domenica 10 dicembre 2017

Loveless

In effetti non c’è mai stato molto amore nei film di Andrey Zvyagintsev, il regista russo si è sempre preoccupato di illustrarci l’assenza di tale sentimento o al massimo le briciole residuali derivanti da una qualche tragedia umana, e i modi con cui ha portato avanti questo macro-tema non hanno mai difettato di tecnica, infatti la fattura estetica delle sue opere ha prestato raramente il fianco a possibili critiche, discorso diverso invece per alcune scelte di “penna spesso gravide di ostensioni, meccanicità e artificio sceneggiaturiale oltre che di una marcata ripetitività argomentativa (tre film su cinque hanno al centro una donna invischiata in faccende tra loro molto simili), se ne parlava in Leviathan (2014), bella confezione ma, come dire, poco, pochissimo cuore. Adesso Nelyubov (2017), che quindi già dal titolo ha una carica riassuntiva nei confronti dell’intera filmografia, fa rimangiare in parte le parole che il sottoscritto aveva pronunciato nel commento al film precedente. Attenzione: in parte. L’impressione globale, quella più a caldo visto che ho terminato la visione pochi minuti fa, è che finalmente Zvyagintsev sia riuscito a far conciliare le proprie ambizioni intellettuali con il vestito formale della pellicola, o perlomeno l’incontro tra le due istanze non genera stonature di ampia portata, e sebbene qualche “stecca” sia presente (la tendenza di sbattere in faccia allo spettatore non viene mai meno) è evidente ormai che esibire rientra nel modus operandi insito nell’arte di Zvyagintsev, chi lo guarda sa bene cosa dovrà affrontare.

La ragnatela relazionale di Loveless intreccia la vita di quattro persone proponendole in una transizione rivolta ad un futuro quanto meno enigmatico (i fatti si svolgono nel 2012, anno della presunta fine del mondo come ricorda la radio in macchina), e sarà un’ovvietà sottolinearlo ma nessuno nei quadri famigliari tratteggiati pare avere le risorse per affrancarsi dagli errori commessi in passato, qui il regista è abile nel non calcare troppo la mano sui disordini emotivi della coppia sgretolata, pochi gli scontri tra i due ma d’effetto e soprattutto resi in modo abbastanza naturale senza particolari forzature che invece affiorano, forse, quando si spinge sulle contrapposte nuove vite con i rispettivi partner, ma al contempo non è facile immaginare altre modalità con cui trasmettere i postumi di una storia finita male ed il correlato tentativo di ricominciarne un’altra. Tuttavia il punto di forza in Loveless, così definibile, a mio avviso, esattamente per la capacità di sottrarsi all’occhio, di sparire, di trasformarsi in una sostanza fantasmatica, la stessa che materializza i ciclopici sensi di colpa, è la figura del figlioletto, protagonista visibile nell’invisibile, ovvero: lui non c’è, eppure c’è, è dietro la porta nella scena più riuscita di tutta l’opera. Non che il regista inventi chissà quali stratagemmi per insufflare il dramma di una scomparsa, adopera semplicemente quei canoni da thriller-dell’-anima dove la ricerca, chiaramente infruttuosa, è un lento stillicidio in cui ciò che si esplora non sono tanto i campi incolti o gli edifici abbandonati quanto gli esseri umani. Onestamente non ho ravvisato grossi inciampi nella detection che poggiandosi su tempistiche ben più blande rispetto al genere di riferimento si dilata in un’atmosfera dondolante, povera di accadimenti ma fitta (si esagera un po’, suvvia) di tensioni, ed è molto efficace, in tal senso, la sequenza all’interno dell’obitorio.

Le coordinate del cinema zvyagintseviano pur essendo ampiamente definite e riconosciute (ecco i tag: esistenza; umanità; dramma; Russia; ecc.) ad oggi non sono ancora riuscite a venire incanalate in un prodotto capace di soddisfare in pieno le potenzialità individuabili, il comparto visivo a tratti svia, di fronte a cotanta eleganza ci si aspettava un corpo maggiormente robusto rispetto a ciò che poi si è invece palesato, Il ritorno (2003) aveva un po’ illuso, la tripletta centrale costituita da The Banishment (2007), Elena (2011) e Leviathan è andata calando (con un tonfo rumoroso nel 2014), ma Loveless potrebbe rappresentare un nuovo punto di partenza: sfrondare gli inutili sfoggi (la madre che fa tapis roulant con la felpa della Russia è una caduta di stile palese) e puntare sull’essenzialità (la tragicità della scomparsa senza fronzoli, né prima, né dopo: ciò che rimane è una foto segnaletica sbiadita dal tempo e un nastro che sventola come una bandiera a lutto).

mercoledì 6 dicembre 2017

Il solengo

Anche ne Il solengo (2015), esattamente al pari di Belva Nera (2013), emerge una forte narrazione orale orientata verso un qualcosa che non ha una consistenza materiale, se nel corto precedente era una pantera a farsi specchio delle paure di questo borgo laziale, adesso a divenire simbolo di un’alterità quasi indispensabile per il resto dei locali è l’entità-Mario, loro sempre pronti a ritrovarsi nelle chiacchiere di paese davanti ad un bicchiere di vino, lui selvatico, animalesco, scontroso. Probabilmente inconsapevoli del fatto che Mario era una sorta di “lato oscuro” che viveva nei dintorni, come un fantasma, una proiezione di quello che in fondo potevano essere, gli abitanti del paese di fronte alla videocamera di Rigo de Righi e Zoppis parlando dell’eremita alla fine non parlano altro che di se stessi. Così, in questa autobiografia collettiva mascherata da racconto popolare, il fluire delle memorie si sfaccetta in base ai punti di vista dei testimoni, e nel ricostruire la vita del solengo gli episodi si sminuzzano in decine di particolari che danno vita ad una storia epica dove si mescola tutta la meraviglia e il senso atavico proveniente dalla terra contadina. Quello che più emerge e che permette al film di centrare l’obiettivo è la forza espositiva trasmessa, in totale semplicità, senza voler stupire lo spettatore ma accompagnandolo in un percorso che nella dimensione agreste si fa primigenio tanto che il proferire dialettale dei vecchietti sullo schermo potrebbe, per quanto mi riguarda, anche essere inesauribile senza smarrire mai nulla dell’originarietà che sostanzia le loro parole.

Si diceva della semplicità, è un dato che va registrato: Il solengo si alterna a confessioni degli abitanti a riprese estatiche del bosco circostante; in pratica non c’è altro, anche se, ovviamente, c’è già moltissimo. Importante sottolineare che la coppia in regia compie con astuzia un grosso depistaggio che si crea tassello dopo tassello nei confronti di chi guarda, e una volta tranquilli di trovarci in una situazione conoscitiva pressoché completa (d’altronde tutti si riferiscono a Mario parlandone al passato…), ecco che il finale ridiscute gli assiomi fino a quel momento elaborati e la costruzione stessa della conclusione con una sfocatura che lentamente si depura per mostrarci la verità possibile, è un bel momento filmico che smuove certe cose dentro. Non sappiamo chi sia quella persona sul letto, se davvero Mario o un altro Cristo come tanti, l’importante per noi e per la settima arte è il concretizzarsi dell’eventualità proprio grazie al cinema.

Per il resto:

“Non le saprai mai quelle cose”

lunedì 4 dicembre 2017

Living Still Life

Il primo punto è la cura formale che Bertrand Mandico mette in campo, La résurrection des natures mortes (Living Still Life) (2012) non è un cortometraggio come lo sono gli altri, nei suoi quindici minuti assistiamo ad una sbocciatura arcobalenica che sconfina nella videoarte: rallenti di sostanze vaporose che si diluiscono in un liquido, scenari naturali intensificati da particolari cromature, saturazione dei toni caldi fino a sfiorare la fosforescenza nelle scene buie, parentesi in stop motion non casualmente in bianco e nero. C’è insomma da parte del regista francese un occhio di riguardo all’estetica dell’oggetto creato e con pochi dubbi ritengo che il lavoro svolto su tale frangente sia più che buono, è raro trovare un impianto visivo che tracima sibillino nel lisergico con così poco tempo a disposizione, probabilmente lo aiuta anche un’impostazione diciamo pittorica che, come sottolineato dalla recensione di un utente di IMDb (link), riporta alla mente il cinema di Greenaway, l’accostamento è ardito ma in Mandico si ravvisa una matrice di opulenza e sovrabbondanza non distantissima dal gallese e in generale dal videoclip, contenitore che ben accoglie slanci artistici similari a Living Still Life.

Il secondo punto riguarda il nucleo del film che potrebbe essere visto anche in un’ottica meta-riflessiva. Anzi, tolgo il condizionale perché Mandico imprime sullo schermo il Processo Creativo di una fotografa, ne dimensiona i contorni ossessivi finanche macabri visto che la donna raccatta carcasse di animali in giro per la steppa, e pone sul piedistallo il fine di un movimento autoriale di tal fatta che seppur illusorio, farlocco e artigianale non si deprezza e con la chiusura del cerchio nella casa dell’uomo si avvalora di una cifra vivificante. Delle porte concettuali si schiudono: Mandico pare chiederci a latere quale sia la forza dell’arte, e la risposta, così come è sempre auspicabile, risiede dentro il fruitore che diviene la meta ultima dell’intero procedimento di creazione. Difatti è possibile scorgere un’identificazione nel fresco vedovo che vuole lasciarsi sedurre dalla stop motion applicata sul cadavere di sua moglie: credere all’impossibile è una cosa che accade spesso quando ci si confronta con un’opera, l’arte non ha confini e se vogliamo possiamo perfino renderla capace di riportare in vita degli esseri morenti. Del lungo ciclo che va dalla nascita dell’idea, alla sua messa in pratica, e al susseguente assorbimento del testimone oculare, Mandico ci riporta un piccolo esempio che non può di certo essere esaustivo, va ringraziato comunque per il tentativo.

Il terzo punto concerne il sottoscritto. Tutto quello che di bene si può dire su Living Still Life va detto, esponendomi però in prima persona non mi sento particolarmente vicino ad un modello cinematografico del genere, sono comunque un figlio della sottrazione e del minimalismo, preferisco in generale il celare all’esporre e la natura all’artificio, rispetto a Mandico o chi per lui, qui è esclusivamente territorio di de gustibus che sul piano oggettivo-esegetico vale zero, ma siccome mi sento sempre un essere umano prima che un cineblogger (denominazione che già fa ridere di per sé), ecco, ritenevo corretto sottolinearlo.

mercoledì 29 novembre 2017

A Febre do Rato

Successivo ma inferiore di molto a Bog of Beasts (2006), A Febre do Rato (2011) si occupa comunque di quel Brasile molto vicino al fondo della scala sociale con un approccio di pesante finzionalizzazione. Nonostante Cláudio Assis voglia mettere in piedi una sorta di rivoluzione proletaria, non vi è granché di denuncia qui dentro né un’auspicabile morsa sul reale, al contrario ci si adagia sulle frequenze del poeta di strada Zizo che gigioneggia dall’inizio alla fine restituendoci dunque una forma piuttosto artefatta costituita da reiterati plongée perpendicolari al suolo. Nulla di male, è che annotata un’estetica accettabile e accertata l’assenza di un cinema davvero interrogante, di questo film ambientato a Recife (il titolo sarebbe un’esclamazione del luogo) è automatico domandarsi dove voglia dirigersi. Chi scrive risponde che la rotta se impostata verso lo spettatore deve essere stata dimenticata lungo il tragitto, ho chili di dubbi sul banale interesse che la vicenda tutta sia in grado di suscitare, alla base vi è la non-profondità del film che si concentra sulle vicissitudini di un manipolo di scapestrati un po’ bohémien capeggiati dal poeta/imbonitore Zizo [1] senza che venga anche solo citata la controparte, ovvero quel sistema contro cui l’”artista” si scaglia (nel frettoloso finale osserviamo la marcia di una parata militare, è l’unico momento di manifestazione dell’antitesi), quello che si crea è allora uno sterile monologo inframezzato da orazioni pubbliche, festini e scopate.

Non essendoci una sostanziale azione politica che rimane dunque in un campo aleatorio, Assis preferisce inserire la retro illustrando una piega sentimentale che lentamente prende il sopravvento sull’opera. Conosciamo Eneida e il film si prostra pericolosamente a quegli schemi sentimentali che strangolano il cinema, per fortuna non vi è un’aderenza completa alle strutture appiattenti sopraccitate ma va da sé che tale finestra non si può certo considerare un tonificante per la visione, abbiamo i già visti incontri e scontri, i rifiuti e gli abbracci tra Zizo ed Eneida, perlomeno viene evitata l’ipotetica catarsi erotica poiché il finale, un pelo meglio del resto, punta più ad un imbrunimento della storia che ad un happy end. In sintesi A Febre do Rato mi è sembrato un film poco stimolante, inerte e concettualmente esiguo, non è di certo questo il cinema che smuove.
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[1] È solo l’ambientazione sudamericana perché sotto c’è dell’altro, ma Zizo e il suo fermento letterario unito a quello sessuale mi ha ricordato le narrazioni (anche autobiografiche) che Roberto Bolaño ha disseminato in tutti i suoi lavori.

lunedì 27 novembre 2017

Shinjuku Swan

Stando al 2015 in casa Sion Sono pare che le idee inizino a scarseggiare paurosamente, il regista giapponese nel giro di due anni ha firmato tre film pressoché identici alla cui base c’è sempre stato un substrato gangsteristico, quello che superficialmente cambiava era il filtro attraverso il quale ci è pervenuta la suddetta rappresentazione di faide fra bande rivali, una volta è andata benino poiché Sono nel calderone ci ha buttato dentro parecchia roba frizzantina (Why Don’t You Play in Hell?, 2013), poi siamo calati con un’opera dall’impostazione musicale che dopo dieci minuti esauriva la voglia di proseguire (Tokyo Tribe, 2014), e adesso si giunge a Shinjuku suwan (2015) che francamente è un titolo indifendibile, con ogni probabilità uno dei peggiori di Sono, il che è un problema poiché quest’ultima frase si sta affacciando un po’ troppo spesso alla fine delle visioni sononiane. Però è così: il film sotto esame, tratto da un manga inedito in Italia, raccoglie il peggio delle due pellicole a lui precedenti evitando qualsiasi azione in grado di distinguersi un minino dalla pletora di Yakuza-movie che la realtà nipponica offre, e all’assenza di guizzi rimarchevoli si unisce un aspetto ancora più preoccupante: Shinjuku Swan non sembra nemmeno più un film di Sono, tale amara constatazione è un triste dato di fatto emergente da una proiezione che pur eccedendo in sangue e violenza non possiede nemmeno un millesimo della brutalità di un Cold Fish (2012) a caso.

La mancanza di quel tipico agire esuberante di Sono che uccideva la logica e rendeva accettabile ogni im-possibile passaggio delle sue storie, in Shinjuku Swan fa sì che al contrario si aggrottino le sopracciglia fin dai primissimi minuti assistendo ad un reclutamento “lavorativo” che potrebbe risiedere al massimo sulle pagine di Topolino, ed è proprio il concentrarci sulla trama che non va bene, tutta la diatriba fra le due fazioni di delinquenti è di una pallosità ammorbante perché davvero inconcludente e frivola in quanto non porta a nulla se non a delle scazzottate inguardabili (l’unico momento leggermente più cattivo è quello sulla pista da bowling). Se un tempo Sono riusciva a tratteggiare delle persone per mezzo del suo registro eccessivo, adesso sullo schermo ci sono dei personaggini che recitano in modo fastidioso e schematizzato (se prendiamo tutti e tre i film sopramenzionati i malavitosi che li popolano sono spiaccicati gli uni agli altri), e dire che poteva esserci del potenziale umano visto che ci si occupa di prostituzione, ma le donne in Shinjuku Swan sono mere pedine bidimensionali in una narrazione che si incaponisce nelle fiacche scaramucce per la spartizione del territorio o in faccende soporifere di droga e affini. Debolissimi inoltre i tentativi di innervare il racconto principale con due eccedenti sottosezioni, passi il collegamento col passato che riguarda Tatsuhiko ed il villain, la parentesi sentimental-fiabesca invece non funziona affatto.

Il Sono che più si preferisce nel campo dei film a tema mafioso resta l’imperfetto Bad Film (2012), sgraziato e lungo quanto si vuole ma dotato di un’energia che Shinjuku Swan si sogna, e tanto per essere stucchevoli, se nel commento di Tokyo Tribe mi stupivo della super prolificità del regista e del suo sestetto nel 2015, ecco che i risultati di una iper-produttività del genere vengono impietosamente a galla, e ovviamente quando si prende una brutta china non è facile ritornare sulla retta via, per la serie le brutte notizie non vengono mai da sole, ecco l’aggravante: Shinjuku Swan II (2017).

venerdì 24 novembre 2017

Milch

Giunto a Igor Kovalyov leggendo un’intervista (link) agli autori di Oh Willy... (2012) che lo citavano come fonte di ispirazione per il loro lavoro, mi sono subito fiondato a scatola chiusa sul primo corto che ho potuto recuperare: Milch (2005), e devo dire che alla fine è risultato difficile tracciare un’idea precisa di quanto visto. È sicuramente un oggetto molto strano orbitante intorno alla figura di una donna che consegna il latte a domicilio e di un padre nerboruto invaghito della suddetta, all’interno del quadro famigliare che comprende anche la moglie e una coppia di anziani (forse i nonni, forse il nonno più la badante), Kovalyov piazza un personaggio parecchio ambiguo come il figlioletto che pare un nodo cruciale della non-storia. Dico “non” perché su un aspetto credo si possa concordare: l’animatore nato a Kiev è disinteressato ad una logicità narrativa poiché il corto procede più per situazioni suggestionanti che mirano a stimolare tematiche senza che avvenga la loro esplicitazione. Ne consegue che una questione rilevante è lo stato fibrillante del bambino forse in balia di emergenti pulsioni sessuali, nonché, procedendo per ipotesi, una sorta di identificazione tra padre e figlio con comune denominatore l’attrazione verso la ragazza del latte. Teorie inconfutabili e che comunque nessuno avrà voglia di confutare.

Intrigante è invece la resa estetica che ci propone uno studio artistico dove i corpi umani, goffi e inespressivi, sembrano usciti dal pennello di un Botero sotto effetto di stupefacenti. L’allestimento bidimensionale non depotenzia l’atmosfera greve che il regista voleva imprimere, e c’è da ammettere infatti che la forma sa reggere da sola il film. Sebbene non via siano particolari picchi, il senso occludente, umido e lievemente perverso di Milch lo rendono un titolo più forte sul piano seduttivo che su quello comprensivo, e a me va bene così. Se il nome di Igor Kovalyov vi suona completamente sconosciuto, sappiate invece che quasi per certo avete già visto della roba firmata da lui, parliamo infatti dell’autore di Rugrats - Il film (1998) e di alcuni episodi della serie tv.

lunedì 20 novembre 2017

Perché.

Esattamente dieci anni fa nasceva questo blog. Volevo pubblicare un post più autocelebrativo ma non ci sono riuscito. A volte va così. Se mi volto verso quel lontano 20 novembre 2007 rimango un po’ confuso, è come se avessi la contrastante sensazione che oggi molte cose sono cambiate anche se in fondo non è realmente cambiato niente, d’altronde io sono sempre qua a scrivere con lo stesso computer di allora, un obsoleto Compaq Presario che ha visto passare nei suoi circuiti i peggiori virus in circolazione ma che comunque, non so come, è ancora vivo ed è consolante che la lucina verde proveniente dal case ha rischiarato, e continua a farlo tutt’ora, la mia piccola stanza. Solo lo sfondo del desktop è mutato qualche volta a causa delle disperate formattazioni dovute a chissà quale robaccia infettante, adesso ho la foto di un paesaggio acquatico, non si capisce se sia un lago o il mare, si vede sulla sinistra un promontorio che finisce nell’acqua mentre a destra il sole tramonta in un orizzonte gialloarancione, non so dove io abbia pescato questa immagine dalla risoluzione così bassa, si notano dei pixel e c’è una specie di nebbia dovuta alla scadente tessitura estetica, però mi piacerebbe mostrarvela perché la trovo molto bella e anche molto malinconica. Chi è cambiato, almeno in certi aspetti, sono io e le persone che durante questi 120 mesi hanno orbitato intorno alla mia vita così come io ho orbitato intorno alla loro, c’è chi, indirettamente, è entrato tramite me in questo spazio virtuale per poi uscirne lasciando dei residui che probabilmente non se ne andranno mai. È triste pensare al passato ma sono dell’idea che possiamo tirarci su considerandoci tanti piccoli satelliti che passano l’esistenza a tracciare complicati cerchi, una volta giunti alla fine non si può che ricominciare da capo.

Ho scritto tanto, tantissimo, ma non me ne faccio di certo un vanto, e ho visto/letto/ascoltato cose meravigliose che mi hanno formato interiormente. Una volta una grande persona mi disse che aveva letto un libro così bello che gli veniva difficile, dopo, rapportarsi con l’umanità che stava intorno a lui. Sarà banale dirlo ma spesso tutto sembra così buio: ti infili alla sera in un letto-sarcofago, fai sogni dolorosi, ti alzi, inzuppi quei due o tre biscotti nel latte, ti lavi le ascelle e i denti per mantenere un decoro, ti vesti ed esci ad affrontare il mondo che una volta era l’università e che poi si è trasformato nell’estenuante ricerca di un lavoro e infine in una sottospecie di lavoro, poco è cambiato comunque: sei sempre stato tu e gli altri. Con quante persone sei riuscito a stabilire una connessione profonda, intima e totalizzante? Amicizia e amore, quale è il loro peso nell’economia della tua giornata? Della tua settimana? Dei mesi, degli anni, di una vita intera? La prima immagine che si profila è questa: ci sono io che vado a zonzo per la mia città in un tardo pomeriggio di inverno, indosso un pesante montgomery blu e ho la faccia ficcata fino al naso nel bavero della giacca, non fa troppo freddo e sono tempestato dai pensieri: quando mi realizzerò? Quando avrò un posto fisso? Chi mi accetterà per quello che sono? Riuscirò a comprarmi una casa prima o poi? Avrò dei figli? Quanto è patetico farsi ’ste domande? Quella tipa scoperebbe con me? Arrivo in stanza e guardo un film, provo a scriverci qualcosa sopra, con grande fatica metto il punto finale e realizzo che quando scrivo vorrei essere da tutt’altra parte e quando sono da tutt’altra parte vorrei essere lì a scrivere.

È difficile nascondere quell’impressione di solitudine che ci attornia, e mi piace molto scoprire quali antidoti i miei simili utilizzano per combattere questa guerra eterna, io, ventenne senza arte né parte, aprii un blog, il motivo, andando a fondo, era solo questo: mi sentivo solo. E adesso come mi sento? … dovrei porre questa domanda a mio padre, ma non lo faccio mai. È invecchiato molto ed è pieno di brutti acciacchi. I nostri genitori sono l’impietosa misura del tempo che passa. Il primo ricordo che possiedo è con loro: ci troviamo ad una specie di festa in periferia, in una zona collinare che di notte si trasforma nell’alcova automobilistica delle coppiette innamorate, c’è della gente che balla e che mangia, e io sono davvero un bimbetto, avrò tre o quattro anni e i miei sembrano dei giganti, me ne sto lì con la manina appoggiata sulla portiera della Fiat Uno bianca, osservo, registro, frammenti di immagini mi si piantano nel cervello e, dopo decenni, ritornano casualmente – o forse no – ad esistere su queste pagine. Dopo quella macchina ci sarà una Punto che ad oggi smarmitta ancora per strada, ma non lo farà per molto, da qualche mese papà non guida più perché il diabete gli sta oscurando la vista. Un tempo era lui a portarmi in giro, adesso lo faccio io. Ecco una cosa che forse ho imparato in questi dieci anni: cambiamenti, cambiamenti effettivi o apparenti, cicli che si ripetono, che si aprono, che ti risucchiano per riportarti all’inizio quando credevi di essere arrivato alla fine.

Spesso nella quotidianità del vivere succedono cose a cui non diamo il minimo peso ma che se ci soffermiamo un attimo sono davvero curiose. È successo che nemmeno qualche mese fa sfogliavo un quotidiano e la mia attenzione è svogliatamente caduta su un articolo riguardante non ricordo più quale fumettista, le prime righe citavano la Turritopsis nutricula, che roba è la Turritopsis nutricula? Sono andato ad informarmi e, per farla breve, si tratta di una medusa la cui genetica le permette di essere praticamente immortale, una volta giunta ad un dato stadio biologico se ne torna giù sul fondo dell’oceano e si riconverte, inizia una nuova vita. Poi di recente mi sono smarrito nelle terre disastrate di Antoine Volodine dove in un suo libro firmato con l’eteronimo Manuela Draeger si narrano le avventure di una simpatica elefantessa che ha la capcità di rinnovare la propria esistenza a suo piacimento, Volodine spiega che non vi sono chissà quali procedimenti fantascientifici, semplicemente ad un certo punto il pachiderma entra in un tunnel scuro e quando vi esce è ringiovanito, è sempre lei e non più lei all’unisono. Noi purtroppo (o per fortuna) non abbiamo una struttura chimica come quella delle meduse perenni né siamo i personaggi di un romanzo post-esotico, però ciò che mi sento di dire a cuore aperto è di tenere duro, la resistenza è l’azione più alta che possiamo mettere in campo per fronteggiare i periodi bui. Se non erro David Foster Wallace diceva che ogni fallimento può trasformarsi in una vittoria, ed è questo l’unico modo che abbiamo per poter rinascere di nuovo. Non vorrei sembrare il predicatore di una qualche setta pseudo-filosofica ma resistere anche quando sembra che ci sia solo della merda intorno, e state tranquilli, non sembra, è esattamente così, è il solo spiraglio che lascia filtrare un po’ di ossigeno, e per farlo si può iniziare dalle piccole cose che ci fanno stare bene: guardare dei film, darsi all’unicinetto, curare le piante in giardino, non importa, per ricominciare davvero bisogna soltanto partire da se stessi. Io, che ho una grande ambizione già ribadita in passato: dissolvermi in un bicchiere d’acqua come un’aspirina, sono ripartito più volte da oltre il fondo, anche se non avevo niente di che, sai i problemi sono altri, che vuoi che sia, ma dài, ma su, me ne sono scappato, ci sono tornato, in realtà non me ne ero mai andato, e non lo farò nemmeno quando un giorno questo luogo si sarà disgregato nell’etere. Da quaggiù lo dico con un filo di voce, ascoltatemi per favore, perché io sono oltre il fondo: buon compleanno vecchio me. 

Hope when it gets cold
Cause my fear is that I’m getting old
Breathe when it takes hold
To start again
 

venerdì 17 novembre 2017

Leviathan

Insomma, alla quarta prova registica posso affermare con una certa sicurezza che il cinema di Zvyagintsev non rientra nell’insieme dell’ammirabile, non lo è stato pienamente prima, e non lo è adesso dopo la visione di Leviathan (2014). Ma che visione è? La solita carrellata di una Russia umanamente inospitale che il regista accerchia e fende per mezzo di due rii: il primo è quello di un j’accuse allo Stato (il faccione di Putin campeggia proprio nell’ufficio del sindaco) e il secondo è quello di un ritratto dei legami personali prossimo allo sfascio con tradimenti, amici/nemici, insoddisfazione generale profonda e radicata. Coniugando questi due aspetti Zvyagintsev costruisce un film davvero molto meccanico dove la possanza della sceneggiatura non lascia la possibilità ad ulteriori aperture, di conseguenza colui che guarda si limita a registrare l’accadimento degli eventi non senza una dose ragguardevole di tedio. Il nucleo della questione è che a causa della sua marcata strutturazione artificiosa, tipica di un cinema reazionario che non conosce il mondo oltre le recinzioni, Leviathan autoaffonda sotto i suoi stessi colpi che vorrebbero vestirsi di una ficcante drammaticità e che invece sono pallidi tentativi mirati ad estorcerci qualche emozione, ma noi siamo spettatori scafati e il nostro cristallino non si farà certo ingannare da baluginii così tenui.

La filmografia di Zvyagintsev (ad esclusione forse de Il ritorno, 2003), è centrata sulla figura femminea in quanto le donne presenti nei tre film successivi all’esordio hanno un ruolo che spicca e che inevitabilmente si scontra con una controparte maschile imbevuta di vodka. Siamo dunque in presenza di una netta linea autoriale oppure di una reiterazione sterile di tematiche e situazioni molto simili? La domanda apre un dubbio un filo preoccupante poiché le protagoniste di The Banishment (2007) ed Elena (2011) sono coinvolte in storie vicinissime a quelle in cui è impelagata anche Lilya. Da una tale angolazione muliebre si viene dunque a creare una ripetizione argomentativa che non mi sento di definire esattamente appagante. E, ritornando all’opera del 2014, non sazia nemmeno la risoluzione che si dà della tragedia tra Nikolav e la seconda moglie, i passaggi scritturiali nel finale si fanno molto forzati e il quadro che va a delinearsi, dal vago, ma proprio vago, sapore kafkiano, è un presepe di desolazione plastificata dove le varie pedine si muovono su binari pre-impostati e dove i sottotitoli non ci abbandonano mai continuando a dirci imperterriti: “ehi guardate come vanno le cose in Russia!”.

Bravissimo Zvyagintsev, per carità, quanta raffinatezza nella messa in scena, che sagacia nello specchiare l’imperturbabile paesaggio circostante dentro i volti paffuti degli abitanti, quale saettamento verso lo sterminato universo-Russia! Sì, ma poi? Non scherziamo, questo cinema nasce già in un tumolo (nella fattispecie fu Cannes) per poi proseguire la propria esistenza zombesca raccogliendo consensi da individui che si nutrono della stessa carne decomposta (eccola lì la nomination all’Oscar). Non vale la pena scomodare la Bibbia o Hobbes, per riferimenti del genere è stato molto più esaustivo l’unico e vero Leviathan (2012), un film di un’altra categoria: quella del capolavoro.

domenica 12 novembre 2017

I tempi felici verranno presto

Che bello! Finalmente un film che non si esaurisce durante la visione e che ha la forza di trasformarsi oltre i titoli di coda in sete di conoscenza da parte di uno spettatore obbligato a ricercare indizi, opinioni, dritte ed interpretazioni per poi giungere alla conclusione che ogni punto di arrivo, purché soggettivo e pensato, è valido e che proprio tale capacità, quella di piantare semi nella mente di chi assiste, è un valore molto più prezioso rispetto a qualunque scioglimento o annodamento tramico, finalmente, soprattutto, un’opera che fa esattamente quanto auspico da anni: prendere la realtà senza intaccarla né codificarla in modo pesante, cogliere una purezza, un’origine e trasportarle nella diegesi travalicando i confini stessi del reale: attenzione, è qui, in questa zona decisiva, che la faccenda si fa tanto seria quanto ghiotta: ecco come si può e si deve costruire una storia e di come il cinema permetta ciò grazie ad una specie di processo osmotico che parte da un realismo per approdare altrove. In altri termini durante la proiezione quanto si diffonde oltre la membrana dello schermo è la finzionalizzazione di una concretezza, così, un po’ stupiti e un po’ disorientati, tocchiamo questi due estremi, i quali, cortocircuitando, partoriscono esemplari come I tempi felici verranno presto (2016), modelli di cinema che hanno radici sia nel contemporaneo internazionale (Weerasethakul per le riprese nemorali, Gomes per il rimbalzo tra verità e menzogna) sia nel panorama italiano riguardante i non pochi autori che lavorando sul documentario sono arrivati in altre zone apocrife, però I tempi felici... sa anche distaccarsi da un Marcello di turno, ha una forza diversa rinvenibile principalmente nell’astrazione che permeando il cuore del film (si noti il contrasto: dal concreto all’indefinito) arriva ad universalizzarlo.

Il friulano Alessandro Comodin giunge al secondo lungometraggio mantenendo una ferrea coerenza nell’approccio, sia in Jagdfieber (2008) che ne L’estate di Giacomo (2011) il metodo del regista non ha mai abbracciato alcuna didascalia e ha provato, con semplicità e nei limiti produttivi, di farci sentire qualcosa piuttosto che raccontarcela. Con la pellicola presentata a Cannes ’16 lo schema di base è lo stesso ma questa è solo la partenza: ce ne accorgiamo dopo una mezz’ora sorniona in cui tra luci naturali e camera in spalla abbiamo seguito due ragazzi vestiti come cinquanta/sessant’anni fa i quali, giusto il tempo di una bella panoramica svelatrice, vengono fatti fuori da due malintenzionati, stacco ed eccoci introdotti in ciò che appare essere il presente nudo e crudo: ad un tavolino un signore racconta una leggenda del posto, la quale leggenda prenderà vita nel prosieguo attorcigliandosi con il passato. Capite? No? Perfetto: è esattamente qua che Comodin vuole portarci e dove io stesso voglio arrivare: nel dubbio e nella semioscurità. Attraverso il mix dei piani temporali, che avviene in totale spontaneità, basta un buco nella terra (cfr. la penetrazione del formicaio in The Human Surge, 2016), la materia forgiata si scalda arrivando ad una temperatura elevata con l’incontro tra i due ragazzi. È un’opera aperta a partire dal dislocante titolo (suggerito casualmente da un amico di Comodin) ed anche nella sua essenza prismatica, dentro c’è, come ampiamente ribadito, la tangibilità di ciò che ci circonda e al contempo (ma di quale tempo si tratti non so dire) il fantastico del folklore unito all’enorme capienza del cinema che permette congiunzioni impossibili ed illogiche ma che attuandosi non lasciano in chi assiste la benché minima riserva. Lo ripeto: che bello!

mercoledì 8 novembre 2017

Out of Frame

Nella breve descrizione che il sito della Mostra dedicò a Titloi telous (2012) [1] si possono leggere testuali parole: “adesso sono le loro stesse cornici vuote a essere il messaggio. E anche la stessa Grecia è rimasta “vuota”. Una tale lettura del corto mi pare errata perché a differenza di Casus belli (2010) che proponeva un’allegoria sulle classi sociali della Grecia-in-crisi, e quindi uno sguardo puntato sulle persone, per Out of Frame Zois lascia da parte metafore & affini le quali possono essere rintracciate soltanto attraverso un’opera di sovrainterpretazione. La frontalità e l’immediatezza del film nascono dall’esigenza di cogliere le conseguenze di una scelta politica da parte della Grecia: quella di abolire la pubblicità sui cartelloni urbani, e tali conseguenze si direzionano verso un unico punto: un quadrilatero spoglio, lo sdoganamento involontario del quadrato di Malevič, un effetto dell’impasse economica in cui la nazione ellenica versava in quel periodo. Il nocciolo che si scontra con una visione umanistica è che qui l’uomo per chi scrive non c’entra proprio niente, i cartelloni vuoti sono la conseguenza della crisi, ma senza pubblicità i cittadini, al contrario, ne uscirebbero arricchiti poiché senza un mondo tutto brand e spot si riacquista quella capacità di scegliere seguendo semplicemente il proprio volere e non quello imposto dagli altri. Capisco che si tratta di un discorso insensato poiché il capitalismo è ormai un elemento fondante dell’occidente e non riesco a pensare ad un sistema che possa prescindere da esso, tuttavia una sorta di utopia mi fa pensare che sarebbe bello poter esercitare il poter d’acquisto senza l’inquinamento del marketing e delle campagne commerciali su scala globale. Certo, bisognerebbe avercelo il potere d’acquisto, cosa che Zois sembra ricordare mostrandoci il totale disarmo dello Stato: a che serve sponsorizzare un prodotto se nessuno può comprarlo?

A parte lo sproloquio personale di cui sopra, ritengo che Titloi telous sia un’opera nulla che artisticamente vale zero. Assodati i risultati della débâcle greca in termini monetari non vi è nient’altro degno di interesse, Zois si limita a raccogliere questi monumenti moderni della disfatta europea disseminati nella realtà urbana, non accenna né uno sviluppo (fattore rintracciabile invece in Casus belli) né un approfondimento, in dieci minuti la stasi che si presenta allo spettatore non è sufficiente a riempire la profondità dell’argomento tematizzato, al netto della libertà autoriale di qualunque regista, quando si affronta la politica col cinema accontentarsi della constatazione è un atto a mio avviso insoddisfacente, per l’ovvietà bastano i telegiornali.
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[1] Consultabile qui.

lunedì 6 novembre 2017

Marquis

Di tutte le variazioni sul tema de Sade proposte dal cinema nel corso della sua storia, è probabile che Marquis (1989) si ritagli una posizione di rilievo per il suo grado di originalità e di irriverenza sbruffona, elementi che sommariamente sono molto accostabili con il pensiero del personaggio che si vuole andare a ritrarre. Indubbiamente già in partenza ci sono buone premesse poiché l’idea nacque dalla fervida mente di Roland Topor, grande illustratore francese “padre” de Il pianeta selvaggio (1973) nonché attore per Herzog nel suo Nosferatu (1979), che venne poi messa in pratica dal regista belga Henri Xhonneux (deceduto nel ’95) con una professionalità a cui non si può biasimare niente. Ciò che rende Marquis un titolo peculiare è la scelta (voluta da Topor) di animalizzare gli esseri umani tanto che ogni personaggio ha la testa ed anche altre parti del corpo di una bestia (una mucca, un topo, un cane), qui si crea il valore dell’opera poiché nonostante siano passati quasi trent’anni la resa estetica di questi animaluomini, realizzati grazie all’animatronica, non appare né datata né ridicola. Ovvio che oggi, con una CGI che ha il monopolio del fantastico nel cinema, i canoni estetici sono stati irrimediabilmente modificati, tuttavia all’artigianalità e alla bizzarria visiva della coppia Topor-Xhonneux alzo un grande pollice perché oltre ad una valida restituzione dei soggetti in scena si aggiungono dettagli e finezze che impreziosiscono il film, particolari che denotano una mirata cura formale (guardate il giornalista olandese e come fa a respirare).

L’affrontare il tema di una sessualità perversa come è di costume per il celeberrimo Marchese viene portata avanti con gusto, weird, sia chiaro, che sempre gusto è: già c’è una trovata che fa sbellicare come quella del pene parlante la quale oltre ad essere divertente per via delle sue fattezze e delle situazioni che gli vengono costruite attorno è funzionale dal punto di vista narrativo visto che permette al protagonista di avere un partner all’interno della cella con cui dialogare mantenendo una continua frizzantezza del racconto. In più, e ora arriviamo al nocciolo, vi è anche lo spazio per una sorta di rovesciamento delle aspettative spettatoriali, infatti del micro-mondo che ci viene incontro l’unico a mantenere un certo autocontrollo è proprio l’esimio Marchese mentre intorno a lui è un continuo fornicare. A tal proposito Xhonneux e Topor costruiscono una rete di erotismo deviato con un intreccio quasi soapoperistico legato ad una misteriosa paternità (la quale darà i natali a…) che poi va a combaciare in un qualche sghembo modo con un fatto Storico come la presa della Bastiglia, ma l’evidenza della trama può a mio modo di vedere essere messa da parte, è meglio prendere atto di questo profilo “diverso” del signor de Sade e focalizzarsi sulla patina per gustare quelle minuzie che fanno di Marquis un cinema d’evasione che mi piacerebbe vedere più spesso.

sabato 4 novembre 2017

Ok

Ascoltato assolutamente per caso, da questo disco d’esordio dei Wy, duo svedese di sede a Malmö, non riesco, e non voglio, uscire. Già il mio dylandoghiano quinto senso e mezzo aveva incominciato a fibrillare su Indolence, il brano d’apertura che a 2'16'' ha una accelerazione poderosa, poi con il refrain quasi tribale di What Would I Ever Do le orecchie si sono spalancate e dentro ci è entrata della musica intessuta di un mood che sento intimamente mio, tipo Bathrooms, tipo You + I. All’inizio sembrava di riascoltare la Zola Jesus di Conatus, ma se la voce di Ebba Ågren quando si apre potrebbe anche assomigliare a quella della collega americana, la struttura dei pezzi di Okay tende, a volte, verso un post-rock carico di malinconia staccandosi dalle derivazioni elettroniche del caso, mentre altre volte, grazie alle notevoli doti canore della lead singer, le sonorità tra il dream ed il sad-pop alzano l’asticella della posta in gioco per lambire certe corde profonde, quelle che si articolano sotto la nostra pelle, tra le vene e le arterie, e che fremono quando vengono stimolate nel modo giusto. Ci saranno tanti altri dischi così nello sterminato sottobosco delle band indie? Non lo so. In attesa di possibili notizie, io mi inchino di fronte ai Wy.

Ascolto completo sulla loro pagina di Bandcamp.

giovedì 2 novembre 2017

Olmo e il gabbiano

Petra Costa, brasiliana con alle spalle il lungometraggio Elena (2012), e Lea Glob, danese con non molta esperienza in campo registico (danese: c’è anche la Zentropa a finanziare), si incuneano nella vita di due attori teatrali residenti a Parigi, la modenese Olivia Corsini e il francese Serge Nicolai, che da anni sono una coppia anche fuori dal palco. La genesi di Olmo and the Seagull (2015) si situa dunque nell’incontro avvenuto in Brasile tra la Costa e Corsini-Nicolai, i quali, affascinati da Elena, decisero di buttare giù un progetto con la regista, progetto che inizialmente doveva ispirarsi a La signora Dalloway di Virginia Woolf, ma che, una volta sopraggiunta la gravidanza di Olivia, si è trasformato in qualcosa di maggiormente personale. Chiaro che la maternità è il centro del film e che la correlata tematizzazione ha un tatto femminile, delicato, capace di estromettere la controparte maschile che vediamo al massimo come un premuroso futuro papà senza però venire a conoscenza dei suoi dubbi e delle sue paure (ad esclusione di una rapida domanda postagli al party conclusivo). Quindi la dimensione muliebre che le registe propongono ha figura essenziale nella mente e nel corpo di Olivia Corsini, il ritratto che ne risulta, tempestato di ricordi, riflessioni e confessioni, è quasi una biografia sull’attrice italiana, un tableau vivant casalingo dove sia la donna che l’uomo, immersi fino a quel momento nel mondo-teatro, devono impegnarsi ad impersonificare il ruolo più difficile della loro vita: quello di essere se stessi.

Ma passiamo pure al comparto tecnico che più ci interessa, perché se è vero che ormai le storie proposte da qualunque forma d’arte non sono più in grado di stupire, è allora fondamentale trovare un metodo di trasmissione convincente, e quello di Costa & Glob rientra nei territori della docufiction. L’etichetta ossimorica esibisce il senso del film, per cui sì, abbiamo a che fare con un altro esemplare filmico che si prende l’onere di rappresentare l’elettrico contatto tra realtà e finzione. La traiettoria che si disegna davanti ai nostri occhi contempla movimenti ingannatori dove situazioni che toccano vertici di reale (la tesa discussione tra Olivia ed un rincasante Serge) vengono ribaltatate da coordinate che finzionalizzano la scena (l’ingresso vocale di una delle due nel quadro ripreso che dispensa consigli). Dunque c’è un continuo rimbalzare tra il vero ed il fittizio che per usare una consunta litote non è poi così male, vedibile senza strabuzzamenti oculari, né in negativo né in positivo, vieppiù poi che se ragioniamo sui due personaggi in scena e sulla professione che svolgono allora il discorso prende una piega quasi meta-esistenzialistica poiché ritroviamo due attori intenti a recitare la vita che vivono normalmente, insomma c’è una componente celebrale che si tramuta in riflessione artistica in grado di rinforzare l’aspetto concettuale dell’opera.

Tutte le sopraccitate informazioni che riguardano l’intima visione della dolce attesa da un punto d’osservazione femmineo, oltre al biopic di una brava attrice nostrana unito alla ludicità del canale comunicativo e ad un pensiero che pensa al ruolo attoriale nel cinema, fanno di Olmo e il gabbiano un prodotto che, in qualità di film para-narrativo, si è meritato la distribuzione italica in DVD per conto di Koch Media.

domenica 29 ottobre 2017

Nowhere Line: Voices from Manus Island

Non brillerà certo per un elevato valore cinematografico Nowhere Line: Voices from Manus Island (2015), ma comunque, e non è cosa inutile, questo corto ha il merito di farsi cronaca moderna portando alla ribalta, per quanto gli è possibile fare, un dramma che pur consumandosi a migliaia di chilometri dall’Europa ci fa pervenire l’eco pericolosa di un monito, soprattutto per la realtà italiana, dove un caso locale, visti i presupposti pressoché identici, è plausibilmente traslabile nei molti centri di accoglienza per immigrati sparsi nel Paese, perché sì, il lavoro di Lukas Schrank, inglese di nascita ma trasferitosi in Australia da tempo, si occupa di quella tragedia telegiornalisticamente defininita fenomeno dell’immigrazione, e lo fa raccogliendo la testimonianza telefonica di due uomini, Behrouz e Omar, fuggiti dalle loro nazioni di origine (uno è un giornalista iraniano, l’altro mi pare non venga detto) per chiedere asilo in Australia, ma la ferrea politica dello stato oceanico che tende a dislocare i rifugiati clandestini al di fuori del proprio territorio si rivela tutt’altro che accogliente spedendo i due in un centro sull’isola di Manus, Papua Nuova Guinea, in cui le tensioni con la popolazione autoctona finiscono nel sangue.

È un argomento delicato questo che avrebbe bisogno di un impegno e di uno sforzo politico reale e non di una bassa demagogia orientata a strappare qualche voto e a fomentare del cieco razzismo, allo stesso tempo è facile parlare da dietro una tastiera per cui, tornando al film, è sicuro che Schrank sa mantenere una posizione equidistante da un qualunque giudizio/commiserazione sia verso i carnefici che verso le vittime, e affidandosi alle conversazioni registrate (sarebbe interessante capire come sia riuscito a stringere contatti con i “detenuti”) non fa altro che annotare e trasmettere la storicità di fatti sommersi (perlomeno in questa parte del globo). Senza faziosità siamo davanti ad un altro sbriciolamento di quelli che dovrebbero essere i cosiddetti diritti umani. La scelta di un’animazione tra il tri e il bidimensionale rappresenta un segno di distinzione che svia i possibili pantani del live action, non siamo in territori esattamente seminali perché ormai, infatti, molti prodotti animati presentano un’ibridazione fra tecniche moderne ed altre più classiche, ad ogni modo ciò non compromette una visione che sul finale si scolpisce nella frase seguente:

“Io non voglio pregare perché non ho religione, ma le preghiere di chi crede comunque non funzionano. Questo genere di cose sull’isola di Manus non funzionano.”

giovedì 26 ottobre 2017

Certain Women

Ritorna la voce dimessa di Kelly Reichardt e della sua provincia americana alle prese, questa volta, con due novità: la prima è l’allontanamento dalla zona dell’Oregon, infatti Certain Women (2016) è ambientato nel Montana [1], la seconda è l’utilizzo di una struttura narrativa che si rifà ad una specie di coralità, e questo è davvero un mutamento degno di nota poiché se ricordiamo i suoi lavori precedenti la Reichardt non ha mai dato un peso così importante al comparto sceneggiaturiale e men che meno a quello attoriale (c’è Wendy and Lucy [2008], sempre con Michelle Williams, alter ego dell’autrice, che fa giurisprudenza: una donna, un cane, nient’altro), però già con Night Moves (2013) erano stati dati segnali di un cammino che iniziava a divergere più di un poco col passato, meno traiettorie esistenziali ed intimistiche, più focus su questioni sociali e politiche, ecco Certain Women prosegue in parte tale cambiamento prospettico e al contempo presenta di nuovo il tentativo di far penetrare la mdp nell’anima delle persone, sempre con grande tatto e discrezione. L’equilibrio che viene a crearsi non è comunque così stabile, come per ogni film corale che si rispetti anche qui non tutti i tasselli del quadro raggiungono lo stesso livello attrattivo, in più, allargando lo spettro esegetico, trovo un filo tediante dover concentrarci sulle faccende narrative per la valutazione di un’opera, ma qua siamo e qua dobbiamo stare.

Dunque, l’idea della regista è quella di mostrarci tre donne quanto più diverse possibile in rapporto ai tre annessi mondi che le circondano, quello del lavoro, quello della famiglia e quello dell’amore. Premettendo che il minimalismo di Old Joy (2006) è ahinoi solo un ricordo, il primo segmento con Laura Dern nei panni dell’avvocato è decisamente debole e soprattutto impersonale, sembra di vedere un episodio di Law & Order che mai ho veduto ma che immagino così, e fiacchi sono i rimandi “di denuncia” verso una burocrazia difettosa e verso il maschilismo nelle realtà lavorative, problema rilevante è che il prosieguo non contempla alcun decollo ma anzi si esplicita in un ulteriore passaggio titubante dotato di una preoccupante piattezza, il ritratto della tipica coppia in crisi è così insipido così… non trovo nemmeno aggettivi adeguati né vorrei rifugiarmi nelle solite frasi fatte (“sa di già visto”, “pretendiamo di più”), boh, la tensione tra la Williams e il marito (amante della Dern) è flebile e la questione delle pietre da prelevare non fertilizza chissà che (c’è un parallelo, una metafora, nel volere edificare un muro da parte della donna? Se sì, ditemelo, grazie), il tutto ci conduce all’ultima parte che invece raccoglie consensi e che con i dovuti accorgimenti sarebbe potuta essere un film indipendente, beninteso, non c’è nessuna sconvolgente rivelazione filmica, soltanto la semplicità del mettere in scena una solitudine che cerca di non essere più tale (bravissima la meno conosciuta delle attrici sul set: Lily Gladstone), il che dimostra di quanto Kelly Reichardt si trovi più a proprio agio quando gli elementi diegeteci sono ridotti all’osso. Ecco, è sempre così: nell’asciuttezza c’è molta più acqua che altrove.
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[1] Non ho visto né River of Grass (1994) né Ode (1999) né altri corti della regista e dato che la pigrizia mi impedisce di andare a controllare, per me la Reichardt ha sempre girato in Oregon.

lunedì 23 ottobre 2017

Bad Film

Bad Film (2012), ovvero il film perduto e poi ritrovato di Sion Sono, è un’opera mastodontica girata nel lontano 1995 da Sono stesso coadiuvato da un collettivo denominato Tokyo GAGAGA, per la cui realizzazione, come ci ricordano i titoli di coda, vennero scritturate ben duemila (!) persone, i numeri sono da capogiro perché oltre al cospicuo materiale umano anche quello relativo al minutaggio è fuori da ogni concezione per un lavoro narrativo, infatti il risultato finale (due ore e quaranta minuti) è la scrematura di una spaventosa mole di girato che pare navigasse intorno alle centocinquanta (!!) ore complessive, così dopo diciassette anni in soffitta causati da una mancanza di fondi, Sono si è rinchiuso nel suo studio per tagliare e incollare i lacerti di un film che, va subito detto, è esteticamente poverissimo poiché ci si riferisce ad una resa visiva dettata dall’HI 8, un formato che al tempo poteva essere potabile (con quei bordi arrotondati a volte sembra di trovarci al cospetto di un precursore delle GoPro) ma che ora accusa enormemente il passare degli anni, sia per la qualità video che per quella audio. Nella recensione di tal Alec Kubas-Meyer (link), un tizio che a quanto pare ha potuto vedere Bad Film su grande schermo, vengono riportate le seguenti parole: “Seeing Bad Film in a theater feels like a joke. It’s not a movie that should be in a theater; it should be seen on an old VHS tape found in an attic somewhere. It’s footage from 1995, but it seems so much older”. Quindi la seconda pellicola più lunga di Sono dopo Love Exposure (2008) è una pena per i nostri occhi “moderni”, se però si riesce a superare questo scoglio si spalanca un mare irrequieto di pura e profonda arte sononiana.

Da un punto di vista temporale Bad Film si collocherebbe tra The Room (1993) e Keiko desu kedo (1997), due film tra i più sperimentali del giapponese che a onor del vero non hanno granché di cui condividere con l’opera in oggetto, no, l’idea che qui sta alla base troverà uno sviluppo più concreto e professionale soltanto lustri dopo, in parte col già citato Love Exposure, e successivamente con Why Don’t You Play in Hell? (2013) [1] e Tokyo Tribe (2014), alla radice di una tale furia tellurica c’è sempre la necessità di inscenare la violenza, condita da ingredienti diversi (riflessioni meta, l’hip-hop), per mezzo di faide tra bande di delinquenti. Bad Film, ovviamente, non possiede ancora quell’eruttante totalità investente degna del miglior Sono, e, parimenti, non presenta nemmeno quella sfiancante amatorialità degli esordi (vedi A Man’s Flower Road, 1986), ci troviamo allora in una zona intermedia dove grazie ad un qualche miracolo incomprensibile si arriva perfino ad una sottospecie di equilibrio. Chiaro che nelle quasi tre ore di proiezione la mole narrativa è aldilà dei normali standard e pertanto è innegabile che tutta la contorsione della trama, ricolma di twist, scorciatoie e ingarbugliamenti (è pur sempre una creatura di Sono!), possa anche spazientire, ma d’altronde Bad Film, nomen omen che racchiude già parecchio, se non tutto [2], non vuole essere una visione comoda, al contrario, il suo farsi pian piano spietato sfrondando lentamente altre componenti categoriali (e ce ne sono: comicità, stranezze [una testa di maiale come amante], sentimentalismi pazzoidi), mette in mostra una crudeltà umana che il regista riacciufferà in futuro con Cold Fish (2010), sebbene qua ci si fermi un paio di step prima dell’acme parossistico, il che, per una volta, non dispiace poi troppo.

Opera anche politica, e con ogni probabilità l’unica ad oggi dell’autore, in Bad Film trova posto una riflessione sociale sulle discriminazioni razziali con focus locale tra la diatriba che vede una gang di giapponesi contrapposta ad una di cinesi per il dominio urbano di una zona di Tokyo. Non vi è profondità in questa riflessione, per cui non aspettative niente di illuminante, però calibrando la tematizzazione al contenitore c’è ritmo e misura, e pur non essendo noi davvero dentro il cuore della questione abitando una vita lontana anni e chilometri da lì, sotto il velo della baracconata la materia si scalda fino all’incandescenza. E non è finita: in parallelo Sono innesta un ulteriore argomento che è quello riguardante l’omosessualità, un assunto che con il procedere del film assume un ruolo sempre più di primo piano e che attraverso modalità che lascio a voi comprovare trova un intreccio convincente con la faccenda gangsteristico-razziale. Al pari di quanto scritto sopra, anche la svolta che pone in risalto storie gay e lesbiche non passerà agli annali per acume intellettuale, ma non era comunque questo lo spazio per uno studio del genere. Vedere Bad Film ha ricordato al sottoscritto perché Sono è (… stato?) un regista rispettabile, perché è un buco nero capace di risucchiare qualunque cosa gli orbiti attorno e trasformarla in un manufatto vivo, non esente da difetti (e nella fattispecie ce ne sono in quantità industriale), ma pieno di cuore e voglia di raccontare. Dieci, cento, mille film cattivi, al bando inutilità come The Land of Hope (2012) o Love & Peace (2015).
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[1] Andando a fondo nella filmografia di Sono, e quindi ripercorrendo di conseguenza anche le orme della sua vita, il film che fu presentato a Venezia nel 2013 si profila come il più autobiografico in assoluto. Impossibile non notare una stretta somiglianza tra il gruppo di scapestrati dell’opera recente e ciò che fu Tokyo GAGAGA.

[2] La seguente citazione di Sono presa da qui racchiude il significato dell’operazione: “At the time, the Japanese film industry was full of films for goodie-goodies, i wanted to something completely against that — a film that is not an A-student film but something that is bad

venerdì 20 ottobre 2017

Montaña en sombra

Come oculatamente rimarcato sul sito di Lois Patiño (link), Montaña en sombra (2012) accentua attraverso un’ottica meditativa la microscopicità dell’uomo dentro la vastità del territorio montuoso, sotto questa luce, che per ossimoro è oscura, il videoartista spagnolo già assistente di Mercedes Álvarez nell’interessante Futures Market (2011) fa un buon lavoro: neanche fosse un novello Mario Giacomelli (lo ricorda sia se si pensa alla meravigliosa serie paesaggistica sia per quella dei Pretini), Patiño disidentifica l’umano che diventa macchiolina antropomorfa nel nitore accecante della neve, e allora formiche-uomo scendono e risalgono la montagna sotto l’algido sguardo di un cinema deificato in cui l’occhio di Patiño si fa satellitare, si fa Google Maps, lui è sopra, osserva dall’alto il brulicare delle persone sovrastate da un infinito che essi non potrebbero cogliere (/che noi non potremmo cogliere), si tratta, oltre alle guglie rocciose, delle ombre che le nuvole proiettano laggiù (/quaggiù), enormi coperte che scivolano e ammantano nel freddo ficcante del crepuscolo. Patiño insomma permette di immedesimarci nella sorgente visiva di “qualcuno” che sta molto in alto, cavolo: non capita spesso di potersi allacciare al nervo ottico di un dio.

E non è tutto: il lavoro del regista diventa ottimo quando ci si concentra sullo studio tecnico-cromatico che viene compiuto, le saturazioni di nero e le ulteriori manipolazioni che ignoro ma che intuisco (ad un certo punto un qualche effetto sulla lente fa sì che il complesso alpino… palpiti) donano un senso ulteriore a quello citato nel paragrafo soprastante, qui è un addentrarsi nel campo sensoriale e allora non si ha quasi più, “semplicemente”, l’inquadramento orografico di uno spazio in rapporto alla fauna umana che vi orbita intorno, l’Ombra e la Luce semantizzano una visione che può portare lo spettatore nell’oltre che caratterizza un certo tipo di settima arte con cui Patiño, nonostante la giovane età, sembra già essere in confidenza. È una faccenda di energie invisibili, di illusioni che eludono la realtà: il suolo si fa lunare, la neve alta marea di petrolio, ciò che è si trasforma attraverso l’esposizione registica e viene elaborato da coloro che assistono, piccoli esseri suggestionabili dotati di ricettori sensibili e sale di proiezione interne, perché, che serva da memorandum, il vero cinema è solo uno: quello che sboccia dentro di noi.

martedì 17 ottobre 2017

Az ember tragédiája

Az ember tragédiája (2011) è un kolossal animato proveniente dall’Ungheria con una lunghissima gestazione alle spalle, il regista Marcell Jankovics, nominato all’Oscar nel ’76 per lo short Sisyphus (1974), ha impiegato ben ventitre anni per portare a compimento la sua opera-mondo, numerose sono state infatti le vicissitudini (riconducibili essenzialmente alla mancanza di denaro, la quale fu lenita nel 2008 dai dollari americani provenienti dal corto sopraccitato inserito in uno spot trasmesso durante il Super Bowl) tanto che lo costrinsero, in alcune occasioni, a presentare il film a pezzi. Tratto da un poema magiaro del 1861 intitolato appunto The Tragedy of Man, fonte, fra l’altro, anche di un film visto da queste parti: The Annunciation (1984), Az ember tragédiája si prefigge un obiettivo smisurato: raccontare la storia dell’umanità partendo dalla Creazione. Ad un’ambizione del genere corrisponde un lavoro fuori dagli standard dell’animazione poiché parliamo di quasi tre ore di proiezione nelle quali le spigolose inflessioni ungheresi dei doppiatori discernono di quella abbagliante complessità che è la vita e di coloro i quali la vivono, compresi i fattori che la sostanziano come l’amore, la libertà, l’uguaglianza, la fede. E per fare ciò Jankovics decide di compiere una maestosa cavalcata tra ere ed ere, il motto è: provare a capire le varie epoche per provare a capire l’uomo. Comprenderete allora che siamo di fronte ad un azzardo, una scommessa che pretende parecchio dallo spettatore in termini di attenzione.

Il canovaccio narrativo è pressoché lo stesso per tutta la durata del film, dopo la cacciata dall’Eden Lucifero tentatore fa da guida [1] attraverso i vari periodi storici ad un Adamo alla costante ricerca della sua Eva. Quanto viene in superficie è una ricorsività della Storia, una reiterazione di fatti e azioni riguardanti gli esseri umani che si ripresenta anche a distanza di secoli, si parla, ovviamente, di questioni disdicevoli come guerre, lotte e stermini, qui Jankovics è abile nel sottolineare una tale dimensione votata al ripetersi tramite svariati accorgimenti visivi che implementano il discorso, così nonostante il passaggio dall’antico Egitto alla Grecia classica, o dalla Rivoluzione francese alla Londra ottocentesca tutto cambia per far sì che nulla cambi realmente. In questo che altro non è se non un gigantesco loop, la narrazione si carica l’onere di una proiezione futura che comincia verso il centoventesimo minuto. Omesso il Secolo breve (ed è strano vista la mole di accadimenti qui sintetizzati in rapide sequenze), siamo trasportati in due lontane zone temporali, la prima è una specie di tecnocrazia dove l’apparenza di una civiltà sottende un’establishment fascista, mentre la seconda, estrema e periferica, è uno scenario post-atomico degno di Dead Man’s Letters (1986) che riporta l’umanità al grado zero. Ebbene, giunti al termine del viaggio è un evidente pessimismo il sentimento che trasuda maggiormente dall’imponente lungometraggio, ovvio che non è rintracciabile alcun elemento innovativo in un racconto che per certi versi non diverge troppo da un bignami scolastico, ma la vena romantica del sottoscritto vuole comunque gratificare sia la costanza dell’autore che il proposito di maneggiare tematiche così ampie da diventare mai come ‘sta volta universali.

Dove invece Jankovics risulta francamente indifendibile è nella realizzazione tecnica del film. Capisco la differenziazione degli stili di disegno in base alle età rappresentate, ma nella globalità questo tipo di animazione bidimensionale è indietro anni luce rispetto all’offerta attuale nel campo di riferimento. Sembra che Jankovics si sia fermato al momento in cui iniziò a concepire il progetto, pertanto l’abito estetico, non dissimile, ad esempio, dalle forme di René Laloux, risulta molto deficitario, il che, se rapportato al complessivo minutaggio, può appesantire la visione svalutandone i contenuti.
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[1] Questo demonio proteiforme che risulta il personaggio più solido di tutto il film assomiglia al “collega” presente in Faust (2011) di Sokurov, stessa cialtroneria, stesso atteggiamento da smargiasso.

domenica 15 ottobre 2017

Vorrei portarti sui luoghi

Così si apre il nuovo, inaspettato, album di Flavio Giurato, ed è un’apertura che diventa estuario in un mare di parole che come al solito ci porta via, parole che costruiscono storie e storie che ritornano nell’acqua in un portentoso circolo narrativo che vede nella materia liquida l’habitat naturale dell’uomo in migrazione, non solo quello della title track ma anche il protagonista del vertiginoso cortocircuito temporale di Ponte Salario (dedico questa canzone e sono sincero/a tutti quelli in coatta trasferta verso un più stabile ristoro/e che stanotte dormono sotto Ponte Salario) o di colui che nell’enigmatica Agua mineral compie la lunga e perigliosa traversata, è come se quel tuffatore che rinasceva ogni volta dall’acqua all’aria si sia moltiplicato in una contemporaneità piena di riflessi che solo Giurato sa trasmetterci con la sua musica.

Lo dice il sottoscritto che conta meno di zero: Le promesse del mondo è davvero un disco assoluto, è un lavoro dotato di uno spessore poetico che invita a continue riletture, proprio che il solo focalizzarsi sulla componente testuale sgomenta per le sorprendenti soluzioni lessicali adottate dal cantautore romano. Se lo si definisce bello o denso o chessò è sempre meno di abbastanza, è, nella complessità dell’ascolto, più di quanto altro potremmo sentire. Io credo che Digos sia un pezzo enorme e non so se qualcuno in Italia abbia mai scritto una cosa del genere, per cui, ancora una volta, grazie infinite signor Giurato. 
 
Qui l’ascolto completo su Rockit.

giovedì 12 ottobre 2017

Bitter Lake

Un pezzo di Burial ci porta dentro Bitter Lake (2015), nella sua essenza frattale e magmatica che trova una perfetta fusione con l’ipnotica litania del misterioso producer britannico. Ad Adam Curtis, giornalista con alle spalle parecchi lavori televisivi, ciò che preme di più è affondare il colpo sulla politica occidentale che ha trovato nell’Afghanistan una specie di nazione-laboratorio dove americani e russi, per motivi e ragioni diverse, hanno tentato di esercitare un proprio potere ricevendo in cambio soltanto delle violentissime ritorsioni. La ricerca di Curtis è sicuramente ammirabile e soprattutto esplicativa per coloro i quali (e il sottoscritto ne fa parte) identificano questo Paese polveroso posizionato da qualche parte in mezzo al continente asiatico con Osama bin Laden e gli attentati dell’11 settembre, in realtà c’è tutta una storia dietro che d’altronde è Storia e che Curtis ci fa il piacere di narrarci con una linearità che arriva a bersaglio. Ciò è sicuramente un pregio del film perché con una vicenda così complessa che parte da un incontro tra Roosvelt e il Re dell’Arabia Saudita sul finire della seconda guerra mondiale presso il Lago Amaro, si arriva fino ai giorni nostri con la brutale jihad dell’ISIS in un percorso che attraversa le epoche e la geografia dove tutto, a sentire la proposta di Bitter Lake, appare collegato da un filo che intreccia denaro, potere, religione, fanatismo, faide tribali e così via. Da una tale notevolissima massa di informazioni il regista trova un metodo espositivo che, come detto, è in grado di raccontare la difficile situazione globale in modo chiaro e convincente, di sicuro, da oggi, chiunque voglia conoscere qualcosa di più sull’Afghanistan non potrà prescindere da un documentario come Bitter Lake.

La comprensibilità dei concetti avvicina il film a quella dimensione che l’ha accolto (fu diffuso online dalla BBC) e per la quale è stato pensato, quindi stiamo parlando di un prodotto più divulgativo che artistico sebbene, ed è obbligatorio rimarcarlo, Bitter Lake sia capace di scavalcare i paletti della tv, perché la sensazione che pian piano si diffonde è quella di trovarci al cospetto di un’opera che oltre ad una mera porzione cronachistica sa lavorare sottilmente anche più in profondità attraverso un montaggio che in taluni frangenti si fa sconnesso e quasi indipendente da ciò che la voce over afferma. Curtis pescando dallo sterminato archivio della BBC costruisce un flusso visivo che probabilmente suggestiona molto di più delle parole illustrative, nell’accostare scene sì pertinenti al tema ma lontane tra loro (anche temporalmente visto che rimbalziamo spesso da un periodo all’altro) si rafforza un senso di visione che sottende un’autorialità da non disdegnare, certo non c’è Cinema qui, ma l’oscillare tra immagini brutali come quelle dell’attentato in presa ultra-diretta a Karzai (credo fosse lui in macchina, non è spiegato), ad altre di repertorio che riguardano sia eventi del passato (la costruzione di alcune dighe da parte di ingegneri americani) che le più recenti attività militari (ad un certo punto sentiamo [ma non vediamo] alcuni soldati statunitensi esaltarsi per le loro gesta belliche), sfaccettano un film che ben si incunea nella sporcizia della guerra preceduta da una cosa ancora più sporca e subdola come la politica internazionale. Quanto detto è reso in maniera “interessante”, si evince nonostante la frammentarietà costituente una discreta solidità di base, e fra le varie istantanee una che rimane in mente è la lezione di arte moderna ad un gruppo di giovani afghane, il loro sguardo incredulo nel vedere l’orinatoio duchampiano su una diapositiva è indubbiamente più attonito rispetto a quello rivolto alle truppe portatrici di democrazia (?), per smuovere le coscienze sono sempre meglio le arti che le armi, peccato che gli esseri umani non l’abbiano mai capito…

lunedì 9 ottobre 2017

Oh Willy...

Comunque, è molto bello avere l’opportunità di ammirare l’estro creativo di persone come Emma De Swaef e Marc James Roels, se pensiamo a quello che i due giovani registi belgi hanno fatto per Oh Willy… (2012) un piccolo moto di ammirazione si erge nei loro confronti, d’altronde è sempre onere di certosina attenzione l’impiego del passo uno nel campo dell’animazione, in più De Swaef e Roels (ma il merito in questo campo è della donna che già si era adoperata in questa tecnica con Zachte Planten [2008] e che fin da piccola ha imparato a lavorare la lana) costruiscono un set usando esclusivamente del feltro o materiali equipollenti, quindi è evidente che dietro il quarto d’ora del corto c’è un laborioso processo inventivo che né uno sguardo seppur attento e men che meno una manciata di righe d’apprezzamento potranno rendergli giustizia. Ad ogni modo la scelta dell’ingrediente che plasma il mondo del protagonista è vincente perché riesce a trasmettere un’accoglienza e un delicato senso di sana artigianilità che convincono, così come a convincere è il character design del paffuto protagonista e degli altri esseri umani (e non) che popolano la scena, inutile dire che da quei bottoncini che corrisponderebbero ai suoi occhi delle frequenze di tenerezza si propagano oltre lo schermo.

Se scartabelliamo l’archivio della memoria in cerca di un lavoro paragonabile ad Oh Willy… potremmo portare ad esempio Madame Tutli-Putli (2007) data la condivisione di una similare tecnica realizzativa (anche se, a onor del vero, il lavoro di Lavis & Szczerbowski aveva inserti di computer grafica) e di un raffrontabile apparato climatico, però il corto belga è diverso, perché è vero che possiede una dolcezza di fondo insindacabile ma è altrettanto vero che si prende la licenza di andare fuori strada per tangere, neanche ci fosse il grande Roald Dahl dietro, una dimensione weird che inizia già durante la premessa (la comunità nudista) e che prosegue con altri segnali non-allineati alla legge del “corto animato” o in generale alle leggi di una narrazione accomodante, se si pensa che tutto parte da un blitz notturno nel bosco per espellere i propri bisogni si comprende la portata stramba dell’opera (e della luciferina carcassa in putrefazione cosa vogliamo dire?), al punto che tale traiettoria assume un’impennata con l’assurda entrata in scena del bigfoot. Ma è proprio in situazioni del genere, così sbilanciate e un po’ ballerine, che gli autori possono essere definiti bravi, ovvero quando aldilà di qualsivoglia eccentricità permane a fine visione la pienezza di un senso che qui trova meta ultima e sostanziale nella ricerca materna, nel riallacciamento del cordone ombelicale, ad un ritornare nel grembo, nella pancia della mamma per fuggire dalla realtà: abbandonare la vuota casa ereditata e trasferirsi in un luogo mentale come la grotta dei ricordi (l’ombrellone…) dove poter essere, forse, felici.