Si conclude così la trilogia degli elementi di Deepa Mehta iniziata con Fire (1997) e proseguita con Earth (1998).Come in Terra il film è ambientato nell’India del passato, precisamente il 1938, e racconta della piccola vedova Chuya che viene portata dalla sua famiglia in una casa per vedove indù che si affaccia su un fiume. Qui stringe amicizia con Kalyani, la più bella di tutte le donne della casa che viene obbligata a prostituirsi dall’odiosa matrona per permettere il sostentamento della piccola comunità. Tutto questo fino a che Kalyani si innamora Narayan, un giovane di famiglia benestante e dalla mentalità liberale. Ma il loro amore deve fare i conti con una società ottusa e addormentata dalla religione.
Lo sguardo di Deepa Mehta si affaccia su un mondo pressoché sconosciuto a noi occidentali, una realtà sociale dove ad una donna che diventa vedova è precluso qualunque sbocco sociale poiché nessuno sposerebbe una ragazza che ha già avuto un marito. Ma la cosa buffa, tristemente buffa, è che molte di queste “mogli” non hanno mai conosciuto, né soltanto visto, il proprio uomo.
Entrare nella casa per vedove significa perdere il proprio status sociale: tutte le donne vengono rasate, forse per farle apparire meno attraenti o forse per distruggere l’ultimo residuo di dignità femminile che possiedono, e sono tutte vestite uguali, in modo che i civili possano riconoscerle quando camminano per strada.
In questo modo la condizione di vedova scavalca quella del genere, al punto tale che quando la piccola Chuya chiede dei dolciumi ad una bancarella, il negoziante le dirà che una vedova non mangia quelle cose. Chuya non è più una bambina, pur avendo sette anni, ma semplicemente una vedova.
C’è del materiale su cui riflettere, anche perché a sentire Mehta al giorno d’oggi ci sono milioni di vedove indù che vivono un’esistenza così miserevole in India.
La qualità estetica, al pari delle precedenti opere, si attesta su livelli altissimi. I paesaggi mozzafiato, e il fiume così kimmiano fanno sì che Water divenga un film dipinto, pitturato e splendidamente colorato.
Alcuni critici hanno ravvisato da parte di Mehta una mancanza di mordente nella sua denuncia sociale, ed una morale che profuma di lezioncina. Sinceramente non so se esprimere il mio assenso o meno a queste affermazioni, ma sono convinto che soltanto il fatto di aver posto alla nostra attenzione una questione tanto delicata quanto sconosciuta, rende meritevole la visione di questo film, a prescindere di come affronta tali argomenti.
Mi piace concludere con le parole di Gandhi che precedono la partenza di un treno traboccante di persone e di speranza: “Per molto tempo ho pensato che dio fosse verità, ma oggi io so che la verità è dio.”

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Zero, sembra un delirio di Svankmajer che chissà perché ha voluto torturarci con questa sequela di insensatezza, ma io, conscio del fatto che il regista praghese non è uno sprovveduto, gli ho dato fiducia e alla fine sono stato ripagato.
I metodi, che diventano dei rituali, rappresentano il vero oggetto sessuale, infatti, verso la fine, la postina consegna le sue palline alla giornalista la quale poco dopo nutre i suoi pesci con esse. E i pesci ciucceranno i pollici dei suoi piedi facendole raggiungere l’orgasmo. È come se via sia uno scambio di rituali. Dalla postina al giornalista e in successione al giornalaio che viene masturbato dalle mani robotiche mentre la giornalista conduce il tg, ma la tv improvvisamente passa l’immagine di un fiume e lui sputa dell’acqua dalla bocca (l’acqua della tinozza!). Subito dopo la postina osserva un acquario pieno di pesci, l’uomo dell’inizio la scontra, si guardano, lui prosegue, entra dal giornalaio che sta lavorando un oggetto con delle piume (di nuovo uno scambio). L’uomo si reca a casa dove la sua vicina è morta, sulla scena del delitto trova l’ispettore che ha un ombrello al braccio (ancora uno scambio).
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