lunedì 21 agosto 2017

Belva Nera

Quattro anni dopo Catedral (2009) Alessio Rigo de Righi, giovane italo-americano globetrotter, gira nuovamente in coppia (questa volta con Matteo Zoppis) un altro lavoro breve che rivela già una maturazione importante. Belva Nera (2013), ambientato nelle campagne laziali vicino a Viterbo, non si limita alla cattura dei dati e alla correlata trasmissione, il film in esame punta più in alto poiché ha come obiettivo quello di mostrare l’invisibile, di suggerire allo spettatore un’idea, un concetto volatile che nel momento in cui si pensa acquista vita e presenza. La pantera, che sarebbe la temibile belva del titolo, è uno stato simbolico, è il Babau per questo gruppo di arzilli vecchietti, è qualcosa che non c’è, e non può esserci come giustamente rimarca il falconiere adducendo informazioni razionali a sostegno di tale tesi, ma che si vorrebbe ci sia, e qui entra in gioco la traiettoria artistica dei due registi: fare dell’impercettibile il percettibile, servirsi del ritratto agreste di queste persone “semplici” che si abbandonano a confessioni di vario genere (anche intime, come quelle di Ercole verso l’amata moglie), per legittimare la presenza di un possibile mostro che si aggira nelle loro terre. Tradotto: non è effettivamente importante se vi sia o meno un pericoloso felino che vive nella Tuscia, è più importante che gli abitanti del luogo lo pensino, perché pensandolo in qualche modo realificano una paura, una paura che semplicemente li tiene vivi.

Che un tale processo si attui in Belva Nera è un punto a favore di Rigo de Righi & Zoppis, la puntualità del duo nell’essersi infiltrati in questa realtà e la susseguente capacità di coglierne la genuinità che la permea fanno del cortometraggio un valido oggetto nostrano che naviga sì nel documentaristico ma che sa sconfinare anche un po’ più in là, dove? Beh, difficile da dire esattamente, è quella porzione di spazio in cui il cinema si apre, e che lo faccia tramite il buco della serratura in Belva Nera poco importa, d’altronde come volere male ad un film che ripropone una figura mitologica come Tony Scarf, cacciatore di pantere certificato da immagini d’archivio finanche caratterista con Er Monnezza?

Durante una pausa dalle riprese i due registi sentirono da Ercole e soci la storia di un certo Mario, una specie di eremita del posto. Da questo spunto nascerà il loro lungometraggio d’esordio: Il solengo (2016).

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