sabato 2 giugno 2012

Birdsong

Tracciato il solco, Albert Serra si incammina in un percorso oggettivamente già suo. El cant dels ocells (2008) è infatti la prosecuzione naturale di Honor de cavallería (2006) perché inquadra con le medesime coordinate e tratta delle medesime questioni. L’intento del regista è quello di approcciare la tradizione, la saga, l’epica, con un taglio che argutamente tramuta la sacralità in caricatura, sberleffo audace nei confronti di una bibliografia intoccabile, monumentale: prima a passare sotto le mani del catalano è stato il Don Chisciotte, adesso La Bibbia. L’episodio del Vangelo preso in esame è il cammino dei tre Magi verso il piccolo Gesù, ma ecco la sottile ironia sopramenzionata: pur essendo storicamente conosciuti come degli abili astronomi, i re di Serra vagano per paesaggi lunari intabarrati nei loro scomodi mantelli e disorientati dal cammino dell’astro che li costringe ad un’eterna andata (e rispettivo ritorno) verso l’orizzonte. [1]
Ma parodiare la natività non è il cruccio principale del regista perché al pari del film precedente è l’estetica a stargli a cuore più di ogni altro aspetto. Diviso ipoteticamente in tre fasi (il cammino dei re – Giuseppe e Maria – i Magi nel bosco), il film non si risparmia mai in fatto di immagini, e Serra si adopera al meglio per elevare il suo lavoro. La composizione è quasi esclusivamente costituita da quadri fissi, l’ottica a cui tende la pellicola nella prima frazione è quella della profondità, laddove il paesaggio viene percorso spazialmente dai protagonisti fin dove lo sguardo riesce a vedere; a ciò si accompagna inevitabilmente un montaggio che con una sprezzante dilatazione procrastina lo stacco fino all’inverosimile. Tra colline brulle e giacigli inospitali, Serra regala cristalli di cinema da posare sul cuore: la ripresa subacquea diventa momento di sospensione, di leggerezza, di vera bellezza.
La seconda frazione è decisamente più statica vista l’aria sonnacchiosa di Giuseppe e la parca maternità di Maria. La fissità, che rappresenta l’ennesima tenzone per chi osserva, può comportare effetti narcotici, ma la pazienza premia gli audaci e l’evento, il tanto atteso incontro tra Gesù e i tre re, viene proposto da Serra senza preamboli (uno di loro che lentamente appare a bordo schermo) con una immediatezza disarmante, e quando la musica parte qualcosa di magico e penetrante accade.
Gli ultimi minuti, oscuri e indecifrabili, vedono il trio discettare sui propri sogni mentre quello che probabilmente è un angelo li osserva seduto sul tronco di un albero. L’ultimissima inquadratura potrebbe contenere la sintesi tecnica e tematica dell’intero film: mdp ferma che in un campo lunghissimo riprende i protagonisti, i quali, dopo aver confabulato tra loro (noi non sentiamo niente, il sonoro è azzerato), iniziano a svestirsi, a togliersi le palandrane reali e a suggerire che, al pari dell’hidalgo e del suo fedele scudiero, questa non è la storia scritta sui libri, non è qualcosa che presumibilmente si dovrebbe conoscere, ma è Film: esponente di un cinema puro e libero dalle convenzioni (narrative, soprattutto, e di conseguenza  temporali), fautore di una prevaricazione sulle estetiche arretrate consunte e plastificate, induttore di smarrimento estatico nella assoluta libertà visiva percettiva e sensitiva.     
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[1] La sequenza, indicibile, sfida a testa alta l’occhio dello spettatore per la sua immobilità e ricorda felicemente un passaggio rivelatore de Il cavallo di Torino (2011).

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