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lunedì 20 novembre 2023

Tentare bei cieli più tersi

Il 20 novembre del 2007 aprivo questo blog, oggi, esattamente sedici anni dopo, è arrivato il momento di chiuderlo. I motivi sono più che evidenti e ritengo non ci sia neanche bisogno di elencarli poiché credo di averlo già fatto in passato, ma, davvero, ormai sono quasi dieci anni che non ha senso alcuno scrivere qualcosa (qualunque cosa!) su questo tipo di piattaforme, il mondo è radicalmente cambiato e le informazioni viaggiano giustamente su altri canali a ritmi a dir poco infernali. Che cosa rimane, allora, dopo più di tre lustri passati a scrivere? Non lo so. Quello che so, o che almeno penso di sapere, è che, per quanto mi riguarda, si è trattato di un viaggio straordinario, un percorso di crescita, di formazione e di educazione per il quale non ho dubbi nell’affermare che senza oltre il fondo non sarei la persona che sono ora, non avrei la sensibilità che in qualche modo ritengo di aver sviluppato e non continuerei ad avere quel desiderio rivolto alla costante scoperta, alla comprensione ma anche allo smarrimento, al misurarmi con ciò che è più grande di me, al rimanere nascosto, al chiedere di essere accettato pur rimanendo distaccato, lasciato, forse disperso, e dire che tutto è iniziato con un bacio che non mi vide protagonista, poi una crisi sentimentale post-adolescenziale, un cumulo di terra che sembrava una montagna, il rifugio nella scrittura, il sollievo nel cinema, l’impegno costante, la passione, le connessioni virtuali e quelle reali, lo dissi a te perché doveva essere così, la difficoltà nel mantenere un equilibrio, il sentirmi obbligato a scegliere tra le parole e la realtà, certamente i miei errori, e poi la separazione, il ritorno al nido, ancora nella culla, un nuovo inizio, lui che iniziava a stare male, i rapporti svilenti, i viaggi, il rumore che non riuscii mai a decifrare in una foresta vicino a Chiang Mai, lui che piano piano continuava a peggiorare, un illusorio brillio all’interno di quei rapporti, una influencer giapponese che saliva su per le scale delle Batu Caves, lui che entrava ed usciva dagli ospedali, una vecchia prostituta che cercava di trascinarmi nella sua alcova a Itaewon, lei, la mia prostituta, che ancora mi voleva, l’Apocalisse, l’epidemia, il rinnovato piacere del cinema in una vita improvvisamente cristallizzata, lei che se ne andava, lui che andava via per sempre, io che rimanevo solo, piccolo, impaurito dal futuro, la lenta ricostruzione del sé, l’assestamento lavorativo, una casa, un altro Mondo che, senza rendermene conto, invadeva dolcemente il mio, piano piano, sentendomi abbracciato, diverso, sciolto: fino a sentire che le righe che sto scrivendo adesso davanti al mio computer saranno le ultime, fino a sentire, in un modo che non riesco spiegare bene, di essere sereno.

Ecco cosa è successo in questi sedici anni: ho vissuto anche quando non credevo di vivere e oltre il fondo è sempre stato qui, in una dimensione che allo stesso tempo ha saputo essere esplicitamente pubblica ma anche intima, davvero personale: non sono mai stato me stesso come lo sono stato su queste pagine. Quindi, al mio lettino da psicoanalisi fatto di etere, o ombra benevola o angelo custode in HTML, non posso che dire uno sconfinato grazie, ci sono state volte che ti ho odiato, ma come ho letto in un libro che si intitola  A/metà di Jasmin B. Frelih “a volte proviamo tanta rabbia nei confronti delle persone che amiamo. Verso gli altri non proviamo dei sentimenti così forti. Quando ci leghiamo, quando ci leghiamo davvero a qualcuno, nei legami si creano delle bolle nelle quali trovano posto le cose più crude”, ma, e ora permettetemi di scadere un attimo nel banale, lasciatemi ringraziare chi mi ha accompagnato durante il tragitto, adesso li chiamano followers, un tempo avevano un nome dal sapore molto più antico: i lettori, vi devo esprimere tutta la mia riconoscenza, anche se ormai non c’è praticamente più nessuno che legge, non posso che sentirmi grato del tempo dedicatomi, fosse stata anche una visita accidentale o un rapporto più fedele e duraturo, devo ripeterlo: è stata un’avventura bellissima ed è stato un vero onore avervi al mio fianco. 

E quindi adesso che cosa farò? Che cosa resterà di me? Sgomberando il campo da un principio di malinconia, penso che, semplicemente, tenterò di mantenere anche nella vita vera la medesima attitudine portata avanti fino ad ora, che è, in buona sostanza, la tendenza a non fermarsi mai alla superficie delle cose cercando di andare giù, nel profondo, è infatti questa la piccola missione che provo a fare mia ogni santo giorno. Non è facile perché il mondo circostante è una specie di enorme magnete che attira a sé l’ovvietà, tutto nasce e si consuma in modo effimero, giusto il tempo di una storia tra un reel e l’altro. Non mollate, non molliamo: io sono solo un povero scemo come mille altri, non so un cazzo di niente della parola “vivere”, annaspo col muso a qualche centimetro dall’acqua torbida, mi addormento assalito dai pensieri e al mattino è come se dovessi mettermi in fila per andare dal boia, eppure, al pari dei-mille-altri, ho, abbiamo, ancora un qualcosa che ci portiamo dentro e che curiamo con tutta l’attenzione che si dà a ciò che riteniamo importante, se saremo bravi a tenere duro, a non farci travolgere, allora avremo ancora una speranza che potremo proiettare nei corpi, e quindi nei cuori, delle persone che ci stanno vicino. Quindi, se resterà qualcosa di oltre il fondo, e perciò di me stesso, saranno dei piccoli semini al di fuori di lui e, pertanto, anche di me, che magari in un futuro germoglieranno in un altrove, però, se proprio devo dare un’immagine conclusiva ed esplicativa che possa chiudere questo cerchio cominciato nel 2007 e terminato nel 2023, devo citare una canzone uscita di recente che si chiama The Likes Of Us dei Lanterns On The Lake, non so se perché è bella fresca  e pertanto mi risuona nuova nelle orecchie o perché effettivamente è un pezzo che quasi mi commuove ad ogni ascolto, il fatto è che poco oltre i tre minuti il brano sale di intensità, si apre, sboccia, alla voce della cantante si aggiunge un violino che fa da alveo e che trasporta il cantato su un altro piano fino ad amalgamarsi in un unico suono e allora mi sembra quasi che una pioggia possa uscire dalla terra per ripulire il cielo, ed è proprio questo che vorrei rimanesse di oltre il fondo: una vibrazione che si propaga dolce, una sensazione che si fa ricordo, una memoria che pulsa da qualche parte, al di là dello spazio e del tempo, dove finalmente potremo incontrarci di nuovo.

Infine, desidero dedicare ogni singola parola che ho scritto nel blog a mio papà che un giorno ha deciso di tentare bei cieli più tersi. A lui va il mio pensiero, il mio ricordo e il mio amore: per tutto quello che in vita purtroppo non ci siamo detti e che magari, anche inconsapevolmente, sono riuscito a dirgli qua dentro.

I won’t let this spark die in me.

sabato 31 dicembre 2022

La mia condanna lo sai, è andare oltre

Così, assolutamente a caso e senza motivo, tre cose che mi sono piaciute di quest’anno, io che ascolto leggo guardo sempre meno, ma tant’è.

Il disco: Strangers di Twin Oaks

La canzone: Andare Oltre di Niccolò Fabi

Il libro: Melancolia di Mircea Cărtărescu

Il film: non ne ho idea

E poi? Le aspettative, accendersi, bruciare, bruciare, bruciare, scintillare nelle profondità di una cantina, la solitudine che si mitiga, che si arieggia, aperture!, proiezioni, al di là di un aldilà, racchiudere, preservare, non sbagliare e per favore non mi dimenticare. 
E poi? E poi, il 20 novembre 2023, sarà finalmente la Fine.

domenica 19 aprile 2020

Questi sono i giorni

In questi giorni, in questi giorni che non sono giorni né sono notti, sono tempo, così lento, così vacuo e denso, non immaginavamo di tornare nelle torride vacanze estive delle elementari, se hai passato i trent’anni e vivi con i tuoi ti senti più inetto del solito, se vivi da solo non sai se ci riuscirai con il mutuo o l’affitto, la sveglia suona tardi perché alla sera ti corichi di nuovo: tardi, non c’è abbastanza smart working da fare, i capelli, messi sempre peggio, sono un disastro, il riflesso dello specchio, tutto, è un disastro, di fronte, proprio nel palazzo dirimpetto, al piano terra, una nuova vicina, e poi mangi, il solito, l’inviato del TG1 porta sempre la mascherina sul mento, Trump mentre parla circondato da mascelloni americani ha sempre una cosa rossa intorno al collo (la cravatta), nessuno canta più dai poggioli, il bonus di 600 €, ok, la cassa integrazione, ok, ma poi?, il pomeriggio, è brutto, è vuoto, un po’ di flessioni, un po’ di libro, un po’ di bicipiti, un po’ di libro, a caso, senza senso, per fronteggiare una pigrizia che è risacca, risucchia, la vicina, chissà come si chiama, prende il sole nel piccolo giardinetto, il suo appartamento una volta era una parrucchiera, poi ci sono stati degli africani che giravano sempre mezzi nudi, poi il vuoto, ancora, poi lei, e poi le 18:00, che belle le 18:00, l’ora del bollettino, la polo della Protezione Civile, il bollettino: trecento, quattrocento, cinquecento, seicento morti, la gente muore dentro caschi per palombari, c’è il tempo, assolutamente, per un altro bollettino, nel proprio lettino: quanti soldi ho da parte? Cosa succederà? Quindi?, ecco, l’inviato del TG1 continua ad avere la mascherina sul mento, Johnson ha la capigliatura di uno che ha passato parecchie ore sul bancone del Temple Bar, su Facebook fioccano meme a proposito di, sicuramente Instagram è per chi è drogato di visibilità ma TikTok è anche peggio, l’ora d’aria, alla finestra, dalla sua porta-finestra si intravede un bagliore arancione, cani portati al guinzaglio da umani maschero-dotati, è una serata tiepida, un cane abbaia ad un piccione che fa l’equilibrista sul filo della luce, il padrone lo tira via, c’è questa cosa strana che aleggia, un fantasma si aggira per il mondo, si può pensare al passato, ad una vacanza magari, in Thailandia, a un bambino che vicino a Nana Plaza, seduto per terra nei pressi di un attraversamento, fingeva di sniffare della colla per impietosire i passanti e racimolare qualche baht, ma no, ma sì, è bello ricordare, un’altra volta a Kyoto, sulla sponda di un fiume che costeggia Pontochō, dei ragazzi in cerchio con la chitarra, mmm, il portatile sullo sterno, pietra tombale, scrivere un romanzo, che cazzata, guardare un film, a patto che sia intenso, vivo, sanguinante, scrivere del film allora, altra cazzata, hot teen fucked by black cock, meglio spegnere tutto, anche lei ha spento tutto, c’è un gatto in strada che scruta una dimensione parallela che gli si è aperta davanti, si torna all’inesorabile sarcofago notturno, una nonna diceva che è bene dormire come fanno i sommergibilisti, chissà cosa voleva dire, ore 02:34, momento di bilanci, no, i bilanci non conciliano il sonno, il frigo in cucina si autosbrina tirando colpi che schioccano sinistri, leggera fame, settecento, ottocento, novecento morti, i camion dell’Esercito, i preti inermi, il terrore negli occhi della Azzolina, parenti di conoscenti in terapia intensiva, le previsioni degli esperti, i picchi, Burioni che parla al plurale, gente sulla metro di Wuhan, i tamponi, salme abbandonate fuori dalle abitazioni in Ecuador, spillover, un teschio che si fa chiamare Fontana, il centro storico della mia città (labirinto malinconico, senza Minotauro, senza Teseo), il centro di me stesso, disperso e raggelato.
Ma non ti preoccupare, questi sono i giorni, questi sono giorni, questi giorni sono, questi giorni che non sono giorni né sono notti...

lunedì 20 novembre 2017

Perché.

Esattamente dieci anni fa nasceva questo blog. Volevo pubblicare un post più autocelebrativo ma non ci sono riuscito. A volte va così. Se mi volto verso quel lontano 20 novembre 2007 rimango un po’ confuso, è come se avessi la contrastante sensazione che oggi molte cose sono cambiate anche se in fondo non è realmente cambiato niente, d’altronde io sono sempre qua a scrivere con lo stesso computer di allora, un obsoleto Compaq Presario che ha visto passare nei suoi circuiti i peggiori virus in circolazione ma che comunque, non so come, è ancora vivo ed è consolante che la lucina verde proveniente dal case ha rischiarato, e continua a farlo tutt’ora, la mia piccola stanza. Solo lo sfondo del desktop è mutato qualche volta a causa delle disperate formattazioni dovute a chissà quale robaccia infettante, adesso ho la foto di un paesaggio acquatico, non si capisce se sia un lago o il mare, si vede sulla sinistra un promontorio che finisce nell’acqua mentre a destra il sole tramonta in un orizzonte gialloarancione, non so dove io abbia pescato questa immagine dalla risoluzione così bassa, si notano dei pixel e c’è una specie di nebbia dovuta alla scadente tessitura estetica, però mi piacerebbe mostrarvela perché la trovo molto bella e anche molto malinconica. Chi è cambiato, almeno in certi aspetti, sono io e le persone che durante questi 120 mesi hanno orbitato intorno alla mia vita così come io ho orbitato intorno alla loro, c’è chi, indirettamente, è entrato tramite me in questo spazio virtuale per poi uscirne lasciando dei residui che probabilmente non se ne andranno mai. È triste pensare al passato ma sono dell’idea che possiamo tirarci su considerandoci tanti piccoli satelliti che passano l’esistenza a tracciare complicati cerchi, una volta giunti alla fine non si può che ricominciare da capo.

Ho scritto tanto, tantissimo, ma non me ne faccio di certo un vanto, e ho visto/letto/ascoltato cose meravigliose che mi hanno formato interiormente. Una volta una grande persona mi disse che aveva letto un libro così bello che gli veniva difficile, dopo, rapportarsi con l’umanità che stava intorno a lui. Sarà banale dirlo ma spesso tutto sembra così buio: ti infili alla sera in un letto-sarcofago, fai sogni dolorosi, ti alzi, inzuppi quei due o tre biscotti nel latte, ti lavi le ascelle e i denti per mantenere un decoro, ti vesti ed esci ad affrontare il mondo che una volta era l’università e che poi si è trasformato nell’estenuante ricerca di un lavoro e infine in una sottospecie di lavoro, poco è cambiato comunque: sei sempre stato tu e gli altri. Con quante persone sei riuscito a stabilire una connessione profonda, intima e totalizzante? Amicizia e amore, quale è il loro peso nell’economia della tua giornata? Della tua settimana? Dei mesi, degli anni, di una vita intera? La prima immagine che si profila è questa: ci sono io che vado a zonzo per la mia città in un tardo pomeriggio di inverno, indosso un pesante montgomery blu e ho la faccia ficcata fino al naso nel bavero della giacca, non fa troppo freddo e sono tempestato dai pensieri: quando mi realizzerò? Quando avrò un posto fisso? Chi mi accetterà per quello che sono? Riuscirò a comprarmi una casa prima o poi? Avrò dei figli? Quanto è patetico farsi ’ste domande? Quella tipa scoperebbe con me? Arrivo in stanza e guardo un film, provo a scriverci qualcosa sopra, con grande fatica metto il punto finale e realizzo che quando scrivo vorrei essere da tutt’altra parte e quando sono da tutt’altra parte vorrei essere lì a scrivere.

È difficile nascondere quell’impressione di solitudine che ci attornia, e mi piace molto scoprire quali antidoti i miei simili utilizzano per combattere questa guerra eterna, io, ventenne senza arte né parte, aprii un blog, il motivo, andando a fondo, era solo questo: mi sentivo solo. E adesso come mi sento? … dovrei porre questa domanda a mio padre, ma non lo faccio mai. È invecchiato molto ed è pieno di brutti acciacchi. I nostri genitori sono l’impietosa misura del tempo che passa. Il primo ricordo che possiedo è con loro: ci troviamo ad una specie di festa in periferia, in una zona collinare che di notte si trasforma nell’alcova automobilistica delle coppiette innamorate, c’è della gente che balla e che mangia, e io sono davvero un bimbetto, avrò tre o quattro anni e i miei sembrano dei giganti, me ne sto lì con la manina appoggiata sulla portiera della Fiat Uno bianca, osservo, registro, frammenti di immagini mi si piantano nel cervello e, dopo decenni, ritornano casualmente – o forse no – ad esistere su queste pagine. Dopo quella macchina ci sarà una Punto che ad oggi smarmitta ancora per strada, ma non lo farà per molto, da qualche mese papà non guida più perché il diabete gli sta oscurando la vista. Un tempo era lui a portarmi in giro, adesso lo faccio io. Ecco una cosa che forse ho imparato in questi dieci anni: cambiamenti, cambiamenti effettivi o apparenti, cicli che si ripetono, che si aprono, che ti risucchiano per riportarti all’inizio quando credevi di essere arrivato alla fine.

Spesso nella quotidianità del vivere accadono cose a cui non diamo il minimo peso ma che se ci soffermiamo un attimo sono davvero curiose. È successo che nemmeno qualche mese fa sfogliavo un quotidiano e la mia attenzione è svogliatamente caduta su un articolo riguardante non ricordo più quale fumettista, le prime righe citavano la Turritopsis nutricula, che roba è la Turritopsis nutricula? Sono andato ad informarmi e, per farla breve, si tratta di una medusa la cui genetica le permette di essere praticamente immortale, una volta giunta ad un dato stadio biologico se ne torna giù sul fondo dell’oceano e si riconverte, inizia una nuova vita. Poi di recente mi sono smarrito nelle terre disastrate di Antoine Volodine dove in un suo libro firmato con l’eteronimo Manuela Draeger si narrano le avventure di una simpatica elefantessa che ha la capcità di rinnovare la propria esistenza a suo piacimento, Volodine spiega che non vi sono chissà quali procedimenti fantascientifici, semplicemente ad un certo punto il pachiderma entra in un tunnel scuro e quando vi esce è ringiovanito, è sempre lei e non più lei all’unisono. Noi purtroppo (o per fortuna) non abbiamo una struttura chimica come quella delle meduse perenni né siamo i personaggi di un romanzo post-esotico, però ciò che mi sento di dire a cuore aperto è di tenere duro, la resistenza è l’azione più alta che possiamo mettere in campo per fronteggiare i periodi bui. Se non erro David Foster Wallace diceva che ogni fallimento può trasformarsi in una vittoria, ed è questo l’unico modo che abbiamo per poter rinascere di nuovo. Non vorrei sembrare il predicatore di una qualche setta pseudo-filosofica ma resistere anche quando sembra che ci sia solo della merda intorno, e state tranquilli, non sembra, è esattamente così, è il solo spiraglio che lascia filtrare un po’ di ossigeno, e per farlo si può iniziare dalle piccole cose che ci fanno stare bene: guardare dei film, darsi all’unicinetto, curare le piante in giardino, non importa, per ricominciare davvero bisogna soltanto partire da se stessi. Io, che ho una grande ambizione già ribadita in passato: dissolvermi in un bicchiere d’acqua come un’aspirina, sono ripartito più volte da oltre il fondo, anche se non avevo niente di che, sai i problemi sono altri, che vuoi che sia, ma dài, ma su, me ne sono scappato, ci sono tornato, in realtà non me ne ero mai andato, e non lo farò nemmeno quando un giorno questo luogo si sarà disgregato nell’etere. Da quaggiù lo dico con un filo di voce, ascoltatemi per favore, perché io sono oltre il fondo: buon compleanno vecchio me. 

Hope when it gets cold
‘Cause my fear is that I’m getting old
Breathe when it takes hold
To start again
 

lunedì 30 maggio 2016

Come Lazzaro

Esattamente otto mesi fa riemergevo da un oblio lungo due anni asserendo che avrei pubblicato una serie di giacenze rimaste negli umidi e pericolosissimi anfratti del mio pc (vedi qui). Ebbene, i suddetti fondi di magazzino sono pressoché terminati (mancano una decina di file anche se come potete vedere dal post sotto il valore è decisamente esiguo), ma nel lasso di tempo intercorso è sotto gli occhi di tutti che io mi sia ringolosito e sia tornato a pubblicare pensieri partoriti più di recente. Mi è tornata un po’ di voglia, devo ammetterlo. Il che rende la mia parola credibile quanto quella di un politico sotto elezioni perché dal 2007 ad oggi ho promesso di chiudere il blog una marea di volte per poi puntualmente autosconfessarmi ritornando codardamente sui miei passi (se scorrette l’etichetta “elucubrazioni” potrete dare un nuovo significato alla parola patetico). Quindi rieccomi qua, chiedo ancora venia per l’inaffidabilità che mi contraddistingue, il giorno che chiuderò per sempre sarà quando non farò alcun annuncio. Nel frattempo è cambiato qualcosa a livello estetico e anche in questo post perché negli anni la sensibilità è mutata e certe preferenze non potevano rimanere tali. Altro che Gagarin, sono una specie di Lazzaro, sono così.

domenica 6 settembre 2015

Come Gagarin

Il punto è questo: nel casino della vita vera mi sono accorto di avere ottantotto file word in una cartella del pc. Questi ottantotto file corrispondono ad ottantotto commenti di film, sono cose viste anche tre se non quasi quattro anni fa, ci sono scarti, avanzi, rimasugli, pezzi improponibili che ho deciso di proporre comunque. Mi sembra giusto dissotterrare questa roba, più che altro nei confronti del me stesso che, come ben sapete voi dotti bloggers, cimentandosi con l’esercizio della scrittura ha sempre deambulato su un crinale che da una parte riempiva e dall’altra “affaticava”. Non è una riapertura, sia chiaro. È lo sbarazzo del magazzino. Sarà bello, una volta arrivato davvero in fondo, vedere tutta questa maratona durata quasi dieci anni. Mi sentirò come Gagarin affacciato all’oblò della sua navicella, ma molto più lontano. Mi sentirò così.

domenica 30 dicembre 2012

IMMAGINI #12

Tocca classificare le meglio visioni di quest’anno, lo si farà semplicemente con la cellula del cinema: l’immagine, una top ten più uno perché non mi andava di lasciare fuori nessuna delle ultime quattro pellicole di sotto elencate. Ma siccome le cose viste sono state tante e sono state tanto belle, meglio spendere due parole su chi non c’è ma che avrebbe potuto tranquillamente esserci e i motivi di tale assenza restano oscuri anche al sottoscritto. Non c’è l’ennesimo sigillo di quello che ormai può essere considerato un Maestro (Amour), non c’è un ritorno che attendevamo impazienti e che non ha affatto deluso (Kotoko), non ci sono le albe di due astri autoriali nascenti con cui è certo che dovremo fare i conti da qui in avanti (Alps e Laurence Anyways), non c’è l’orrore in diretta di chi il cinema lo fa rimare con realismo (Kinatay), non ci sono colpi isolati che sebbene di diversa natura hanno lasciato lividi dolorosi (R e La mosquitera), non c’è il primo lungometraggio di una grande regista (Ratcatcher), non ci sono due lampi d’altra Europa (Black Field e Magnus), non c’è il cinema che diventa politica che diventa biografia (This Is Not a Film), non c’è l’Italia (a parte L’estate di Giacomo ed È stato il figlio), ma tanto lei è desaparecido da tempo.

In ordine di gradimento:
Mesto na zemle
Naufragio
L'Apollonide (Souvenirs de la maison close)
Michael
Himizu
El cant dels ocells
Magi i luften
Mishen

AMORI BREVI

mercoledì 28 dicembre 2011

Riassunto d'oltrefondo

È vero che non amo molto le classifiche, ma tale idiosincrasia nasce sostanzialmente dal fatto che non riesco a farle, ciò non toglie che comunque mi piaccia leggerle. Quest’anno però essendomi impegnato con la musica non potevo lasciare indietro il cinema che è l’argomento principale di Oltre il fondo, di conseguenza ho fatto quella che è sì una graduatoria, ma attenzione, non dei migliori film usciti nel 2011, bensì di quelli IO ho visto nel 2011. E poi diciamo che questa classifica, almeno per le prime due posizioni, si è scritta da sola…
Eccola:

1) The Turin Horse
Cinema senza eguali, l’ultimo capolavoro di Tarr stravince qualunque classifica per manifesta superiorità.

2) Japón
Sorretto da toccante profondità e cucito da una tecnica sublime, il film di Reygadas è una pietra miliare del decennio che nessuno, ahimè, ha mai visto.

3) Ex aequo:
- tutti i film di Sion Sono con Cold Fish apice artistico e Love Exposure come manifesto programmatico.
- tutti i film di Apichatpong Weerasethakul con la seconda parte di Tropical Malady vetta assoluta e Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti soave punto di arrivo, e di ripartenza.

4) Un bel terzetto:
E via di seguito tante altre cose degne.

L’ibridazione del documentario ne La bocca del lupo; tutto Ratanaruang con Ploy punta di diamante; lo sconosciuto Sexual Dependency; l’ancor più sconosciuto 4; tutto Dumont, da L’età inquieta ad Hadewijch; Surviving Life, sono sempre i migliori che se ne vanno; la nuova America: Red White & Blue e The Woman; la Grecia che avanza: Attenberg; schegge nere, nerissime: Pingpong e Nothing's All Bad; il terrorista Nel più alto dei cieli; l’esuberanza di Goodbye, 20th Century; l’orrore vero in Swansea Love Story, l’orrore estremo di Orozco the Embalmer.

lunedì 21 novembre 2011

... e 4!

Ops… Oltre il fondo compie oggi 4 anni (cazzo.) e io me ne stavo dimenticando.
Quindi a ‘sto giro nessun sproloquio catastrofico, nessuna riflessione pessimistica, zero promesse di chiudere baracca e burattini.
No. Sul serio, probabilmente di quello che scrivevo in passato non ne ero nemmeno tanto convinto, avevo solo bisogno di sentirmi dire “oh, perché queste stronzate?”, “continua così!”, “sei abbastanza bravo, dài”. Eccetera, eccetera. Vabbè, siamo tutti in cerca di conferme, e in rete si trovano con una certa facilità.
Perciò ancora una volta grazie a chi c’è stato a chi c’è e chi ci sarà, sarà banale dirlo ma se io non fossi letto il blog sarebbe già morto e sepolto, davvero.

Da parte mia posso assicurare che ho sempre l’entusiasmo del primo post, e forse di più. Il motivo, banale, again, è che guardare film è una cosa bellissima, ma condividere l’opinione che se ne trae ancora di più.
Non ricordo chi diceva che il cinema libera la mente, forse nessuno perché gugolando non esce nulla, di certo la frase è vera e mi trova in totale sintonia.

Per festeggiare degnamente il compleanno fra 24 ore comparirà il commento (inadeguato) al film che attendevo con più trepidazione da circa un anno e mezzo due anni.

E poi è arrivato.

Ed è quello che mi aspettavo.

Un Capolavoro indescrivibile.

A domani con A Torinói ló.

mercoledì 28 settembre 2011

oif Reloaded

Eccoci qua! Detto fatto, Oltre il fondo si è rifatto il trucco e questo è il risultato.
Come ogni cambiamento che si rispetti c’è bisogno di tempo per poter assorbire e assimilare, anche se, come potrete ben vedere, non è cambiato moltissimo dato che i colori base sono sempre e volutamente quelli, tuttavia assicuro che per chi come il sottoscritto non ha e non aveva grosse conoscenze di web-linguaggio, anche cambiare uno sfondo, eliminare gadget superflui, o utilizzare per la prima volta delle stringhe senza maneggiare delle scarpe, non è proprio una passeggiata di salute, e credo perciò che almeno per quanto riguarda la base più di così non potevo fare.

Quel che è certo, invece, è che si può migliorare, magari anche grazie alle vostre segnalazioni.
Un primo problema l’ho già notato, ossia che negli schermi piccoli (portatili, e penso – rabbrividendo – anche smartphone e affini) i buchi della pellicola sconfinano nel testo e ne esce fuori un pastrocchio. Mi spiace, ma per adesso non so come ovviare al disguido. Dal canto mio posso dire che avendo un fisso con schermo (vecchio) e di medie dimensioni vedo tutto ben centrato e proporzionato, quindi compratevi uno schermo più grande se non lo avete, eddai su.

Fino ad oggi mi ero sempre appoggiato ai modelli offerti dalla piattaforma che permette il servizio, anzi mi ero appoggiato solo ad UN modello, cambiando qualche colore qua e là, mettendo delle foto là e lì, ma la sostanza non cambiava e io né me ne preoccupavo né me ne compiacevo.
E allora cos’è successo? Niente di particolarmente sconvolgente, soltanto che uno dei blog di cinema (principalmente horror, ma che importa?) più competenti e professionali di tutta la rete ha chiuso, e il suo autore ha trasmigrato in un nuovo spazio virtuale. Ancora nulla di eclatante, se non fosse che accedendo al natio blog, diverso per grafica e, pare, anche negli argomenti, mi sono accorto di due cose: la prima di quanto quello fosse personale, e la seconda, a catena, di quanto fosse impersonale il mio.
Sì beh, possiamo parlare di contenuti che qua mi dite sembrano esserci, vi credo sulla parola, ma, è il caso di dirlo, sentivo da tempo la necessità di una trasformazione, e la vicenda di MALPERTUIS è stata la spinta giusta.

Quindi, benvenuti in questo rinnovato luogo che comunque parlerà delle stesse cose in modo, umile speranza, sempre migliore.
Le tre immagini che ravvivano lo sfondo nero sono tratte da tre film bellissimi, anche se confesso che uno lo devo ancora vedere per intero ma so che sarà così.

Buona lettura e che il cinema sia con voi.

P.S. d’obbligo, se qualcuno non si ritrova nel blogroll me lo dica, dopo aver eliminato tutto sono andato a memoria ed è possibile che mi siano sfuggiti dei contatti.

lunedì 26 settembre 2011

Lavori in corso

Oltre il fondo cambierà pelle.
Decisione repentina di cui pago già le conseguenze, infatti provando qualche template che solleticava il mio gusto ho fatto il primo casino: il widget dei blog amici è sparito.
Poco male, recupererò il prima possibile.
Per completare il tutto ci vorrà qualche giorno nel quale comunque farò i soliti aggiornamenti. Poi, magari, spiegherò anche i motivi del cambiamento.
Saluti.

venerdì 10 dicembre 2010

L'amore ai tempi di Facebook

Essere tranquilli nel vederla online, convincerti che in quel piccolo pallino verde c’è un posto anche per te, sperare, davvero, che lo scrivere l’indirizzo mail e la password per accedere siano uno sforzo dovuto alla tua stessa speranza: quella di sentirti, e non importa, come dalla notte dei tempi, che cosa possa dirti, cosa raccontarti, potrebbe anche parlare in arabo, in armeno o in cirillico, ciò che conta è sentire quel plin che anticipa la chat, un suono minuscolo che provoca però smottamenti interni, e se quel suono non c’è allora ci si aggrappa a tutto, che poi è un niente assoluto fatto di link ambigui minuziosamente scomposti come nemmeno ai tempi dell’analisi logica, e i dubbi invece di dipanarsi si moltiplicano nell’indeterminatezza dell’azione, che cosa fare diventa il vero dilemma, se alzare un timido pollice o, con slancio, commentare facendo buon viso a un pessimo gioco, quello dell’indifferenza, che non accetti mai perché trovi un appiglio anche nella parola più futile che magari contiene qualche k che non dovrebbe essere lì, per non parlare delle fragili sicurezze in un video di Rihanna che dice di amare qualcuno, eppure non sei per niente sicuro, vorresti andare offline ma se poi ti volesse scrivere è un casino, meglio sbirciare per l’ennesima volta le sue foto, che non sai a memoria perché non ti va di guardarle troppo, poi vai sulle tue e trovi la solita faccia che riempie gli specchi di casa da una vita, ti convinci che potresti andare bene, a parte quella della festa di compleanno, ma non la togli perché se lo fai lei potrebbe venire a chiederti perché l’hai tolta e tu non le dirai certo che ti vedevi brutto, oppure potresti, ma se non ti dicesse niente, se non si accorgesse nemmeno che hai tolto una foto dal tuo album, ci staresti ancora peggio, allora è meglio cliccare il poco consolatorio tasto home e osservare quell’incessante cascata di stronzate che i tuoi amici pubblicano, e non fai niente, stai lì, aspetti, speri.
L’amore ai tempi di Facebook è questo e nient’altro, soprattutto se non corrisposto.

(scusatemi, il tizio dell’immagine si era impossessato di me per alcuni minuti; a domani per un erotico hongkonghese di pessima fattura… forse era meglio Fabio Volo…)

sabato 20 novembre 2010

Sulla mia (non) cinefilia

Dopo tre anni di blog ho sentito la necessità di scrivere queste righe perché più mi sono cimentato nella sua stesura, più ci ho messo me stesso, più mi ha fatto faticare, soffrire, emozionare (ebbene sì, c’ho un cuoricino di marzapane io), e più una domanda appesantiva la mia coscienza: sono un cinefilo?
Tecnicamente questo spazio virtuale non era nato per parlare di cinema perché chi lo gestiva non ne sapeva e non ne sa niente tutt’ora, col passare dei post ha poi iniziato a farlo in qualche modo e lo farà sicuramente fino a quando, sempre in qualche modo, morirà.
Quindi il quesito che mi pongo è più che legittimo, ma prima di dare una risposta voglio dire chi secondo me è un cinefilo.

Un cinefilo non è quello che guarda tanti film, manco per il cazzo. Se vi credete affetti da cinefilia solo perché avete visto in divx la filmografia completa di un regista cambogiano allora siete sulla strada sbagliata. Un cinefilo è prima di tutto una persona che va al cinema. È così. Il Cinema, ovvero la parola che comprende tutte le sfaccettature della settima arte, ha il suo habitat naturale nel cinema, nei seggiolini, nel fascio di luce del proiettore, nel silenzio e nel buio della sala. A casa no, a casa non vale. È come professare amore incondizionato ad una squadra di calcio e non essere mai andati, o esserci andati poche volte, allo stadio per vederla.

Ma un cinefilo è anche tale se legge, se si informa, se discute, se colleziona, se parla e sente parlare di cinema. È poca cosa scarabocchiare un foglio word con le impressioni suscitate da un film, liberissimi di farlo, certo, ma ciò non vi farà acquisire lo status di cinefilo.
Detto questo, io non sono un cinefilo.
Perché delle migliaia di parole che avrò scritto in questi tre anni sul cinema, sono poche, davvero poche quelle sputate dopo una visione in sala. Almeno il 90% delle pellicole da me viste l’ho indegnamente scaricato, ed ogni volta che il download raggiungeva il completamento, una piccola pietruzza si aggregava a quella valanga rotolante che oltre a chiedermi cosa sono, schizzava qua e là dell’etico fango. Come potrei mai professarmi cinefilo se sono il primo (il primo!) ad affossare questa forma di espressione andando poco al cinema, comprando pochissimi dvd, leggendo svogliatamente qualche recensione e assuefacendomi alle criptiche parole di Ghezzi? Non mi professo per un par di palle, non sono un cinefilo e bon.

Ma allora, direte a ragione voi, perché continuare a riempire codesto spazio con parole che non avrebbero ragion d’essere? Perché mi piace scrivere. E il fatto che io scriva sul cinema è solo un particolare, ho imboccato questa strada come avrei potuto fare con un’altra; mi piace scrivere e soprattutto scrivermi, e ciò comporta una misera esistenza in funzione di un commento data la necessaria conseguenza dello scrivere che è quella di essere letti.
Se quel 20 novembre del 2007 non avessi pubblicato questo post probabilmente la mia vita nei tre anni a seguire non sarebbe stata la stessa. Magari oggi non avrei la più pallida idea di chi siano Tsai Ming-liang o Sharunas Bartas e avrei speso in altra maniera il tempo che ho impiegato per edificare questo traballante blog, ma di contro la mia esistenza sociale ne avrebbe gioito, forse sì, senza di esso ora sarei più stupido di quel che sono, tuttavia non so davvero quanto ci abbia guadagnato a convivere 1095 giorni di fila davanti a uno schermo del pc.

A parte ‘ste chiacchiere Oltre il fondo giunge al suo terzo compleanno. Grazie a chi ha avuto e ha la bontà di leggerlo, a chi lo segue tutt’ora e a chi lo ha seguito.
Grazie!

martedì 21 settembre 2010

Still alive

Come va?… Uff, domanda di circostanza che genera sempre una risposta d’eguale caratura, non ho mai sentito rispondere qualcuno “sto male”. Comunque, un po’ di tempo dal mio ultimo post è passato, e per cercare di recuperarlo il blog sarà teatro per una settimana di una mini rassegna che definirei ghezzianamente Magnifica ossessione. Da questo giovedì fino al prossimo ogni giorno sarà scandito dalle mie parole su un film degno d’attenzione. C’è della roba parecchio interessante.
Nel frattempo, come avrete notato, Oltre il fondo si è rifatto l’abito, è sempre un posticino allegro questo eh.

giovedì 2 settembre 2010

Say do you remember dancing in september

Credo in poche cose, ma in settembre ci credo. Sempre, ogni cazzo di anno.
Credo nelle sue piogge, nelle nuvole del settentrione, nell’aria fredda della notte, nel vento secco del giorno, nel sole ancora caldo, però diverso (sembra più stanco!), di quello estivo.
Settembre riattiva gli ingranaggi dei libri come degli uffici, e della vita, credo. Perché ormai dell’estate, anzi, all’estate non c’è da fare affidamento. Tutto quello che volete, il mare le vacanze e via dicendo, però è fasulla, è un trip che disattende puntualmente le aspettative createsi durante l’inverno.
Non so voi, ma sono anni che la triade giugno-luglio-agosto mi fagocita in una routine anestetizzante: svegliatardimareseraescisvegliatardimareseraescisvegliatardimareseraesci.
No, non aspetto impaziente il freddo, né invoco le corte e deprimenti giornate di un inutile febbraio, voglio solo ricominciare, ripartire, alzarmi presto per seguire delle noiose lezioni, per andare a lavorare quando il Creatore me ne dà la possibilità, e settembre mi ci fa credere sempre, ogni volta.
Che poi a parte il clima non cambi sostanzialmente nulla è un altro discorso, ma lasciatemi sperare un pochetto per favore.

mercoledì 14 luglio 2010

Farfugliamenti notturni

Fa caldo.
Decisamente e fottutissimamente caldo. È una delle tante notti inutili e il mondiale è appena finito, cosa guarderò adesso? Il sonno non sembra voler prendermi, sento le gambe appiccicate dal sudore, anche la schiena non se la passa molto bene. Ronzio sfuggente di una zanzara, almeno lei può volare. Sono sveglio, sì, e ho voglia di scrivere.
Potrei pa(r)tire da te che sei la genesi di questo blog, chissà… ma no, è passato troppo tempo e il ricordo si fa vivo solo quando per strada incrocio qualcuno col tuo profumo che probabilmente adesso non porterai più.
Dalla strada, ma quanto è lontana la strada da casa mia!, arriva un rumore sordo, sono macchine che vanno, sarebbe bello sapere dove, ognuna con una direzione e dentro le note di una canzone. Cerco un po’ di musica nei miei documenti, concilia il sonno dicono, dicono. Niente, le ho già sentite tutte queste canzoni, le so a memoria.
Adesso mi affaccerò un attimo per vedere se c’è qualcosa di diverso, mi basterebbe anche un particolare, chessò: il vaso del mio vicino di sotto rovesciato, una persona che cammina nel viale. Tutto immobile, incollato da questo caldo. Ho visto un gatto però. Gli ho fatto tss tss e di scatto ha rivolto la testa verso di me. Ci siamo fissati per un po’. Che sguardo triste hanno i gatti (che sguardo triste hanno gli uomini, penserà lui), sono sicuro che se fra 5 minuti io tornassi alla finestra lui sarà ancora lì col muso all’insù. Lo faccio: dove c’era il felino non resta che il vuoto gradino di marmo grigio. Se ne è andato come le macchine nella strada. La zanzara invece sembra volermi bene, lei non se ne andrà. Mi sono sempre chiesto come sia possibile che un essere così piccolo riesca a vivere. Anche lei sentirà questo cazzo di caldo? Anche lei sentirà?
Sono in vena stasera. Forza! Fatevi sotto fantasmi del presente, non ho paura di te Laurea! E tu, tu Lavoro maledetto che te ne stai nell’angolino credi di spaventarmi? Tsk. Non ho paura della crisi e nemmeno del riscaldamento globale, la legge sulle intercettazioni mi fa una pippa e del petrolio in America me ne strabatto l’anima! Eccheccazzo.
Mmm, vabbè. Tenterò di dormire, intanto le macchine, i gatti e le zanzare ritorneranno anche domani. Insieme ai fantasmi, purtroppo.

venerdì 30 aprile 2010

Le parole ultime, e non famose

Qui, tra le varie cazzate, scrivevo che non avrei ma più cambiato l’headline di Oldboy. Quel “mai più” è durato sì e no cinque mesi.
Abbiate pazienza, probabilmente sarebbe cambiata comunque, di certo l’incontro con quel tipo ungherese, quello con gli occhi azzurri e la coda, ha cambiato un po’ di cose. Dentro me, e quindi anche nel blog.
Cavolo, adesso non sentite anche voi un struggente suonare di violini e fisarmoniche?

giovedì 31 dicembre 2009

Lontani da Itaca


E ci lasciamo alle spalle un altro anno. No, niente discorso a reti unificate stile Presidente della Repubblica, preferisco affidarmi a chi ogni santa volta riesce a trascinarmi nelle parole.
Spero che la rotta in questo 2010 sia tranquilla e serena per tutti, anche se so che questa è un'utopia. Ci sono troppe tempeste, troppe sirene, troppo male che Nessuno riesce a lenire. Dovremo tenere duro, come sempre abbiamo fatto. E in ogni caso, anche nella burrasca più impetuosa ricordatevi che la nostra Anima è contadina.
Buon anno.

venerdì 20 novembre 2009

Back to the roots

Settecentotrenta giorni dopo sono ancora qua.
Sono.
Avere almeno una certezza come Essere è importante perché di (e da) qui si può partire. Quando aprii questo blog di certezze non ne avevo. Sapevo a malapena cos’era un blog, poi il resto è venuto da sé, cioè da me, ma ancora non ero me al tempo, forse non lo sono nemmeno ora, forse non lo sarò mai, ma ora sono, sono e ancora sono. Il viaggio potrebbe essere finito.
Però, prima che questa corsa abbia fine per sempre, ho voluto riportare tutto alla sua origine.
È solo un’illusione formale, non posso più tornare alla radice perché io, nella scrittura, nei miei interessi, nel mio angolo di visuale, sono cambiato in maniera (credo) irreversibile, ma almeno una parvenza d’amarcord non ho voluto negar(me)la. E quindi quell’headlines (si chiama così?) di Oldboy che ora campeggia sopra queste parole è la stessa di due anni fa, quando ancora Oltre il fondo non si chiamava Oltre il fondo, e quando ancora non avrei mai immaginato fino a dove sarei potuto arrivare, che non è niente ma al contempo è tanto, almeno per me.
Anche i colori dei link e del testo sono gli stessi dell’inizio, e come accennato fra le righe, saranno anche gli ultimi. Sì, non ci sarà un dopo, un qualcos’altro o un altroquando, resterà cristallizzato nel tempo, chiudendo ipoteticamente quel cerchio che avevo aperto mesi e mesi fa.

Lo so che vi starete domando quando chiuderò il blog - se non ve lo state chiedendo perché non ve ne frega un cazzo va bene uguale - e me lo chiedo anch’io. Una chiusura teatrale fra un anno esatto sarebbe una degna conclusione, avrei già in mente quale sarebbe l’ultimo film da recensire, quello definitivo oltre il quale non ci sarebbe più niente da scrivere. La speranza di arrivare fin là mi dà la spinta necessaria.
Ecco, il cinema. Questo blog è sorto dalle ceneri di un rapporto, storie di incendi e di ustioni permanenti, è nato in un periodo in cui non-ero, vivevo, sì, ma non-ero. E allora lasciavo segni della mia esistenza su internet. Testimonianze di una vita che rifacevo mia post dopo post. Poi lentamente tutto mi è scivolato dalle mani diventando sempre più impersonale. L’ho voluto io, anche inconsciamente, mi sono rifugiato in un mondo di cellulosa che ho scoperto pian piano, che ho amato ed amo, ma che dopo tante parole riversate su questo confortante spazio virtuale ora ha perso un po’ del suo fascino. Stanchezza, sì. Che nasce da una relazione quasi satura… dev’essere la crisi del settimo anno ridotto al secondo; si sa, son tempi duri questi, come lo sono sempre stati.

Eh, due anni di cazzate sincere.
Due anni oh, mica due giorni. Quante ore sono passate? Quante domande mi sono posto? Quante risposte ho trovato? Quante volte ho sorriso? Quante volte ho bestemmiato? Quanta pioggia mi ha bagnato? Quanto vento mi ha sfiorato? Quanto amore ho dato? Quanto ne ho ricevuto? Quanta paura ho avuto?
Quanta vita ho vissuto?
Quanto.
SONO.
Stato.
Vivo?

sabato 30 maggio 2009

Le ombre della luce

Ci sono persone che pensano, altre che riflettono.
Ri-flettono, si piegano.
Ri-flettono, vivono di riflesso.
Dipendono da altri, esistono come altri, riverberano la luce, seguono, in-seguono, e non ne sono consapevoli.
Spesso queste persone si riempiono la bocca di parole che non conoscono, ascoltano canzoni che non sanno, guardano film e leggono libri che non capiscono. Ridono perché lo fa qualcun altro, usano le stesse parole, gli uguali suoni, le medesime idee. Ma a loro non importa, se la luce fa così loro la ri-flettono, si piegano ad essa. Addirittura arrivano a tifare per una squadra di calcio senza sapere da quanti giocatori è composta, una squadra.
Dicono che lo fanno per amore.
Non Pensano, però, che così facendo inaridiscono due vite all’unisono, logorandosi. Diventando l’ombra di un altro perdono la loro consistenza, trasformando se stessi in una cop(p)ia sbiadita.
E la loro luce? Si affievolisce pian piano, inglobata da quell’ombra che la incatena a lei soffocandola.
Ho letto pochi giorni fa alcuni stralci di Avere o essere? (Mondadori, 1977) di Erich Fromm, scrive il sociologo tedesco: “L’atto di amare contiene il valore di portare alla vita, significa aumentare la vitalità dell’altro. È dunque un processo di autorinnovamento, di autoincrementamento”.

Mi viene da ridere, penso alle parole delle ombre. Corrono più da un cellulare all’altro che di bocca in orecchio, sono allitterazioni. Movimenti sabbiosi di sillabe, vocali e consonanti che girano in loop. In un vicolo cieco, nel buio, nell’ombra, nel niente. Le parole sono importanti, loro non lo sanno.
Penso alle ombre e ho paura.
Di me, di loro, di noi.