoto, nello specifico quello che colpì la zona di Amatrice tra il 2016 ed il 2017, a cui Dante non fa mancare il correlato ritratto umano-resistenziale dei sopravvissuti. Eppure, al netto di una ripetizione di stile e temi, è come se in fondo è giusto che Appennino sia stato fatto così, e lo è perché colui che c’è dietro la videocamera è un ragazzo che si chiama Emiliano, uno che ha semplicemente cercato di mitigare la tragedia vissuta attraverso il filtro del cinema, sicché in un’esposizione in così prima persona non viene meno una preziosa sensibilità nell’osservare il mondo, o ciò che rimane di esso, in un processo che proprio non ce la fa a non essere profondamente intimo, sofferto, di Emiliano, e poi, ma solo poi e in una parte che non può che essere minima, anche del pubblico.

“Ricostruzione” è un concetto importante per il film perché inizialmente Dante voleva incentrare il suo lavoro sulla ricostruzione dell’Aquila, ma la natura elastica dell’opera ha conglobato in sé l’avvenuta di un’altra catastrofe che il regista, mosso da intenzioni pressoché impossibili da decifrare per noi che non sappiamo cosa significhi davvero quando la terra trema (si è recato lì per solidarietà? Per paura? Per un sottile fascino?), è andato a catturare venendo alla fine assorbito dal reticolo di storie umane e ricordi che da Amatrice, Norcia e gli altri paesi disastrati si irradiano e sempre in loro convergono. Solo che, per via di una realtà frammentata marchiata da una burocrazia che allunga i tempi, Dante si è spesso trovato ad un punto morto del suo percorso ed ogni volta è stato costretto a ricostruire il tragitto e la meta, per farlo si è servito dei mattoncini che nessun terremoto gli ha buttato giù, come il vecchio amico Paolo, come il nuovo amico Stefano, una sorta di alter ego di Emiliano poiché impegnato nell’utopica edificazione di un centro commerciale nonché uomo colpito dalla freccia di Cupido in un contesto inatteso. La sostanza di Appennino è dunque costellata di diramazioni, di interruzioni, di stimoli che pur prendendo rotte singolari alla fine si immettono in una grande collettività poiché, come Dante stesso afferma, il terremoto è un dramma collettivo e per provare a capirlo e, in seconda battuta, per fare in maniera che divenga comprensibile anche a noi, lo ha tradotto in una sequenza di suoni e di immagini, ha usato il cinema per interpretare il caos, il che dà alla settima arte un piacevole attributo romantico, e se ascolterete le splendide riflessioni conclusive ne avrete la conferma.