martedì 22 dicembre 2009

Il sesso secondo lei

Vi racconto i primi dieci minuti: lei (che scopriremo in seguito chiamarsi Leila) entra nel bagno di una discoteca per bere. Lui (che scopriremo in seguito chiamarsi David) le fa conchetta con le mani sotto il rubinetto. Il loro gioco di sguardi è interrotto dalla fidanzata di lui che bussa alla porta. In pista le occhiate tra i due non mancano; nel frattempo Leila si porta un tipo fuori, lo attacca al muro e inizia a spompinarlo per bene. ”Stranamente” dietro di loro David ha parcheggiato la macchina, e una volta salito a bordo illumina coi fari la scenetta che ha davanti. La fidanzata se la ride e decide di imitare Leila in ogni movimento. Con soddisfazione dei due maschietti. Poi Leila e David inizieranno a frequentarsi fra mille (solite) difficoltà, ma non credo abbia molta importanza. Già da questa breve introduzione si può capire in quale territorio bazzichi il film. Se non ci fossero gli intermezzi erotici che sfiorano alla lontana la pornografia sarebbe una banale pellicola sentimentale con finale al miele. Banale lo resta anche così, ma per lo meno ci si può intrattenere un minimo con l’esibizionismo proposto dal regista jamaicano, ma canadese d’adozione, Clément Virgo.
Come la penso su questo genere di film l’ho già spiegato con Guardami (1999) e soprattutto con 9 Songs (2004), perciò non mi ripeterò. Tuttavia mi pare doveroso (ri)sottolineare di quanto queste opere siano pervase da un compiacimento quantomeno stucchevole, che sì, potrà anche inizialmente attirare l’attenzione dello spettatore, ma che a visione conclusa lascerà parecchio insoddisfatti.
Fin dal titolo si mette in luce da quale parte penderà la narrazione (attenzione però! Il titolo originale, Lie with Me, laddove il verbo “lie” va inteso come “giacere”, ostenta già meno rispetto a quello affibbiato dalla distribuzione italiana). Ma tale visione femminile del sesso che si vorrebbe dare è limitata a sterili elucubrazioni di Leila inserite fuori campo di tanto in tanto. L’inutilità di queste riflessioni, che spaziano, chessò da: ”Non voglio diventare buona, non voglio diventare gentile. Sarò cattiva solo per lui, scoperò solo per lui.” , a: “Volevo essere scopata mentre lui mi guardava, lui e cinque uomini ansimanti intorno a me che toccavano, che ridevano e mi stringevano le tette.” , producono un effetto di ilarità superiore a qualunque cinepattone (in ogni caso un effetto modesto), ma soprattutto trasmettono un senso di innaturalezza costante.
Peccato perché Lauren Lee Smith oltre ad essere bella è anche molto sensuale, una dote, questa, che molte attrici non hanno, tuttavia le parole che le vengono messe in bocca dal copione sciagurato sono imbarazzanti. Discorso inverso per il protagonista maschile, Eric Balfour, belloccio senza nerbo incapace di una che sia una espressione.
Non infierisco sulla sociologia spicciola che viene inscenata (ovvero: genitori in crisi = lei si fa bombare a destra e a manca), e sorvolo sulla psicologia fragile (ovvero: sboccia l’Amore = lei non si fa più bombare).

Non brutto, perché alla fine il film ha una certa dignità formale, direi inutile. Come le citazioni a L’Atalante (1934) dove l’unico punto di contatto con Il sesso secondo lei è l’assonanza fra i cognomi dei due registi, nient’altro.

domenica 20 dicembre 2009

The Outsider

András è un ragazzo che si diletta nel suonare il violino. Ha un gran talento ma non avendo avuto una formazione musicale ben precisa non può permettersi di fare il musicista. Così lavora come infermiere in un ospedale psichiatrico; il lavoro lo svolgerebbe anche bene, purtroppo però viene licenziato a causa di un suo brutto vizio: quello di alzare il gomito. Allo sbando, con un figlio che tutti sanno non essere suo da mantenere, prova a rifarsi una vita trovando un posto in fabbrica, e sposando la barista di un locale che frequentava. Le difficoltà che dovranno affrontare saranno dovute sia al contesto sociale in cui sono calati, sia all’indisponenza di András che sembra interessarsi solo all’alcol e alla musica.

Il secondo lungometraggio di Béla Tarr – 1981 – non si allontana troppo dal suo lavoro d’esordio. A parte il colore (assoluta rarità all’interno della sua filmografia) l’impianto registico è pressoché identico. Gran parte delle riprese sono costituite da dialoghi, che molto spesso diventano monologhi, in cui la mdp si sofferma praticamente immobile sul viso degli attori mentre parlano. Anche l’argomento trattato si avvicina di molto a quello analizzato da Family Nest (1979), ovvero le difficoltà esistenziali di una giovane coppia nell’Ungheria degli anni ’80. Qui, però, l’occhio di bue si concentra di più sulla figura di András e sul suo animo inquieto che sulle vicissitudini coniugali.
Il comportamento del protagonista non è dei più corretti. Forse l’origine di questa sua “pazzia” va ricercata in una realtà che non permette una mobilità verso l’alto, e di conseguenza nemmeno un miglioramento della propria condizione sociale. Si noti di come i sogni musicali di András vengano ridotti al poco gratificante lavoretto di cambiare dischi in una discoteca, costringendolo così ad immaginarsi un direttore d’orchestra nella sua piccola stanza.
La musica è la novità più corposa rispetto a Nido di famiglia. Le note interrompono (per fortuna) alcuni dialoghi torrenziali dai quali si esce ogni volta provati. Inoltre ha l’onore e l’onore di aprire e chiudere il film. E aldilà di citazioni che sicuramente non avrò colto, si potrebbe vedere il tutto come la ballata di un uomo, e, perché no visto il finale molto “politico”, di un’intera nazione.

Detto ciò, chiarisco che The Outsider non è un film memorabile. Questo perché il suo valore tecnico è piccolo piccolo in quanto la pellicola ricalca troppo, ma veramente troppo, l’opera precedente (in ogni caso più semplice e più fruibile di questa), con l’aggravante del fatto che le riprese sono “sgradevoli” alla vista e la pesantezza dei dialoghi è quasi insostenibile. Vedere tutto questo una volta può anche andare, due volte risulta un po’ stucchevole.
Ma soprattutto, l’aspetto che più mi lascia dubbioso è questo: quanto è utile, a distanza di quasi tren’anni, venire a conoscenza di uno spaccato dell’Ungheria socialista? La mia non è una domanda retorica poiché su tale questione si giocano le sorti del film. Se l’esigenza di sapere come andavano le cose negli anni ’80 in Ungheria non è un bisogno impellente, allora The Outsider non ha granché da dire, ma se invece è il contrario allora il film acquista molto più valore. Perché oltre all’analisi politico-sociale non c’è molto altro da ricordare.

venerdì 18 dicembre 2009

Grace

Madeline e Michael riescono a concepire una bambina dopo due tragici aborti. La donna per far sì che la gravidanza prosegua nel migliore dei modi si affida alle cure di una dottoressa vegana con la quale ebbe in passato una liason; di conseguenza la situazione non è ben vista né dal marito né dall’odiosa suocera. Una sera la coppia, rientrando a casa, viene coinvolta in un incidente in cui muore sia Michael che, in apparenza, la bimba portata nel grembo dalla donna. La neo mamma è però convinta nel proseguire la gravidanza, e dopo che la piccola Grace nasce viva tra lo stupore di tutti, Madeline dovrà fare i conti con una mostruosa realtà. Incoraggiante esordio di questo trentenne regista americano che espande un suo corto di soli sei minuti girato nel 2006 sempre con lo stesso titolo.
Fin dal titolo Solet cala l’opera in un contesto d’instabilità. Chiamare Grace (leggi Grazia) un bebè succhiasangue appare più come una condanna che un dono del cielo. Ed oltre ai nomi assegnati – non va dimenticato quello della protagonista in cui rimbombano echi religiosi – è doveroso sottolineare di come nel film sia presente una forte ambiguità nei rapporti famigliari, nonché in quelli sentimentali.
A partire dalla prima scena in cui Madeline fa l’amore con suo marito ma il suo viso sembra apatico, per proseguire con la storia saffica della stessa donna con la dottoressa, senza tralasciare la suocera Vivian che pare intendersela bene con un dottore, emerge abbastanza chiaramente un quadro generale in cui nessuno è moralmente in pace con se stesso, immergendo la vicenda già piuttosto “malata” in un’oscura pozza torbida dove le risposte salite a galla sono poche. E questo è un punto a favore del regista che lascia più di un qualcosa in sospeso senza sentirsi in dovere di spiegare (inutilmente) tutto per filo e per segno.

Un altro spunto di riflessione parecchio interessante è il parallelo che viene posto tra Madeline e sua suocera Vivian. In sostanza le due donne vivono entrambe un dramma materno; la differenza che intercorre tra il partorire una bimba-mostro ed il perdere il proprio figlio in un incidente stradale non sembra essere troppa. E così è apprezzabile lo sforzo del regista che cerca di isolare sempre più Madeline con la sua creatura, e di rendere la suocera sempre più bramosa nel voler sottrarre Grace a sua nuora per riacquistare la propria maternità.
Tali introspezioni rendono Grace un horror sui generis in cui si lascia più spazio all’immaginazione anche nelle scene potenzialmente splatterose. Oltre a questo, che comunque resta un aspetto ammirevole della pellicola, l’atmosfera che si respira è sottilmente malsana con tutte quelle mosche svolazzanti e le mefistofeliche apparizioni del gatto nero di casa. Tutto ciò contribuisce a trasmettere la sensazione di continuo straniamento in cui versa Madeline accentuato dal progressivo abbassamento delle luci all’interno dell’abitazione.
Unica nota stonata è il bambolotto utilizzato come “stuntman”, davvero malfatto.

La tenacia e la totale devozione con cui la donna accudisce la propria figlioletta demoniaca, mi hanno ricordato le vicende del meraviglioso Little Otik (2000). Se il film di Svankmajer è di un altro livello, anche questo di Solet ha un suo perché. Dategli una chance.

mercoledì 16 dicembre 2009

Ritorno nel buio

Insomma, come ormai avrete capito su Oltre il fondo si parla poco o niente di novità cinemare, di conseguenza anche le anteprime delle suddette arrivano in differita di qualche mese. Ma come diceva il vecchio saggio: “Meglio un calcio nel culo che un souvenir sugli incisivi”, tradotto: meglio ‘ste chicche succulente che il niente assoluto, pongo alla vostra cortese attenzione codesto trailer. Si tratta del sequel di uno dei migliori horror post duemila: The Descent (2005).

Non ho idea di quando, e se, uscirà da noi. La sincera speranza è che non finisca alla deriva (derivativa) di Saw perché sarebbe un vero peccato, nel frattempo noi non possiamo far altro che aspettare con rinnovata strizza di calarci nuovamente nelle umide grotte di The Descent: Part 2. Evvai!

lunedì 14 dicembre 2009

Next Door

John è stato lasciato da Ingrid. La guarda portare via le sue cose dalla loro casa mentre Åke, il nuovo fidanzato, l'aspetta giù in strada. Preso dallo sconforto, John, fa conoscenza con due donne che abitano affianco a lui. Dapprima lo invitano nel loro appartamento offrendogli da bere e tenendo un atteggiamento ambiguo nei suoi confronti, poi un giorno, la più grande delle due, chiede a John di stare in casa con la più giovane traumatizzata da un evento passato mentre lei esce per far compere. L’uomo accetta senza essere troppo convinto. Nella casa-labirinto delle vicine, la ragazza provoca John al punto che l’uomo inizia a prenderla a pugni per poi farci del sesso.
Qualche giorno dopo l’uomo rientra nella casa delle due ma le cose non sono affatto come sembrano.

Piccolo film norvegese diretto da Pål Sletaune uscito nel 2005 e mai arrivato in Italia.
Piccolo nel minutaggio perché dura poco più di un’ora, ma anche piccolo nella riuscita finale perché il suo strizzare l’occhio a modelli più alti sembra più un tentativo fallito d’imitazione che un sentito omaggio al Lynch di turno.
Beninteso, se rapportato ai film che vorrebbe tendere Naboer (titolo originale) perde sempre, ma se preso nella sua singolarità ha qualche buon momento nonché un discreto finale che colpisce più per come viene mostrato che per la sua costruzione.
Sì perché tutta la narrazione è filtrata attraverso gli occhi di John: in sostanza ciò che noi vediamo è ciò che lui vede o crede di vedere, e così la realtà rappresentata è distorta dal protagonista; una volta capito questo meccanismo la faccenda si fa prevedibile. Il fatto di riuscire ad anticipare la soluzione finale è dovuta anche al personaggio di John che appare talmente fragile ed insicuro da essere (a ragione) il principale indiziato.
E di indizi Sletaune ne semina un po’ ovunque nel film. Fin dai primi istanti con quella gonna strappata, passando per l’armadio che sbarra la porta, arrivando ai piccioni nella stanza.
Collocare tutti i vari pezzi del mosaico non appare cosa semplice, ma forse neanche troppo necessaria. Una volta capito l’inghippo i vari misteri passano in secondo piano.

Next Door può essere un buon antipasto prima di una visione più corposa, ma se a metà film avrete già intuito la soluzione non dite che non vi avevo avvertiti!

venerdì 11 dicembre 2009

Dogville

Dogworld

Ora che il silenzio si è finalmente posato su questo lembo di terra dimenticato dal mondo e da chi l’ha creato; e ora che dei puntini incandescenti illuminano la brace a beffarda memoria delle case che fino a poco fa sorgevano qui intorno, ora che tutti i miei simili sono stati uccisi, tutti: da Tom a Ma Ginger, da McKay a Gloria, da Martha a Chuck, e ora che i loro cadaveri sono disseminati in quella che fino a ieri era Elm Street; ed ora che di Dogville non è rimasto più niente, nemmeno le sagome disegnate di quello che una volta era un paese, ora che vedo tutto questo, inizio finalmente a capire.

Nella mia mente si accavallano immagini e suoni che non hanno una logica, ma sono sicuro che tutto sia iniziato quella notte in cui Grace tentò di rubarmi l’osso. Io non so come sia il mondo fuori da Dogville, ma credevo che le persone normali non amassero il cibo dei cani, seppur accecate dalla fame. Nonostante le mie congetture lei cercò di rubarmi il cibo, un osso. Io abbaiai perché era così disperatamente bella, così fragile nella pelliccia che l’avvolgeva, così maledettamente umana che non poteva e non doveva abbassarsi a mangiare un fetido osso. Per fortuna riuscii ad attirare l’attenzione di Tom che passeggiava lì vicino perso nei suoi pensieri, e quando vidi che la vide rimasi di stucco: Tom sembrava un essere umano, non so come fece, giuro, dev’essere quella cosa che chiamano amore, ma io lo vidi che camminava ritto sulla schiena, e le parlava.
Ero felice, ma, ahimè, mi sbagliavo di grosso su Tom… e su Grace.
Quello che accadde nei giorni e poi nei mesi successivi non andrebbe rivelato perché la gente di Dogville ha sempre avuto il cuore marcio. Anche il più candido, il più intelligente, il più buono dei suoi abitanti non sarebbe mai riuscito a soffocare i propri istinti animaleschi. Ero sicuro che Chuck sarebbe stato il primo a venire ubriacato dal fascino del potere, l’ho sentito mentre ricattava Grace e con forza la sbatteva a terra per violentarla mentre lì fuori i bambini giocavano allegri per strada.
Poi a chi è toccato? Al signor McKay che non ci vedeva ma aveva ancora il senso del tatto molto acuto; a Ben che con la sua industria dei trasporti faceva sempre ottimi affari; e poi? Non so, credo che tutti gli “uomini” di Dogville siano andati a letto con Grace. Ciò mi rattristava perché il lato animale dei miei compaesani emergeva sempre di più.

L’inizio della fine fu quando Bill Henson costruì quel collare antifuga per Grace. D’altronde c’era da aspettarselo: avevano legato me, adesso legavano anche lei. Forse loro sentendosi liberi non capivano che erano ingabbiati nel paese come me, come Grace. Questo mi infastidiva molto, i miei concittadini credevano di essere emancipati solo perché non c’era una catena a delimitarne i movimenti. Solo ora comprendo di come Dogville fosse stata una piccola grande prigione per quelle anime nere: un canile, ecco cos’era.
Comunque tutto finì veramente quando vidi Tom uscire dalla casa di Grace dopo che lei aveva raccontato a tutti la verità nella missione. Lo scrutavo mentre era seduto sulla panchina delle vecchiette e pian piano si trasformava. Quella parvenza di umanità lo stava abbandonando per lasciare il posto alla sua, e mia, bestialità.
Il mattino dopo c’era un’aria strana in paese, di attesa. Ma per alcuni interminabili giorni non accadde nulla. Poi, finalmente, arrivarono le auto dei gangster.

Che buffi gli abitanti di Dogville! Scodinzolavano in branco come quando arriva il padrone; dalla mia cuccia notai che i gangster portarono Grace in una Cadillac, e allora drizzai le orecchie più che potei. Del discorso fra lei e quell’uomo capii poco, troppo difficile per un cane come me, ma quando le nuvole si diradarono e la luna sbucò tonda e pallida in mezzo al cielo, un fremito percorse la mia spina dorsale. Dogville si illuminò di una luce che non si era mai vista, sembrò lo scherzo di un qualche dio che stufo delle miserie di questo paesino accese i riflettori sull’ultimo tragico atto.
E Grace? Oh, Grace capì tutto questo, e ritornata in macchina, con la mente sgombra, divenne schiava del potere come gli altri, e quando riscese per parlare con Tom anche lei era diventata un cane.

C’è un grande dubbio che mi affligge. Grace era già un cane quando tentò di rubarmi l’osso, o fu Dogville a farla diventare così?

Ora che questo silenzio irreale è interrotto soltanto dal rumore sordo dei battipalo che laggiù stanno costruendo un nuovo penitenziario, mi chiedo se ce ne sia davvero bisogno. A cosa serve un’altra prigione? Là fuori, oltre Dogville, c’è realmente così tanto dolore? C’è così tanto male nel mondo?

martedì 8 dicembre 2009

Ken Park

Larry Clark, rinomato fotografo col pallino dell’adolescenza deviata, costruisce attraverso la sceneggiatura di Harmony Korine – regista di Gummo (1997) e quindi già un’autorità in questo campo – un film in cui le personalità dei vari characters si plasmano secondo un freddo procedimento algoritmico per cui se un genitore vedovo è ipersensibile, protettivo e religioso la figlia sarà una puttanella che non disdegna rapporti fetish e ménage à trois. Oppure se un padre è un alcolizzato, culturista fai da te, macho ma con tendenze omosessuali latenti e incestuose, il figlio sarà introverso, chiuso, una mammoletta che si stappa bong a iosa con gli amichetti.
Per Clark se il tronco è dritto il ramo crescerà storto. Come in un algoritmo dove ad un passo ne succede un altro, i ragazzi di Ken Park possiedono una personalità sempre opposta a quella dei genitori. Pur mandando a quel paese teorie psico-sociologiche l’idea in sé non sarebbe neanche malvagia, e da sola potrebbe bastare per poter definire il film (abbastanza) provocatorio. Ma evidentemente gli autori non la pensavano così e hanno deciso di spingere sul pedale del voyeurismo scabroso, quello che non omette niente, e mette più di ciò che c’è bisogno. La sensazione è che a Korine sia venuta in mente un’idea eccessiva e abbia fatto di tutto per enfatizzarla, come dire: ”Ehi sarebbe fico che un ragazzino si sparasse una sega con un cappio al collo mentre gurda in tv una partita di tenniste che tra un dritto e un rovescio ansimano come meretrici.” E aggiungendoci una “bella” ripresa ravvicinata di fresco sperma il gioco è fatto.
Ostentare in maniera così chiara le pulsioni sessuali di questi ragazzetti è un autogol clamoroso perché aldilà di un’atmosfera pruriginosa che potrebbe anche attizzare la vostra libido, la rappresentazione della realtà condannata da Clark viene raccontata… attraverso i suoi stessi mezzi! La morale invisibile si perde nell’esibizione reiterata di immagini scioccanti messe lì solo per sollazzare il gusto di alcuni spettatori. Urlare è un’azione infantile atta a manifestare la propria presenza, e cercare di impressionare mettendo in mostra quanto l’anima dell’uomo abbia toccato il fondo è sinonimo di scarsa dimestichezza col mezzo cinematografico. Qualche babbeo potrebbe anche abboccare di fronte ad un cunnilingus (ma se davvero si voleva trasgredire perché non mostrare il rapporto tra Shawn e la madre?) o ad un efferato nonnicidio, ma Ken Park sarebbe stato un film di ben altro spessore se il regista ci avesse solo che suggerito almeno la metà delle scene presenti nel film, compresa l’ultima patetica sequenza di sesso a tre in cui si vorrebbe dare un barlume di speranza e dove invece si continua a navigare nelle acque torbide della sgradevolezza. Il mio non è bigottismo, per carità, ma se si voleva aprire uno squarcio positivo sulle loro vite era giusto allontanarli dal degrado sociale in cui ristagnavano senza continuare ad essere così sfacciati, perché così facendo Clark ha finito per mordersi la coda da solo.