martedì 17 ottobre 2017

Az ember tragédiája

Az ember tragédiája (2011) è un kolossal animato proveniente dall’Ungheria con una lunghissima gestazione alle spalle, il regista Marcell Jankovics, nominato all’Oscar nel ’76 per lo short Sisyphus (1974), ha impiegato ben ventitre anni per portare a compimento la sua opera-mondo, numerose sono state infatti le vicissitudini (riconducibili essenzialmente alla mancanza di denaro, la quale fu lenita nel 2008 dai dollari americani provenienti dal corto sopraccitato inserito in uno spot trasmesso durante il Super Bowl) tanto che lo costrinsero, in alcune occasioni, a presentare il film a pezzi. Tratto da un poema magiaro del 1861 intitolato appunto The Tragedy of Man, fonte, fra l’altro, anche di un film visto da queste parti: The Annunciation (1984), Az ember tragédiája si prefigge un obiettivo smisurato: raccontare la storia dell’umanità partendo dalla Creazione. Ad un’ambizione del genere corrisponde un lavoro fuori dagli standard dell’animazione poiché parliamo di quasi tre ore di proiezione nelle quali le spigolose inflessioni ungheresi dei doppiatori discernono di quella abbagliante complessità che è la vita e di coloro i quali la vivono, compresi i fattori che la sostanziano come l’amore, la libertà, l’uguaglianza, la fede. E per fare ciò Jankovics decide di compiere una maestosa cavalcata tra ere ed ere, il motto è: provare a capire le varie epoche per provare a capire l’uomo. Comprenderete allora che siamo di fronte ad un azzardo, una scommessa che pretende parecchio dallo spettatore in termini di attenzione.

Il canovaccio narrativo è pressoché lo stesso per tutta la durata del film, dopo la cacciata dall’Eden Lucifero tentatore fa da guida [1] attraverso i vari periodi storici ad un Adamo alla costante ricerca della sua Eva. Quanto viene in superficie è una ricorsività della Storia, una reiterazione di fatti e azioni riguardanti gli esseri umani che si ripresenta anche a distanza di secoli, si parla, ovviamente, di questioni disdicevoli come guerre, lotte e stermini, qui Jankovics è abile nel sottolineare una tale dimensione votata al ripetersi tramite svariati accorgimenti visivi che implementano il discorso, così nonostante il passaggio dall’antico Egitto alla Grecia classica, o dalla Rivoluzione francese alla Londra ottocentesca tutto cambia per far sì che nulla cambi realmente. In questo che altro non è se non un gigantesco loop, la narrazione si carica l’onere di una proiezione futura che comincia verso il centoventesimo minuto. Omesso il Secolo breve (ed è strano vista la mole di accadimenti qui sintetizzati in rapide sequenze), siamo trasportati in due lontane zone temporali, la prima è una specie di tecnocrazia dove l’apparenza di una civiltà sottende un’establishment fascista, mentre la seconda, estrema e periferica, è uno scenario post-atomico degno di Dead Man’s Letters (1986) che riporta l’umanità al grado zero. Ebbene, giunti al termine del viaggio è un evidente pessimismo il sentimento che trasuda maggiormente dall’imponente lungometraggio, ovvio che non è rintracciabile alcun elemento innovativo in un racconto che per certi versi non diverge troppo da un bignami scolastico, ma la vena romantica del sottoscritto vuole comunque gratificare sia la costanza dell’autore che il proposito di maneggiare tematiche così ampie da diventare mai come ‘sta volta universali.

Dove invece Jankovics risulta francamente indifendibile è nella realizzazione tecnica del film. Capisco la differenziazione degli stili di disegno in base alle età rappresentate, ma nella globalità questo tipo di animazione bidimensionale è indietro anni luce rispetto all’offerta attuale nel campo di riferimento. Sembra che Jankovics si sia fermato al momento in cui iniziò a concepire il progetto, pertanto l’abito estetico, non dissimile, ad esempio, dalle forme di René Laloux, risulta molto deficitario, il che, se rapportato al complessivo minutaggio, può appesantire la visione svalutandone i contenuti.
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[1] Questo demonio proteiforme che risulta il personaggio più solido di tutto il film assomiglia al “collega” presente in Faust (2011) di Sokurov, stessa cialtroneria, stesso atteggiamento da smargiasso.

domenica 15 ottobre 2017

Vorrei portarti sui luoghi

Così si apre il nuovo, inaspettato, album di Flavio Giurato, ed è un’apertura che diventa estuario in un mare di parole che come al solito ci porta via, parole che costruiscono storie e storie che ritornano nell’acqua in un portentoso circolo narrativo che vede nella materia liquida l’habitat naturale dell’uomo in migrazione, non solo quello della title track ma anche il protagonista del vertiginoso cortocircuito temporale di Ponte Salario (dedico questa canzone e sono sincero/a tutti quelli in coatta trasferta verso un più stabile ristoro/e che stanotte dormono sotto Ponte Salario) o di colui che nell’enigmatica Agua mineral compie la lunga e perigliosa traversata, è come se quel tuffatore che rinasceva ogni volta dall’acqua all’aria si sia moltiplicato in una contemporaneità piena di riflessi che solo Giurato sa trasmetterci con la sua musica.

Lo dice il sottoscritto che conta meno di zero: Le promesse del mondo è davvero un disco assoluto, è un lavoro dotato di uno spessore poetico che invita a continue riletture, proprio che il solo focalizzarsi sulla componente testuale sgomenta per le sorprendenti soluzioni lessicali adottate dal cantautore romano. Se lo si definisce bello o denso o chessò è sempre meno di abbastanza, è, nella complessità dell’ascolto, più di quanto altro potremmo sentire. Io credo che Digos sia un pezzo enorme e non so se qualcuno in Italia abbia mai scritto una cosa del genere, per cui, ancora una volta, grazie infinite signor Giurato. 
 
Qui l’ascolto completo su Rockit.

giovedì 12 ottobre 2017

Bitter Lake

Un pezzo di Burial ci porta dentro Bitter Lake (2015), nella sua essenza frattale e magmatica che trova una perfetta fusione con l’ipnotica litania del misterioso producer britannico. Ad Adam Curtis, giornalista con alle spalle parecchi lavori televisivi, ciò che preme di più è affondare il colpo sulla politica occidentale che ha trovato nell’Afghanistan una specie di nazione-laboratorio dove americani e russi, per motivi e ragioni diverse, hanno tentato di esercitare un proprio potere ricevendo in cambio soltanto delle violentissime ritorsioni. La ricerca di Curtis è sicuramente ammirabile e soprattutto esplicativa per coloro i quali (e il sottoscritto ne fa parte) identificano questo Paese polveroso posizionato da qualche parte in mezzo al continente asiatico con Osama bin Laden e gli attentati dell’11 settembre, in realtà c’è tutta una storia dietro che d’altronde è Storia e che Curtis ci fa il piacere di narrarci con una linearità che arriva a bersaglio. Ciò è sicuramente un pregio del film perché con una vicenda così complessa che parte da un incontro tra Roosvelt e il Re dell’Arabia Saudita sul finire della seconda guerra mondiale presso il Lago Amaro, si arriva fino ai giorni nostri con la brutale jihad dell’ISIS in un percorso che attraversa le epoche e la geografia dove tutto, a sentire la proposta di Bitter Lake, appare collegato da un filo che intreccia denaro, potere, religione, fanatismo, faide tribali e così via. Da una tale notevolissima massa di informazioni il regista trova un metodo espositivo che, come detto, è in grado di raccontare la difficile situazione globale in modo chiaro e convincente, di sicuro, da oggi, chiunque voglia conoscere qualcosa di più sull’Afghanistan non potrà prescindere da un documentario come Bitter Lake.

La comprensibilità dei concetti avvicina il film a quella dimensione che l’ha accolto (fu diffuso online dalla BBC) e per la quale è stato pensato, quindi stiamo parlando di un prodotto più divulgativo che artistico sebbene, ed è obbligatorio rimarcarlo, Bitter Lake sia capace di scavalcare i paletti della tv, perché la sensazione che pian piano si diffonde è quella di trovarci al cospetto di un’opera che oltre ad una mera porzione cronachistica sa lavorare sottilmente anche più in profondità attraverso un montaggio che in taluni frangenti si fa sconnesso e quasi indipendente da ciò che la voce over afferma. Curtis pescando dallo sterminato archivio della BBC costruisce un flusso visivo che probabilmente suggestiona molto di più delle parole illustrative, nell’accostare scene sì pertinenti al tema ma lontane tra loro (anche temporalmente visto che rimbalziamo spesso da un periodo all’altro) si rafforza un senso di visione che sottende un’autorialità da non disdegnare, certo non c’è Cinema qui, ma l’oscillare tra immagini brutali come quelle dell’attentato in presa ultra-diretta a Karzai (credo fosse lui in macchina, non è spiegato), ad altre di repertorio che riguardano sia eventi del passato (la costruzione di alcune dighe da parte di ingegneri americani) che le più recenti attività militari (ad un certo punto sentiamo [ma non vediamo] alcuni soldati statunitensi esaltarsi per le loro gesta belliche), sfaccettano un film che ben si incunea nella sporcizia della guerra preceduta da una cosa ancora più sporca e subdola come la politica internazionale. Quanto detto è reso in maniera “interessante”, si evince nonostante la frammentarietà costituente una discreta solidità di base, e fra le varie istantanee una che rimane in mente è la lezione di arte moderna ad un gruppo di giovani afghane, il loro sguardo incredulo nel vedere l’orinatoio duchampiano su una diapositiva è indubbiamente più attonito rispetto a quello rivolto alle truppe portatrici di democrazia (?), per smuovere le coscienze sono sempre meglio le arti che le armi, peccato che gli esseri umani non l’abbiano mai capito…

lunedì 9 ottobre 2017

Oh Willy...

Comunque, è molto bello avere l’opportunità di ammirare l’estro creativo di persone come Emma De Swaef e Marc James Roels, se pensiamo a quello che i due giovani registi belgi hanno fatto per Oh Willy… (2012) un piccolo moto di ammirazione si erge nei loro confronti, d’altronde è sempre onere di certosina attenzione l’impiego del passo uno nel campo dell’animazione, in più De Swaef e Roels (ma il merito in questo campo è della donna che già si era adoperata in questa tecnica con Zachte Planten [2008] e che fin da piccola ha imparato a lavorare la lana) costruiscono un set usando esclusivamente del feltro o materiali equipollenti, quindi è evidente che dietro il quarto d’ora del corto c’è un laborioso processo inventivo che né uno sguardo seppur attento e men che meno una manciata di righe d’apprezzamento potranno rendergli giustizia. Ad ogni modo la scelta dell’ingrediente che plasma il mondo del protagonista è vincente perché riesce a trasmettere un’accoglienza e un delicato senso di sana artigianilità che convincono, così come a convincere è il character design del paffuto protagonista e degli altri esseri umani (e non) che popolano la scena, inutile dire che da quei bottoncini che corrisponderebbero ai suoi occhi delle frequenze di tenerezza si propagano oltre lo schermo.

Se scartabelliamo l’archivio della memoria in cerca di un lavoro paragonabile ad Oh Willy… potremmo portare ad esempio Madame Tutli-Putli (2007) data la condivisione di una similare tecnica realizzativa (anche se, a onor del vero, il lavoro di Lavis & Szczerbowski aveva inserti di computer grafica) e di un raffrontabile apparato climatico, però il corto belga è diverso, perché è vero che possiede una dolcezza di fondo insindacabile ma è altrettanto vero che si prende la licenza di andare fuori strada per tangere, neanche ci fosse il grande Roald Dahl dietro, una dimensione weird che inizia già durante la premessa (la comunità nudista) e che prosegue con altri segnali non-allineati alla legge del “corto animato” o in generale alle leggi di una narrazione accomodante, se si pensa che tutto parte da un blitz notturno nel bosco per espellere i propri bisogni si comprende la portata stramba dell’opera (e della luciferina carcassa in putrefazione cosa vogliamo dire?), al punto che tale traiettoria assume un’impennata con l’assurda entrata in scena del bigfoot. Ma è proprio in situazioni del genere, così sbilanciate e un po’ ballerine, che gli autori possono essere definiti bravi, ovvero quando aldilà di qualsivoglia eccentricità permane a fine visione la pienezza di un senso che qui trova meta ultima e sostanziale nella ricerca materna, nel riallacciamento del cordone ombelicale, ad un ritornare nel grembo, nella pancia della mamma per fuggire dalla realtà: abbandonare la vuota casa ereditata e trasferirsi in un luogo mentale come la grotta dei ricordi (l’ombrellone…) dove poter essere, forse, felici.

lunedì 25 settembre 2017

La grande V

Meine liebe,
io sono qui in mia stanza, solo, con luce sul comodino che ti penzo ja. Oggi è stato bellisimo e avrei voluto che non finisse ja. Quando ti vedo sul cuscino i tuoi capelli ja, i tuo ochi blu ja, sembri il sonne, il sol come chiami tu. Tu sei il mio sole ja, ah come vorei averti tutta per me invece ora sarai con un cliente ja, ma io ti portero via da qua, andremo insieme a Berlin ja, tu sarai la mia regina! Nesuno ti tocherà più, vivremo felicci in mia casa ja, ho una casa bella e grande, e tu non devi fare niente lì, penso io a tutto ja, tu cucina e io lavoro, e poi cocolle, tante, e poi andiamo al cinema, mangiamo vicino ad Alexanderplatz, so viel liebe zwischen uns!, non vedo la ora di farti conosere i miei amici ja, e poi prendiamo un cane perchè ho giardino io e di domenica andiamo a Tempelhof a fare pic-nik ja, taaante cose faremo amore, mi amor pequeno - spero scrivere bene :) -, e sarà per sempre, ich und du 4ever ja. Adesso io dormire ma spero di soniarti, uno bello sonio in cui siamo felici insieme ja, che bello domani ti vedo e sarai tuta per me. Ich liebe dich so sehr!!!!
Tuo,
Frantz

VERBALE DI RICEZIONE DENUNCIA PRESENTATA PER ISCRITTO DALLA SIGNORA GUADALUPE ACEVEDO DIAZ

L’anno 2017 il giorno 25 del mese di settembre, alle ore 10:00, negli Uffici del Commissariato di Prè (GE), il sottoscritto ufficiale A.D., sovrintendente della Polizia di Stato in servizio presso il suddetto Ufficio, dà atto che alle ore 09:30 odierne è comparsa la sig.ra Guadalupe Acevedo Diaz nata a Santo Domingo il [omissis], professione [omissis], la quale consegna, confermandone il contenuto in ogni sua parte, la denuncia che segue:

Oggetto: denuncia per sparizione di persona con possibile implicazione di sequestro ad opera di ignoti di Lupita Acevedo Espinal (traduzione a cura dell’azienda L.T. Srl)

In data 11/09/17 mi sono recata in Italia poiché da circa un mese non avevo più notizie della mia giovane nipote Lupita, di professione prostituta. A seguito di svariate ricerche riguardanti alcune persone che negli ultimi tempi avevano avuto contatti con lei, sono riuscita a risalire al nome di un individuo le cui generalità rimangono sconosciute ad esclusione del nome, Frantz, e della nazionalità, tedesca. “Il tedesco”, questo l’appellativo utilizzato da coloro con cui ho parlato, pare abbia circuito la ragazza che essendo molto ingenua ha accettato le sue avances, ed è possibile inoltre che i due si trovino ora all’estero, precisamente a Berlino. Sono una povera e anziana donna straniera che chiede aiuto alla Polizia italiana per ritrovare la sua piccola bambina.

Firmato

X

IL PRIMO SOGNO

Lupita crepita. In un campo di granoturco notturno una fiamma umana incendia il placido ondeggiare delle spighe, da sotto le lingue infuocate il viso inizia a deformarsi, si scioglie, cola giù sul corpo-torcia, il grasso dell’epidermide scoppietta nella pira, la pelle è già carbonizzata, è brace, è fossile. Lupita brucia, per ore, fino all’alba, diventa uno spaventapasseri abbrustolito, di quella bellezza, dei diamanti blu ai lati del naso, non resta che un manichino tostato a mille gradi, si trasforma in uno di quegli umani rimasti sepolti per secoli in qualche ambiente bio-conservante, una mummia che, osservata da vicino, ha gli stessi intarsi rugosi, i medesimi capelli radi ed un’eguale cute sottilissima, pellicola labile prossima al dissolvimento, di Guadalupe.

RECENSIONE POSTATA DA VINCENT_71 SUL SITO ESCORT 4 YOU

NOME: Lupita
NAZIONALITÀ: dominicana
LOCATION: Via della scoperta dell’America
ETÀ: dice 20, forse qualcuno in più
SERVIZI OFFERTI: BBJ, RAI1, DATY, FK, CIM
RATE: VU per una quarantina di minuti abbondanti
DESCRIZIONE FISICA: altezza sull’1,65, gambe esili, fondoschiena di travertino bello sporgente in stile latin, pancia così piatta che se ci metti una livella sopra la bolla cade esattamente al centro, seno una terza abbondante sodo come due sacchetti di farina, viso da teen con due labbra carnose, pelle vellutata da sembrare seta purissima e, udite udite, occhi blu (no lenti a contatto!) da innamoramento immediato.

Carissimi colleghi, nonostante mi fossi ripromesso di abbandonare il mondo del punteraggio, a causa di spiacevoli eventi personali e per via di una voglia mai realmente sopita di pay noto su famoso sito di incontri l’annuncio di una girl che almeno dalle foto risultava una novità. La lunga esperienza nel campo mi ha insegnato che il rischio di trovare un Kim Jong-un pronto a missilarti per bene quando ti appropinqui a testare una new entry è sempre molto alto, però che volete farci, come dicevano i saggi è un duro mestiere e qualcuno deve pur farlo. La chiamo, la voce spagnoleggiante è un incanto: ci mette un secondo a convincermi. Così dopo il solito rito della doccia (sono un gentleman, che volete farci) dove controllo che il Dirigibile sia in ordine e di un bicchiere per allentare i freni inibitori (sono anche un tipo timido!), mi incammino verso la meta designata. Quando sono sotto il portone la chiamo e, sorpresa, mi dice subito di salire al terzo piano (punto a suo favore: zero attese!). La porta è socchiusa e quando entro... ragazzi: una visione, è nuda, indossa solo dei tacchi, e mi accoglie con un sorriso che avrebbe sciolto anche un iceberg, voi sapete bene che in quanto a gradi militari, senza volermela tirare, non ho niente da invidiare a nessuno qua dentro, però porca troia, questa tipa aveva qualcosa dentro che non mi era mai capitato prima, infatti quanto segue è, ’sta volta lo dico quasi sul serio, la descrizione di un incontro onirico, il più bello di sempre: lei mi viene incontro e subito si avvinghia come se fossi il maritino tornato dal lavoro, vengo investito da un profumo ammaliante, una roba da orgasmo sensoriale, parte un FK profondissimo e senza neanche accorgermene mi ritrovo in bagno privo di pantaloni con lei che mi lava il Dirigibile, pronti via siamo sul letto ed ecco che parte con un BBJ galattico, lento, salivato, con quegli occhi puntati dentro ai miei, come se un laser era lì a penetrarmi l’anima, la stoppo per evitare una precoce capitolazione e procedo all’incappucciamento non prima di aver assaggiato il suo succoso frutto che gusto come un sorbetto alla pesca, dopodiché diamo il via alle danze: Lupita è semplicemente un vulcano, la prendo mi prende la giro mi rigiro la agguanto mi sfugge la riprendo mi sfugge ancora, non ci stacchiamo neanche un attimo, sento del magma, della lava tra le sue gambe, cerco di pensare con tutto me stesso a qualunque altra cosa che non sia io medesimo in quella situazione ma è una tecnica che non ha mai funzionato, allora, nel momento in cui sto per venire, lei incredibilmente si scansa e con grande rapidità toglie il gommino per ricevere in bocca il fluido del Dirigibile, poi, una volta ingoiato, si accascia su di me e restiamo in silenzio qualche minuto. Non ho avuto il coraggio di dire “a”, solo dopo ho preso le mie cose e ho lasciato l’obolo sulla cassettiera mentre lei mi guardava da dietro le coperte che si era portata fin sopra il seno, prima di andarmene ho dato ancora uno sguardo alla stanza e, non pensatemi pazzo, per un attimo è stato come se Lupita era circondata da un chiarore, una specie di aura o non so che cazzo fosse, fatto sta che incamminandomi verso il corridoio ho iniziato a piangere, non chiedetemi perché, non saprei rispondere, mi sono come sentito vicino ad una cosa molto ma molto più grande di me, poi, una volta chiusa la porta di casa sono trasalito: sul pianerottolo è comparso un uomo imponente, sarà stato due metri dio santo, indossava una camicia con il colletto alla coreana allacciato fino in cima, era pelato e gli occhi non avevano la sclera bianca, erano tutti neri!, e mi fissava immobile con i pugni piantati sulle anche e le gambe divaricate, assalito dal terrore sono scappato giù per le scale e ho iniziato a correre fino alla mia abitazione tentando di sfuggire ad un mistero che non conoscevo ma che mi spaventava a morte. Che dire, non so cosa sia successo esattamente quel pomeriggio, ma da allora non passa secondo in cui io non pensi a Lupita...

UN RICORDO RECENTE

Una volta mi sono affacciata alla finestra per vedere un mio cliente andare via ed improvvisamente ha iniziato a svanire, prima i piedi, poi le gambe, infine il busto le braccia e la testa, è stato come quando un’aspirina si dissolve in un bicchiere d’acqua e tu senti il rumore che fa nel silenzio della cucina.

VISITA ALLA STANZA DI LUPITA

Il suono del campanello fece sobbalzare Guadalupe, era come una scossa, un urto sonoro, non ce ne erano così a Santo Domingo, aldilà della porta avvertì dei passi incalzinati, rapidi ma leggeri, un rumore di meccanismi che si allentano accompagnò il cigolio del battente in legno, una ragazzina pallida con gli occhi a mezz’asta e la spallina sinistra scivolata sullo scarno bicipite la guardava con totale noncuranza, la donna si era preparata tre parole di italiano: “sono la nonna di Lupita”, ma la smunta biondina non sembrò nemmeno troppo sorpresa, con un gesto della mano le fece segno di entrare e subito Guadalupe notò un disordine esponenziale: scatole, vestiti, scarpe, borsette, trucchi, reggiseni, ogni indumento sembrava usato la sera e gettato lì al mattino, c’era un odore strano, dolciastro, nauseante, ed anche la casa era strana: più la vecchina camminava e più il soffitto sembrava alzarsi, svelava travi, volte nascoste, arcate, corridoi che si intersecavano e giravano ad angolo retto verso chissà dove, la ragazzetta continuava a fare strada grattandosi ogni tanto la nuca platinata, le scarpe ortopediche di Guadalupe, nonostante la suola in gomma, riecheggiavano come nella più imponente delle cattedrali, anche la luce si stava progressivamente abbassando, fu allora necessario per lei appoggiare il palmo della mano sulla parete che si faceva umida, l’anziana donna tastò, in quello che ormai era un buio profondo, una superficie viscida, muschiosa, la stessa delle rocce fluviali sul fondo dei rii amazzonici, e non sembrava ci fosse fine a quello che era diventato un vagabondare infinito quando finalmente la tizia annoiata si bloccò, fece tintinnare quello che forse era un mazzo di chiavi, e un secondo dopo un’onda di luce investì le due: “qui è dove stava Lupita”; chiusa la porta alle spalle Guadalupe, malata di cataratta, iniziò a muoversi a tastoni in un accecante nitore, capì però presto che gli occhi non le servivano in quel posto perché sarebbe stato il cuore a guidarla e percependo i contorni sfarfallanti degli oggetti nella stanza (il letto? L’armadio? Una scatola di preservativi?) fu attirata dal cassetto del comodino che tremava sotto i colpi di una tempesta stellare, tutto era bianco, appena appena bordato in punta di matita, ma il cassetto no, era concreto, tangibile e sussultava imbizzarrito, allora Guadalupe tirò il pomello a sé ed un interruttore divino fece cessare la luce abbacinante, il fondo del cassetto conteneva una lettera scritta a mano che iniziava così: Meine liebe...

IL SECONDO SOGNO

Una strada urbana immersa nella notte, Guadalupe ha davanti a sé un lampione che si illumina ad intermittenza, sotto il cono giallastro vede prima se stessa incinta, la pancia sferica solcata dalla linea nigra, - buio -, giallo: lei da bambina con addosso quei quattro stracci che ha tenuto addosso fino al giorno in cui è andata via dal villaggio, - buio -, giallo: e infine Lupita, nuda, rannicchiata, un feto cresciuto, che singhiozza disperata. La nonna fa due passetti, vorrebbe stringerla a sé ma il lampione si spegne ed anche sua nipote scompare, rimangono solo due punti luminescenti in corrispondenza degli occhi, Guadalupe li afferra per ritrovarsi in mano due piccole lucciole dall’addome pulsante.

UNA TESTIMONIANZA

“Frantz? Frantz il tedesco? Signora... guardi... mi capisce quando parlo? Ecco bene, no, dicevo, sì insomma io glielo dico proprio come se fosse una mia parente: lasci perdere, cioè non si metta a cercare da sola sua nipote, chieda aiuto alla polizia, al consolato dominicano, non so non sono molto esperta eh eh, ma vede, quel tizio, quell’uomo mi ha sempre fatto paura, lo si vedeva in giro ogni tanto, spuntava dal nulla e spariva nel nulla, giravi l’angolo e bum! Te lo trovavi davanti, alto, gli zigomi pronunciati, lo sguardo strano, magnetico e allo stesso tempo... come dire, respingente, non so se intende... e comunque qui nessuno sa di cosa campava, dopo che rientrava da lunghi periodi di assenza appariva ancora più tetro di prima, un fantasma, però nero, mio figlio è convinto che non fosse nemmeno tedesco, forse serbo o bulgaro, e poi, ma questa la prenda come una confidenza, mi raccomando, sempre mio figlio ha sentito dire che quel tipo sia il proprietario del più grande postribolo di Berlino e che giri l’Europa cercando ragazze da portare via con sé, ma io non le ho detto nulla cara signora, le ripeto, al massimo, di fare attenzione, e ovviamente sono molto dispiaciuta per Lupita, me la ricordo sa? Quando è arrivata era proprio piccola, un amore di ragazza! Una volta mi ha aiutata a portare le borse della spesa, quando siamo arrivate al mio piano l’ho ringraziata e solo a quel punto ho incrociato i suoi occhi blu, ecco non so spiegarmi bene ma... è successo che... oh niente, lasci perdere, sono anch’io una vecchietta in cerca di pace, questa sera dirò una preghiera per lei e per la dolce Lupita. Ma senta, vuole salire a prendere un caffè da me?”

UN RICORDO LONTANO

Sono una bimba che gioca nell’aia fuori dalla casa, c’è una viuzza sterrata che mi divide dalla strada principale, la tv gracchiante lasciata accesa in soggiorno mi distrae dall’importantissima riunione tra bambole che sto organizzando in quel momento, allora entro in casa, supero il nonno che ronfa accartocciato sulla poltrona, spengo la tv ed esco nuovamente nel patio, oh no: le mie bambole sono tutte a pezzi nello spazio antistante l’entrata, una gambetta liscia e affusolata è nelle mani di un uomo altissimo ritto in controluce di cui non riesco a vedere il viso, al guinzaglio tiene un gatto gigantesco, un certosino dalle pupille gialle grande come un leone, l’uomo lascia andare la corda e l’animale inizia a muovere i suoi passi felpati verso di me, digrigna il muso e due denti acuminati brillano nella quiete dell’isola, sono così piccola, sono uno scricciolo con i codini!, la fifa mi fa chiudere gli occhi e sento il fiato nauseabondo della bestia a pochi centimetri da me, ma le mie palpebre sono degli oblò su un mare cristallino punteggiato da isolette e solcato dalle pinne dei delfini gentili, e poi non sento più il suolo sotto i piedi, lievito, ed anche l’alito del gatto sfuma e io continuo ad osservare il placido paradiso che si estende sotto le mie ciglia, e non ho più paura dell’uomo, del mostro, sono felice così, così: in braccio alla nonna che profuma di vaniglia.

IN UN LUOGO OSCURO

La prima cosa che vediamo è un rettangolo nero. Poi l’immagine si allarga e capiamo che quello spazio di tenebra è contenuto nell’orbita oculare di una persona, scorgiamo l’inizio del sopracciglio e l’inizio del naso, il quadro, per un attimo, resta quello, immobile, poi di colpo ci gettiamo a capofitto nella mandorla corvina, veniamo risucchiati dalla gelatina bruna del corpo vitreo, i suoni si fanno ovattati, lontani, una scintilla elettrica attende in fondo al cono rovesciato, proviamo a risalire ma ormai è troppo tardi, quando ci affacciamo sul nervo ottico inizia la caduta verticale: siamo dei tuffatori che si lanciano tra le fronde di una foresta tropicale, i rami nodosi ci sfregiano il viso ed il corpo, le foglie verdi, grandi come padelle, ci prendono a schiaffi, i boa arrotolati scattano per soffocarci tra le loro spire, le sanguisughe si incuneano nelle nostre ferite, le scimmie ci strappano lembi di carne dai polpacci, ma noi proseguiamo la nostra folle discesa nella selva intricata, è un crollo, totale, disumano, spaventoso, che si conclude su una pianura desolata non lontana da Kiev, è il 29 settembre 1941 e noi siamo lì: a Бабий Яр. Il suolo che annusiamo non ha particolari odori, ci sono qua e là ciuffi di erba verdina, l’aria autunnale immalinconisce, siamo tranquilli, non è mai successo niente da queste parti, ma: due scarpe di cuoio impolverate, un laccio sotto la suola, due calzini di lana spessa che coprono le gambe sottili infilate in un pantaloncino corto sorretto da un paio di bretelle sgualcite, è un bambino, avrà dieci anni, è l’ultimo della fila che si snoda fino alla fossa, suo padre lo tiene per mano e cerca di nascondere gli occhi gonfi di lacrime, il bambino chiede se di lì a poco prenderanno il treno per andare via (RATTRA-TRATRA), e l’uomo risponde di sì, che i rumori appena sentiti sono le ruote della locomotiva sui binari, poco oltre un vecchio è seduto su una sedia spuntata da chissà dove, i duri lineamenti slavi con gli anni si sono addolciti e le labbra, attirate da una misteriosa forza interna, sono sparite dentro la bocca, il mento è appoggiato sulle mani a loro volta posate sul manico del bastone, è sereno, calmo, consapevole che quella colonna di esseri umani si sta avvicinando, passo dopo passo, nel cuore del male, e che, una volta abbandonate queste spoglie terrestri, per tutti loro ci sarà la beatitudine dei martiri, ma è comunque una magra consolazione, vallo a spiegare a (RATTRA-TRATRA) Mariya, ai ventidue anni che ha e al feto che, a sua insaputa, le si sta sviluppando nel grembo e che non conoscerà mai il mondo, o a Roman che pensa a quando ritornerà a casa senza sapere che brucerà in quell’anonima vallata insieme ad altri che pensavano la stessa cosa, e noi li vediamo tutti, li percepiamo, è una rassegna lancinante in cui lievitano nuvole di dolore e rassegnazione, ogni volto, dal più giovane al più anziano, è una statua ad eterna memoria che resterà lì fino alla fine dei giorni, non ravvisiamo speranza alcuna, invece, nei robotici sguardi delle sentinelle che ai lati mantengono impassibili l’ordine dell’infinita riga di condannati, e quando arriviamo al punto in cui essi stessi obbligano (RATTRA-TRATRA) le persone a spogliarsi nude non vorremmo vedere nient’altro, basta, solo oblio e cecità, ma le montagne di vestiti che si creano indumento dopo indumento sono l’ultimo brandello di civiltà che ci obbliga a continuare la nostra via crucis per cercare di capire che cosa si nasconde nel nucleo di tutto, e proviamo pena e imbarazzo e fratellanza e umanità di fronte ai corpi sgraziati delle anziane donne che tentano di celarsi pudicamente le parti intime se non sono già state coperte dagli amorevoli abbracci dei rispettivi coniugi, i bimbi, che fino a quel momento pensavano di come tutto fosse un gioco, cominciano ad insospettirsi, che cosa ci fanno quegli adulti nudi? Che cosa sono quei batuffoli scuri tra le gambe delle donne? E quel pendolo avvizzito dei vecchi? Riposizioniamo lo sguardo sul terreno: piedi, piedi a contatto con la terra, decine, centinaia di piedi che si spostano piano, piedi pronti a spiccare il volo in una buca di cadaveri, ancora e (RATTRA-TRATRA) sempre piedi, solo piedi, fino ad un leggero declivio che segue il bordo di una collinetta, qui c’è solo un paio di piedi e uno di stivali, lucidi, con qualche schizzo di fango a sporcare il nero immacolato, non vorremmo alzare la testa, vorremmo fermare il corso degli eventi ma la scarica del fucile ci fredda il sangue e l’arrivo di altri piedi ci obbliga ad affrontare l’uomo in divisa, la sua imponenza, la stazza massiccia, il suo cranio pelato, perfetto, e di nuovo abbiamo un’immagine che si staglia netta: un rettangolo atro, una pupilla che ha invaso la sclera, un pozzo artesiano ovale che ci scaglia ancora nel vuoto, nell’orrore, nell’indicibile.

IL TERZO SOGNO

Guadalupe, giovane e bella come era un tempo, cammina al fianco di Lupita, gobba, sdentata e scheletrica come forse sarà un tempo, è buio, si trovano a Playa Grande ed il plancton nell’acqua caraibica emette una fosforescenza che fa confondere il mare con il cielo stellato. C’è una calma infinita che le due donne attraversano mano nella mano, si stringono, non si lasciano, indossano una camicia bianca baciata ogni tanto dalla brezza: nonnina mia, dice la vecchia Lupita, sono molto lontano da qui, lo so, risponde la splendida Guadalupe, ma giuro che ti troverò, ovunque tu sia. Sulla battigia le orme di Lupita svaniscono e contemporaneamente il plancton e le stelle si spengono lasciando la nonna sul freddo arenile. Intorno a lei cala la notte dei morti.

V

Nel piazzale i motori dei taxi giravano al minimo in attesa dell’uscita dei clienti mentre altri taxi ne portavano continuamente di nuovi creando una catena mossa non tanto dalla benzina quanto dai feromoni maschili, Guadalupe, la vecchietta che aveva attraversato l’Atlantico, girovagato nei meandri italici e indagato come una detective in cerca di una pista che la mettesse sulle tracce di sua nipote, adesso era giunta in una zona industriale di Berlino ovest, scesa dalla U-Bahn aveva fatto qualche passo lungo una superstrada illuminata ogni venti metri dai lampioni adunchi, le macchine che sfrecciavano sull’asfalto erano flash di cui rimaneva soltanto lo spostamento d’aria procurato, Guadalupe non aveva la minima intenzione di fermarsi ora che era vicina al traguardo, una meta, una stella cometa che non lontano da lei sfrigolava grazie a luci al neon rosa indicanti la via: VENUS, nel cielo berlinese, l’unico astro che poteva muovere centinaia di satelliti era quella scritta che la donna, adesso, guardava dal basso verso l’alto mentre vicino a lei uomini di ogni età entravano (carichi e virili) e uscivano (ebbri ed estasiati), ai lati dell’entrata erano state poste due statue dozzinali che riproducevano la Venere botticcelliana ma al posto della conchiglia i piedi della duplice dea poggiavano su un ben più prosaico cubo di plastica. Si fece coraggio con le uniche quattro parole di inglese che si era preparata: i am looking for Mr. Frantz, la voce tremula, la borsetta di pelle tenuta con dignità sullo stomaco, a difesa di se stessa, uno scudo per proteggersi nella valle pruriginosa in cui stava per penetrare; la donna dietro la reception non batté ciglio e, compresa l’insormontabile barriera linguistica, indicò alla nonna con la punta della penna il terzo piano di una piantina alle sue spalle: here you can find Mr. Frantz, ma Guadalupe, ovviamente, non capì e subito fu distratta da una giovane ragazza completamente nuda che le passò davanti per poi infilarsi in una porta con scritto “verboten”, third floor ripeté la cassiera muovendo pollice, indice e medio ad un palmo da Guadulupe che fece un sospiro e si mosse in direzione della porta che dava accesso al locale. Lo spazio era ampio e presentava un miscuglio di stili, capitelli romani usati a mo’ di sedie avevano come sfondo tendoni dal sapore orientale raffiguranti tigri e samurai, tutto il perimetro era occupato da pomposi divanetti rococo su cui una quantità indefinibile di femmine e di maschi si abbandonava ad una intimità normata dal denaro, le prime si vendevano voluttuose, i secondi percorrevano con gli occhi la spina dorsale delle loro amanti ad ore come fosse una cremagliera che portava sul cucuzzolo di un monte sacro, non era solo un bordello, era il fulcro di un universo in costante implosione spermatica, lì dentro gli uomini erano uno uguale all’altro, la divisa d’ordinanza era un accappatoio bordeaux che copriva le loro pudenda in fibrillazione, il bavero della vestaglia spugnosa si apriva sul petto come una V, una grande V: l’imbuto che veicola, la punta che mira, la freccia che caccia, ma anche un varco aperto su riccioli di peli neri o sulla ricrescita tra i pettorali, o ancora uno sterno sporgente, il ghirigoro di un tatuaggio, una lunga cicatrice fino all’ombelico, un esercito di uomini vagava in un luogo amorfo dove i corpi nudi femminili erano il Filo d’Arianna che li prendeva al guinzaglio. Nessuno si accorse di Guadalupe che continuava a stringere a sé la borsetta, e indecisa su come procedere in mezzo a quella tonnara di pelle profumata e aliti alcolici decise di fare ciò che aveva fatto non molto tempo prima nella casa di Lupita: chiuse gli occhi, e un vento solare inondò il postribolo, ora il bianco imperava ed ogni puttana, ogni consumatore erano scivolati dall’altra parte, solo due brillii svolazzavano di fronte all’anziana, due lucciole che a malapena si potevano scorgere nella realtà eburnea la guidavano sul sentiero della verità, e mentre oltre la membrana lattescente coppie di sconosciuti copulavano in camere dal discutibile arredamento, lei saliva i gradini che la separavano dal tedesco, ma giunta alla terza rampa le lucciole svanirono in un filo di fumo, allora fu costretta ad aprire gli occhi ed ogni cosa virò in nero: la targa dorata vicino allo stipite della porta diceva AMAZON PRIVE, varcata la soglia Guadalupe lasciò cadere a terra la borsa, la stanza ottagonale era costituita da pareti riflettenti che doppiavano la sua immagine all’infinito e finalmente, con la gioia nel cuore, rivide in quei riflessi la sua adorata Lupita, decine, centinaia di Lupite la circondavano, poi, da un tassello privo di specchio, da un rettangolo di buio dal quale proveniva lo scrosciare di una cascata, il grido di una scimmia, il frullare delle ali di un pappagallo e tutto il concerto delle foreste che trasudano acqua come se fossero lacrime, si udì una voce che era la voce delle voci, un abisso vertiginoso che ammutolì Berlino, l’Europa, la Terra, il Sistema Solare e i miliardi di pianeti che vorticano nelle sconfinate galassie sopra le nostre teste: komm hier meine Lupita, meine liebe.

UN RICORDO FUTURO (E IMPOSSIBILE)

giovedì 21 settembre 2017

Out of Nature

È la vicenda di uomo colpito da una disaffezione verso tutto ciò che lo circonda, che è tanto: un lavoro, una casa, una famiglia, un posto idilliaco in cui vivere, ma che per lui è poco: c’è una depressione latente, un pessimismo, uno scoglionamento permanente. In questa patologia che forse è più occidentale che altro, il regista norvegese Ole Giæver ci mette dentro tutto quello che ha, la mente (è anche autore della sceneggiatura) e il corpo (è pure attore, l’unico in sostanza), tanto da rendere Mot naturen (2014) una specie di one-man-show filtrato da una sorta di minimalismo. Credo che Giæver nell’illustrare la crisi di un uomo per mezzo di una estromissione dall’urbanità che ricorda un po’ Old Joy (2006) di Kelly Reichardt riesca a sfiorare questioni comunque dotate di una certa autenticità, nel senso: i presupposti su cui si basa tutto il film, ossia le paure, le indecisioni, i cocci di un rapporto che ormai sembra difficile da riassemblare, sono argomento appetibile che invita ad un’esplorazione con annessa auto-interrogazione da parte dello spettatore, è anche vero però che non siamo al cospetto di una tematizzazione esattamente seminale, anzi basta restare in Norvegia per trovare con Oslo, August 31st (2011) una pellicola sostenuta da intenti similari, tuttavia quello che desta un minimo di attenzione in Out of Nature è la totale focalizzazione sul protagonista, il fare del film un lungo monologo interiore rimane comunque una scelta che potrebbe incuriosire.

Ma un conto è la teoria, un altro è la pratica. Giæver per delineare i tormenti di Martin usa la strada più agevole che è quella verbale, così si crea per l’intera durata un soliloquio pesante e superfluo che nel legittimare la propria dimensione mentale sovraccarica la visione di una prolissità ingiustificata, ritengo che il cinema non abbia bisogno necessariamente di dare voce ai pensieri per farci penetrare nella materia grigia di chi sta sullo schermo, un autore come si deve questa azione è in grado di compierla anche soltanto con l’ausilio delle immagini poiché il rischio, in cui incappa Giæver, è quello di didascalizzare ogni singolo movimento/elucubrazione dentro la diegesi. Ergo, siamo telecomandati all’interno delle paturnie di Martin e ciò comporta una fruizione monca, non pienamente appagante né emotivamente coinvolgente. L’abbondanza di istruzioni per l’uso è il difetto principe, sebbene non sia l’unico, in quanto il regista insiste troppo sul giochino di dare corpo alle fantasie utopiche del ragazzo per poi sconfessarle con la realtà dei fatti, il meccanismo è gradevole una o due volte, non altrettanto se è presente in una massiccia riproposizione, più che altro sembra che così agendo ci si trovi dinanzi ad una atrofizzazione concettuale che scade nella replica. Registrate delle finestre comiche e al contempo macchiettistiche (la scena della masturbazione dietro l’albero mi pare un buon esempio), si arriva ad un finale nel rifugio montano che sa parecchio di cucinato a puntino per forzare il dispositivo e direzionare l’opera verso la dimostrazione dell’impossibilità di dare una forte svolta all’esistenza di Martin.

Suggestive alcune riprese fluttuanti coniugate allo score musicale di Ola Fløttum, uno che si è occupato di parecchi prodotti scandinavi visionati negli ultimi anni (Reprise [2006], il già citato Oslo, August 31st, Forza maggiore [2014], Blind [2014] e Segreti di famiglia [2015]). Va da sé che alcuni dettagli dell’apparato audio-estetico e dei motivi di fondo accettabili non mitigano affatto le problematiche di rappresentazione.

martedì 19 settembre 2017

A Man’s Flower Road

Otoko no hanamichi (1986) è il primo lungometraggio di Sion Sono, il che ci trasmette immediatamente una certa importanza filologica perché se si vuole conoscere il cinema del giapponese si deve per forza passare da qui. Che il film in questione sia sghembo e approssimativo fino al fastidio era un dato preventivabile, quello che è possibile vederci dentro è più che altro un’estensione dei due corti precedenti (sono tre, ma Ai [1986] non l’ho visto), ovvero Love Song (1984), di cui risentiamo il fastidioso trillare della sveglia che troveremo nuovamente in 0cm4 (2001), e Ore wa Sono Sion da! (1985), e proprio da quest’ultimo, la cui traduzione dovrebbe essere Io sono Sono Sion!, si può approcciare A Man’s Flower Road poiché la componente autobiografica raggiunge livelli elevati. Il fatto che Sono voglia fare un film su stesso, sul suo mondo da venticinquenne, lo si apprende di più nella seconda parte, la prima invece è un’orgia caotica di immagini in Super 8 sconnesse e con ogni probabilità insensate, semplicemente: non si capisce un cazzo. Ma perché non c’è niente da capire. È solo la deiezione (concreta: Sono all’inizio caga su una pietra in un’aiuola) di un moto interno, una scarica di rabbia e furore che fa rimbalzare il giovane Sion come una pallina da flipper da un posto all’altro, e le immagini con lui, e tanti sono gli scossoni e la concitazione generale che è necessario prendersi due o tre compresse di Plasil prima della proiezione. Con tutta la buona volontà l’anti-estetica di questa prima frazione rende l’opera davvero inguardabile, troppa troppa e ancora troppa confusione, nemmeno l’apparizione surreale dei due spiriti del fiume (truccati in un modo che più cheap non si può) salva la baracca.

La sezione successiva, che ha di nuovo Sion fulcro della situazione senza però che vi siano collegamenti diretti a quanto accaduto prima, comincia con quello che è il segmento più interessante, almeno visivamente, di Otoko no hanamichi, infatti per una buona decina di minuti il quadro è principalmente immerso in una casa rimasta al buio dopo un blackout, timide lucine si accendono, voci nella pece parlano: a sorpresa qualcosina di stimolante c’è. Poi si scoprirà che la famiglia all’interno della suddetta casa è la vera famiglia di Sono e che quindi una delle tematiche che attraverserà una fetta importante della sua filmografia, e per quanto mi riguarda la migliore fetta poiché parliamo di un lasso di tempo che va dalla trilogia del suicidio a Himizu (2011), ha radici strettamente personali in quanto al ribelle Sion la vita famigliare sembra andare stretta e il richiamo di Tokyo è dolce e suadente. Ovviamente nulla è chiaro e anche qua il disordine assoluto legifera indisturbato, si procede un po’ per intuizioni generate da trovate acerbe e raffazzonate, si veda il filo d’Arianna che Sono srotola lungo la città partendo dalla propria abitazione, una sorta di cordone ombelicale che non riesce a recidere (il filo prende fuoco e lui correndo a ritroso si ritrova in giardino ai piedi della mamma che lo sgrida), oppure con il finale dove nella metropoli lascia finalmente il suo imprevedibile segno.

Sui lavori d’esordio di Sono non è che si possano registrare chissà quali picchi di beltà, è roba amatoriale girata senza un soldo con amici/parenti, ad essere magnanimi se ne può apprezzare lo spirito e ravvisare in embrione alcune tematiche che in futuro torneranno con prepotenza, ma se si volesse saltare direttamente a Jitensha toiki (1990) non si commetterebbe un delitto.

venerdì 15 settembre 2017

Planet ∑

Ciò che colpisce di più in una produzione come Planet ∑ (2014) è il connubio tra uno sguardo etologico che riesce a mettere in risalto anche il più piccolo dei dettagli (la pelliccia che fregia le api o lo sbattere fragoroso delle loro ali) e un’annessa dimostrazione di manifattura che intacca tale sguardo e inevitabilmente lo modifica, lo aliena, è come se un documentario di Discovery Channel accantonasse la parte divulgativa per intensificare attraverso metodi specifici quanto ripreso. Momoko Seto, giapponese classe ’80 formatasi artisticamente in Francia, opera in tale dualismo che contrappone la natura all’artificio, di certo è quest’ultimo ad uscirne vincitore visto che la Seto calca notevolmente la mano sull’estetica e allora ecco che ogni minuzia si fa iperrealista, il tutto converge in una specie di ossimoro: il focus microscopico su insetti e funghi nella prospettiva della regista si ribalta in scala universale, la genesi si fa quasi cosmogonica e quello che probabilmente è un modellino si ingigantisce fino ad accarezzare l’universo. È indubbia la pesante maniera che sta dietro e onestamente non sono il primo fan di un cinema manipolato in modo così massiccio, se c’è un ma, però, è nel grado di fascinazione che comunque il corto propaga.

Nell’avvicendarsi di due ere distinte, nella rappresentazione incapsulata in dieci minuti di un pseudo processo di terraformazione, Momoko Seto cesella la sua sinfonia facendo un uso spropositato del time-lapse, il che fa fiorire qualche dubbio sullo status sperimentale del film poiché l’uso della suddetta tecnica è diventato abuso negli anni (quante pubblicità in cui è utilizzata abbiamo visto?), sicché il continuo procedere per forsennate accelerazioni dal punto di vista puramente ottico non infiamma chissà che, allo stesso tempo, sempre per merito di quella suggestione, di quel fascino sopraccitato, il forward della regista arriva a chiudere dei cerchi intriganti poiché passa dallo sbocciare della vita post-glaciale al rattrappimento della morte. La ciclicità è sancita da una pioggia di cadaveri di api, cortocircuito esistenziale infighettato da un abito anche troppo chic.

Planet ∑ è la terza parte di una quadrilogia composta da Planet A (2008), Planet Z (2011) e Planet (2017).

lunedì 11 settembre 2017

Les éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom)

Ancora Calais e ancora un cinema che è cinema in un modo disarmante e poco importa se Les éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom) (2011) è una protesi che raccoglie i frammenti perduti di Qu’ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (2010), nuovamente il confronto con un film importante, comunque connotato da sfumature divergenti rispetto a quello precedente (senti le musiche), ci scuote dai torpori delle visioni narcotizzanti per permetterci un’esplorazione che si estende in direzioni a cui dobbiamo obbligatoriamente volgerci e Sylvain George, colui che intercede per noi, sa condurci in territori che sono concretamente tali (la tendenza a soffermarsi – magari anche più del dovuto – su dettagli naturali, crepe, mari, fronde, fanghi) ed in altri che volano più in alto, oltre la diegesi dello schermo (c’è una parola per questo: umanità, e ce n’è un’altra: empatia), perché nella geografia del regista francese vi è sopra ogni cosa un’antropologia, ed è per questo, forse, che nell’affiancare stralci in apparenza superflui a primi piani strettissimi dei rifugiati si crea un flusso di macerie, schegge, scarti, cocci, detriti che convergono nell’umano dramma contemporaneo del clandestino, e le persone, ah le persone!: come in un confessionale (le loro paure, le loro storie), come in un reportage (i tentativi di fuga, le sommosse della polizia), sono proprio le persone (ultime tra gli ultimi) a fare di Les éclats un film che sovverte i fatti: l’immigrato non è più solo l’anonimo e indistinto disperato in mezzo ad altri disperati, bensì soggetto pensante, attivo, la cui colpa principale è quella di essere nato in un mattatoio.[1]

Il bianco e nero di George sembra essere l’unico canale estetico possibile in un mondo come quello di Calais e della sua giungla (attenzione però all’inaspettato accento rosseggiante […sanguinante?] sull’acqua), nella granulosità delle immagini, nell’aspetto stinto con cui si danno e nel tasso di deterioramento che esse stesse veicolano, il film alla fine penetra in una di quelle dimensioni senza tempo che solo il cinema può donare, e l’impossibilità di inquadrarlo cronologicamente è, se lo si vuole, il riflesso degli accadimenti cronachistici dove la tragedia dei profughi si verifica in un ciclo che non ha né un inizio né una fine ma solo un adesso. Abbraccio cogente verso gli esuli smarriti in Europa, magnetismo formale costruito con semplicità senza sofisticati accorgimenti, trattato esemplare di applicazione della settima arte al reale, ritratto di anime che vagolano nel limbo e la cui vita è una fuga perenne verso la prossima isola, verso il prossimo porto, tutto ciò, e molto altro che non so esprimere, fanno del cinema di Sylvain George il più alto esempio di incontro fra politica e poesia in ambito audiovisivo.
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[1] La sottolineatura di una direzione votata al personale è fornita dai tre aggettivi possessivi presenti nel titolo. Colgo l’occasione per citare lo scritto di Sangiorgio (link) che ha ben enucleato tale fondamentale aspetto.

giovedì 7 settembre 2017

Lucifer

In Lucifer (2014) di Gust Van den Berghe tutto è semplicemente magnifico, e quando si dice tutto si intende davvero una totalità estesa che parte dalla componente tecnica e si riflette in quella tematica, è un affastellarsi di anelati si: si trova una profondità nella visione che avevamo lasciato, boh, in Japón (2002)? O in qualche altro (raro e prezioso) film, si respira un’aria biblica, apocalittica, mistica che credo piacerebbe al miglior Dumont, si vede, soprattutto, come non si era mai visto: come un cannocchiale, o un periscopio, o il tapetum lucidum di un gatto (soprattutto quando assistiamo ad una sorta di ripresa a 360°), o come la foto di un loculo, accediamo al mondo diegetico attraverso un pertugio circolare, tale tecnica, denominata tondoscopia, oltre a proporsi in una veste innovativa, è, per volere del regista, la traslazione del Paradiso (una sfera fatta di cerchi, come il Sommo Poeta insegna) che ha al centro la Terra, un’immagine che probabilmente ci viene già suggerita nel memorabile incipit. Non c’è granché da parlamentare, qui si volta alti e la temperatura artistica è elevata, Van den Berghe si avvicina clamorosamente ad una prospettiva divina appaiando il ruolo di Dio a quello del regista (il foro è anche il mirino della cinepresa, no?), e i dubbi su un possibile esercizio di stile improduttivo sono fugati da un approccio in fondo così “banale”, un formato rotondo: e che sarà mai?, capace però di intersecare parecchie strade: religiose, autoriali, metariflessive, filosofiche, estetiche, che portano lo spettatore non oso dire lontano, ma che perlomeno gli permettono di guardare ciò che è lontano, al pari della famosa illustrazione di Doré con Dante e Beatrice di fronte alle maestose volute angeliche dell’Empireo.

Importante è poi il fatto che Lucifer potrebbe funzionare anche senza l’atipica impostazione che lo presenta, il giovane belga classe ’85, che chiude una trilogia di cui andrebbero visionate anche le due precedenti pellicole, pesca nel contesto Sud Americano (messicano per la precisione) un presepio umano a cui è automatico volere un bene libero e autentico. Nella contiguità che si crea, col procedere dei minuti traspare un senso di terra, di radici, di verità che ci affratella con gli umili che si avvicendano sullo schermo. Tuttavia non si tratta solo di realismo in quanto la realtà è sì presente ma il vero valore aggiunto è dato dal superamento della stessa, il serpeggiare di una surrealtà che è in grado di mimetizzarsi tranquillamente nella quotidianità mi fa parlare di un equilibrio magico, laddove la magia si esplicita incostante tra il diabolico ed il celestiale. Non senza ironia (gli annunci via megafono, un Twitter ante litteram, o il cartellone luminoso che auspica il ritorno dello straniero), l’effigie offerta dal buon Gust di questo sperduto pueblo è, nell’assoluta ordinarietà, di una ricchezza bonificante, nel senso che ci depura dal letame audio-visivo attorniante, ed è delizioso assistere ai vari episodi soprannaturali osservando il tasso di accettazione da parte dei villici (la scala, le campane, il [non] miracolo di Emanuel): nello scenario pigro e rurale il binomio sacro & profano scopre una nuova pregevole declinazione.

Costituito da tre atti (altro riferimento alla Commedia?), Lucifer dà il meglio fino al momento apicale del ballo in onore dello zio (… che si alza, e cammina), dopo la scomparsa dell’“angelo” il moto generato da Van den Berghe abbassa di un filo il tiro dell’impressione, ma è fisiologico che l’assenza della figura nevralgica della storia, tra l’altro impersonata alla grande da un attore, l’unico si presume, di nome Gabino Rodríguez, faccia venire meno il feeling fruitivo, tuttavia, attraverso uno sguardo d’insieme, possiamo abbracciare anche nella porzione in cui nipote e zia rimangono sole (a tal proposito la dipartita del vecchio è un gioiellino) una vitalità pulsante, un cinema che sa essere arcaico e contemporaneo, un racconto solenne dalle mire teorico/argomentative imponenti, e, allo stesso tempo, infinitesimale, dimensionato ad altezza uomo ma puntato dentro al suo spaventoso abisso, quello che da millenni cerca di riempire con la Fede.

martedì 5 settembre 2017

Junkyard

Junkyard (2012) è un flash, nel senso che si prende carico di rappresentare l’abbacinante (che non è rappresentabile, infatti il corto termina in un nitore indefinito), il lampo che precede la morte: Hisko Hulsing, factotum dell’animazione avendo messo mano in ogni processo creativo, dai disegni – ovviamente – alle musiche, per mostrare questa cosa così impossibile preferisce accomodarsi su una struttura piana ed accogliente, quella della narrazione classicheggiante che vede nell’istante del decesso una poderosa regressione mnemonico-temporale relativa al passato del protagonista. È una scelta che imbullona il film in una dimensione terrena, non c’è apertura, sgomento, spaesamento, il racconto segue fedelmente le costrizioni dell’affabulazione portando a ritrattismi netti (il bravo ragazzo e quello cattivo) e ad una consequenzialità che sfocia in un immancabile colpo di scena rivelatore. Hulsing insomma gioca facile, non osa il distacco dagli ingranaggi del cinema prefabbricato, si siede nella platea pigra, la platea che ha bisogno di storie con un capo e una coda.

Ma sarei un bugiardo se dicessi che Junkyard è un’opera da archiviare per via di un impianto non troppo originale. Nella visione dell’olandese prima delle componenti sceneggiaturiali c’è un “qualcosa” che magnetizza. Capisco l’insopportabilità del termine “qualcosa”, ma dovete starci: Junkyard ha un’atmosfera, un ambiente, un’aria che soffia fuori della roba che sa sfiorarti, sicuramente la mistura tecnica fa il suo, questa tendenza dell’animazione odierna di coniugare il 2D con il 3D produce quasi sempre effetti positivi, cortocircuiti estetici che propagano un certo straniamento, in più la ricostruzione geografica che, visto anche l’accento dei doppiatori, trasporta in una periferia inglese degli anni ’80 trasmette un non si sa che di nostalgico. Ma aldilà di tali elementi c’è un flusso invisibile in Junkyard che arriva a prescindere dal veicolamento stravisto, alla fine dentro la schermata bianca c’è tutta una vita da poter leggere, e dopo appena diciotto minuti non è una questione trascurabile.

domenica 3 settembre 2017

Gorod Zero

Non è un film molto conosciuto in Italia (e non solo) Gorod Zero (1988), e lo dico con l’unica cartina tornasole a disposizione, la Rete, nella quale non si rintraccia una degna recensione che sia una, ed è curioso perché questo strano oggetto non identificato che porta la firma del russo Karen Šachnazarov è un ghiotto piatto che potrebbe soddisfare l’appetito weird di quei cercatori di pepite cinematografiche disperse nel tempo e nello spazio, e, per allacciarmi al volo con il commento, proprio i due elementi fondanti appena citati hanno un ruolo importante nella pellicola, non per la loro presenza ma per la loro assenza: quella del regista nato a Krasnodar è una vicenda che non ha punti di riferimento definiti, a parte la connotazione geografica (che è fondamentale), le vicissitudini del povero Varakin si sfilacciano in rivoli via via sempre più alieni e disorientanti (per lui e per noi), ne è prova l’incredibile visita al museo sotterraneo che sradica la logica e la Storia attraverso dei diorami viventi che hanno un valido impatto estetico anche a distanza di quasi trent’anni; la forma qui si coniuga ad una ricerca del bizzarro, dell’astruso, del bislacco che fa in modo di accettare un profuso intorbidimento bilanciato dalla sensazione che comunque ci sia un ordine a concertare il tutto. Ahinoi negli anni abbiamo visto usare troppo dissennatamente l’aggettivo “kafkiano”, non so se Gorod Zero possa fregiarsi di tale qualità, certo è che è raro trovare una rappresentazione così originale (e convincente) del singolo inerme fagocitato da un sistema schiacciante.

Perché le diffuse stramberie non sono fini a se stesse visto che il film altro non è se non una grande allegoria del momento storico vissuto all’epoca dall’Unione Sovietica, una metafora che non lesina ironia e soluzioni intriganti: prendiamo l’episodio del ristorante, una scena che apparentemente non avrebbe particolari potenzialità è invece lo spunto utilizzato da Šachnazarov per espandere una bolla che non può fare a meno di ingigantirsi di minuto in minuto, tra nessi all’universo russo non così facili da cogliere per noi europei (ma il bello sta anche qua) e l’inaspettata nonché improbabile svolta da pseudo-giallo con tanto di morto e sospettato, ecco profilarsi che cosa Città Zero (a proposito, il film è citato anche con il titolo italiano, ma è mai uscito da qualche parte?) nasconde realmente sotto la sua maschera stravagante, ossia il ritratto di una nazione in transizione e di una società “chiusa” la cui breccia aperta da un evento banale come un tizio che balla per la prima volta il rock and roll finisce con gli anni per trasformarsi in una scheggia impazzita che rivoluziona il piccolo grande mondo illustrato, ed è inoltre interessante l’espletamento del processo con cui Varakin viene assoggettato al volere di loschi personaggi e di come al contempo sia spersonalizzato e annullato, diventa perciò evidente, alla fine, di quanto poco siano velati i rimandi alla situazione extrafilmica sul finire degli anni ’80 in Russia.

Devo assolutamente ringraziare Indie-Sci-Fi che mi ha suggerito Gorod Zero parlando di Dead Man’s Letters (1986), se avete voglia di dare una scorsa ai commenti di quel post troverete delle informazioni interessanti sul lavoro di Šachnazarov e sui correlati retroscena politici.

mercoledì 30 agosto 2017

The Tribe

È dal 2010 con Deafness che Slaboshpytskiy sta cercando di portare avanti un preciso discorso sulle strade comunicative che caratterizzano il cinema odierno, non per niente anche il successivo corto Nuclear Waste (2012), sebbene privo del linguaggio dei segni, si focalizzava sulla scelta del totale mutismo, zero battute per gli attori in scena. Ovvio che tutto questo poteva e doveva trovare compimento in un lungometraggio, più precisamente nei centoventi minuti di Plemya (2014) la cui caratteristica fondamentale viene rimarcata all’inizio: attenti, qua non ci sono sottotitoli né spiegazioni atte alla comprensione dei gesti. A Slaboshpytskiy vanno riconosciuti dei meriti poiché attraverso The Tribe e ai due lavori brevi che lo anticipano ha dato dimostrazione che tra le varie potenzialità della settima arte ce n’è una spesso sottovalutata: il silenzio. D’altronde il cinema dopo il cinema muto non ha praticamente mai abbandonato la possibilità di raccontare per mezzo delle parole, e a ruota gli spettatori si sono cullati sull’ancoraggio fornito dagli scambi dialogici, una specie di sicurezza che garantisce didascalia e comprensione. Onore al regista ucraino quindi, e al “coraggio” messo in campo, Plemya utilizzando il canale del linguaggio dei segni, e perciò un metodo indecifrabile ai più, riesce a trasmettere le informazioni necessarie per leggere la storia tanto che in alcuni frangenti si è così inconsciamente sintonizzati sulle frequenze del film che non ci si interroga nemmeno più su che cosa si staranno dicendo i ragazzi dell’istituto. Ciò conferma un’idea che il sottoscritto si è fatto da tempo, ovvero che il cinema può fare a meno dell’attorialità e perfino dell’ostensione dei vocaboli, sono già sufficienti le immagini per costruire una narrazione.

Bene. Adesso le note stonate: appurata ed accettata una struttura teorica a cui è doveroso rivolgere attenzione, chi scrive non è rimasto particolarmente impressionato dal risultato che un tale impianto ha modellato. Ok il racconto per immagini, ma se andiamo ad analizzare il racconto in sé dobbiamo tirare fuori quella fastidiosa frasetta che risponde a “niente di che”, ed è un pelo grave che si risponda all’album di violenza, sottomissione e disumanità con tale noncuranza. Forse sarà una certa abitudine all’eccesso forgiata dalla massmedialità accerchiante, fatto sta che The Tribe, pur spingendo su una ferocia inaudita, non suscita uguale ammirazione se si paragona il cosa al come. Nel registro drammatico, contenente comunque momenti apicali (si riveda la scena dell’aborto o il finale davvero brutale), si affastellano episodi esplicitamente crudeli riguardanti bullismo, furti, prostituzione e via dicendo, una risultanza di azioni esecrabili che però non sconvolgono più di tanto, ad essere maligni parrebbe che Slaboshpytskiy, obbligato a tenere desta l’attenzione spettatoriale con modalità non verbali, abbia esagerato nella costante ricerca di un impatto emotivo ficcando ogni due minuti un qualche sopruso di vario genere. A mio avviso tale scelta riduce la forza dell’opera che così facendo, pur avendo qualità innegabili, si accoda al trenino del già visionato. Vedremo Slaboshpytskiy cosa combinerà in futuro, dubito continui a battere codesta via, non so se vi sia la necessità di un altro film come The Tribe.

lunedì 28 agosto 2017

Danse macabre

Ecco cosa è Danse macabre (2009): la versione aurea del momento di assenza, di quando il corpo si fa solo corpo, restauro del movimento post-vita, una salma che in qualche modo si illude, o ci illude, di fare ancora parte di quel Gran Ballo in cui siamo ogni santo giorno impegnati a ricordare i passi. Sicuramente il franco-canadese Pedro Pires è uno con un’idea estetica ben definita, ogni fotogramma è pensato e inquadrato in un preciso modo ed anche i mezzi impiegati per le riprese dimostrano una qualità altissima, di gran lunga superiore a buona parte dei prodotti cinematografici che arrivano nelle sale. Da qui si principia un apparato visivo che ha una confezione perfetta per abbacinare l’occhio spettatoriale, ma, come sostenevo per Hope (2011), il corto successivo di Pires, anche per quest’opera ci troviamo in un territorio estremamente artefatto, tutto improntato sull’esteriorità e incostituito da un nucleo francamente assente. Di nuovo dobbiamo confrontarci con un oggetto che non sfigurerebbe affatto se facesse da accompagnamento a qualche brano musicale, e infatti la presenza uditiva della Callas che occupa buona parte della proiezione assurge a protagonista lasciando alle immagini il ruolo di spalla.

Allora, in un estetismo così pronunciato e così spudorato, anche il possibile sottotesto si assottiglia fino a scomparire sotto la mole dell’aspetto. E a dirla tutta il discorso di Pires non sarebbe così scentrato, mettere in mostra questa danza villoniana muta, 2.0, intombata nel digitale, far carico al cinema di poteri straordinari, rendere vivo, anche se solo apparentemente, un cadavere, oppure ricordarci che anche la morte ha una specie di grazia, una propria leggiadria che in Danse macabre di certo non manca (d’altronde sembrerebbe quasi che in ogni situazione, anche una volta riposta nella bara, gli spostamenti della donna siano i passi di una ballerina), tutti intenti meritevoli d’attenzione che però al cospetto di cotanta costruzione si smaterializzano. Forse sto guardando le cose dal mio piccolo e inutile recinto ma pur cercando di aprirmi all’oggettività non riesco più a digerire la pesantezza della mano registica. Voglio natura, origine, verità, e non involucri spacciati per videoarte.

venerdì 25 agosto 2017

Blind

Il dramma sentimentale filtrato da un’atmosfera scandinava che ha perfetta impersonificazione nei lineamenti elfici di Ellen Dorrit Petersen, si coniuga all’inventiva del debuttante Eskil Vogt già stretto collaboratore di Joachim Trier per il quale ha firmato le sceneggiature di Reprise (2006) e di Oslo, August 31st (2011). Aria algida sì, ma anche tentativo di movimentare la faccenda, dunque: l’obiettivo di Vogt era quello per nulla semplice di farci vivere in prima persona i pensieri di una donna cieca, detto brutalmente ritengo che Vogt su questo piano non abbia soddisfatto in pieno le previsioni, Blind (2014) è un cinema che non prova nemmeno la strada del sensoriale, azione invece auspicabile visto l’argomento affrontato, per, al contrario, tentare di stimolare i sensi attraverso la scrittura e la correlata costruzione fittizia. Non si riesce ad accedere in una soggettività, non vestiamo i panni di Ingrid, ne rimaniamo fuori, lucidi testimoni di una storia che si intreccia aldilà di noi, che è romanzo, che è teatro, ed è un peccato perché se Vogt fosse riuscito a dare un taglio maggiormente affrancato dalla penna che per mestiere stringe in mano, Blind avrebbe potuto svilupparsi in una direzione molto più destabilizzante.

Di sicuro è però un film che non annoia, una volta compreso il meccanismo e superato l’iniziale disordine narrativo, l’esibizione dell’insediamento nella mente della protagonista è costellata di apprezzabili trovate che mantengono in vita l’opera (quella del set cangiante che si ripresenta più volte merita un plauso e rappresenta l’intuizione migliore in rapporto alla manovra di penetrazione celebrale). L’offerta di Vogt in relazione alle elucubrazioni di una non vedente autoreclusasi nella propria abitazione innerva in modo originale le “solite” questioni annesse ai problemi relazionali; l’esposizione delle ossessioni nascoste nella mente umida della donna creano un registro che col passare dei minuti si fa sempre più ludico arrivando a sconfinare nella commedia (le donne al party immaginate insieme al marito), ne deriva che sebbene lo spettatore non è in grado di esperire davvero la visione, perlomeno viene continuamente gabbato, ed una tale tendenza all’inganno non può che essere vista benevolmente perché lo scambio mentale dei ruoli, l’avvicendarsi delle pedine da parte della burattinaia Ingrid, il dispiegamento delle sue turbe che alla fine rivelano lo stato di apatia in cui essa stessa versa, sono tutti elementi che trattengono, parlo di quella spinta che porta a chiedersi che cosa potrà accadere da una sequenza all’altra.

Impreziosito dall’occhio chirurgico di Thimios Bakatakis, il direttore di fotografia che sta dietro alla new wave greca, Blind è un film che afferma una nuova nicchia autoriale proveniente dalla Norvegia e che ha Joachim Trier come portabandiera, probabilmente di grandi capolavori non ne vedremo mai, resta la consapevolezza, almeno, che avvicinandoci a questo cinema potremo trovare una più che accettabile qualità di fondo.

mercoledì 23 agosto 2017

Love & Peace

Dopo decine e decine di film sarebbe bello poter entrare nella testa di Sion Sono per capire quale sia la sua attuale idea di cinema perché dall’esterno si rimane parecchio confusi, o meglio, a fronte delle molteplici visioni racimolate negli anfratti più bui della Rete (soprattutto per quanto concerne gli esordi), nell’assistere alle ultime manifestazioni del regista la parola più corretta è: delusi. Già nell’unanimamente apprezzato Why Don’t You Play in Hell? (2013) avevo ravvisato degli elementi che potevano far arricciare il naso, poi con il film successivo, Tokyo Tribe (2014), le cose non erano migliorate affatto poiché ci trovavamo al cospetto di un’opera molto ma molto simile a quella precedente dove l’impianto autoriflessivo veniva sostituito con un apparato ludico-musicale privo di un qualsivoglia spessore. Adesso Rabu & Pîsu (2015) e… da dove iniziare se non dall’inizio? Che volendo potrebbe essere visto come una miccia narrativa in linea con molte altre situazioni nell’universo di Sono, infatti in tutti questi anni ne abbiamo visti parecchi di soggetti introversi e impacciati inadatti a stare il mondo, quello che Sono in Love & Peace muta è il fenomeno catartico che ribalta la situazione personale del protagonista, se in passato ci si poteva esaltare per clamorose mattanze in stile Cold Fish (2010), ora la scelta è al confronto morbidissima, quasi una carezza, fa specie dirlo ma il film di cui stiamo parlando è un film perfetto per una serata in famiglia davanti al caminetto mentre fuori nevica.

Va bene l’ecletticità di Sono che è straordinaria e che ognuno di noi conosce ampiamente, e vanno bene anche le obiezioni che mi si potranno fare le quali si appoggerebbero sul fatto che qua Sion non è poi così “leggero” come parrebbe (ma sì, l’alienazione sociale, l’oblio del passato e quello del presente: gli oggetti buttati, la cecità delle masse, la carta velina dello spettacolo), però voglio farvi una domanda cruciale: è questo il cinema che oggi volete vedere? Se la risposta è sì allora potete anche smettere di leggere, se no, al contrario, proseguite: perché onestamente ho delle difficoltà enormi a digerire una storiella dall’intento smaccatamente parabolico che vedrebbe l’essere umano così assetato di fama e di successo da dimenticare/snobbare chi davvero gli ha voluto bene. Tutto ciò che ha una morale di fondo sotto la patina narrativa è materiale da mandare in soffitta insieme alle favole della buonanotte, a cosa serve essere versatili se si propongono modelli inchiodati a schemi di manifesta conoscenza? Non vorrei che si venisse distratti dai balocchi impiegati da Sono poiché in tale ottica si potrebbe scivolare in facili esaltazioni, Love & Peace da suddetta angolazione rimane in teoria una mezza follia del regista nipponico (autore anche della sceneggiatura) che ‘sta volta estrae dal cilindro una sequela di bizzarrie oscillanti tra il divertimento e la tenerezza, e la trovata migliore del film risiede ben appunto nella creazione della comune di oggetti dimenticati e all’annessa realizzazione decisamente cheap (ma non per questo ridicola) che rappresenta in termini tecnici (si tratta di burattini o similari) un’assoluta novità. Peccato poi che la scelta di dare una direzione così “natalizia” al tutto sia alquanto condannabile…

Ma accantonate per un attimo il musetto dolce della tartarughina o la simpatia suscitata dagli altri coinquilini nelle fogne e procedete verso il centro, verso il cuore delle cose, aprite il nucleo come l’involucro in plastica gialla delle uova di cioccolata: dentro non c’è niente. Almeno così è per chi cerca delle visioni che sappiano infondere smottamenti irreversibili, viceversa gli altri potranno rintracciarvi una fola definibile come moderna solo per via della sua data di produzione, ahinoi in contesti del genere, ben mascherati da lustrini abbindolatori, non vi è il minimo sviluppo bensì regressione o al massimo stagnamento.