venerdì 11 gennaio 2019

#Beings

Incuriosito dal titolo e dalla locandina mi sono appropinquato alla visione di #Beings (2015) senza sapere nulla del film né del regista Andrei Stefanescu, a volte questa mosca cieca va bene, a volte male, molto male, per cui nel caso ci fosse la remota possibilità che incappiate nell’opera sotto esame passate prima di qua per sapere che #Beings è semplicemente tremendo, in senso negativo, ovvio, e già dalla traccia narrativa si può comprendere il disastro: si tratta di un triangolo amoroso dove la lei della coppia soffre di attacchi epilettici o robe simili e il lui sembra cadere spesso in trance catatoniche, poi c’è l’amica che è un po’ in mezzo ai due fuochi e che non sa che fare. Come sempre, in realtà, non è tanto la materia affrontata quanto la relativa esposizione a pesare davvero sulla riuscita complessiva, e allora a Stefanescu, regista rumeno qui al secondo mediometraggio, mi permetto di dire che c’è ancora parecchia strada da fare per potersi appropriare dello status di autore, perché il regista pare punti direttamente a quello, #Beings è infatti un oggetto ammantato da un tentato autorialismo che invece squaderna traiettorie ancora da principiante, ritengo non sia affatto sufficiente dilatare i tempi di ripresa per potersi sentire a posto con la propria coscienza registica, lavorare di sottrazione non significa trasformare il film in un asettico ghiacciolo o in un guazzabuglio, sempre distaccato e freddo, di gente che sclera senza un motivo e che straparla a caso.

Che poi #Beings vada di sottrazione è vero fino ad un certo punto, perché ok la non-azione, l’aridità dialogica e l’impressione di un’essenzialità generale, ma va anche rimarcato che praticamente dal primo all’ultimo minuto Stefanescu utilizza un costante (e sfiancante) tappeto musicale tutto echi e riverberi che ha solo uno scopo possibile, quello di intensificare ciò che invece sarebbe da EEG orizzontale, e fa quasi tenerezza l’incapacità del regista nel non riuscire a trasmettere le sensazioni che vorrebbe dare e il susseguente ricorso all’aiutino della musica. Ma a parte ciò mancano delle basi a #Beings, è un prodotto che non ha minimamente la forza di trattenerci, è respingente, noioso, dilettantesco nel ricercare un effetto drammatico un po’ weird che poi, nei fatti, si traduce in un ridicolo involontario di cui ben presto (già nel momento in cui la ragazza scappa da casa) ci si stufa. Quando assisto a proiezioni del genere, oltre a maledire il regista di turno che mi ha depredato di un tempo che non riceverò mai indietro e che avrei potuto dedicare a suoi colleghi più meritevoli, mi rendo conto di quanto sia difficile fare del buon Cinema e che chi lo fa è un vero artista o qualunque altro appellativo vogliate dargli, perché sono d’accordo sul fatto che il digitale sia per forza il futuro, ma con il suo avvento ha fatto sì che chiunque, imbracciata una videocamera, possa diventare un “regista”, anche quando non se ne hanno le capacità.

martedì 8 gennaio 2019

Take What You Can Carry

Primo cortometraggio di Matt Porterfield e primo film girato fuori dagli Stati Uniti, di Take What You Can Carry (2015) ci parla il suo sito ufficiale (link) aiutando, chi ne ha voglia e tempo, ad afferrare il bandolo di una matassa piccola e di cui ritengo possiate anche rimanere all’oscuro, comunque, tenuto conto del “character study as well as a meditation on communication, creativity, and physical space”, la faccenda della comunicazione appare una questione non trascurabile, Lilly (Hannah Gross, già vista nel precedente e dimenticabile I Used to Be Darker, 2013) è una giovane americana trasferitasi a Berlino che vive un po’ di qui e un po’ di là: in realtà non si sa, Porterfield procedendo da sempre per sottrazione apre il film con una veloce scena dalla luce crepuscolare, capiremo poco dopo che è l’alba e parimenti capiremo che il rapporto con il compagno oquellocheè è infiacchito da un’incomunicabilità evidente anche nelle parole (“mi piace quando sei qui”) che sono biascicate e quasi coperte dalle corde della chitarra. Nella scena centrale che sembra quella in grado di sollevare un pelo il corto dalla melma, abbiamo un gruppo di persone (tra cui Lilly) che in una palestra si lasciano andare ad una specie di terapia danzante dove l’inizio di un ballo è sempre anticipato da una frase detta al microfono, asserzioni sconclusionate (“ci masturbiamo troppo; non capiamo il conflitto in Iraq; non abbiamo mai visto un cadavere”), fuori contesto ma dentro la concettualità del film: dire per esprimersi, per rimettere se stessi.

Porterfield non è affatto diretto ed anche l’interpretazione soprastante non si assume alcuna responsabilità esegetica totalizzante, e, almeno per quanto il sottoscritto ha potuto intendere, non è che l’opera in sé sia in grado di accendere chissà quali attenzioni nonostante annoveri un’idea bastantemente interessante. In alcune interviste al regista che potete rintracciare in Rete viene sottolineato non poco il fatto che Take What You Can Carry sia ambientato a Berlino e del correlato tentativo di ritrarne lo spirito internazionale, sarà anche così ma io onestamente ho faticato non poco a cogliere tale sfumatura anche perché nella sua tripartizione si rimane sempre all’interno di ambienti chiusi (due case e una palestra). Quindi tre parti: descritte e delucidate (all’incirca…) le prime due viriamo sull’ultima, che dovrebbe essere decisiva per una chiusura del tutto, e che non è tale, o magari sì, il punto è che Porterfield persegue il suo metodo soft e piazzando Lilly in un’altra abitazione (prima l’avevamo vista preparare una valigia) ci nega la conoscenza di cosa la ragazza risponderà alla lettera ricevuta. Nel 90% dei casi gioisco per una trasmissione di informazioni niente affatto diretta che lascia allo spettatore l’onere e l’onore di costruirsi da solo la visione, ‘sta volta diciamo che siamo nel restante 10% a cui si unisce un torpore che è difficile possa scuoterci, se si voleva scendere nell’intimità ci si è fermati all’epidermide. Di Porterfield Putty Hill (2010) risulta essere il suo cinema migliore.