martedì 9 agosto 2022

A Separation

Dividersi gli oggetti rivendicandone una proprietà dimenticata dai più, gettarne altri (alcuni di un “certo” rilievo: il vestito da sposa), comprarne di nuovi in base alle necessità di un futuro sconosciuto ma imminente, Att skiljas (2013) parte da qui, nella spaccatura ormai insanabile che divide due sessantenni svedesi, una crepa talmente ampia che la separazione risulta essere l’unica stuccatura possibile, e Karin Ekberg, figlia dei genitori in procinto di divorziarsi, riprende i cocci di questa relazione ai calci di rigore, la sua presenza tende ad una neutralità nei momenti in cui la coppia è contemporaneamente presente (cogliendo, tra l’altro, tutto il gelo, l’afasia e il fastidio che caratterizzano la disaffezione, soprattutto se di lunga durata: “non ci baciamo da almeno cinque anni”), mentre assume il ruolo di confessore quando si trova faccia a faccia o con la mamma o con il papà. L’esito è un documentario povero di mezzi, praticamente un filmino domestico con qualche intensificazione sonora e qualche innesto video dall’album di famiglia, ma non sciatto né troppo banale, questo perché, e probabilmente il fatto che ci fosse un legame consanguineo tra regista e i soggetti di fronte all’obiettivo ha aiutato, trasuda una gamma di sentimenti con cui è facile avere feeling per via di un’innegabile sincerità di fondo, e quindi vedere il padre mesto e impaurito da ciò che lo aspetta (dei due, è lui ad aver ricevuto il colpo, e quanto gli duole!) fa un po’ tenerezza, come osservare la ferma posizione della madre spinge a ragionare sul perché, spesso, i rapporti sentimentali non funzionano, di chi è la colpa, se c’è una colpa, chi ha torto e chi ragione, ammesso che qualcosa di infinitamente complesso come un matrimonio lungo quarant’anni possa risolversi in maniera netta e dicotomica.

Da A Separation era difficile aspettarsi qualcosa che andasse oltre il delineamento della situazione critica con annessi, brevi, approfondimenti emotivo-esistenziali, eppure, se aggrada, alla fine Karin Ekberg propone anche una sorta di piccola morale che chiude la faccenda. Le morali, checché se ne dica, fanno cagare perché evocano tratti parabolici da catechismo, però se il messaggio arriva da un oggettino pregno di intimità e di umiltà, allora l’indotta sentenza irrita di meno. La postilla in sostanza è che: anche se è andato tutto a rotoli, anche se quando chiudi gli occhi prima di addormentarti ti passa davanti una vita intera passata con lei, anche se alla fine ad addormentarti non ci riesci proprio e ti rigiri in un letto singolo che dopo anni e anni di letto matrimoniale ti sembra microscopico, ecco, anche se il destino ha preso una piega del genere, non ti disperare troppo perché ciò che appare sotto le vesti di una spaventosa fine può essere in realtà un meraviglioso nuovo inizio. Con una ellissi temporale che spariglia il mood abbacchiato aleggiante, due spazzolini dentro al porta-suddetti segnano la svolta: chi non aveva speranze le ha magicamente riacquistate in un altro cuore perché l’essere umano è un bel tipo, si strugge, si danna fino a logorarsi, e poi basta un niente per farlo risorgere (con l’ovvio rischio di ricadere in disgrazia, ma all’inizio non ci si pensa per nulla), sicché: che la festa cominci! sembrano dire le ultime immagini le quali, girate non da una che passava di lì per caso, assumono un’increspatura di serenità nell’animo di Karin, un immaginabile dolce arrivederci che è possibile intuire: se loro sono felici, allora lo sono anche io.

venerdì 29 luglio 2022

Desierto en tu mente

La fa facile la tagline sulla pagina IMDb di Desierto en tu mente (2017) definendolo un road-movie surreale, non che nell’esordio della videoartista spagnola Marta Grimalt non sia riscontrabile un tragitto geografico (nel caos indomabile si comprende almeno uno spostamento dalla Spagna agli Stati Uniti), però c’è così tanto materiale qui dentro e così tanto rimescolato che non si hanno altre scelte ad esclusione di: bollare sbrigativamente la faccenda come sterile onanismo giovanile, oppure interpretare la schizofrenia visiva come furore artistico, bulimico e difettoso ma pur sempre vivo. Cerco di pormi a metà strada senza però tentare di dare un ordine logico perché sarebbe fatica inutile: nell’impossibile intelligibilità dell’opera che è pervasa da un’anarchia indisciplinata si espandono a mo’ di cerchi nell’acqua suggestioni lynchiane (il tizio in maschera, alcune distorsioni sonore) o comunque riconducibili ad altri filmmaker che amano sperimentare pur avendo pochi mezzi a disposizione. Il tentativo della Grimalt è apprezzabile perché dopo tutto siamo buoni, certo è che, pur essendo questo un oggetto che si sfibra minuto dopo minuto, che si esfolia con gran trambusto, avremmo gradito un abbraccio connettivo che invece non si ritrova, a meno che non si voglia considerare la ragazza che gira con lo yo-yo il collante tra le situazioni e gli enigmatici personaggi che si avvicendano, però a mio modo di vedere non è un tratto che dà vera organicità. Alla lunga una tale sfrontatezza, sebbene compressa in giusto sessanta minuti, un po’ stufa.

L’aspetto di Desierto en tu mente si poggia su un girato in Super 8 che balla tra due estremi: il muto e l’avanguardia. La Grimalt osa parecchio e tempesta il flusso filmico di gingilli e accorgimenti da epilessia (c’è ad esempio una “cosa” ancorata sulla sinistra dello schermo che lampeggerà per l’intera durata della proiezione), strambi quadrati con all’interno altre immagini si sovrappongono all’immagine-madre, scenette nonsense segnano il cammino della giovane occhialuta (una è commentata da un’assurda intervista con voci modificate ad un tipo di nome Cocoliso che a quanto pare è la versione ispanica di Pisellino, il figlio di Braccio di Ferro), ingressi musicali a dir poco stridenti erompono furibondi. Io, al cospetto di siffatto scompiglio, dico che comunque la pellicola non si leva di dosso quell’aura di amatorialità di cui è intrisa, una roba che si avverte messa in piedi con amici e conoscenti che magari saranno anche bravi professionisti ma che non riescono a compensare le velleità sperimentali di Marta Grimalt perché probabilmente nel 2017 le mancavano delle basi, sia economiche che pratico-teoriche. Riconoscendo l’intraprendenza della maiorchina, e suggerendole umilmente di proseguire negli studi sul cinema, il mio pollice si alza timidamente per un finale dal sapore liberatorio, il che non va letto in maniera negativa, al contrario, si sente uno scioglimento, un’apertura dopo un’immersione grigia, disturbata e intermittente.

mercoledì 6 luglio 2022

My Dead Dad’s Porno Tapes

Charlie Tyrell, canadese classe 1988, ha il tipico curriculum del filmmaker in erba: una manciata di cortometraggi (con il plus degli inserti animati), una di videoclip e una di spot pubblicitari, tutto ciò sarà d’aiuto al recensore di turno quando dovrà giudicare il feature film di debutto che non lesinerà esimie qualità proprio grazie al trascorso del regista, in attesa dell’eventuale esordio concentriamoci su My Dead Dad’s Porno Tapes (2018), un lavoro breve dalla forte carica autobiografica che scandaglia il rapporto tra lo stesso Tyrell e suo papà deceduto a causa di un tumore. Le cassette porno del titolo sono fuorvianti, Charlie sperava di trovarci all’interno qualcosa che gli donasse delle risposte mentre invece, alla fine, rimangono dei banali parallelepipedi di plastica. Dei responsi, su di sé e sul carattere ermetico del padre, li scova comunque costruendo questo piccolo memoir che coinvolge anche gli altri famigliari, il punto di forza dell’operazione è dato dalla forma frizzantina che mescola filmini casalinghi a schegge simil-animate, soprattutto di oggetti che su uno sfondo bianco prendono vita. La confezione è appetibile anche perché accompagnata da un vivace commento over al confine tra la nostalgia e la simpatia, però ad un occhio che si sente di essere cinefilo il tutto di Tyrell assumerà contorni piuttosto docili, pur ammirandone l’idea personale che sta alla base prodotti del genere tradiscono una natura che è solo apparentemente anarchica.

Forse la sensazione che il film si instradi in un insieme riconoscibile e ampiamente codificato è anche dovuto al fatto che la sua ciccia è un manifesto di psicologia da romanzetto, in pratica il padre è sempre stato un po’ burbero perché la madre di lui era una donna molto rigida e severa (ascoltiamo degli stralci di registrazione tra i due), ed anch’essa, a sua volta, ha patito un’educazione soffocante da un genitore definito come un tiranno. Questa cascata di colpe che si ripercuotono sulla progenie successiva è uno di quei stratagemmi narrativi che ormai rasentano l’abuso, chiaramente qui, trattandosi di un documentario aderente alla storia genealogica dei Tyrell, non si potevano pretendere chissà quali rivoluzioni, tuttavia mi metto ad additare il metodo espositivo del regista, molto infighettato e creativo ma incapace di rompere la calotta emotiva. Ad ogni modo la mamma di Charlie verso il termine del corto dice che il cerchio si è spezzato e che non ci sarà più dolore nelle generazioni a venire, spero per loro che possa essere così.

sabato 11 giugno 2022

Triokala

Leandro Picarella è un regista molto legato alla sua terra d’origine perché stando alla scheda che lo riguarda su CinemaItaliano.info (link) la Sicilia è al centro di ogni progetto filmico, di conseguenza anche e soprattutto Triokala (2015) ci racconta qualcosa di questa splendida isola, tuttavia si profila da subito un però: però non sembra nemmeno di essere in Sicilia, almeno non nell’idea superficialmente turistica che se ne ha, il punto è che, se non si sentisse il dialetto degli abitanti, potremmo tranquillamente essere su un paesino delle Alpi, il motivo è dovuto al fatto che Picarella ha scelto come set Caltabellotta, un agglomerato di case in provincia di Agrigento (Triokala è l’antico nome in greco) situato a quasi mille (!) metri sul livello del mare. Per cui si verifica un disorientamento per così dire geografico che ci fa dire: dove siamo? E che per di più si accentua grazie ad un approccio molto meditativo dove il regista punta forte sia sulle componenti naturalistiche del luogo che su quelle umane, difatti Triokala è un documentario dai confini labili che con approccio ieratico riprende allo stesso modo delle nuvole rigonfie di pioggia o un gruppo di persone intente a raccogliere le olive. Nel fluire di un tempo che sa farsi sospeso come probabilmente accade da sempre in un posto del genere, Picarella diventa un’entità che si aggira tra la nebbia, che contempla gli orizzonti invernali, che coglie la quotidianità paesana, il procedimento, ne converrete, non è considerabile come una ventata d’aria fresca però non si può evitare di subire una fascinazione per certi mondi trasmessi con un tale, magnetico, rigore.

Idealmente Triokala è una discesa dal tragitto circolare che arriva e poi di nuovo si immette nel medesimo cielo. Nel viaggio terrestre segnato da un progressivo avvicinamento alle forme di vita che lì vi dimorano (si parte da un brulichio di insetti), traspira dalla bruma delle montagne un’attenzione particolare ad una dimensione spirituale che silenziosa aleggia, un mix di ritualità e credenze ataviche che sostanziano il cuore dell’opera. Nell’ibridazione di protocollo che il documentario subisce si manifesta una tensione verso dell’indefinita trascendenza, non è solo religione e non è solo tradizione, è sentimento popolare che si ripropone primigenio sotto spoglie diverse (lo sciamano del Paese che cura i malanni dei concittadini bollendo serpenti vivi in un pentolone; la vecchietta che in casa scaccia via gli spiriti maligni con un rametto) ricondotte da Picarella in un finale catartico dove per la prima volta, dopo aver dato del tu ad aria, acqua e terra, facciamo conoscenza con l’elemento del fuoco. L’inafferrabile essenza di una realtà che custodisce ricordi ancestrali all’interno di un’ordinarietà come tante (comunque vediamo gente al bar che gioca a carte e contadini impegnati nei loro lavori) è un po’ il mistero principe dell’esistenza che si ripete chiaroscura lontana dalla costa e che sicuramente Picarella ha colto con buoni intenti e relativa concretezza, se però posso fare un appunto credo che negli ultimi anni ci sia stata nel cinema italiano, almeno quello che si avvale dello stesso dispositivo di Triokala, una “moda” frammartiniana che non ha permesso di far avanzare granché il discorso intorno al metodo, va bene il folklore, va bene la ricerca sul reale, vanno bene le sfumature teologiche, escatologiche, ecc., ma penso si debba e si possa osare maggiormente, sperimentare, sperimentare e ancora sperimentare: forza!

lunedì 30 maggio 2022

The Rules for Everything

In realtà questo signore che si chiama Kim Hiorthøy, norvegese classe ’73, lo avevamo già incontrato sulla nostra strada cinefila, non, come dire, in maniera diretta, ma il suo nome era comunque presente nelle crew di alcuni film passati da queste parti. Infatti lo abbiamo ritroviamo nelle vesti di compositore (a quanto pare è soprattutto un musicista) per il corto Ad Astra (2016) di Paul Tunge, ma anche di direttore della fotografia per il dimenticabile The Angel (2009) e per I Belong (2012), ecco, proprio il lavoro di Dag Johan Haugerud offre un discreto spunto iniziale per inquadrare The Rules for Everything (2017) perché la scelta di Hiorthøy ricade sulla coralità, sebbene non sia a conti fatti un film corale come potrebbe essere quello di altri due contemporanei scandinavi quali Roy Andersson e Ruben Östlund, da loro però desume un’ironia che non assurge mai a commedia e, di rimando, si applica in una drammaticità che non evolve mai in vera tragedia. Insomma: penso abbiate capito quali sono le frequenze in oggetto, bozzetti algidi e acidi provenienti dall’abbiente Europa settentrionale, ritratti di persone impegnate a fronteggiare l’esistenza con le armi dell’assurdo, ed è ciò che lo spettatore a sua volta assorbe: un taglio cinematografico esistenziale le cui ferite si medicano, o almeno si prova a farlo, per mezzo di svariate bislaccherie, con atteggiamenti scentrati, non-focalizzati, banalmente: curiosi. So di stare a parlare di una ben poco ragguardevole scoperta dell’acqua calda, ma so anche che codesta formula, bene o male, funziona, da ben prima che un Hiorthøy qualunque la utilizzasse.

Il passo che va un po’ oltre la creazione di aspettative su una tale lunghezza d’onda è dato da un piacevole estro creativo che attraversa l’opera, parlo essenzialmente di soluzioni formali (grafiche, di montaggio e perfino di formato), probabilmente non così indispensabili, che ad ogni modo vivificano il girato, lo ripuliscono da una possibile e pericolosa classicità in favore di una freschezza che, parlando di cinema narrativo, è sempre ben accolta. Poi qua va inserito il discorso decisamente ampio che si tenta di imbastire, perché non si può negare che ci sia quasi un filtro filosofico che voglia spiegare e spiegarci il mondo. Nell’ottica di una maggiore profondità dei significati chi scrive ha riscontrato una discreta arguzia nel cablare la componente riflessiva, che poi diventa una sorta di narratore interno, sugli occhi, il cuore ed il cervello della ragazzina protagonista, e così, scampato un possibile appesantimento dei toni, seguiamo il suo cogitare in voce off. I concetti principali, riportati nel titolo, sono che ci sono delle regole riguardanti tutti, tutti: esseri inanimati e non, e che siffatte norme, volenti o nolenti, direzionano la vita verso una sola meta, la morte. Allegria! Ed il centro della storia, al pari delle sue eventuali diramazioni, conduce al capolinea per eccellenza, alle modalità con cui si può contrastare (sembra che Il settimo sigillo [1957] sia un modello in tal senso), o, magari, per tentare una comprensione, che già sarebbe un qualcosa di importante.

Gli intenti teorici hanno quindi un loro perché, poi subentra il fatto che sembrerebbe crearsi una discrepanza nell’applicazione pratica, se pensiamo a Storm quale personaggio super partes, una coscienza filmica astratta, pensante, praticamente antidiegetica (e il ruolo che riveste nella recita scolastica non è casuale), le corrispettive vicende che coinvolgono la madre paiono viaggiare su ben altri piani, la doppia e repentina perdita (prima sentimentale e subito dopo fisica) del marito, il tentativo di ricostruzione del sé con l’ingresso in scena del giovane e scapestrato guru, sono snodi posti non alla medesima altezza delle aspirazioni concettuali, permane uno scollamento, una non perfetta aderenza che lascia un non so che di amaro in bocca, la sensazione che bastava giusto un cicinino in più per trovare la quadra, nulla toglie che comunque in Hiorthøy, così come in Tunge, si intravedono grandi margini di miglioramento.

mercoledì 18 maggio 2022

Me stesso nelle foto degli altri

La prima volta che lo incontrai abitava ancora con sua mamma, una donnina gentile dai capelli incredibilmente radi, vedi, disse lui un giorno abbassando la testa per mostrarmi la calvizie che si stava prendendo una buona porzione di cranio, ho preso da mia madre, ma al di là di questo, dell’incipienza tricotica, non l’ho mai visto preoccuparsi troppo di sé stesso, del suo aspetto fisico intendo, dell’apparire agli altri, e lo capii davvero solo verso la fine, poco prima che svanisse per sempre, quando sugli scogli che si allungavano oltre il molo proferì una di quelle frasi che in qualche modo ti restano nella memoria, parlavamo di social network e del fatto che avesse solo un vecchio profilo Facebook in cui non c’era nemmeno una sua foto: la questione è che trovo molto più interessante chi scompare invece di chi appare, il mare ribolliva e io restai in silenzio. Faceva il contabile in una piccola azienda che si occupava di traduzioni ma non mi raccontava quasi mai della sua vita professionale, in realtà non parlava praticamente mai di nulla, nemmeno delle sue passioni più care come la musica e la letteratura, una sera, ad esempio, finimmo a cena con degli amici di amici, una coppia con una carriera avviata e prossima di lì a pochi mesi al matrimonio, ebbene in qualche modo si iniziò a parlare di libri, e la discussione prese una certa piega dove sapevo che lui sarebbe potuto intervenire e dire molto di più di quanto se ne stava dicendo e in maniera decisamente più pertinente, ma non proferì parola, se ne rimase zitto ad ascoltare fino a che il cameriere non attirò l’attenzione di tutti noi chiedendoci le ordinazioni. Non era bello, non era nemmeno affascinante né carismatico o qualunque altra qualità che di solito si attribuisce ad un uomo per giustificarne i successi sentimentali, raramente prendeva posizione, tendeva ad evitare il confronto e, soprattutto, incamerava dentro di sé qualunque tipo di emozione, sia negativa che positiva, senza esporre nulla, assorbendo, comprimendo nello stomaco, nelle budella, era, nella solitudine che lo attorniava e che nemmeno io fui capace di medicare, un milione di altre cose, alcune bellissime, altre meno, di certo sapevo con assoluta certezza ciò che non era: non era felice, glielo leggevi nei gesti, nella postura, nel modo di parlare, nella stanchezza che aveva negli occhi. 
Prima di me aveva avuto una relazione più o meno lunga e più o meno sofferta per cui provavo quella stupida gelosia dove ci si prefigurano situazioni immancabilmente migliori di quelle che si sta vivendo nel presente, non ho mai saputo il nome di questa persona ma un giorno ne vidi la foto, per pura coincidenza, sbucare da una cartella del suo computer, mi sentii male ma, come si fa in casi del genere, feci finta di niente, del resto lo stesso episodio sarebbe potuto accadere anche a parti invertite, sebbene lui, probabilmente, nell’eventualità avrebbe chiuso l’immagine senza farsi troppe domande, mentre io, invece, di domande gliene avrei fatte di continuo perché più il nostro strano rapporto proseguiva e più mendicavo informazioni da persone che per un motivo o per l’altro lo conoscevano, e per tutta una serie di casualità venni a sapere che tra la sua storia passata e l’incontro con me erano trascorsi cinque anni, e allora una sera glielo chiesi: che cosa cazzo hai fatto durante questi cinque anni? Io? Bah, mi sono perso, sì, rispetto alla maggior parte dei miei coetanei direi che mi sono perso. Saltò fuori che aveva fatto dei viaggi in oriente insieme ad un amico che nel frattempo si era trasferito e che quindi non riuscii mai a conoscere, di questi viaggi, al solito, non mi raccontò granché ma sentivo nella sua voce, nella frequenza del suo respiro, che ne era rimasto colpito e perciò gli proposi di andarci insieme in “questo” oriente un giorno, mi rispose che ci avrebbe pensato su. 
Ricevetti molte sue lettere, lettere vere, di carta, scritte a mano, imbucate e spedite come non fa più nessuno nonostante vivessimo ad un quarto d’ora di macchina di distanza, le conservo ancora perché sono dolci e trasparenti e perché mi ricordano quella nostalgia dell’attesa, della speranza nel ricevere una busta indirizzata a me, e quando lo immaginavo nella sua cameretta, chino sotto la lampada della scrivania, in qualche modo provavo una forma di sicurezza legata alla sua presenza, sì, che lui c’era, che era vicino e che un filo di parole in qualche modo riusciva a connetterci. Ricordo bene il mio primo ingresso nel suo piccolo regno, la camera da dove sembrava non fosse mai uscito, accadde una notte in cui sua madre era via da una qualche zia, la stanza era parecchio disordinata a causa della quantità di libri che traboccavano da ogni parte, li ho letti tutti, ma proprio tutti, eppure mi sembra di non aver letto ancora niente disse mentre liberava un divanetto per farmi sedere, i suoi movimenti erano impacciati, anzi no, innaturali, sentivo che si sforzava in convenevoli a cui non era abituato, rovesciò il caffè e per poco non inciampò sul tappeto, poi accese il PC e fece partire una canzone molto delicata dai suoni melodiosi, con archi, chitarre morbide e voci eteree, sembrano i Sigur Rós ma non sono i Sigur Rós, be’, non mi importava chi fossero o non fossero, in quel momento stavo bene e se chiudevo gli occhi non ero più al secondo piano di una palazzina in periferia ma in un centro illuminato e vorticante privo di gravità. 
Alla fine, comunque, riuscimmo a fare un piccolo viaggio, non avevamo molti soldi a disposizione per cui la scelta ricadde sui voli più economici senza tenere conto della meta, e quindi partimmo per Lille. Ho visto molti film ambientati da queste parti, i bambini hanno i denti scheggiati e la faccia piena di lentiggini mentre il vento spettina i capelli rossi delle donne, ma non è un rosso come quello delle irlandesi, è più scuro, più vicino al colore delle monetine di rame. Non vidi né bimbi né donne corrispondenti a tali descrizioni, ma il vento sì, con quello imparammo a conviverci durante quei giorni, fu il nostro fastidioso compagno di avventura mentre passeggiavamo nello zoo cittadino rispondendo ai versi delle scimmie o mentre mangiavamo enormi kebab fuori dalla stazione circondati da marocchini in tuta appoggiati alle colonne. Fu durante quella breve vacanza che scopammo per la prima volta senza preservativo, accadde in maniera naturale, nel calore dell’appartamento che avevamo preso su Airbnb, tra le lenzuola arricciate e i cuscini precipitati a terra, e l’assenza di quella barriera in lattice, seppur sottile e quasi impalpabile, mi fece credere che da lì in avanti saremmo stati risucchiati in una di quelle bolle che cingono e proteggono le coppie da ogni tipo di avversità. A ritorno c’era un’intera Europa che si distendeva là sotto, un fiorire di luci immerse in zone di profondissima ombra, strinsi la sua mano con una forza che voleva dirgli tutto quello che finora non gli avevo detto e che, in effetti, non riuscii mai a dirgli. 

Perché, come mi aveva insegnato mettendomi in guardia dai film e dai romanzi rosa, c’è sempre un protocollo che si ripete, una simmetria che specchia il rovescio, un acme e una ritirata. Dopo Lille, semplicemente, svanì per due settimane, e tutto cominciò a creparsi. Il mio mantra quotidiano era: non farci caso, non esporti, non fare niente di avventato, ma all’ennesima voce registrata della segreteria telefonica e all’ennesimo messaggio su WhatsApp monospuntanto, presi coraggio e un pomeriggio mi presentai a casa sua dove vissi una duplice delusione: la prima fu che lui non c’era, e la seconda che sua mamma, pur mantenendo toni affabili e cordiali, mi fece intendere che non aveva la minima idea di che cosa io fossi per suo figlio, e, dopo che mi disse sul pianerottolo che lui se ne era andato in Umbria o forse nelle Marche – non ricordava bene – a svolgere un ritiro spirituale presso una comunità di una qualche religione sincretica, anche io, a quel punto, non sapevo più che cosa ero per lui. Si rifece vivo con un vocale nel quale si scusava ma, a causa di un non specificato vuoto interiore, sentiva il bisogno di sfuggire ai soliti meccanismi della quotidianità. Seguirono altri incontri basati su quel solito banale teatrino dove lo sport che va per la maggiore è il puntarsi reciprocamente il dito contro, l’indice per la precisione, in un susseguirsi di accuse feroci bilanciate da slanci emotivi intensissimi, da quella sensazione di accoglienza necessaria che ti fa dire ok, nonostante tutto quello che sta succedendo e che non sto capendo c’è ancora un un’unità, che tuttavia verrà nuovamente messa in discussione al litigio successivo, così, in un loop da cui non riesci, o non vuoi uscire, perché in fondo è per certi versi confortante sapere che c’è un approdo dopo la tempesta, e tu di questo approdo ne hai bisogno, così come forse hai bisogno della tempesta perché se niente era più come prima, quella realtà fatta di sospetti, gelosie e incomprensioni (sì, i ritiri presso la comunità religiosa proseguirono e si intensificarono, e quando gli chiesi di portarmi con lui mi rispose che no, che quello era un percorso che doveva fare da solo) stava diventando la routine e la routine, anche se sbagliata, è sempre rassicurante. 
Poi qualche tempo dopo quella giornata sul molo, a letto, mentre mi accarezzava i capelli, con le pale del ventilatore che muovevano l’aria satura di umori e di sperma, prese idealmente un paletto di frassino e lo ficcò nel mio cuore assetato di sangue, di esistenza: mi sono licenziato, ho preso un biglietto di sola andata per il Brasile, Manaus, starò lì qualche settimana per aspettare gli altri e poi navigheremo giù lungo il Rio delle Amazzoni fino ad una fazenda, la fazenda di Santa Rosa. Non so quanto durerà il mio soggiorno. Aiuterò i ragazzi, c’è molto lavoro da fare, soprattutto su di sé, su di noi, ed è un lavoro che qui non si può svolgere, qui è tutto sbagliato, marcio, deperito, la vita vera è altrove, non è questa pallida imitazione che ogni cazzo di giorno ci ostiniamo a vivere. Cercherò di stabilizzarmi sulle note della Grande Madre, tenterò di lavare via tutto quanto mi immonda e soprattutto respirerò a lungo, ogni mattina, cercando di inglobare in me ciò che mi sta intorno per lievitare, ingigantire, e quindi esplodere come una stella. Solo allora potrò ritornare. Spero tu possa capire, spero tu possa perdonare.

No, non potevo capire né perdonare, almeno non nella fase iniziale del processo di distacco che è una fase simile alla centrifuga di una lavatrice, sei immobile eppure giri a mille all’ora, sei un derviscio principiante, provi a stare in piedi ma le forze sono scarse e le cadute molto rovinose. Non andai all’aeroporto per salutarlo, gli augurai buona fortuna via mail perché volevo ostinarmi da subito ad instaurare una certa freddezza formale. Il periodo immediatamente successivo fu strano e, a posteriori, anche malinconico perché la sua assenza era ancora una specie di presenza, camminavo e lo sentivo al mio fianco, vedevo qualcosa che pensavo potesse interessarlo e la commentavo con lui anche se lui non c’era più, poi mi fermavo, risalivo dall’apnea, prendevo fiato e provavo una rabbia tremenda, in primis verso di lui e in seconda battuta verso di me perché realizzavo di aver fatto un errore stupido, infantile: lo avevo idealizzato, avevo pensato fosse un altro tipo di persona, non quella che era per davvero, ma quella che piaceva a me, e se adesso si era fatto riempire di merda il cervello da quei quattro ciarlatani chi ci perdeva ero solo io perché vedevo il celeberrimo castello di carte costruito per mezzo delle mie discutibili conoscenze ingegneristiche distruggersi alla prima folata di vento. 
Saltuariamente mi inviava delle foto, in genere erano selfie con la sua faccia in primo piano e con alle spalle persone occidentali dall’aspetto alternativo che indossavano collane e altri monili da bancarella, non ho mai risposto a nessuna di queste immagini con delle parole, ho al massimo alzato qualche pollice in segno di cortesia, e così, pian piano, la nostra connessione perse di stabilità, di intensità, accadde che, banalmente, la razionalità cominciò a riversarsi nello spazio, nell’Oceano, che ci separava, e, complice il fatto che avevo trovato un nuovo impiego presso lo studio di un importante notaio e che quindi la mia vita era molto più focalizzata sul lavoro, di lui, anche se non era passato neanche un anno, iniziavo già ad avere un ricordo stinto, come se non fosse stato per un certo periodo il mio compagno ma quello di una mia amica, almeno fino a quando d’improvviso, una notte, ricevetti un suo messaggio nel quale diceva che da adesso in poi mi avrebbe scritto da quel nuovo numero, che stava bene, che tutto andava alla grande e che mi abbracciava forte. Il prefisso del numero era +855. 

Non ci pensai il mattino dopo né nei giorni che seguirono, solo che, per uno di quei strani orditi intessuti da non si sa bene chi, in studio misi le mani su una pratica d’eredità molto complessa dove pareva che il de cuius in questione avesse riconosciuto, all’insaputa dei famigliari, un figlio avuto con una donna brasiliana, e questo figlio, magari tranquillo e rilassato sotto un ombrellone di Copacabana, avrebbe ricevuto di lì a poco una chiamata dall’Italia, ovvero da me, se non fosse che digitando il prefisso internazionale del Brasile sul telefono una saetta aprì in due l’ufficio: c’era un 8 di meno, c’era un cazzo di 8 in meno, posai la cornetta e cercai immediatamente su Google a quale Paese appartenesse il prefisso +855, comparve la bandiera a bande rosse e blu orizzontali della Cambogia. Corsi in bagno a vomitare, ecco che precipitavano nel cesso tutte le nostre promesse e i nostri baci sotto forma di croissant alla crema triturato e avvolto negli acidi gastrici. Certo, avrei potuto, anzi, avrei dovuto fregarmene, soprassedere, snobbare, e per circa settantadue ore ci riuscii, poi però a causa di un aperitivo che mi allentò di un poco i freni della ragione gli scrissi quanto segue: bravo! Adesso sei contento che puoi scoparti tutte le ragazzine che vuoi? Non ti fai solo un pochino schifo per tutte le balle che mi hai raccontato? Ti sei inventato questa ridicola storia per cosa? Ah sì, lo so, perché sei un mezzo fallito, uno che vive-ancora-con-la-mamma, che non prende parte né si sbilancia, un ignavo 3.0 che invece di assumersi delle responsabilità se ne scappa via dall’altra parte del mondo. Addio, coglione.

Decisi che avrei bloccato ed eliminato il suo contatto a breve, giusto il tempo di ricevere l’eventuale, patetica, risposta che infatti arrivò una sera mentre guardavo la tv, era il testo di una poesia in francese che scoprii in seguito essere di Michel Houellebecq, e la poesia diceva così:

Ma vie, ma vie, ma très ancienne, 
Mon premier vœu mal refermé 
Mon premier amour infirmé 
Il a fallu que tu reviennes. 

Il a fallu que je connaisse 
Ce que la vie a de meilleur, 
Quand deux corps jouent de leur bonheur 
Et sans fin s’unissent et renaissent. 

Entré en dépendance entière
Je sais le tremblement de l’être 
L’hésitation à disparaître 
Le soleil qui frappe en lisière 

Et l’amour, où tout est facile, 
Où tout est donné dans l’instant. 
Il existe, au milieu du temps, 
La possibilité d’une île

Dopodiché sparimmo l’uno per l’altro, per sempre, come nebbia che si dissolve e lascia posto ad un nuovo scenario, ad un nuovo paesaggio. 
E difatti mi innamorai di un altro uomo, un giovane avvocato che lavorava nel mio stesso stabile e con il quale intrapresi una relazione che, tra le risapute problematiche che affliggono ogni relazione, in qualche modo dura tutt’ora. Non è che lo dimenticai, quello no, fu solo che il suo pensiero si fece sempre meno vivido, lo associavo automaticamente ad una parte di me, e soprattutto ad una parte della mia esistenza, che non mi riguardavano più, ero in un’altra fase ormai, in fondo, non mi interessava nemmeno delle sue menzogne, avevo altro a cui pensare: una posizione lavorativa in via di consolidamento, l’acquisto di una casa, la precaria salute di mio padre, e così, un tardo pomeriggio invernale, quando finita la giornata mi imbattei casualmente in un corteo di giovani ecologisti che con cartelli e megafono inveivano contro la scellerata condotta politica del Governo brasiliano nei riguardi dell’Amazzonia, non feci subito caso al volantino che una tipa con i rasta mi schiaffò in mano, lo infilai in tasca e proseguii ritraendo la faccia nel bavero della giacca, solo dopo, in prossimità di un supermercato, feci per prendere il portafoglio e toccai quel depliant che già avevo dimenticato di avere, mi allungai verso un cestino per buttarlo ma la foto del Presidente carioca con sopra il simbolo del divieto mi fece esitare e girare istintivamente il foglio, dietro c’erano gli estremi bancari per effettuare delle donazioni ad una sorta di associazione che si impegnava quotidianamente nel fronteggiare il progressivo disboscamento della foresta, e c’erano inoltre due foto, nella prima era immortalato un cartello piantato nel terreno con su scritto Santa Rosa, nella seconda, un po’ sgranata, c’era un gruppetto di persone. Avvicinai a me l’opuscolo scandagliando meglio quella fotografia appiccicata in basso, fu una di quelle epifanie che illuminano parti del tuo essere veramente oscure e sconosciute perfino a te stesso: in mezzo alle persone c’era lui, calvo, un po’ più grasso, con una camicia floreale aperta fino allo sterno e degli occhiali da vista posati sulla testa, ma non avevo dubbi, era lui e al suo fianco c’ero io, avevo i capelli rasati a zero e la barba lunga, una canottiera dell’NBA e un cappello da cowboy posato sulla nuca a farmi da aureola, eravamo abbracciati e sorridevamo verso l’obiettivo.

Entrai nel supermarket e durante la cernita dei grappoli d’uva più commestibili sentii una bambina andare via dicendo: mamma, perché quel signore piangeva?

mercoledì 11 maggio 2022

Ossudo

Si è appurato con i due cortometraggi 42,195 Km (2010) e O Jogo (2010) che il Júlio Alves pre-A Casa (2012) era ancora un regista alla ricerca di una propria identità, quindi non sorprende il fatto che visionando un suo lavoro ancor più antecedente vi sia la conferma di una traiettoria artistica acerba e un po’ spuntata. Questo Ossudo (2007) ha come set un qualche Paese africano (visto che si parla portoghese sarà Capo Verde?) immerso in una miseria dove uno dei suoi tanti figli, un povero diavolo che vive su una panchina, si sta riducendo ad essere tutto ossa e poca pelle. La scelta stilistica che Alves compie è bizzarra (e, ad oggi, non ripetuta), se nei crediti iniziali piazza alcune immagini di stampo documentaristico del luogo, nello spazio infinitesimale tra un frame e l’altro trasforma la realtà in una rappresentazione animata. Ossudo è un oggetto d’animazione ma, forse per delle mancanze insite già all’origine, o forse per il periodo di tempo intercorso, la tecnica utilizzata non brilla affatto per estetica, è uno strano mescolamento di 2D e 3D che risulta superato ai nostri occhi: esigua fluidità nei movimenti delle figure, scarsa espressività facciale, fondali non particolarmente curati, palette di colori monocromatica, no, non esattamente una patina che ti spinge a dire “wow”.

Non riesco nemmeno a spendere un giudizio positivo sul racconto che, permettetemi lo sciocco gioco di parole, è ridotto all’osso, non tanto nella triade premessa-sviluppo-conclusione che è inevitabilmente limitata vista la sua collocazione short, quanto nel senso che vuole recapitarci. Trattasi di storiella che vuole mostrare un’umanità esistente anche in un mondo lontano dall’occidente, e lo fa trovando in Marlisa una figura quasi angelica (o magari perfino funerea, l’apertura interpretativa sul suo personaggio è l’unico aspetto che smuove il corto) che accompagna verso la morte il protagonista. Situazione triste e malinconica ma è poco, troppo poco per accendere un briciolo di interesse. 
Ad una rapida panoramica dei titoli brevi di Alves, Ossudo e i due citati in cima, si registra la tendenza dell’autore lusitano nel privilegiare il messaggio di fondo piuttosto che il canale con cui viene trasmesso. Grave errore poiché tali messaggi, seppur “giusti”, nobili e quel che si vuole, perdono efficacia se posti in un deficitario protocollo formale. Fortunatamente Alves in futuro cambierà andazzo scrollandosi via qualsivoglia retaggio “da parabola”.