lunedì 5 dicembre 2016

Noche

Chi ha visto Noche (2013) di Leonardo Brzezicki sa che si tratta di un Signor Film, un film che esorbita nel suo riuscire a dare forma ad uno spazio che non ha dimensione, che è quello del lutto, e quindi di un sentimento profondamente personale, unico, sito dentro il cuore di chi è ancora vivo. Girato pressoché esclusivamente in ambienti esterni (tranne l’apice del suicidio riascoltato che agghiaccia e immobilizza) senza l’ausilio di luci artificiali, l’opera prima di Brzezicki è un oggetto ferino che si inserisce con grandiosa personalità in quel clan naturalistico dove il cinema è un portale verso mondi squisitamente sensoriali, gli unici che possano far sussultare realmente la nostra percezione. Non vorrei apparire pedante avendo già ripetuto tali concetti parlando di altre due eccellenti visioni sudamericane (Leones [2012] e Las letras [2015]), ma è proprio con i metodi utilizzati da Brzezicki che si compie nella sua pienezza l’atto di Vedere e questo traspare non tanto dalla necessità di ricostruire il puzzle della storia, quanto dai presupposti, dalle possibilità, dagli abbrivi che il film fornisce e che non hanno alcun manuale di istruzioni con sé, e allora, a prescindere dall’alone di enigmaticità (comunque bellissimo e magnetico), si profila quella libertà ossigenante che dovrebbe essere propria di ogni pellicola, è un prodigio dell’arte poter lasciarsi andare in un flusso espositivo come quello di Noche dove niente è certo, fisso, nemmeno i campi di ripresa che si dissolvono a vicenda generando nuove sovrapposizioni e prospettive.

I complimenti a Brzezicki vanno fatti oltre che per la gestione tecnica della sua creatura anche per l’idea che la costituisce poiché in un cinema autoriale che sembra costantemente rapportarsi col concetto di Fantasma (Alonso, Weerasethakul, qualcosa di Tsai), la proposta dell’argentino è un refolo d’aria stordente che mescola, come raramente è stato mai fatto, le coordinate spazio-temporali attraverso un impianto che fa principalmente leva sulla componente sonora. È una buia meraviglia. La ragnatela di registrazioni che punteggia il soggiorno evocativo del gruppo di ragazzi è un’enorme seduta spiritica che ha come medium l’energia elettrica o, in surrogato, le pile alcaline dei piccoli registratori. Da suddetta carica si genera la forza azzurra e scintillante delle parole, dei ricordi di un suicida che felpatamente si introducono nella staticità umida del bosco e che porta con sé un carico terremotante, e quindi ancora energia, accumulo, onde come cerchi nell’acqua che si espandono e richiamano a loro echi di un dolore che si materializza nel boato di uno sparo (“la caccia è iniziata”).

In generale, penso che grazie al suono viviamo emozioni impossibili da articolare altrimenti in modo razionale, e alla base del film c’è proprio la voglia di fare qualche esperimento con un elemento che funziona soprattutto a livello emotivo. Spezzare con il suono la linearità del tempo e dello spazio, lavorare con uno spazio trasformato dal suono stesso in una dimensione indipendente rispetto all’immagine, ritrarre sensazioni e stati mentali in modo sottile: ecco dove nasce Noche.

(Leonardo Brzezicki da qui)

venerdì 2 dicembre 2016

The Lobster

Sarò brevissimo.

Dopo la prima visione che avvenne in sala al tempo della sua distribuzione italica (ottobre ’15), una seconda visione di The Lobster (2015), questa volta casalinga e in versione originale, ha chiarito le idee sul film e sul cinema di Lanthimos in generale. Siamo tutti figli di Dogtooth (2009), un’opera che era arrivata come un meteorite e che ancora adesso penso possa essere considerata un punto fermo per la contemporaneità, non a caso da lì è fiorito un movimento tutto ellenico che per quasi un quinquennio ha attirato l’attenzione di tutti i cinefili del globo. Poi è giunto Alps (2011) e dopo ancora The Lobster: bene. Credo si possano tirare delle conclusioni che così sintetizzo: ognuno di noi ha piacere nel vedere i lavori dell’autore ateniese perché dotati di una scrittura forte e originale, oggetti che non si conformano con il resto e che mantengono alla base un deciso monito verso l’umanità aldilà dello schermo, e qui arriviamo ad un punto interrogativo a cui non sfugge nemmeno l’ultima pellicola presentata a Cannes ’15. È vero che non si conformamo con buona parte della settima arte narrativa che c’è in giro, però, ad oggi, le sue opere si allineano tra di loro e ciò non è bene poiché Yorgos finisce per utilizzare un credo che addita talune istanze genuinamente umane divenute delle schematizzazioni sociali (la famiglia, il lutto, l’amore) attraverso... una schematizzazione, infatti il metodo di Lanthimos si sta dimostrando film dopo film una riproposizione di un preciso modello che fa esclusivamente leva sull’allegoria. È come se per mezzo dei suoi circuiti parossistici e delle sue accelerate paradossali avesse montato una gabbia dalla quale non vuole uscire, ogni cosa che racconta deve passare attraverso il filtro dell’assurdo trasformando così le storie narrate in una algoritmica fiaba caustica dotata di immancabile sottotesto. Con delle imposizioni del genere la visione scema di libertà “esperienziale”, non che The Lobster o gli altri fratellini soffrano di didascalia acuta, assolutamente no, ma latita una possibile e auspicabile apertura verso le vastità delle visioni autentiche. Su quanto appena detto ritengo si possa dibattere in modo da andare oltre agli elogi a senso unico.

martedì 29 novembre 2016

Ursus

La carta non scomparirà. Ma penso anche che non è così fondamentale il mezzo – che sia carta o qualcos’altro. Mi pare davvero che sia importante cosa si fa, non su cosa o con cosa. Nessuna delle mie illustrazioni viene consegnata sul classico supporto di carta. Io lavoro col digitale, e disegno su portatili e tablet.

(Reinis Petersons, il regista di Ursus [2011], da qui)

Nelle parole dell’animatore lettone Petersons c’è una piccola verità, ammesso che le verità possano essere piccole: un artista visivo del terzo millennio non può più prescindere dall’uso del digitale, questo vale per il live action (alla pellicola profetizzo un’aspettativa di vita intorno ai tre lustri, non di più, dopodiché con ogni probabilità subirà un normale processo di museificazione, ma di questo i bolsi spettatori non si accorgeranno nemmeno), e come ben si sa anche nel campo dell’animazione. Tuttavia un tale preambolo rischia di portare fuori strada perché Petersons ha disegnato il suo Ursus completamente a mano con carboncino e tante sfumature, tutte tendenti al nero. Certo è che se il corto in questione fosse nato dalla matita di un Aleksandr Petrov qualunque (mi si perdoni, ma è l’unico illustratore “classico” che conosco un po’ di più), il risultato penso che avrebbe avuto un grado inferiore di fascinazione. Ciò è dovuto al fatto che sebbene il processo creativo di base possa essere lo stesso del regista russo (neanche per sogno: Petrov usa una tecnica tutta particolare, voglio dire che ambedue non utilizzano CGI o diavolerie del genere), il registro estetico di Petersons vince per il proprio afflato moderno. Non c’è la tipica esplicazione del disegno né la pomposità scenica, al contrario troviamo sporcizia, imprecisione, continui sfarfallamenti e sbrodolii di tratto, il che capisco che non possa bastare per identificare come “moderno” un prodotto di animazione, ma i principi di un lavoro che si rivolge perlomeno al presente, dire al futuro è un’esagerazione, sono rilevabili, forse più a livello intuitivo che fisiologico.

Poi la storiella è quella che è e se l’opera non decolla lo si deve alla materia narrativa che porge il fianco alla derivazione. Più che altro sono i concetti ad essere già stati visti e uditi nel genere di riferimento, d’altronde un orso antropomorfo che non se la passa troppo bene tra il poco appagante lavoro al circo e l’utopia di una natura che possa riaccoglierlo sono stati parafrasati negli anni da all’incirca tutte le case di animazione del pianeta (non mi riferisco al caso specifico, piuttosto alla tendenza ad umanizzare l’animale, un giorno gradirei assistere ad un uomo animalizzato… meglio di no, la tv basta già di suo), e così pure il finale che si accoda al dogma della conciliazione col pubblico ubbidiente. Oh, però il tatto non manca e la partitura ha una flebile risonanza nostalgica. E l’orso, comunque, ispira tenerezza.

venerdì 25 novembre 2016

Materia oscura

È lo stesso meccanismo de Il castello (2011) a sorreggere Materia oscura (2013), altro film della coppia D’Anolfi-Parenti che ha come target quello di portare a conoscenza una certa questione ma senza esaltazione alcuna, tentando un aggancio a quella strana cosa che è la realtà in rapporto al mezzo cinema. La certa questione è: sperimentazioni belliche presso il Poligono di Salto di Quirra, Sardegna orientale, praticamente una santabarbara a cielo aperto dove dal ’56 in avanti sono state testate le peggio cose che l’uomo in millenni di storia è riuscito a partorire: le armi. Grosse armi: bombe, missili, e altre pericolose schifezze. Dunque è vero che come nel Castello si procede attraverso un metodo che appaia la narrazione all’immagine, ma qui, va detto subito, mi pare si possa parlare di uno step oltre, forse è l’abbandono alla ciclicità imposta nell’opera precedente che forniva ancora delle coordinate orientative, o forse è lo sguardo di D’Anolfi (è sempre lui ad occuparsi delle riprese) sul territorio sardo, ben diverso dall’asetticità di un aeroporto, che richiama quella componente atavica della natura, di sicuro Materia oscura è di più, è uno scenario dove purtroppo si prende atto dello scontro fratricida tra l’ambiente e l’uomo che lo abita, ma chiaramente è un conflitto impari: laddove gli abitanti reagiscono nel modo più nobile ed alto che può esserci contro un’immotivata dimostrazione di forza: la resistenza, gli animali si deformano, muoiono, così come le persone. Nel mentre, e il finale-pietra-tombale ce lo rammenta, il cielo è sconquassato da assordanti esplosioni. A Salto di Quirra il mondo esplode.

Il cinema antiletterale di D’Anolfi e Parenti veicola immagini di ieri e di oggi creando dei vertiginosi cortocircuiti temporali che fanno stare male: ai video archivistici, al sibilo dei fotogrammi che scorrono muti e ai totem dalla coda infuocata che si alzano sul cielo isolano per poi deflagrare, rispondono subito dopo, in un passaggio che solo il cinema può regalare, due allevatori impegnati nel tentativo di allattare un vitellino moribondo, e qui, in una sequenza con camera fissa, si è testimoni di una silenziosa detonazione, ben più devastante di qualunque ordigno militare: la morte. In questo cappio di cause ed effetti presentati per quello che fattivamente sono, lo spettatore non può che addentrarsi nella selva dell’amarezza guidato da un cinema virgiliano: non ci sono più stelle da vedere, solo i frammenti incandescenti della bestialità umana dopo lo scoppio.

giovedì 17 novembre 2016

Terminus radioso

Antoine Volodine
2016
66thand2nd; 544 p.

I suoi libri erano, almeno in linea di principio, delle opere distinte, cui lei, una volta terminate, assegnava un titolo, ma benché presentassero dei tratti specifici e non riproponessero i medesimi personaggi, avrebbero potuto essere tranquillamente accorpati in un unico e interminabile volume. Tratteggiavano in effetti la medesima sofferenza crepuscolare di tutti e di tutte, una quotidianità magica ma priva di speranza, il degrado organico e politico, la resistenza infinita ma non vagheggiata alla morte, la perpetua incertezza rispetto alla realtà, o anche un incidere carcerario del pensiero, carcerario, offeso e folle.

Sono arrivato ad Antoine Volodine grazie al blog di quella che ritengo essere, ad oggi, una delle migliori penne del nostro Paese: Giuseppe Genna, il quale tempo fa ha riportato sul proprio blog un breve ma interessante intervento di Vanni Santoni sullo stato attuale di certa letteratura europea e di certe tendenze che pare stiano fiorendo in barba al predominio statunitense degli ultimi anni. L’articolo sta qui, mentre Terminus radioso, edito dall’elogiabile 66thand2nd in un’ottima veste grafica e tradotto, si immagina, non senza difficoltà da Anna D’Elia, sta ancora più qui, proprio affianco alla tastiera con cui batto queste quattro sciocchezze e più guardo il volume che occupa in questa porzione di mondo e più il suo contenuto evade i confini, diventa iridescente, è la radioattività, l’essenza sciamanica, è il nocciolo tossico di una prosa che forse forse non è nemmeno il meglio di ciò che offre il mondo letterario [1], come se la prosa fosse il fine ultimo di ogni giudizio critico, magari è così, io non lo so, io ho solo Terminus radioso che ancora folleggia nel mio cranio e in uno slancio stupido finanche immotivato sento me stesso come uno degli eteronomi di Volodine che avendo letto i suoi scritti ne è rimasto contagiato e ha fatto sì che tutti i miserevoli personaggi che popolano questa storia siano continuati nel mio inchiostro celebrale a non-morire anche dopo l’ultima pagina; eteronimia: perché lo scrittore in questione ha costruito un progetto inessenziale (su cui non mi dilungherò poiché è ben spiegato inogniddove) che si fa beffa delle etichettature accademiche e che trae linfa dalla diade sempre fertile fiction e non-fiction: il post-esotismo non esiste nella realtà! Il post-esotismo esiste eccome.

La gittata ludica di Terminus radioso arriva lontano perché come per ogni gioco dove il divertimento sta proprio nel giocare, è proprio bello leggere Volodine, è straordinario, e si potranno usare tutte le definizioni idriche che vi aggradano maggiormente (scegliete pure tra: alluvionale e/o fluviale) per condensare un testo che abilmente ci frega perché non fa altro che essere un testo moderno. E non intendo “testo” in quanto “libro” bensì un manufatto equiparabile ad un film, ad una canzone, ad un quadro o a qualunque altra espressione artistica che possiede i connotati di una contemporaneità che non ha più bisogno di paletti, semplicemente: questo non è un libro di fantascienza sebbene lo sia nel suo involucro. Non ho mai avuto il piacere di leggere McCarthy che immagino sia la prima pietra di paragone quando nell’area-romanzo si parla di post-atomico, però sono convinto che il discorso di Volodine possegga traiettorie diverse che se ne sbattono del genere di riferimento e che si direzionano verso “un futuro riposto nei lati oscuri della nostra coscienza” [2], e non solo, perché ciò, in fondo, è quello che accade in ogni opera post-apocalittica, la vera forza di Terminus radioso è quella di essere un oggetto selvatico fino al midollo che per chi scrive non ha nemmeno poi chissà quale monito che dovremmo ricordarci sempiternamente, l’idea di una resistenza al furoreggiare del capitalismo attraverso il proletariato marxista come può sposarsi con l’attualità? Credo in nessun modo, e va bene così poiché scartate le sovrastrutture narrative non rimane che l’illuminante essenza di un metodo che scrive soltanto per il meraviglioso gusto di farlo e che dal nulla ha creato un’epica indimenticabile.

Non credo sia un caso se nell’ultima bellissima parte del libro tutto si stinge e si avvicina al dolce lucore dell’oblio, Volodine, che per segnare un passaggio temporale se la cava così: “dopodiché, volenti o nolenti, un buco di sette secoli”, con l’approssimarsi della conclusione abbandona ogni personaggio a se stesso nella sconfinatezza di una taiga che è diventata l’unico mondo possibile, in sostanza non c’è più niente: né case, né idee, né politica, né umanità, il tendere ad un tale zero assoluto mette ancora più in risalto il talento del francese che ovviati gli attributi romanzeschi galoppa verso un’Omega indicibile dove la dissoluzione totale è l’unico e ultimo porto in cui poter approdare, e lo racconta magistralmente attraverso episodi che segnano una disgregazione verso cui, e non chiedetemi perché, si prova una forte nostalgia, anzi chiedetemelo: perché è il vento del tempo che spira dentro Terminus radioso, la malinconia delle cose andate la cui forza, giorno dopo giorno, millennio dopo millennio, sparisce come un filo di fumo senza poterci fare niente, e tutto finisce e di noi, di me e di te, non resterà più alcuna memoria. 
D’altronde... io o te, poco importa.
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[1] Il meglio, ora, è Mircea Cărtărescu.

[2] Così recita l’aletta di Angeli minori, raccolta di narrat (raccontini dell’universo volodiniano), pubblicata da L’orma.

martedì 1 novembre 2016

Tarr Béla, I Used to Be a Filmmaker

Non era necessario un film come Tarr Béla, I Used to Be a Filmmaker (2013) perché più che un documentario sulla realizzazione de Il cavallo di Torino (2011) è un’opera di spiccato voyeurismo dove Jean-Marc Lamoure (all’improvviso, uno sconosciuto) conscio dell’epicità del momento non può che limitarsi a spiare il procedere del processo filmico, come un guardone si fa piccolo piccolo mentre Tarr concerta insieme ai suoi collaboratori l’andamento di quello che sarà il proprio capolinea artistico. Guardando il lavoro di Lamoure mi è sobbalzato alla mente, per motivi inspiegabili, anche se credo che ci sia sempre una specie di ragnatela di fondo che unisce tutte le cose che apprezziamo le quali restano connesse attraverso fili lunghissimi, il divertente saggio di David Foster Wallace intitolato David Lynch non perde la testa [1] dove lo scrittore americano si infiltrava nel backstage di Strade perdute (1997) per cogliere col suo occhio chirurgico i tic del set cinematografico, la storia dice che Wallace, durante quei giorni, non riuscì mai ad incontrare Lynch, il punto di massimo contatto fu vederlo pisciare tra degli arbusti. Anche Lamoure non incontra mai Tarr, e non ci prova nemmeno: ad esclusione di alcuni inserti discutibili che sembrano girati in super 8 con annessi filosofeggiamenti dell’ungherese, non vi è il tentativo di affrontare e approfondire una poetica-mondo che ha segnato la storia del contemporaneo, ci si limita alla contemplazione del metodo professionale, alla comunque inevitabile presenza della finzione e alla manipolazione quasi comica (gli uomini coi sacchetti pieni di foglie secche e quegli ingombranti ventoloni). Niente di impensabile se si conoscono un minimo le prassi tecniche di un film, e non per niente i concetti più interessanti emergono quando ci si allontana dal set di A torinói ló, sicché nelle testimonianze della crew di Tarr si rintraccia un commovente senso di appartenenza (la storia di Erika Bók è la cosa più bella del film) e un’ammirabile condivisione di vedute.

Quanto detto non sta a significare che essere dei voyeur sia così sbagliato. Se si prova un “piacere” nel guardare il dietro le quinte del Cavallo di Torino è quella curiosità che si traduce nella pulsione scopica di vedere, di capire, di comprendere cosa c’è dietro e dentro un capolavoro del cinema odierno. Qualcosa si riesce a carpire, ma sono inezie che riguardano al massimo briciole del Tarr-essere-umano (la presenza della fedele moglie e un bacetto sulla guancia rubato da Lamoure) o del Tarr-regista (l’attenzione durante le scene, la convivialità che caratterizza il gruppo prima del ciak), ma in realtà, anche dopo la proiezione di Tarr Béla, I Used to Be a Filmmaker, restiamo inevitabilmente ciechi come nella scena della collina, semplicemente non possiamo vedere oltre, certe luci, e certi bui non sono catturabili da quelle biglie di acqua e tessuti che abbiamo sotto la fronte e che separano il vedibile dal sentibile. E a proposito della collina, che è un punto chiave e Lamoure sembra darmi ragione aprendo e chiudendo lì, è un onore avere l’opportunità di posizionarci, anche solo visivamente, su di essa, alla fine in quel paesaggio verdeggiante con la casa custodita da un uomo semplice mi è parso che questa storia eterna cominciata nel ’79 con Nido familiare possegga perfino un lieto fine.
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[1] Tennis, TV, trigonometria, tornado. E altre cose divertenti che non farò mai più; minimum fax 2011.

giovedì 6 ottobre 2016

Le delusioni sono unite dalla ferrovia

Finalmente, dopo lunghi giorni fatti di trepidante attesa, il Detective lo chiamò: Signor Farfalli so tutto. Sapeva tutto. Dicadica Esimio. Allora: la sua ex moglie ha una relazione con un’Ombra. Veramente il divorzio non è ancora… un’Ombra… senta io, cioè, sì, ho bisogno di sapere di più. Fanno altri 300 €. Non li ho. Sfarfalli lei non ha mai niente! È un essere abietto che passa le giornate ad ispezionarsi l’ano con l’indice incappucciato nella carta igienica! Va bene… domani le farò il bonifico, però la prego: voglio nome, cognome, indirizzo, ogni cosa.
Ogni cosa.
Ombre.
Il passatempo preferito di Farfy era quello di aprire Google Maps e di paracadutare l’omino arancione che sta in basso a destra sullo schermo in un punto imprecisato del mondo, una volta, ad esempio, lanciato l’avatar dalle parti di Sapporo, gli capitò di trovarsi in una spiaggia ocra e ruotando l’immagine come se torcesse il collo vide un tizio in Montgomery blu che lasciava le proprie orme sulla sabbia. Dopo la telefonata con il Detective si affacciò alla finestra e impastò nel palato un blob di catarro che espulse nel vuoto sottostante, quel lungo filo giallo che terminava in un ovetto di densa saliva verdastra era l’omino di Google Maps, era l’avatar, era lui stesso proiettato sull’asfalto. Quella notte non chiuse occhio, eppure sognò di essere un gambero d’acqua dolce che viveva nella pozza oscura di una grotta millenaria, ogni tanto, quando il sole filtrava dalle fenditure in superficie e illuminava la parete del laghetto, poteva leggere queste antiche parole rupestri: E SE I GIORNI E LE NOTTI CHE TI LASCI DISTANTI TI RITORNANO ADDOSSO CON QUALCOSA DI NOSTRO.
Al mattino il gruppo di WhatsApp dei non-amici era già pieno di tette e culi, allora Farfallausen salì sul tetto della casa e tirò una forte bestemmia contro quell’Ombra che immaginava copulare selvaggiamente con l’ex moglie, sicché non gli rimase altra scelta che balzare nel cesto della sua mongolfiera e sollevarsi in volo come una lanterna cinese nel cielo adamantino. Mentre sorvolava un villaggio di centauri che al passaggio dell’arcobalenico aeromobile iniziavano a scalciare e a battersi il petto villoso con i pugni, il Detective chiamò: Fharhfallhen so tutto. Sapeva tutto. Dicadica Egregio. L’Ombra in questione… ha presente, no? Ecco, lavora alla stazione di Milano Centrale. Aaaah maledetto, ha pure il posto fisso il bastardo… voglio sapere dell’altro, voglio, voglio, voglio! Fanno altri 300. Occhei.
Si stava dirigendo al Lago Vomito perché comunque il Lago Vomito è un bel posto. Già in alta quota poteva avvertire quel tipico odore biliare che agguantava la gola e una volta ancorata la mongolfiera si incamminò sul lungolago, era una giornata meravigliosa e due piccoli fratelli siamesi attaccati per la testa costruivano dei fantastici castelli di muco, poco più in là la lenza di un anziano pescatore era tesa per via di un pesce fecaloide [1] che aveva abboccato all’amo. Farfallus de Farfallis pensò all’ex moglie come d’altronde faceva ogni istante della giornata e si convinse che anche Lei, in quel momento, stava pensando a lui, era logico, naturale, non c’era nessuna Ombra, sì c’era, ma non era importante, lui era importante, il più importante, non c’era spazio per altri, la verità era solo una: questa. Si gasò. Lanciò un urlo che spaventò i fratelli siamesi e che sconcentrò il pescatore, tolse i vestiti mostrando la patetica nudità del corpo umano antisportivo: la rincorsa fu goffa, il tuffo fece “blop” e sparì. Perché il Lago Vomito lo accolse come accoglie tutti gli scarti, e così scese a piombo nell’ammasso di bile e succhi gastrici, nelle pelli di pomodoro e di mais non digerite, nella pasta in bianco mangiucchiata e rimessa, negli ettolitri degli acidi alcolici rimestati dal fegato, nei rivoli ematici delle emorragie interne, nella melma biologica dell’umano, nel liquido di spurgo delle nevrosi, delle dipendenze, delle malattie, della rabbia, degli amori non più corrisposti. Farfallosos sprofondava piano, in estasi, e si fermò solo quando arrivò sul fondo dove secoli e secoli di conati ne avevano sedimentato il pavimento. Affianco a lui poteva scorgere la mezzaluna di un UFO incastrato sul fondale e dentro la cupoletta intravedeva la mummia di un alieno efebico. Proprio in quel momento drin drin Detective. Farfallovic! Ho una grossa novità. Grossa. Dicadica Illustrissimo. La sua ex moglie è incinta.
A quel punto, che non è un punto normale ma è un pozzo, una cosa nera, brutta e spaventosa, Farfallesky si sentì come quando gli umani prelevano un canarino da dentro una gabbietta: lo stringono nel pugno e quasi quasi sono tentati di stringere più forte per vedere fino a che punto il cuore dell’uccellino sarà in grado di resistere. Laggiù, nelle profondità vischiose del Lago Vomito, MacFarfall si arrese e iniziò ad aspirare. Che cosa? Tutto. Adesso voleva tutto dentro di sé perché per riempire certi vuoti non c’è altro modo che ingoiare il vomito planetario, e allora risucchiò l’inverosimile che è verosimile: era il peso limaccioso della sofferenza altrui che si depositava nel suo stomaco e che lo fece diventare una gigantesca palla di sostanze gastriche in ebollizione, e cominciò a sollevarsi da terra, e divenne una mongolfiera straripante di sbocco, un avatar rimpinzato di rigurgito, e vide l’UFO riattivarsi con intorno miriadi di pesci fecaloidi sbattere la codina escremenziale, e ritornò a casa sospinto dal vento lasciando dietro di sé refoli acidi e una pioggia di lacrime tristi, quelle che fanno nascere i fiori negli interstizi dei marciapiedi. Atterrato nuovamente sul tetto il globo-Farfalliño ebbro e dondolante si avvicinò al parapetto e ciò che doveva accadere, semplicemente, accadde. Con uno sforzo inumano ricacciò di nuovo quel tutto che aveva dentro nel campo di pneumatici abbandonati sotto il palazzo, e si creò un altro Lago Vomito perché le cose stanno così, e questi laghi sono nomadi in quanto si formano quando la gente sta male, e la gente sta male sempre, dappertutto.
Quella notte Von Farfall non dormì e non sognò niente perché non aveva più sogni, l’Ombra glieli aveva uccisi. Alle tre di notte inviò un SMS al Detective: domattina arriverò a Milano, mi porti dall’Ombra, farò una strage.
Partì all’alba, con il primo treno disponibile, insieme a lui tanti altri fantasmi con un peso sulle spalle e tanti chilometri da percorrere. Mentre il viaggio era un continuo tututump si assopì leggermente per ritrovarsi in una stanza scura illuminata da una lampada sopra un tavolino a cui era seduta la sua ex moglie. Lui le disse che era sempre molto bella e che non era affatto incinta, lei rispose che quello era solo un sogno e che nella realtà una piccola ombra di tre mesi stava crescendo nella sua pancia. Si ridestò per via di una brusca frenata del macchinista, per un attimo, sopra i binari, era fluttuata una donna enorme, sferica, ma giusto un attimo e poi era volata via oltre le colline.
Piacere io sono il Detective. Piacere io sono Far-Fal-lyn. Non si piacquero. Il Detective aveva una mano, un braccio finto e una profonda cicatrice dalla nuca fino a metà labbro, Farfalleïn, beh, era Farfallescu. Nel mare di persone vermicolari e lucertole in giacca e cravatta i due si diressero verso il bagno vicino al primo binario, sulla soglia il Detective sbarrò l’entrata con il braccio finto e tirò su quello buono sfregando il pollice con l’indice. 400 €. Ammazzerò quell’Ombra e riconquisterò mia moglie e voleremo con un aliante sopra le foreste e gli oceani. Sarà perfetto. Il Detective lo degnò appena di uno sguardo perché aveva solo un occhio vedente, poi fece strada tra i laidi cessi e accucciandosi per sbirciare sotto le porte fece un “ah” di autoapprovazione quando trovò quello che cercava. Era un bagno normale con le piastrelle impiastrate da numeri telefonici che poi erano gli stessi delle chat di gruppo di WhatsApp. Il Detective tirò la catena penzolante e una minuscola porta si aprì affianco alla coppa, poi prese un Montgomery blu sgualcito attaccato all’appendiabiti della porta e lo porse a Farfallanson. Se lo metta, addio. La ringrazio Detective, mi ricorderò di lei.
Il Signor Farfalli gattonò sul pavimento zuppo di urina ed entrò nella porticina che subito si richiuse alle sue spalle. All’inizio fu buio, dopo anche, in seguito non fu più né buio né luce, fu: Niente. E lui stesso non si percepiva nemmeno più come tale, non sapeva nulla, non pensava nulla, non c’erano ombre, era solo la Caduta Definitiva, lo spazio infinito che separa l’omino di Google Maps dalla partenza all’arrivo. Venne svegliato dal verso stridulo di un gabbiano appollaiato su uno scoglio, la spiaggia era deserta e lui iniziò a camminare, il telefono gli vibrò in tasca: APRI SMS: Detective: ma vede Signor F. lei adesso è davvero di fronte a tutto, è dove ognuno di noi giunge in un momento preciso della propria vita: sulla battigia di una spiaggia giapponese solo e smarrito.
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[1] I pesci fecaloidi appartengono alla famiglia dei pesci stronzei e i loro habitat naturali sono i laghi d’origine gastrointestinale. Il colore varia dal marrone scuro alla senape. Una volta ne ho visto uno.