lunedì 20 novembre 2023

Tentare bei cieli più tersi

Il 20 novembre del 2007 aprivo questo blog, oggi, esattamente sedici anni dopo, è arrivato il momento di chiuderlo. I motivi sono più che evidenti e ritengo non ci sia neanche bisogno di elencarli poiché credo di averlo già fatto in passato, ma, davvero, ormai sono quasi dieci anni che non ha senso alcuno scrivere qualcosa (qualunque cosa!) su questo tipo di piattaforme, il mondo è radicalmente cambiato e le informazioni viaggiano giustamente su altri canali a ritmi a dir poco infernali. Che cosa rimane, allora, dopo più di tre lustri passati a scrivere? Non lo so. Quello che so, o che almeno penso di sapere, è che, per quanto mi riguarda, si è trattato di un viaggio straordinario, un percorso di crescita, di formazione e di educazione per il quale non ho dubbi nell’affermare che senza oltre il fondo non sarei la persona che sono ora, non avrei la sensibilità che in qualche modo ritengo di aver sviluppato e non continuerei ad avere quel desiderio rivolto alla costante scoperta, alla comprensione ma anche allo smarrimento, al misurarmi con ciò che è più grande di me, al rimanere nascosto, al chiedere di essere accettato pur rimanendo distaccato, lasciato, forse disperso, e dire che tutto è iniziato con un bacio che non mi vide protagonista, poi una crisi sentimentale post-adolescenziale, un cumulo di terra che sembrava una montagna, il rifugio nella scrittura, il sollievo nel cinema, l’impegno costante, la passione, le connessioni virtuali e quelle reali, lo dissi a te perché doveva essere così, la difficoltà nel mantenere un equilibrio, il sentirmi obbligato a scegliere tra le parole e la realtà, certamente i miei errori, e poi la separazione, il ritorno al nido, ancora nella culla, un nuovo inizio, lui che iniziava a stare male, i rapporti svilenti, i viaggi, il rumore che non riuscii mai a decifrare in una foresta vicino a Chiang Mai, lui che piano piano continuava a peggiorare, un illusorio brillio all’interno di quei rapporti, una influencer giapponese che saliva su per le scale delle Batu Caves, lui che entrava ed usciva dagli ospedali, una vecchia prostituta che cercava di trascinarmi nella sua alcova a Itaewon, lei, la mia prostituta, che ancora mi voleva, l’Apocalisse, l’epidemia, il rinnovato piacere del cinema in una vita improvvisamente cristallizzata, lei che se ne andava, lui che andava via per sempre, io che rimanevo solo, piccolo, impaurito dal futuro, la lenta ricostruzione del sé, l’assestamento lavorativo, una casa, un altro Mondo che, senza rendermene conto, invadeva dolcemente il mio, piano piano, sentendomi abbracciato, diverso, sciolto: fino a sentire che le righe che sto scrivendo adesso davanti al mio computer saranno le ultime, fino a sentire, in un modo che non riesco spiegare bene, di essere sereno.

Ecco cosa è successo in questi sedici anni: ho vissuto anche quando non credevo di vivere e oltre il fondo è sempre stato qui, in una dimensione che allo stesso tempo ha saputo essere esplicitamente pubblica ma anche intima, davvero personale: non sono mai stato me stesso come lo sono stato su queste pagine. Quindi, al mio lettino da psicoanalisi fatto di etere, o ombra benevola o angelo custode in HTML, non posso che dire uno sconfinato grazie, ci sono state volte che ti ho odiato, ma come ho letto in un libro che si intitola  A/metà di Jasmin B. Frelih “a volte proviamo tanta rabbia nei confronti delle persone che amiamo. Verso gli altri non proviamo dei sentimenti così forti. Quando ci leghiamo, quando ci leghiamo davvero a qualcuno, nei legami si creano delle bolle nelle quali trovano posto le cose più crude”, ma, e ora permettetemi di scadere un attimo nel banale, lasciatemi ringraziare chi mi ha accompagnato durante il tragitto, adesso li chiamano followers, un tempo avevano un nome dal sapore molto più antico: i lettori, vi devo esprimere tutta la mia riconoscenza, anche se ormai non c’è praticamente più nessuno che legge, non posso che sentirmi grato del tempo dedicatomi, fosse stata anche una visita accidentale o un rapporto più fedele e duraturo, devo ripeterlo: è stata un’avventura bellissima ed è stato un vero onore avervi al mio fianco. 

E quindi adesso che cosa farò? Che cosa resterà di me? Sgomberando il campo da un principio di malinconia, penso che, semplicemente, tenterò di mantenere anche nella vita vera la medesima attitudine portata avanti fino ad ora, che è, in buona sostanza, la tendenza a non fermarsi mai alla superficie delle cose cercando di andare giù, nel profondo, è infatti questa la piccola missione che provo a fare mia ogni santo giorno. Non è facile perché il mondo circostante è una specie di enorme magnete che attira a sé l’ovvietà, tutto nasce e si consuma in modo effimero, giusto il tempo di una storia tra un reel e l’altro. Non mollate, non molliamo: io sono solo un povero scemo come mille altri, non so un cazzo di niente della parola “vivere”, annaspo col muso a qualche centimetro dall’acqua torbida, mi addormento assalito dai pensieri e al mattino è come se dovessi mettermi in fila per andare dal boia, eppure, al pari dei-mille-altri, ho, abbiamo, ancora un qualcosa che ci portiamo dentro e che curiamo con tutta l’attenzione che si dà a ciò che riteniamo importante, se saremo bravi a tenere duro, a non farci travolgere, allora avremo ancora una speranza che potremo proiettare nei corpi, e quindi nei cuori, delle persone che ci stanno vicino. Quindi, se resterà qualcosa di oltre il fondo, e perciò di me stesso, saranno dei piccoli semini al di fuori di lui e, pertanto, anche di me, che magari in un futuro germoglieranno in un altrove, però, se proprio devo dare un’immagine conclusiva ed esplicativa che possa chiudere questo cerchio cominciato nel 2007 e terminato nel 2023, devo citare una canzone uscita di recente che si chiama The Likes Of Us dei Lanterns On The Lake, non so se perché è bella fresca  e pertanto mi risuona nuova nelle orecchie o perché effettivamente è un pezzo che quasi mi commuove ad ogni ascolto, il fatto è che poco oltre i tre minuti il brano sale di intensità, si apre, sboccia, alla voce della cantante si aggiunge un violino che fa da alveo e che trasporta il cantato su un altro piano fino ad amalgamarsi in un unico suono e allora mi sembra quasi che una pioggia possa uscire dalla terra per ripulire il cielo, ed è proprio questo che vorrei rimanesse di oltre il fondo: una vibrazione che si propaga dolce, una sensazione che si fa ricordo, una memoria che pulsa da qualche parte, al di là dello spazio e del tempo, dove finalmente potremo incontrarci di nuovo.

Infine, desidero dedicare ogni singola parola che ho scritto nel blog a mio papà che un giorno ha deciso di tentare bei cieli più tersi. A lui va il mio pensiero, il mio ricordo e il mio amore: per tutto quello che in vita purtroppo non ci siamo detti e che magari, anche inconsapevolmente, sono riuscito a dirgli qua dentro.

I won’t let this spark die in me.

3 commenti:

  1. Dispiace molto non avere più la possibilità di questa finestra "oltre il fondo" che è questo blog. Le opere scelte per le recensioni erano spesso una formidabile sorpresa, mai ovvie, sempre puntate al profondo.
    Spero che Eraserhead non smetta di scrivere e che la sua scintilla brilli ancora da qualche parte, sul web e oltre.

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  2. Per me la fine di questo viaggio è parecchio amara. Spero ti si possa seguire in altra maniera, grazie di tutto.

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