
Peccato visto che le premesse c’erano tutte: una ragazza viene rinchiusa in un manicomio perché pensa di essere un cyborg, nella clinica incontra un giovane che crede, e fa credere, di poter rubare le qualità altrui. Così quest’ultimo aiuta il “cyborg” a riavvicinarsi al cibo, in quanto lei era convinta che gli alimenti potevano danneggiare i suoi circuiti, e fra i due nasce l’amore, o qualcosa di simile.
Gli altri pazienti del manicomio sono tutti divertentissimi, c’è un tizio che chiede sempre scusa e cammina all’indietro, c’è una grassona che mangia in continuazione, per non parlare dei dottori buffi e squinternati come i pazienti che hanno in cura. Ma ai fini della storia non hanno alcuna implicazione, la loro presenza è solo un contorno, divertente ma inutile.
Il passato dei due protagonisti non è spiegato in maniera limpida, lei ha una nonna che mangiava continuamente rafani (ho imparato oggi che cosa sono) e topi, per questo fu rinchiusa anche lei in un manicomio. La nonna però ha un ruolo importante nella vita della ragazza, grazie alla sua dentiera il “cyborg” riesce a comunicare con tutto ciò che possiede dei circuiti, ed inoltre è profeta sul suo futuro. Per quanto riguarda il ragazzo si sa che è stato abbandonato dalla madre e niente di più.
A ben vedere ci potrebbe essere un sotto-testo che riguarda l’anoressia, il “cyborg” non mangia perché non vuole rovinare i circuiti, e a costo di difendere i suoi ingranaggi rischia la vita, così come molte ragazze affette da disturbi alimentari, però è un argomento spinoso di cui so poco e quindi non mi addentro nella questione.
Resta il fatto però che Park Chan-wook sia un grande regista. E lo si capisce fin dai folli titoli iniziali. Ho notato che utilizza spesso gli specchi creando delle “contro-inquadrature”, in più riutilizza lo stesso elastico del suo episodio intitolato Cut nella serie Three… Extremes (2004), chi l’ha visto sa di cosa parlo. La scena cult, che probabilmente verrà ricordata a lungo, richiama timidamente alla violenza dei suoi precedenti film perché la protagonista, in un suo sogno, ormai completamente “ricaricata” fa una strage nel manicomio sterminando tutti i dottori grazie a dei cannoncini che compaiono in fondo alle dita. L’odio per i camici bianchi, così vengono chiamati, è alimentato dal sentimento di vendetta che la ragazza prova in seguito all’internamento della nonna. Ecco dunque che ritorna anche qui il tema della vendetta evidentemente molto caro al buon Park.
A chi si aspetta un seguito della "vendetta" rimarrà deluso, rimane però un’opera esteticamente pregevole con dei contenuti non facili da recepire.
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