venerdì 11 maggio 2012

Honor de cavallería

La mia idea non ha niente a che fare con un classico letterario. La letteratura è una cosa e il cinema un’altra, completamente diversa. Nel mio caso, la mia ossessione era semplicemente fare un buon film. A me, che il film sia rimasto più o meno fedele al libro o incluso allo spirito del libro, non mi interessava. Quello che mi interessava era avere come punto di partenza il libro e, a partire da qui, sviluppare una serie di temi visuali, estetici che a me interessavano, però, con l’obiettivo di fare un buon film. Questo era il mio unico obiettivo: fare un film esteticamente potente.

Qui si parla di un capolavoro della letteratura di tutti i tempi (uno di quei libri che tutti conoscono ma che nessuno ha mai letto dall’inizio alla fine), e di un esordio cinematografico ad opera di un regista catalano al tempo (2006) 31enne. È Albert Serra ad attuare il processo osmotico del Don Quijote di Cervantes all’interno dei suoi fotogrammi che si manifestano prepotenti nell’enigma della Visione: non è una trasposizione fedele e non è nemmeno un film riconducibile alle forme consuete di adattamento, Honor de cavallería parla la lingua del cinema non contraffabile, tipologia che si appropria di unicità dove il medium assume il ruolo di catalizzatore dotato di una forza centripeta che scavalca il sottotesto, davvero inesistente, per irradiare una purezza strutturale illuminante. Dall’architrave alla più piccola vite, il film risulta essere un lavoro che merita più d’un attenzione per questa essenza primigenia. 

Girato in ristrettezze economiche (IMDb parla, probabilmente sbagliando, di un budget intorno ai 300 €) nel comune spagnolo di Sant Climent Sescebes, con solo due attori non professionisti (l’hidalgo e il suo scudiero), e affidandosi alle luci dell’ambiente (il crepuscolo è la cornice costante), Honour of the Knights si abbevera alla sua fonte letteraria solo nei macro-aspetti: i nomi e le morfologie fisiche conformi all’originale, la collocazione storica deducibile dagli abiti, il vagabondare con appresso un asino e un ronzino. Di contro lo scenario non è quello della Mancia e le poche linee di dialogo sono pronunciate in catalano, ma soprattutto la traiettoria che, trattando le gesta di Don Chisciotte, il film potrebbe seguire, si concretizza nell’opposto; l’opportunità di far del set un baraccone di saltimbanchi (Gilliam, proprio tu…) viene oculatamente dribblata, il cavaliere mantiene sì delle rotelle fuori posto ma qualunque slancio visionario non va oltre la sua stessa retina; il cinema non si presta ad imbastitore/amplificatore immaginifico ma al contrario si impadronisce di un registro lapidario, essenziale, Serra, laureato in filologia, trascrive il testo letterario nell’inamovibile splendore della mdp che registra la Natura durante il dialogo silenzioso con i due: la terra (Sancho Panza che dorme, che taglia l’erba), il cielo (le preghiere di Don Chisciotte), il vento (ancora Don Chisciotte nella scena esemplare in cui le sue percepibili visioni non ci riguardano), l’acqua (il laghetto), il fuoco (breve segmento in cui Sancho osserva il padrone alzare un calice oltre lo strepitio delle fiamme). Tutte queste immagini, corroborate da ulteriori fotografie (su tutte l’eterna ripresa di un tramonto [o di un’alba]), conferiscono originarietà all’opera: qui il cinema sta prima della storia, del racconto, dell’epica. Le vicissitudini di Don Chisciotte, a conti fatti, non c’entrano niente.

È un film errabondo dotato di sguardo consapevole, studiato, compatto, rigoroso, che in silenzio prende le distanze dal mito così come lo si conosce, che di esso ne fa spavaldamente un’accennata parodia, che a fronte della dilatazione, dell’antinarrazione e della contro-significazione, assume i connotati di un saggio (nella duplice accezione del vocabolo) capace di esprimere un concetto molto semplice, ossia che il cinema quando elude le usuali convenzioni contiene dentro sé due valori inestimabili: l’arché del vedere, e del sentire.      

A me interessa molto l’idea che, in questo film come nell’altro che ho girato, El cant dels ocells, si tratti di temi che non c’entrano col mondo d’oggi, né con i problemi, né si parli di problemi sociali, né di problemi di coppia. Sono problemi o tipi di immagini in cui non ci si può identificare, non si può sentire nessun tipo di vicinanza con loro, con quello che sta succedendo là; e questo vuol dire che se realmente queste immagini generano un fascino, è un fascino puro, perché non puoi sentire niente, non puoi sentire nessun tipo di prossimità, di identificazione; è puramente un’immagine che ti rimane lontana ma che ti affascina in qualche modo.

Le citazioni di Serra sono estrapolate da un’intervista consultabile qui.

3 commenti:

  1. mi hai messo una grande curiosità. adoro quel libro e quei personaggi

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  2. è una sfida che secondo me va raccolta.

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  3. O.T.: Ciao ti ho voluto assegnare un premio. vieni pure nel mio blog.

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