venerdì 31 dicembre 2010

Lacci

La mattina di un giovedì qualunque il direttore di banca prossimo alla pensione Giorgio Disdemoni si svegliava come da quarant’anni a quella parte alle 7 in punto. Nei successivi 20 minuti aveva adempiuto le normali attività post-risveglio, e alle 7 e 21 scendeva i 37 scalini che lo separavano dall’atrio dove il portinaio assonnato leggeva un giornaletto di gossip dentro al gabbiotto. Lo salutò alzandosi il cappello, ma prima di aprire il portone il suo cervello elaborò l’immagine che aveva appena colto. Buondio, pensò, lentamente si volse verso l’uomo sperando che ciò che aveva visto era il residuo di un sogno, invece no; dal petto del portinaio, proprio all’altezza dello sterno, partiva un fascio di luce lungo 3 o 4 metri proiettato verso l’alto. Il signor Disdemoni rimase impietrito di fronte a quella visione, e fu solo “il tutto apposto?” del portinaio che lo convinse a spingere il portone e a uscire affrettandosi dicendo sì, che andava tutto bene.
In realtà non andava bene per niente perché camminando lungo la strada incontrò molte persone che presentavano questa particolarità. I fasci di luce erano rivolti ognuno in una direzione diversa, ma non tutti lo avevano. La cosa che però preoccupava di più Disdemoni non era tanto che quella mattina un raggio illuminato partisse dal corpo di alcuni esseri umani, ma che nessuno intorno, a parte lui, se ne accorgesse.
Trafelato giunse in banca e si chiuse nel suo ufficio sperando che una volta uscito di lì tutto fosse tornato come prima. Verso metà mattinata bussò alla porta l’impiegato trentennale Franco Ricciardi con alcune pratiche da sottoporgli. Anche lui aveva quella strana luce che gli usciva dal petto, eppure rispetto a tutte le altre che erano puntate verso l’alto, questa ricadeva addosso al signor Disdemoni. Mentre l’impiegato si muoveva nell’ufficio dalla fotocopiatrice alla scrivania, il bagliore non si staccava mai dal direttore che immobile iniziava a sudare freddo, fintanto che Ricciardi chiese se stava bene, e lui rispose sì, solo un po’ di influenza.

Il giorno successivo usciva di casa con un paio di occhiali neri che sebbene non funzionassero da antidoto, perlomeno celavano la sua espressione ogni volta sbigottita nel vedere tale fenomeno. Ricciardi si incuriosì un poco sulla presenza degli occhiali, e chiese al suo direttore di una vita perché non li avesse mai portati in tutti quegli anni. Disdemoni pensò che li indossava anche a causa sua, per tentare, almeno, di mascherare lo stupore, ma rispose che quella dannata influenza lo aveva preso male e gli aveva causato una forte congiuntivite.
L’impiegato Ricciardi, sempre col fascio ben puntato verso il suo capo, sospirò tra i denti un ah di comprensione, poi mentre Disdemoni usciva dall’ufficio si fece scappare un comunque sta bene signor direttore, gli occhiali le danno un aspetto più giovanile, dovrebbe metterli più spesso.

Il sabato giungeva come una tregua. Staccò il telefono, chiuse la porta a chiave e si infilò due tappi nelle orecchie; avrebbe dormito per tutto il week-end, e poi la settimana dopo sarebbe andato dal medico. Ma verso le otto di sera il signor Disdemoni fu colto da un attacco di noia e non sapendo davvero più che fare decise di affacciarsi un attimo alla finestra. Sotto di lui c’era un uomo appoggiato con la spalla a un palo del divieto di sosta, il crepuscolo gettava ombre lunghe sulla città, e quest’uomo col suo bagliore rischiarava una fetta di aria che era ormai buio profondo. Passati 10 minuti, Disdemoni si era quasi deciso a rientrare quando vide che la luce dell’uomo, puntata come le altre verso l’alto, iniziò ad abbassarsi lentamente e ad allungarsi come un elastico verso destra. In quella direzione giungeva una donna, anch’essa con il fascio di luce che lentamente la precedeva e che andava a incontrarsi con quello dell’uomo. Quando si toccarono erano una cosa sola, e nel momento in cui i due si baciarono e si allontanarono mano nella mano, il signor Disdemoni vide che uno strano alone dorato li avvolgeva entrambi.

Ci abbracceremo in capo al mondo in capo al cielo.
Sarà un abbraccio così forte
che grideranno tutti i pesci del mare.
Sarà un abbraccio così stretto
che tutte le stelle intorno correranno a guardare.

(L’abbraccio, poesia presumibilmente attribuibile al fumettista Pasquale Ruju).

mercoledì 29 dicembre 2010

The Aura

Avevamo lasciato Ricardo Darín in Nove regine (2003) nei panni di un brillante truffatore sempre pronto ad ingannare il prossimo per subirne alla fine le beffarde conseguenze, qui lo ritroviamo nelle vesti di un timido imbalsamatore dalla portentosa memoria visiva che coltiva il sogno di fare il colpaccio della vita per arricchirsi.
Parimenti avevamo salutato Fabián Bielinsky che raccontava una storia dai toni leggeri, con spruzzate di ironia incentrate sulla preparazione di un grande furto, qui invece le cose cambiano perché l’atmosfera di El Aura (2005) è costituita da colori molto più cupi e picchi di elevata drammaticità, sebbene comunque il traino dell’opera sia nuovamente la realizzazione di un’azione illegale e nello specifico l’assalto ad un camioncino portavalori.
Piccola nota triste, Bielinsky non potremo dire di ritrovarlo in futuro perché muore nel 2006 a seguito di un attacco cardiaco.

Quella che poteva essere una grande carriera iniziata con un film incoraggiante come quello del 2003, termina repentinamente con The Aura, pellicola potenzialmente in grado da fungere da trampolino di lancio e che invece si trasforma in un epigramma funerario messo lì a ricordarci di quanto il cinema ci abbia rimesso perdendo Bielinsky, ma che comunque nella tragedia ha guadagnato qualcosa non da poco: un gran bel film.
The Aura è un ibrido, un incontro di vari generi che vanno dal noir al crime drama, o forse esso è un film meno “mosso” di quanto possa sembrare perché focalizzato in ogni caso su un unico punto: quello del colpo al furgone. Cercare di inquadrarlo appare un’operazione difficile finanche inutile, vale allora ammettere che ha un’essenza anticonvenzionale, e questa deviazione dalle battute strade del genere (quale sia non è davvero così importante) la si ha per 3 motivi:

A) Il protagonista Esteban è l’omino medio infilato in un pasticcio molto più grosso di lui. È una figura fallibile, dimessa, anche debole visti i suoi attacchi epilettici che lo tormentano – l’aura è proprio quell’istante che precede la crisi, un istante di buio che nemmeno il cinema riesce a schiarire –, e la memoria incredibile che possiede alla fine si rivela fallace come la sua personalità.
In un paragone per cui potrei essere fucilato, Esteban non solo è una figura opposta al Mr. Ocean di Soderbergh, ma anche la rappresentazione di un cinema che procede per meccanismi inversi a quello hollywoodiano (la rallentata entrata in scena del colpo che si delinea a film avanzato, la “mente” della banda che viene derisa da un altro componente, la repentina morte di un ragazzino innocente) e che se da una parte non potrebbe competere nell’incasso ai botteghini, dall’altra assume contorni che non fanno dubitare troppo degli avvenimenti rappresentati, ché qui di cinesi contorsionisti dentro caveau a prova di bomba non ce ne sono.

B) Il plot è molto particolare perché come scritto sopra la pellicola non si concentra dall’inizio sulla pianificazione della rapina, lo fa per gradi con un procedimento delicato che getta le uniche ombre su un film altrimenti limpido nella sua tragicità; accettare che un uomo non proprio avvezzo a districarsi nel mondo del crimine riesca a ricostruire nella sua testa un complicato piano risulta un po’ poco credibile, tuttavia superata tale empasse The Aura decolla dalla scena al chiaro di luna, miniatura di una resa dei conti stile Eastwood, in cui avviene uno spiegamento della storia e un dispiegamento di emozioni da parte dello spettatore. Tra l’altro Bielinsky gioca con noi fin da subito con la primissima inquadratura che vede Darín a terra, una premonizione che si percepisce ritornerà inevitabilmente in alcuni momenti clou del lungometraggio.

C) Eppure non è tutto qua. Anzi c’è un elemento distintivo, un vero e proprio blocco a parte capace di avvolgere l’opera in un misticismo herzoghiano dove veniamo imbambolati al pari dell’ottimo Darín. Sarà la foresta (da qui parte la vera storia con l’omicidio), scenario da sempre e per sempre di un’originarietà che affonda le sue radici nella terra e prosegue negli altissimi tronchi scultorei che non lasciano trapelare segreti (e qui la storia finisce con il massacro conclusivo), saranno le notevoli musiche di Lucio Godoy che ricordano per tensione e continua riproposizione quelle di Arvo Pärt in The Banishment (2007), sarà magari qualcos’altro che (sopran)naturalmente non ho colto, però il tutto ha la qualità di saper trattenere non solo l’attenzione ma anche il fiato.

Le sinfonie di Vivaldi che aprono e concludono El Aura racchiudono in sé un bell’esempio di cinema che a mio avviso non avrebbe sfigurato affatto nel nostro paese. Peccato che i distributori non l’abbiano adocchiato.

lunedì 27 dicembre 2010

Alla fine della notte

Alla fine della notte (2003), ad oggi l’ultimo film di Salvatore Piscicelli, è un’opera che si pone come obiettivo quello di esplorare il buio per scovare i demoni che vi abitano dentro.
Così dice l’analista prossimo alla pensione Robert Herlitzka nel pienamente riuscito, e forse l’unico dell’intera pellicola, segmento iniziale. E così ripete l’attore regista Bruno Spada (Ennio Fantastichini) che sul set, da buon comico, è “costretto” a far sorridere il pubblico sebbene abbia una vita privata segnata dalla depressione, dagli amori fugaci, da un matrimonio in bilico e da un passato (lo studio di Leopardi potrebbe essere la causa del suo mal di vivere) che risale a galla, guarda caso, durante la notte.

Probabilmente, anzi senza probabilmente, questo film è fortemente declinato all’autobiografia vista la sovrapponibilità di luoghi, situazioni, accadimenti che accomunano Piscicelli al signor Spada.
Perciò credo che come ogni lavoro in cui ci si mette dentro una buona quantità di se stessi, Alla fine della notte contenga intenzioni che non tutti sono in grado di decifrare data la sostanza intimistica di cui è costituito. Il regista nell’illustrare i fantasmi di Spada avrà esorcizzato anche i suoi, ma quello che noi vediamo resta prosaicamente un uomo ricco, dettaglio importante, che si sente povero dentro. All’incirca questo sentimento crepuscolare lo si avvertiva anche ne Il corpo dell’anima (1999) dove però la dicotomia eros/thanatos era portata a livelli molti ma molti alti, qui invece il geografico peregrinare del protagonista fra i cocci della sua vita è uno scialbo ping-pong di conversazioni né brutte né sciatte perché Piscicelli sa scrivere, semplicemente poco interessanti e poco intriganti, con una netta caduta di stile come il siparietto con le due ragazze ammiccanti in cerca di un passaggio, o lo stralunato dialogo con un monaco buddista.

Il quadro complessivo è quindi più che sbiadito a causa di una storia che non ce la fa a raggiungere il piano del coinvolgimento. Nemmeno però ha quella superficialità ravvisabile nel televisivo Blues metropolitano (1985), si tratta in sintesi di un’opera che può fregiarsi di una delle espressioni che più odio in assoluto: “senza infamia senza lode”. Prendetela così, ché quando si finisce a parlare per frasi fatte significa che si è seriamente a corto d’argomenti.

sabato 25 dicembre 2010

Threads

Bazzicare il genere post-apocalittico per un regista non deve essere proprio una passeggiata perché lo spettatore che si appresta a vedere un film appartenente alla categoria sa con precisione a cosa va incontro: devastazione degli ambienti, sgretolamento di ogni forma d’umanità, imbarbarimento della specie, assenza di speranza. Sulla carta le cose stanno così, poi è evidente che nella concretezza gli elementi sopraccitati possono esserci ma senza riuscire ad avere quell’efficacia in grado di lasciare un segno, e penso immediatamente a The Road (2009).
Gli indizi che prima di vedere Threads (1984) mi portavano a pensare di trovarmi di fronte ad una pellicola patinata e senza mordente, scaturivano soprattutto dal fatto che il film fu prodotto per la BBC, e che quindi essendo pensato per un vasto pubblico fosse un’opera d’ovvia natura, anestetizzata dal contenitore in cui fu trasmessa.
Inoltre a scorrere il curriculum del regista Mick Jackson (lo script è di Barry Hines) c’era da rimanere dubbiosi di fronte a titoli come La guardia del corpo (1992) con Kevin Costner e Vulcano – Los Angeles 1997 (1997), uno di quei film passati quelle centocinquanta volte nel Ciclo Alta Tensione (?) di Italia Uno.
Tuttavia immemore del fatto che in Inghilterra sanno osare eccome con il tubo catodico anche nel recente presente, vedasi Dead Set (2008), ho dovuto smontare in fretta e furia ogni mio pre-giudizio perché Threads è una pietra miliare del genere, un’opera assolutamente imprescindibile.

Lo sfondo Storico è quello della guerra fredda, mentre il palcoscenico della storia è inizialmente suddiviso fra le famiglie di due giovani ragazzi che aspettano un bimbo e tra mille difficoltà cercano di mettere su casa. La duplice narrazione è accompagnata da un costante flusso di informazioni emesso dai giornali e dai notiziari, inoltre Jackson attua un processo di ibridazione che tocca le caratteristiche del documentario attraverso delle scritte esplicative sulla situazione politica internazionale che tanto assomigliano a dei bollettini di guerra. Tutto questo produce un lento ma irreversibile stato tensiogeno ancorato alla vita reale: è come essere a Sheffield e venire informati di ciò che accade in Iran (non sembra che le cose siano cambiate troppo nel 2010) sorseggiando una media al pub all’angolo o stando seduti di fronte alla tv durante il tg. La corrente del racconto nella prima magistrale parte si attua tramite il canale principe, quello della comunicazione globale che ha creato ciò che Guccini definirebbe “un mondo inventato”, e che la metafora della tela del ragno nell’incipit esplicita: se ne cade un pezzetto crolla anche tutto il resto.

Terminata la prima porzione di film che come detto crea mattone dopo mattone un sinistro muro di ansia, ecco che si giunge al fattaccio: un missile ha colpito l’Inghilterra, la guerra nucleare è arrivata. Con ogni probabilità senza molto denaro a disposizione, l’autore fa come il Lopushansky di Dead Man’s Letters (1986) inserendo immagini di repertorio che danno un effetto fortemente straniante alla vicenda. Una volta esplosa la bomba la pellicola entra nel vivo della sua essenza, ed ecco che subentrano in gioco quelle componenti citate all’inizio, le quali non solo ci sono ma hanno anche il pregio di farsi sentire poiché, a questo punto è il caso di dirlo, Threads è un film che chiude lo stomaco, serra la gola e toglie il respiro.
Pregio assoluto è che lo sguardo di Jackson si fa intelligente, egli riprende degli uomini-non-eroi, essi si riparano dietro a improbabili rifugi come in Quando soffia il vento (1986), non c’è nessun supereroismo hollywoodiano qui: le persone muoiono, muoiono soffrendo con la pelle squamata dalle radiazioni, perdono i propri figli, le proprie madri, i propri animali e i propri amori in un olocausto di cenere e nubi scure.
Ruth, la ragazza incinta, sebbene sia la protagonista, è continuamente vessata da orribili situazioni che la portano a commettere aberranti azioni come barattare il suo corpo per dei topi morti da mangiare o squartare una pecora e sbranarla sul posto.
Per di più l’obiettivo riprende parallelamente un sotterraneo governativo dove anche gli uomini di potere sono messi in ginocchio dalla tragedia, a testimonianza del fatto che gli argomenti e soprattutto le argomentazioni di Jackson e Hines sono dolorosamente eloquenti.

Il film non si ferma al subito prima e al subito dopo ma prosegue con una veduta ad ampio raggio raccontando gli eventi fino ai 13 anni successivi l’attacco nucleare sempre con uno stile caratterizzato da dettagli documentaristici. La morte di Ruth, vissuta con freddezza dalla figlia che cresciuta in quel mondo non sa cosa siano i sentimenti, rafforza il concetto di una visione cinematografica anti-americana dove il primo personaggio può morire senza grande ostentazione ma bensì in due o tre sfuggenti fotogrammi, e la piccola tredicenne sopravvissuta può a sua volta essere messa incinta per un po’ di cibo.
Threads mostra con pudore una realtà eventuale in cui si comprende il potenziale grado di coinvolgimento che noi stessi potremmo avere. È un’opera di orrore estremo che poggia le fondamenta su un’attualità che a 26 anni di distanza non ha smesso di essere tale; la mdp crea un contrasto distruttivo fra ciò che la società È e ciò che potrebbe diventare SE, e lo fa con uno spietato pragmatismo che lascia esterrefatti, minando alle basi tutte le sicurezze della nostra materiale esistenza. L’estetica appare perfino dozzinale in alcuni frangenti, tuttavia di fronte al puro dolore che la pellicola scaturisce ogni componente filmica più o meno riuscita passa in secondo piano, e se cercate nel cinema una visione in grado di farvi emozionare, nel bene o nel male, allora Threads è la scelta da fare.

Quando la giovane figlia partorisce nell’”ospedale” e l’infermiera appoggia la creatura fra le sue braccia, quel grido di terrore che ci viene risparmiato bloccando la pellicola sul frame continua dentro di noi.
Io non so cosa sia la DISPERAZIONE, ma da oggi so dove trovarla.

Passato (sembrerebbe) una sola volta dalla Rai col titolo Ipotesi di sopravvivenza.

giovedì 23 dicembre 2010

W lo spirito natalizio!


...
E un cordiale fanculo ad un altro Natale.

Cose da fare: ascoltare bene i MCR prima o poi.

mercoledì 22 dicembre 2010

Una vita nel mistero

Giorni addietro vengo contattato da Stefano Simone, regista ventiquattrenne originario di Manfredonia ma trasferitosi a Torino per gli studi (ad oggi, credo, terminati), che un annetto fa circa mi spedì gratuitamente un suo corto (ne aveva già parecchi alle spalle), tratto da un racconto di Gordiano Lupi, intitolato Cappuccetto Rosso (2009). Ebbene, com’è come non è, l’autore mi dice che ha realizzato il suo primo lungometraggio proprio nel paese natale, e me lo manda in dvd, ancora gratuitamente, lo sottolineo, per darmi l’opportunità di visionarlo.
Vedete, ci sono due aspetti che accomunano me e il regista in questione; il primo è l’età, il secondo è la passione per la settima arte, tuttavia è qui che si sostanzia un netto distacco tra noi due poiché io di cinema ne parlo, o almeno ci provo, mentre lui il cinema lo fa, e credo ci sia una bella differenza.

Attenendomi soltanto al lavoro precedente, l’unica altra opera da me vista di Simone la quale si dichiarava fin da subito un omaggio ad autori italiani come Bava e Massaccesi, la considerazione che in primis mi viene da fare è di quanto il regista sia cresciuto.
Affrontare il tema della religione in un piccolo paese del sud, della fede che porta speranza, ma anche della disperazione di un tumore al seno e del dolore fisico che questo comporta, dà un chiaro segnale di impegno ben aldilà di una semplice fiaba horror che strizza l’occhio al cinema di genere, cinema del quale è utile essere a conoscenza, ma dal quale, oggi, nel 2010, è necessario emanciparsi.
Va da sé che maneggiando questioni più “alte” aumenta automaticamente la difficoltà di inscenarle, di renderle credibili perché un conto è illustrare una storia legata al fantastico con spruzzate di gore, e un altro è riprendere in maniera convincente i tormenti di un’anziana coppia che si trova nel bel mezzo di uno scontro titanico: il tumore di Antonietta (il male) in antitesi alle apparizioni mistiche di Angelo (il bene… ?), in un quadro generale dove si inseriscono prepotentemente riverberi soprannaturali di misteriosa origine.

Il compito è dunque arduo e probabilmente anche oltre le possibilità di un regista così giovane che con un budget esiguo non poteva fare dei miracoli, giusto per rimanere in tema. Ma a me piace chi sa osare, chi non ha paura di mettersi in gioco, e Simone lo fa, costruendo un’opera che dà il meglio di sé durante i momenti di silenzio, soprattutto nell’appartamento casalingo dalle opprimenti tappezzerie, adornato in ogniddove da icone religiose riprese in dettaglio dall’autore – il suo punto di riferimento, come ha ammesso egli stesso, è Friedkin ed esteticamente qualcosina de L’esorcista (1973) ci potrebbe essere – che danno una sensazione straniante, di sottile inquietudine. Dal punto di vista dialogico si zoppica parecchio, ma non va additata troppo la sceneggiatura di Emanuele Mattana, piuttosto l’interpretazione che viene data di essa da un gruppo di attori che attori non sono, e dove si coglie una tale ruggine fra i due vecchietti protagonisti nel loro relazionarsi che quasi intenerisce.
Fortunatamente il pericoloso inciampo sullo spiegone finale viene dribblato con abilità lasciando domande aperte, apertissime (chi è il barbone? E quel frate incappucciato?), poiché forse certe cose non si possono spiegare razionalmente.

La mia scarsa credenza religiosa mi porta però lontano da una possibile ragione… divina dietro tutto questo (pare che sia una storia vera), l’Angelo del film dalla mistica profanità (ma versò il vino e spezzò il pane), invece, cosiccome anche le persone che ruotano intorno a lui, sembrano accettare la possibilità di un intervento ultraterreno nell’aldiquà sottoforma di segnali che non esiterei a bollare come sovrainterpretati. Simone fotografa tale spaccato di vita adeguandosi all’ideologia del suo protagonista (quella del bene, dunque), senza dimenticarsi comunque di bilanciare tale bontà con il suo rovescio (la morte della moglie, e quindi una reale presenza del male).

La strada è ancora lunga e costellata di ostacoli – Bondi sta a un giovane regista come il DDT sta ai poveri insetti –, ma per il sottoscritto è quella giusta.

lunedì 20 dicembre 2010

Nu

Cinema dei gesti.
delle labbra, delle dita sulle labbra, dei baci sulle labbra.

Cinema del silenzio.
della parola morta, dell’espressione viva.

Cinema del Dolore.
degli schiaffi, dei visi graffiati, dei visi accarezzati.

Cinema dell’amore.
degli amplessi inconcludenti, delle panchine, degli anelli gettati.

Cinema del tempo.
del qui e ora, del prima, del dopo.

Cinema della paura.
di un corridoio, di un’ombra, di un fantasma.

Cinema delle lacrime.
di una donna, di un vecchio uomo, di una neonata.

Cinema del rigore.
di una giacca e una cravatta, di un bianco e nero, del bianco e del nero.

Cinema dell’acqua.
di un lago, di un vaso, di una vasca (Daisy Diamond, ora capisco).

Cinema della morte.
dell’attesa, del soffocare, delle mani sulla bocca.

CINEMA in 27 minuti.
Io adoro (ADORO) il cinema di Simon Staho.

sabato 18 dicembre 2010

The Nine Lives of Tomas Katz

Dire che The Nine Lives of Tomas Katz (2000) è un film scombiccherato è dire un eufemismo.
Nelle intenzioni del regista Ben Hopkins nato a Hong Kong nel ’69 e poi trasferitosi in terra britannica per gli studi, c’è quella di inscenare una variazione sul tema dell’apocalisse (importante notare la data di produzione) edificando il film in un continuo susseguirsi di situazioni paradossali intrise di humor specificatamente inglese.

L’opera si apre con un tizio che preso un taxi dà immediatamente sfoggio del suo potere, ovvero l’uomo, che probabilmente tanto uomo non è viste le voci off che precedono la sua apparizione (he’s coming, he’s coming!), è in grado di prendere fisicamente il posto di un’altra persona. Dopo il tassista ripeterà l’operazione sostituendosi a un ministro, un bambino, un vecchio, una guardia, ecc. Casualmente sulla sua strada incrocia un ispettore di polizia cieco che per indagare sulle sue malefatte utilizza metodi… esoterici.

Ambientato in una Londra bicromatica il film vive nello spazio di un countdown che segna l’attesa di un’eclisse solare accompagnata da un programma televisivo che con vari buffi ospiti, c’è un rabbino resuscitato per l’occasione, discute dell’eventuale prossima fine.
Obiettivo del film sembrerebbe quello di denudare l’umanità intera dai falsi valori a cui è incollata – ad esempio c’è una madre che resta impassibile dinanzi allo svenimento del figlio per poi disperarsi letteralmente di fronte allo scoppio della tv, ma gli esempi sono disseminati un po’ ovunque: bimbo rattristato dalla rottura del suo Tamagotchi, un gruppo di persone imbambolate dalla voce suadente della speaker della metropolitana, le due guardie che annoiate spiano le vite degli altri sugli schermi –, in un quadro dove si affacciano molteplici personaggi così come sono svariati i generi a cui la pellicola strizza più di un occhio senza riuscire ad avere una sua identità definibile. Spruzzate di noir anni ’50 con le vecchie illusioni automobilistiche dove non è la macchina a muoversi ma i fondali ai suoi lati, scampoli di black comedy, a tal proposito un film in cui poter trovare delle affinità è Songs from the Second Floor (2000), una parentesi di cinema muto e una di… boh, fantasy nonsense?… Dove il poliziotto cieco precipita in un limbo quasi infernale in cui trova l’Astral Child, pupazzo mostruoso con le fattezze di un neonato.

Non mancano accorgimenti tecnici diversificati: nella scenografia (giornalisti ridotti a sagome, allegoria di Hopkins?), nella colonna sonora (non è facile trovare in un film un disco techno sui 140 bpm), e più in generale su tutta la superficie dell’opera, addirittura la porzione di tempo in cui un conduttore sta pronunciando una parola viene scratchata per alcuni minuti. Anche in profondità le cose non hanno senso unitario ma spezzettato, tuttavia essendo questo un film sulla fine del mondo la sua conclusione non delude le aspettative risultando originale, tanto che Vincenzo Natali potrebbe essere in debito di riconoscenza per il suo Nothing (2003).
Adatto a chi vuole sperimentare senza aspettarsi grandi capolavori.

giovedì 16 dicembre 2010

The Missing

È il 2003 e Lee Kang-sheng decide di passare sull’altra sponda del fiume per mettersi dietro la macchina da presa, ponendo così se stesso ad inevitabile paragone con il suo alter ego Tsai Ming-liang.
In origine The Missing doveva rappresentare un dittico sulla scomparsa con Goodbye Dragon Inn (2003), poi le cose andarono diversamente per vari motivi e non se ne fece nulla, tuttavia a differenza di ciò che si potrebbe pensare, questo film non è una semplice copia delle opere by Tsai, bensì un ulteriore tassello, a tratti davvero emancipato, in quell’ormai famoso mosaico di solitudini dentro Taipei. Ovviamente ci sono dei rimandi iconografici al maestro di Taiwan – la prima ripresa che avviene da dietro un acquario e l’ultima da sopra una grande pozza d’acqua racchiudono la pellicola fra due estremi… liquidi –, nonostante ciò Kang-sheng compie un lavoro apprezzabile donando nuove interessanti sfumature ai dettami del suo mentore.

I piani sequenza iniziali in cui la nonna (interpretazione super di Lu Yi-ching, la madre in molti film di Ming-liang) cerca disperatamente il nipotino perduto sono una bella novità perché raramente si era visto tanto movimento nei set di questi autori, e che movimento! L’obiettivo segue a distanza la donna che appare e scompare senza tregua tra le collinette del parco giochi fra l’indifferenza delle persone. Non manca un goccio di ironia (senza dubbio tragica) dove la negligenza dell’anziana nei confronti del bambino smarrito è dovuta ad un attacco di diarrea fulminante. Bisogna saperci fare nell’unire il dramma alla comicità, e Lee ci riesce.
Inoltre in questa intervista si può leggere una risposta interessante ad una domanda che sorge spontanea: “Quali sono le differenze che vedi tra il tuo stile e quello di Tsai?”. La replica non tarda ad arrivare: “C’è più narrazione nel mio film”. In effetti è così, nonostante l’immancabile presenza di silenziosi long take, la vicenda ha un ritmo (prendete con le molle questa espressione) che rende più accessibile il racconto diviso tra due fuochi.

Eggià perché la storia, come da tradizione, scorre su un doppio binario in cui viene mostrata la doppia faccia di una stessa moneta, quella dell’abbandono e quindi, ancora una volta, della solitudine. Se da una parte c’è la nonna che vaga nella metropoli cercando il nipote – a proposito, la scena in cui parla al marito defunto è un momento cinematograficamente toccante –, dall’altra c’è la storia di un ragazzino alienato dalla realtà per colpa dei videogiochi che ha perso il nonno – a proposito, brillante l’inquadratura che disegna prospettivamente la testa del ragazzo nello schermo del pc durante uno sparatutto in prima persona –. È dunque un gioco d’incastri, di eguali misere realtà, che ancora come da tradizione si incontrano casualmente (eppure nulla pare accadere per caso a Taipei), o meglio si rincorrono nel finale nel quale giungono in quello specchio d’acqua ante litteram di I Don’t Want to Sleep Alone (2006). Poi c’è uno stacco, la visuale si fa aerea e diventa anticipatrice della conclusione di Face (2009): due ombre passeggiano nella notte. La piccola (tradizionale, ancora) beffa arriva in sordina, e pur non avendo la potenza dei suoi “fratelli maggiori” è capace di farsi apprezzare.

mercoledì 15 dicembre 2010

La perdita dell'innocenza

?
La mia faccia ha assunto più volte le fattezze di un punto interrogativo durante la visone di questo film poiché ne La perdita dell’innocenza (1999) stare dietro alle scelte di Mike Figgis è un’impresa pressoché eroica. Il regista inglese, che ha bazzicato molto spesso i territori hollywoodiani guadagnandosi anche alcune nomination all’Oscar con Via da Las Vegas (1995), si prende dal Morandini del dilettante sopravvalutato, e io non avendo visto nient’altro di suo, per una volta non mi sento troppo distante dai commenti stringati del vecchio Morando. Magari dilettante Figgis non è, di certo però la consistenza della pellicola è talmente rarefatta da domandarsi alla fine a che diavolo di pasticcio abbiamo assistito.

Non risiede soltanto nella sceneggiatura la debolezza di The Loss of Sexual Innocence, il problema è più a monte, e sta in un soggetto totalmente sconclusionato. Ci sono irruzioni del passato in cui vediamo il protagonista giovanissimo o adolescente, in un presente privo di interesse costituito prima dalla rappresentazione di una scialba vita coniugale e poi incomprensibilmente da un viaggio in terre desertiche per girare un film.
Fastidiosissimi gli innumerevoli cambi di registro da parte di Figgis che rendono l’opera disomogenea; si bazzicano i territori del dramma fino a virare nel documentaristico durante la trasferta arabica, passando per gli intermezzi di un “nuovo” Giardino dell’Eden – ulteriore fattore scollante con il loro taglio art house – che oltre a gettare nell’incredulità lo spettatore è teatro di insignificanti scenette tangenti il ridicolo: Adamo nero che tocchigna la diafana Eva per scoprire e scoprirsi non è comico in sé, piuttosto banale nella sua rappresentazione al pari di tutto quello che accade nel Giardino che è esattamente ciò che ci si aspetti che accada.
Negativo anche l’utilizzo della musica, e non per la qualità perché ci sono svariati pezzi di classica, bensì per la quantità. La musica è invadente, irrispettosa della storia tanto da coprire gli stessi attori durante i dialoghi, non lasciando così pause di silenzio (di riflessione) a chi guarda.
Unico merito è quello di aver scelto nel finale una bella location con dei bei personaggi, ossia un gruppetto di abitanti del deserto di blu vestiti, in una conclusione non brutta, ma slegata da tutto il resto.

La recitazione complessiva è ridotta al minimo sindacale. Il povero Julian Sands dopo Boxing Helena (1993) incappa in un altro disastro, il nostro Stefano Dioniso, preso e messo ad minchiam a film inoltrato, si adegua al basso livello che lo circonda.
Quel punto interrogativo lascia il posto ad una virgola, meglio passare oltre.

lunedì 13 dicembre 2010

Il dono

Il dono (2003), primo lungometraggio di Michelangelo Frammartino, è un film che lo spettatore costruisce da sé attraverso degli indizi. Il primo arriva subito, ed è un cane che non riesce ad alzarsi da terra, la metafora è lampante: un paesino arroccato su se stesso privo di un qualunque futuro. Il secondo è una foto pornografica che il vecchio, nonno del regista, trova per caso, e quindi si intuisce di come anche in un grumo di casette la sessualità sia mercificata, ridotta. Il terzo è una palla che rotola giù per i viottoli del paese in una discesa parallelamente senza fine.
Il tutto inserito in uno scenario archetipico come quello agreste, laddove la ruralità dei paesaggi esprime una forza unicamente originaria che Frammartino riprende senza muoversi, chi si muove sono invece gli uomini, quasi tutti vecchi, che vagano per le stradine acciottolate come fantasmi ignari di esserlo, e i cui primi piani regalano infinite storie raccontate dalle rughe labirintiche che solcano i loro visi.

Ripetizione, superstizione, tempo. Temi che verranno ripresi ne Le quattro volte (2010) e che qui ritornano continuamente sottoforma di ulteriori indizi. La scema del villaggio caricata ai piedi della salita dai maschi del borgo e usata per le loro voglie sessuali, i rimedi “magici” contro l’idiozia della ragazza attuati da due vecchie donne, il giorno segnato dai ritmi della natura, la vita scandita da un cestino di vimini che appeso dondola silenzioso dal soffitto.
Il budget risicatissimo (si parla di appena 5000 euro) non inficia minimamente la riuscita complessiva dell’opera che ricorda per forza di cose Il vento fa il suo giro (2005), ma se il film di Diritti pur affrontando temi simili aveva una forte contestualizzazione ovviamente rintracciabile nel dialetto occitano, qui persiste al contrario una sensazione di astrazione dove un paesino diventa il paesino e dove i suoi abitanti non sono soltanto la vita agricola che vivono ma un’allegoria di significati molto più ampi che tocca anche noi uomini metropolitani.
Precisazione: nel film vi sono elementi concretizzanti che vanno dalle semplici targhe delle automobili ai brevi dialoghi nella lingua del posto fra le persone. Tuttavia si esplicita ancora una volta la superfluità delle parole, per cui pur non capendo granché di quel che si dicono, si capisce tutto.

Alla fine, congiunte le molteplici tracce, non resta che gustarsi il bellissimo finale in grado di dare un significato profondo come la terra al titolo, e renderci conto che il vero dono è quello che Frammartino ha fatto a noi.

sabato 11 dicembre 2010

Indecent Woman

Marito playboy droga la moglie remissiva per soddisfare l’appetito sessuale del suo capo. Dopo questo evento la donna sclera di brutto e inizia a uccidere un po’ chi gli capita sottotiro.

CAT III di infimo ordine, e fin qui non c’erano dubbi, diretto nel 1999 da un attore-regista hongkonghese di nome Lee Siu-Kei. In sostanza tutto il film è una ricostruzione singeriana (ovviamente esagero) della donna che arrestata dalla polizia spiffera loro le sue avventure serialkilleresche con tanto di particolari – se vi interessa, il pene del marito lo ha cucinato con delle uova strapazzate – affiancati da inutili approfondimenti sentimentali.
Come già mi era capitato di notare in altri film marchiati da questa censura di Hong Kong, i personaggi ivi rappresentati sono connotati parodisticamente fino a divenire sottili caricature. C’è ad esempio il postino pelato che sembra uscito da un manga hentai la cui presenza sul set è legittimata soltanto dal fatto che la moglie doveva uccidere qualcuno, e se quel qualcuno la spiava sotto la doccia ancora meglio. Involontariamente comico il momento in cui la donna ancora scioccata dalla violenza subita apre la porta mezza gnuda al portalettere e lui quasi spaventato se ne va via, si vede che per il Dio Plot non era ancora giunto il suo momento.

Insomma, non è questo un film di grande profondità intellettuale, e tale superficialità è rintracciabile anche nel suo aspetto esteriore che è dozzinale, scadente, e soprattutto banale, dimostrando tutta la povertà, anche di idee, con cui è stato girato. Poi vabbè se si vuole rintracciare qualche elemento da ride’ non c’è che l’imbarazzo della scelta, personalmente ho trovato l’urlo di vendetta della moglie in pieno stile Troma, ma devo dire che anche il tradimento alla luce del sole del marito con una sciacquetta locale proprio sotto casa ha un suo discreto valore trashistico.
In generale questo tipo di cinema non si impegna in una riproposizione della realtà, e il che non deve essere obbligatorio, sia chiaro, ogni regista ha giustamente una propria visione dell’arte, ma punta invece sul trauma esploitativo senza essere minimamente convincente, non riuscendo perciò a traumatizzare sul serio. E a nulla serve qualche sporadico nudo femminile per dare nerbo alla storia, al massimo la rende ancora più goffa con quell’accenno di effusioni saffiche fra una vittima e la folle protagonista.
Sul fatto che alla fine la carnefice proponga alla sua rivale amorosa di scegliere di morire per una coltellata e o per l’ingurgitamento di sonniferi è meglio tacere perché la soluzione ha del dilettantesco.

Uno spreco di tempo che se non fosse stato per la valutazione di IMDb (7.2 di media per 26 voti, evidentemente la troupe del film si è messa a votare in massa) avrei evitato di sprecare. Nell’ambito dei CAT III Indecent Woman è due o tre gradini sotto The Untold Story (1993), che a sua volta è ben lontano dall’intrattenimento di Riki-Oh (1991).

venerdì 10 dicembre 2010

L'amore ai tempi di Facebook

Essere tranquilli nel vederla online, convincerti che in quel piccolo pallino verde c’è un posto anche per te, sperare, davvero, che lo scrivere l’indirizzo mail e la password per accedere siano uno sforzo dovuto alla tua stessa speranza: quella di sentirti, e non importa, come dalla notte dei tempi, che cosa possa dirti, cosa raccontarti, potrebbe anche parlare in arabo, in armeno o in cirillico, ciò che conta è sentire quel plin che anticipa la chat, un suono minuscolo che provoca però smottamenti interni, e se quel suono non c’è allora ci si aggrappa a tutto, che poi è un niente assoluto fatto di link ambigui minuziosamente scomposti come nemmeno ai tempi dell’analisi logica, e i dubbi invece di dipanarsi si moltiplicano nell’indeterminatezza dell’azione, che cosa fare diventa il vero dilemma, se alzare un timido pollice o, con slancio, commentare facendo buon viso a un pessimo gioco, quello dell’indifferenza, che non accetti mai perché trovi un appiglio anche nella parola più futile che magari contiene qualche k che non dovrebbe essere lì, per non parlare delle fragili sicurezze in un video di Rihanna che dice di amare qualcuno, eppure non sei per niente sicuro, vorresti andare offline ma se poi ti volesse scrivere è un casino, meglio sbirciare per l’ennesima volta le sue foto, che non sai a memoria perché non ti va di guardarle troppo, poi vai sulle tue e trovi la solita faccia che riempie gli specchi di casa da una vita, ti convinci che potresti andare bene, a parte quella della festa di compleanno, ma non la togli perché se lo fai lei potrebbe venire a chiederti perché l’hai tolta e tu non le dirai certo che ti vedevi brutto, oppure potresti, ma se non ti dicesse niente, se non si accorgesse nemmeno che hai tolto una foto dal tuo album, ci staresti ancora peggio, allora è meglio cliccare il poco consolatorio tasto home e osservare quell’incessante cascata di stronzate che i tuoi amici pubblicano, e non fai niente, stai lì, aspetti, speri.
L’amore ai tempi di Facebook è questo e nient’altro, soprattutto se non corrisposto.

(scusatemi, il tizio dell’immagine si era impossessato di me per alcuni minuti; a domani per un erotico hongkonghese di pessima fattura… forse era meglio Fabio Volo…)

giovedì 9 dicembre 2010

Vegetarian

Ossessionata da strani sogni, la giovane moglie Yeong-Hye persiste la sua astinenza dalla carne. Convinta di diventare una pianta trova sollievo nelle attività artistiche del cognato.

Film bislacco.
Non brutto, che poi si potrebbe stare ore ed ore a piantare i paletti della bruttezza, perché sebbene sia un’opera prima (Lim Woo-seong ne è il regista, sudcoreano) è avvertibile la ricerca minuziosa dietro la pellicola tutta (nei fatti questo film ha impegnato per ben 4 anni l’autore), né povero di argomenti perché nel calderone vengono mischiati diversi ingredienti che probabilmente però peccano di amalgama.
Vegetarian (2009) è un film squilibrato nel senso che non ce la fa a mantenere una coesione dall’inizio alla fine. Procede per scompartimenti stagni, avendo sì come trait d’union la malattia, ma essa non è particolarmente ficcante a parte gli ultimi minuti, e così si ha un inizio tutto incentrato sull’idiosincrasia della donna verso la carne. Aldilà dell’abusato trauma infantile come origine del disturbo che almeno qui è una rapidissima parentesi senza troppi lustrini, questa forma di vegetarismo viene vista come una deviazione dalla normalità, tanto che il burbero padre prende a schiaffi la figlia che si rifiuta di ingollare della carne durante una cena di famiglia. Intuibile, forse, la rappresentazione di una forma razzistica verso ciò che è diverso, che non è capito: Yeong-Hye non si nutre di “animali” e viene come ghettizzata, irrisa dal padre davanti ai parenti, abbandonata dal marito.

Poi si passa al livello successivo, legato sì alla solitudine, all’estromissione di cui è protagonista la ragazza, che assume una certa carica d’importanza e di interesse ma che è un pochino scollato dalla natura del film. Perché quando il cognato propone a Yeong-Hye di prendere parte attiva nelle sue composizioni pitturandole il corpo di fiori, si spalanca tutto uno scenario sui confini dell’arte. Il modello precettato difatti si rifiuta di fare sesso con la ragazza poiché non è un attore porno, e quella, aggiungo io, non sarebbe stata ovviamente arte ma, appunto, pornografia. La riflessione è degna, ma inserita in un film dove il macro argomento è quello della schizofrenia e quindi della malattia in generale con tutte le sue angosciose derive, non si lega granché. Anche perché questo intermezzo pittorico non ha strascichi significativi sulla vicenda: la protagonista era disturbata prima e lo sarà anche dopo.
Ciononostante la scena clou dell’amplesso fra i due amanti “per caso” è lodevole, soprattutto la prima ripresa da lontano in cui la mdp senza esibizione alcuna dei loro corpi sfugge piano piano alla sua visione. Il secondo amplesso si ricollega al discorso sull’arte che qui si appaia al sentimento. Il cognato ha voluto dare vita a una sua composizione oppure ha semplicemente assecondato i bisogni della carne? Non lo sapremo, o forse sì e la risposta sta nel mezzo. Ma su come questa digressione non abbia implicazioni concrete lo si nota da come poco dopo la scoperta del tradimento da parte della sorella il cognato sparisca letteralmente dalla diegesi.

L’attrice che impersona Yeong-Hye, Chae Min-seo, fornisce una convincente prova da Actors Studio avendo perso parecchi chili per calarsi nella parte. Il risultato è evidente, la ragazza è spaventosamente magra e l’espressione costantemente attonita la rendono credibilmente una persona malata, non solo fisicamente.
Film bislacco quindi, disarmonico e sproporzionato. Le attenuanti per il suo essere opera d’esordio ci sono tutte, l’imputato Lim Woo-seong è perciò rinviato a giudizio.

domenica 5 dicembre 2010

Bang Bang Orangutang

Un anno dopo Dag och natt (2004) Simon Staho arruola nuovamente Mikael Persbrandt per calarlo all’interno di un film che ricalca pedissequamente la pellicola di 365 giorni prima.
Questa volta l’attore svedese è un padre in carriera oberato dal lavoro di nome Åke che un giorno ritornando a casa investe il proprio figlio uccidendolo. Ecco, non so se intendete, un padre che uccide il figlio.
Tale premessa conferma le mie impressioni su questo regista: è un killer, uno che picchia durissimo, ma che non si adagia su una sorta di pornografia del dolore poiché le sue opere sono profonde, corpose, solide e recitate come dio comanda. Persbrandt, che a mio parere è il corrispettivo maschile dell’immensa interpretazione di Noomi Rapace in Daisy Diamond (2007), con i suoi cambi di registro eccellenti uniti ad una decisa espressività, veste i panni di un uomo con cui è facile empatizzare sebbene abbia commesso un errore atroce. Quando un attore si esprime su livelli alti è anche merito delle parole che gli vengono messe in bocca e più in generale dal film tout-court di cui adesso, bando alle ciance, è opportuno parlare.

Come Day and Night anche qui si ha un prologo che anticipa il finale perché vediamo Åke tumefatto sul sedile della propria auto. È proprio il primissimo fotogramma, e, cosa importante, è da solo, non ha nessuno al suo fianco. Altra cosa importante, anzi fondamentale, è che se ho detto all’inizio di una forte ripresa del film precedente è proprio perché si ha una medesima natura, anche Bang Bang Orangutang è colto, immortalato, catturato, da una e una sola sorgente visiva, esattamente la stessa: la cinepresa montata sul cruscotto di un’automobile. A onor del vero ci sono qua e là delle sequenza al di fuori della macchina, ma il cuore del film pulsa all’interno dell’abitacolo, e il nostro, di cuore, non può che gioirne.
A differenza dell’aspirante suicida Thomas, uomo meschino che aveva perso tutto molto prima del suo ultimo giro di giostra, Åke è una persona che perde anch’essa una buona fetta della sua esistenza (il figlio), ma che reagisce, lotta, ricomincia passando da manager a tassista umiliato da chiunque, aggrappandosi a dei valori come l’amore che vive in maniera quasi infantile. E così meschine sono le persone che gli stanno intorno come il capo menefreghista o la moglie che almeno inizialmente non vuole assumersi le colpe della disgrazia.
Alcune critiche sono state dirette al fatto che una pellicola che poggia le proprie basi su un evento così drammatico non abbia nei suoi personaggi un riflesso concreto della disperazione apparendo dunque irreale. In effetti non vedremo mai i protagonisti straziarsi dal dolore, tuttavia abbandonarsi a tali dolenti ostentazioni sarebbe stato facile nonché banale, invece Staho supera brillantemente il pericoloso tranello dell’ovvietà.

Già perché ottimamente coadiuvato dal solito Peter Asmussen intesse il film di ironia, l’unico vero antidoto contro ogni forma di autocompiacimento. Ovviamente non si tratta di comicità ma di tragicomicità, e allora diventa seriamente ridicolo Åke con la sua cotta adolescenziale nei confronti di una ragazzina in un rapporto che mostra tutta la sua inadeguatezza con la scena della discoteca. È ridicola la possessione di Åke come la sua perdita di dignità, ad ogni modo si tratta di una maniera come un’altra per cercare di dimenticare la moglie che lo ha allontanato. Quando infatti viene a sapere dell’aborto (per lui è un’altra morte questa volta causata indirettamente) abbandona il suo piccolo amore per riprendersi quello più grande, la piccola figlia Emma.
La bimba rappresenta la coscienza, la ragione, una morale che gli adulti hanno smarrito. Adorabile nel suo essere bambina eppure così matura, è la protagonista del finale che per una volta non è così negativo come beffardamente il regista ci aveva fatto credere con quell’incipit.
E lui, Staho, che per tutto il film si diverte a filtrare la pellicola seguendo il mood della storia e a rendere imponente un’anonima palazzina di periferia, dimostra di avere un po’ di pietà. E noi ringraziamo.

venerdì 3 dicembre 2010

Hanno ucciso una ragazzina

Hanno ucciso una ragazzina, qui. Duecento metri più in là di casa mia. Neanche il tempo che la piccola Chiara, si chiamava così, esalasse l’ultimo respiro che ho visto arrivare da ogni dove macchine, camionette, furgoni, motorini, e quant’altro. Io che ero venuto in riviera in cerca di un po’ di tranquillità per me e per mia moglie che dicevano un gran bene dell’aria del mare contro il suo male, adesso mi ritrovo un trambusto del diavolo neanche fossimo in pieno centro.

Questa mattina ho fatto un giretto nei dintorni e sono passato davanti alla casa dell’omicidio. Hanno montato grossi tendoni dove assennati giornalisti rimangono in contatto costante con le loro tv, circondati da transenne innalzate per tenere lontano i curiosi arrivati anche dai paesi vicini. Ho proseguito oltre, per arrivare al mare. D’inverno è strano, se il cielo è limpido ti fa pensare a cose belle, se invece è una pesante lastra di marmo grigio pensi alla morte che il vento ti sbatte in faccia. O magari è la mia vecchiaia che mi ci fa pensare, sicuramente la piccola Chiara vedendo le onde inclementi avrebbe riso.

Stasera al tg l’inviata stava effettuando un collegamento proprio dal marciapiede di fronte alle mie finestre. Non so, mi è presa la smania di aprirle e così ho fatto; poi mi sono voltato verso la tele e si vedeva alle spalle della giornalista la mia testa pelata che sbucava da dietro i gerani. Ci son stato per un po’, dopo 5 minuti ho fatto dietrofront perché noi vecchi siamo come i bambini, ci stufiamo subito. Comunque pare che ci sia un sospettato: è lo zio che avrebbe ucciso la nipote per ordine del nonno paralitico che a sua volta dice di essere stato illuminato dallo Spirito Santo in sogno.
Verso mezzanotte ho spento la luce, nel silenzio del buio ho allungato la mano sinistra nell’altra parte del letto come faccio d’abitudine, e ogni volta è sempre più fredda.

Nel pomeriggio ho preso la macchina per andare al cimitero. Non è che mi piace molto andarci, cioè trovo che ci siano altri modi per ricordare una persona cara, ma tant’è non vorrei dare una brutta impressione ché la tomba vicina a quella di mia moglie è sempre perfettamente lucidata, priva d’erbaccia e adornata di splendidi fiori freschi, e allora mi armo di pazienza per lucidare il marmo, togliere le erbacce e portare fiori nuovi. Il risultato lascia a desiderare però.
Il tempo di dire una preghiera e sono andato via, mentre uscivo ho sentito una donna che piangendo si rivolgeva al muro di tombe di fronte a lei, e tra le lacrime singhiozzava che la venisse prendere.
Sì, sarebbe bello se lei mi venisse a prendere.

Le indagini stanno proseguendo febbrilmente. È spuntata una super testimone che ha visto il figlio del fruttivendolo uscire dalla casa incriminata pochi minuti prima dell’omicidio, una banana e due mele trovate nel cassetto del comodino di Chiara lo inchioderebbero quasi definitivamente. Dopo cena non avevo granché voglia di stare a sentire tutte quelle chiacchiere inutili, perciò ho alzato la cornetta per chiamare mio figlio. Non era in casa, avrei potuto provare sul cellulare ma odio quegli aggeggi infernali con tutto il cuore, allora gli ho lasciato un messaggio in segreteria chiedendogli come stava, se aveva sentito di quello che era successo in paese e se al lavoro era tutto apposto, ah, e poi di dare un bacio sulla fronte al piccolo da parte mia.

Una fastidiosa febbriciattola mi ha costretto a casa per un po’. Investito dalla noia mi sono piazzato davanti alla tv e ho assistito ad un talk show sull’assassinio di Chiara in cui c’era un ex politico che insultava chiunque gli rivolgesse parola, un grosso travestito che insultava l’ex politico, un sedicente psicologo che veniva insultato dal pubblico presente e una mamma a cui venne uccisa la figlia anni fa che piangeva a dirotto non so per quale motivo. Su un altro canale stava andando in onda un collage di immagini degli ultimi giorni con una musica straziante in sottofondo, ad un certo punto è apparso quel collegamento in cui mi si vedeva sullo sfondo dietro i gerani. Un po’ ho sorriso, non è da tutti finire in tv da vecchi.

Verso le 5 del mattino quella che sembrava l’Apocalisse mi ha buttato giù da letto. In strada macchine della polizia andavano a rilento perché intralciate da una grande folla che spedita si dirigeva verso la casa di Chiara inneggiando la forca e la sedia elettrica. Ho messo sul pigiama il giaccone e sono uscito anche io, in un attimo mi ha investito un fiume di persone che con gli occhi iniettati di sangue marciavano in un unico senso. Mentre a fatica tenevo il passo origliavo le loro parole che erano cariche di odio e rancore. Evidentemente, si era scoperto chi fosse l’assassino.
Fuori dalla casa c’era talmente tanta gente che quasi non si vedeva il cancello d’entrata, ma io forse perché sono diventato piccolo piccolo o forse perché il Signore aveva voluto così, ho finito per ritrovarmi in primissima fila, con il mio fragile sterno premuto contro la barriera di ferro. Sembrava di essere in guerra; due elicotteri sorvolavano continuamente la zona, una ventina di carabinieri formavano una corda umana di fronte alla ressa, 5 o 6 volanti avevano i motori accesi pronte per partire a sirene spiegate verso il commissariato. Iniziava a piovigginare ed io mi sentivo ancora la febbre. Rimuginavo sul fatto che alla mia età e con quel tempo non sarei dovuto uscire, quando una voce indistinta urlò fino a spaccarsi la gola che finalmente la bestia era uscita.

Due uomini camminavano fianco a fianco l’assassino. Una signora vicino a me nella foga disse che lei lo aveva sempre sospettato, che fin dal momento in cui aveva visto quel bastardino aveva pensato che ad uccidere Chiara fosse stato lui. Un altro, accecato dalla rabbia, riuscì appena in tempo a farmi capire che dalle analisi sul corpo della vittima erano stati trovati evidenti residui di bava del cane, perché poi nell’agitazione cadde oltre le transenne e lo vidi che venne trascinato via dai carabinieri. Un altro ancora che sembrava un po’ più lucido dissertava sul fatto di come oramai non c’era più da fidarsi nemmeno degli animali, bisognava stare in guardia da tutto e da tutti.
Iniziava a piovere forte.
Io guardavo quel cane nel bel mezzo di un biblico tornado di urla e schiamazzi. In effetti le orecchie a punta e il pelo corto e lucido lasciavano intendere che fra i suoi antenati ci fosse qualche dobermann o giù di lì. Ad un certo punto si mise addirittura a scodinzolare, fu davvero l’Apocalisse. Poi venne portato via dalle volanti a tutta birra.

Dopo ho immediatamente preso la strada verso casa perché mi sentivo le ossa gelare. Sono sprofondato sotto chili di coperte con l’obiettivo di dormire fino alla fine dei giorni. Ma ad un’ora che non saprei dire hanno suonato alla porta, una volta, due tre quattro. Contro la mia volontà ho sceso le scale per andare ad aprire, ma le mie intenzioni di mandare a quel paese chi mi aveva svegliato furono spazzate via da una bambina che a stento arrivava alla mia vita. Assomigliava alla piccola Chiara, o magari ero io che ci vedevo una certa somiglianza, sta di fatto che senza dire nulla mi ha preso per mano e fatto nuovamente sdraiare a letto. Allora, come solitamente facevo, ho passato il palmo sinistro nell’altra metà del materasso e ho sentito un’indescrivibile sensazione di calore. Così ho capito che lei era finalmente venuta a prendermi. L’ultima cosa che ho sentito è stata la segreteria telefonica al piano di sotto:

Ciao pa’, scusa se non ti ho più richiamato ma ho avuto casini col lavoro. Qui stiamo tutti bene, non ti preoccupare. Tra l’altro avevamo intenzione di venire a trovarti questo week-end così il piccolo prende un po’ d’aria buona, e poi vogliamo fare una foto tutti insieme fuori dalla casa del mostro. Appena puoi richiamami!

mercoledì 1 dicembre 2010

Il pianeta selvaggio

Viaggione psichedelico creato dalla mente di René Laloux, talento visionario nato a Parigi nel 1929 e morto nel 2004, aiutato qui da Roland Topor, poliedrico artista francese che ha avuto momenti di “gloria” per il Nosferatu (1979) herzoghiano, oltre che per altre collaborazioni, adattamenti, ispirazioni.

Il pianeta selvaggio (1973) vince immediatamente per merito della, massì, voglio dirlo, toccante scena d’apertura che pone subito all’attenzione dello spettatore il focus del cartone animato. Si tratta di una metafora sul potere laddove in un pianeta lontano il genere umano è ridotto ad essere il lillipuziano passatempo di una progredita civiltà aliena, i Draag.
Pur trattandosi di un cartone e quindi per convenzione di persone… inanimate, la compassione per i nostri simili è reale perché li vediamo talmente minuscoli di fronte ai giganteschi alieni che si innesta facilmente una dicotomia del “più debole vs. più forte” la quale porta ad un’immediata identificazione coi protagonisti della pellicola.

Tuttavia quello che Laloux mette in piedi non è soltanto una riproposizione delle dinamiche che assoggettano le popolazioni più fragili, anche perché i Draag non sono prettamente dei cattivi, si sentono semplicemente superiori agli uomini e di riflesso li trattano come dei giocattolini o lucertole da combattimento. In quest’ottica il film assume più valore poiché traslando la situazione alla realtà viene portata ad esempio tutta l’imbecillità dell’uomo nel possedere i propri animali rubando loro quella dignità che comunque hanno e devono avere.
Ecco, Il pianeta selvaggio aldilà della veste fantascientifica è un’opera sottotestualmente animalista, e ciò non può essere che un pregio.

Eppure non si ferma a dare una lezioncina sulla bontà delle bestie, perché il protagonista novello Prometeo dimostra di come e quanto le basi per una società civile (/umana) si fondino sulla conoscenza che a sua volta, giusto per rimanere in territori ellenici, comporta l’assunzione di una techne capace di far progredire, di migliorare, di proiettare verso nuovi mondi materiali e non, i sopravvissuti della razza. Banale favoletta di senso morale? Può essere, teniamocela bene a mente però.

In quanto alla scrittura un leggero indebolimento lo si ha quando i Draag scompaiono per un po’ di tempo dalla storia – non so voi ma gli ottusi esseri umani mi annoiano da morire – così come è leggermente tirato via il finale dove tutto accade con una rapidità che poteva essere spalmata in più tempo.
In quanto alla tecnica di disegno mi è parsa qua e là datata, in particolare nelle scene di massa da cui traspare una certa legnosità. Però, la fantasia dell’autore nel dipingere la location è ammirevole, e non si contano le incredibili trovate durante la visione del film, una più sfiziosa dell’altra riuscendo a creare una vera e propria enciclopedia ygamiana.

Wikipedia ci dice che Tarsem cita questo film in The Cell (2000), onestamente non me lo ricordo, ma non mi stupirei. Anzi, il lavoro di Laloux sarebbe il degno predecessore della poetica tarsemiana per inventiva, estetica esplosiva e appagante sforzo immaginifico.

martedì 30 novembre 2010

Devil

Due parole sul film di John Erick Dowdle. (occhio che spoilero)
Aldilà dei giudizi assoluti (è bello? È brutto?), lo spettatore medio che si appresta a vedere Devil (2010) va incontro ad un’opera che lo rassicura dicendogli cose che vorrebbe sentirsi dire, sempre. Il che non significa che tali cose trovino un riscontro plausibile al di fuori del contesto filmico…
L’impostazione è quasi elementare, sullo schermo vengono contrapposti in serie due principi antitetici dove uno legittima la presenza dell’altro:
- se c’è il bene c’è anche il male
- se c’è il Diavolo (la vecchia) c’è anche Dio (il sudamericano)
- se c’è una panoramica aerea rovesciata (bell’idea) ce n’è anche una normale

E via dicendo. La presenza di queste simmetrie opposte che non lascia spazio a vie di mezzo, o si è buoni (il poliziotto, le guardie, il manutentore) o si è cattivi (i cinque piccoli indiani nell’ascensore), trasporta la pellicola in territori pressoché favolistici, d’altronde Devil è prodotto da Shyamalan e c’è un vero e proprio racconto d’infanzia usato come trait d’union, che non fanno sfuggire la conclusione ad un moralistico e urticante lieto fine: se c’è il pentimento c’è anche il perdono. Auch.
Tenetevi i soldini in tasca e statevene a casa che fa un freddo porco fuori.

domenica 28 novembre 2010

Posetitel muzeya

Appena tre anni dopo Dead Man’s Letters (1986) Lopushansky pone nuovamente il suo occhio su un mondo di macerie e dolore dove non è una guerra nucleare a trasformare la Terra nella succursale dell’inferno, ma lo scioglimento dei ghiacciai. Il titolo che tradotto suonerebbe più o meno come Un visitatore al museo, allude all’arrivo di un “turista” nella periferia soffocata da montagne di rifiuti che vuole sfruttare la bassa marea per raggiungere una misteriosa città sommersa dalle acque. Nel frattempo la comunità di reietti che vive rinchiusa in una riserva aspetta un salvatore.

Posetitel muzeya (1989) cerca di attrarre a sé lo spettatore fin dai primi minuti con il protagonista che voltandosi repentinamente sul traghetto chiede più volte “chi sei?”. Delirio di un pazzo visionario o, appunto, tentativo di coinvolgimento finanche forma di partecipazione nel contesto filmico? Entrambe le cose, probabilmente.
E la partecipazione emotiva c’è fin dall’inizio, magari non tocca le vette di disperazione del precedente film, ma c’è e segue di pari passo una narrazione abbastanza classica dove l’idea del viaggio verso il Museo è l’evento macro al quale si affianca la presenza della comunità di mostri reclusi in un recinto che col passare dei minuti assume sempre più una posizione di primo piano.
In questo quadro si staglia una netta distinzione tra le persone “normali” e i freaks: i primi hanno abbandonato dio inteso come insieme di valori per affidarsi alla razionalità, i secondi hanno ancora un culto ridotto al lumicino di una e una sola preghiera: “lasciami uscire da qui”, nella speranza che arrivi un uomo in grado di raggiungere la Collina della città sommersa e salvarli tutti.

Lopushansky esalta le sue doti visionarie affidando cromaticamente il set al rosso come colore dominante che filtra oltre le finestre delle abitazioni a causa dei fuochi incessanti che tengono lontani i balordi deformi. Il buio si riempie di sfumature e ghirigori rossastri in grado di illuminare di striscio i volti ossuti, spigolosi e smagriti degli attori in una resa complessiva che mi ha riportato all’esteticamente superbo Almanac of Fall (1984) di Tarr.
Negli ambienti esterni si scontrano due elementi naturali come il fuoco e l’acqua del mare per creare un forte contrasto pressoché artistico. Inoltre il trenino che cigolante viaggia lungo territori abbandonati, la fabbrica che appare davvero come un girone infernale, le scene di massa che hanno un che di kolossale e gli enormi, maccheddico, immensi cumuli di spazzatura che rendono gli uomini piccolissimi, testimoniano un cinema pensato da un autore di indiscutibile valore.

Fino a qui, come diceva qualcuno, tutto bene.
Quando però il regista inizia a giocare a carte scoperte rivelando la vera natura del protagonista e decentrando un poco il tema del viaggio per dare più spazio alla folla di emarginati, il film si sfalda e degenera in una spirale mistico-religiosa di jodorowskiana memoria rivelando un sottotesto che si allontana dalla fantascienza per sondare territori te(le)ologici in un delirio/martirio bello da vedere per l’inquietante cerimonia d’investitura e per le riprese nel deserto della bassa marea, ma un po’ freddino a causa dell’eccessiva lunghezza da cui è costituito.
Il film ha però un notevole colpo di coda che vede il protagonista giungere finalmente ai piedi di Dio. La domanda “chi sei” non trova risposta, Cristo non è sulla croce perché non è morto per salvarci, e il vento senza fine spazza qualunque residuo di speranza. Alla fine resta l’uomo solo e impazzito in una valle di rifiuti che corre verso un tramonto accecante. La metafora è, aldilà di tutto, comunque ficcante.

sabato 27 novembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

Dag och natt

Può un film essere avvincente, formalmente solido e significativamente pregno raccontando il lento sgretolarsi dei tanti piccoli tasselli che compongono un mosaico prossimo alla rovina attraverso un unico sguardo, un’unica fonte di conoscenza visiva e non? La risposta è positiva, può, e Simon Staho ce lo dimostra.
Dag och natt (2004, il titolo internazionale sarebbe Day and Night ma siccome non è stato distribuito in alcun paese anglofono ho lasciato quello originale) è un film che rafforza la mia idea di cinema, ovvero che la storia, qualunque essa sia, acquista più o meno valore a seconda di come viene raccontata.
L’assunto da cui la pellicola si dipana è decisamente usurato: un uomo di nome Thomas (Mikael Persbrandt), padre degenere, marito alcolizzato, fratello aberrante e figlio menefreghista, prima di partire per New York (ma la meta del viaggio è un’altra) decide di dire addio alle persone che per forza di cose hanno ruotato intorno alla sua vita.

Fin qui nulla da dire, se non fosse che tutto (TUTTO!) il film è ambientato all’interno di un’automobile dove le immagini riprese da due camere posizionate sul cruscotto, e puntate verso i due sedili, sono state montate ad arte dando vita ad un scorrevolissimo fiume di parole lungo un’ora e mezza curato oltre che dallo stesso Staho, anche da Peter Asmussen collaboratore di Von Trier ne Le onde del destino (1996) e nel fondamentale Daisy Diamond (2007).
Addentrandoci nella domanda posta all’inizio, ecco che ne sorge un’altra: come è possibile che uno sguardo unidirezionale come quello proposto dal regista danese risulti così efficace nel mostrare la pluralità dell’uomo Thomas (è padre ma anche figlio, è marito ma anche fratello) ad un passo dalla distruzione? Cioè, come accidenti è possibile che senza sapere, e soprattutto vedere, nulla del suo mondo di cartapesta non solo accettiamo il suo status di aspirante suicida ma veniamo risucchiati nei pessimi rapporti col figlio – gli uccide il canarino e ammette di non aver mai voluto essere padre –, nell’amore sciatto con la sua donna – l’amplesso in piedi fuori dalla macchina è pregevole –, nella conversazione con l’ex moglie – nostalgico dialogo del passato –, nelle rivelazioni con la sorella – anche l’incesto si incastra perfettamente nel distruttivo quadro del film –, nell’incontro con la madre malata – una spiaggia, la donna bendata quasi fuori campo e lui con una pistola puntata alla tempia –, nel vacuo contatto con una prostituta – la sua inettitudine si evidenzia qui come non mai –, negli ultimi minuti del film – la pioggia e il sedile del passeggero vuoto – come si diventa, dunque, realmente partecipi di un’opera che da una parte ha poco a che vedere col cinema ma che al contempo ne forgia una nuova declinazione?
Onestamente non lo so, però è successo e ne sono felice.

Quello che invece so è che il cinema di Staho si sta profilando come un Cinema del Dolore, cattivo, duro, senza pietà alcuna verso lo spettatore, e compatto, compattissimo, nella sua struttura.
Ci sono molti film che ripercorrono la vita di un uomo che sta per morire, come ci sono stati altrettanti modi usati per descrivere ciò, Dag och natt è una gelida ventata di novità che credo non abbia eguali. Se è vero che prima di morire si rivede la propria esistenza come in un film, bene, questo è un film che assembla gli ultimi pezzetti di una vita poco prima che essa abbia fine, e lo fa con una grossa premessa anticipatrice che comunque non inficia minimante nella sua fruizione. Già, perché inizia così:

Per la maggior parte delle persone martedì 9 settembre 2003 era un giorno come gli altri. Tuttavia per una persona questo giorno era speciale, proprio in questo giorno il quarantenne Thomas Ekman, un rispettato architetto e uomo di famiglia si sparerà un colpo in testa alle 8 e 03 usando una pistola Walther GSP comprata per tale scopo.

L’anno successivo Staho firmerà il film-fotocopia Bang Bang Orangutang.

martedì 23 novembre 2010

The Social Network

IL CINEMA COME TRAGITTO
(breve dissertazione sulla filmografia di David Fincher alla luce del suo ultimo lavoro)

David Fincher, regista che ha le potenzialità per diventare uno dei massimi del nostro tempo, è un autore trasversale. Il suo viaggio filmico inizia nella fantascienza con Alien³ (1992), pellicola dalla travagliata lavorazione che il sottoscritto non ha visto, e prosegue negli anni successivi con un concentramento di forze su un cinema che ripercorre e che si fa a sua volta percorso. Seven (1995) segna l’indagine di due detective sulle tracce di un serial killer, la scia di sangue viene seguita passo dopo passo dal regista in maniera assolutamente programmatica, vizio dopo vizio in un movimento lineare che va dall’inizio alla fine.
Tralasciando The Game (1997), buon titolo con un grande cast ma che come da nome assomiglia di più a un divertissement, giungiamo a Fight Club (1999), pellicola assurta a culto più per l’enorme successo di pubblico che per le reali qualità. Qui Fincher cammina su una strada già battuta da Palahniuk, la ripercorre indagando l’uomo consumatore alle soglie del nuovo millennio, ma non si limita a questo perché il suo occhio si muove nell’introduzione all’interno del sistema nervoso di Norton per poi fuoriuscire da uno dei pori della sua pelle, compiendo così un tragitto impossibile reso possibile dalla sua diegetizzazione.
Anche in un film apparentemente sigillato come Panic Room (2002) si ha un virtuoso spostamento nello spazio oltre i limiti fisici; l’entrata dei ladri nella casa è accompagnata da una mdp che attraversa oggetti e pareti fino ad infilarsi nel buco di una serratura.
La tappa successiva è Zodiac (2007), antitesi di Seven, vera prova di maturazione e picco della carriera, che inverte la tendenza del movimento unito allo scorrere del tempo per invischiare i protagonisti in una ricerca che non li condurrà a niente, facendoli così girare (avvitare su se stessi) a vuoto per la durata di tutto il film. Questo cambiamento apre i battenti a Il curioso caso di Benjamin Button (2008), film troppo bistrattato che implementa la disposizione del precedente dove Fincher non disloca più il suo cine-movimento da A a Z – da un poliziotto verso la risoluzione del caso – ma da Z a A, dalla fine all’inizio, dalla vecchiaia alla giovinezza.

Si arriva dunque a quella che per ora è la meta del viaggio: The Social Network (2010). Opera più classica nei continui campi controcampi e dal ritmo serrato per il ping-pong di salti temporali fra il passato recente e il presente.
In relazione a quanto scritto sopra, nella sua ultima fatica il Fincher-pensiero pone il cinema come luogo di percorso nel quale attraverso la ritensione viene ri-percorsa la genesi di un fenomeno quanto mai “social” della nostra vita: Facebook. Sotto una certa angolazione potremmo dire che il regista sifermi, vuoi per l’evidente staticità delle riprese vuoi per l’attualità degli argomenti che non sembrano avere sviluppi tangibili. Ma a mio modo di vedere l’arte movimentata dell’autore si getta in un futuro, il nostro, dove l’arrivismo è il credo a cui prostrarsi, l’amicizia è sacrificata per il denaro, i soldi muovono le idee e non il contrario, la responsabilità della relazione è sancita da una scritta. Niente di nuovo, certo, ma le ombre gettate da Fincher suonano come moniti; in quel microcosmo della vita che è Facebook la fama arriva solo con tanti amici, e non contatti: amici. A sua volta l’amicizia è disumanamente ridotta ad un click, la condivisione è soltanto una massificazione che perpetra forme di egoismo (ho visto gente arrabbiarsi per un link “rubato”), il tag invade l’intimità, trascina dentro contro la propria volontà, e la chat è una stanza in cui le persone hanno spessi tappi alle orecchie.
Il tragitto fincheriano questa volta si muove in avanti perciò, suggerisce quello che potrebbe accadere – e in pratica già accade – profetizzando un Uomo che non è nemmeno più in grado di stringere virtualmente amicizia con un suo simile (Mark che tentenna nell’addare la sua ex) e che mette in dubbio quella frase di Brad Pitt per cui c’è da chiedersi se siamo ancora le cose che possediamo o se non ci identifichiamo nemmeno più in quelle. L’ultimo movimento di David Fincher, il più invisibile ma anche il più pessimisticamente significativo, ci ha avvertito: saranno tempi duri quelli che hanno da venire.

sabato 20 novembre 2010

Sulla mia (non) cinefilia

Dopo tre anni di blog ho sentito la necessità di scrivere queste righe perché più mi sono cimentato nella sua stesura, più ci ho messo me stesso, più mi ha fatto faticare, soffrire, emozionare (ebbene sì, c’ho un cuoricino di marzapane io), e più una domanda appesantiva la mia coscienza: sono un cinefilo?
Tecnicamente questo spazio virtuale non era nato per parlare di cinema perché chi lo gestiva non ne sapeva e non ne sa niente tutt’ora, col passare dei post ha poi iniziato a farlo in qualche modo e lo farà sicuramente fino a quando, sempre in qualche modo, morirà.
Quindi il quesito che mi pongo è più che legittimo, ma prima di dare una risposta voglio dire chi secondo me è un cinefilo.

Un cinefilo non è quello che guarda tanti film, manco per il cazzo. Se vi credete affetti da cinefilia solo perché avete visto in divx la filmografia completa di un regista cambogiano allora siete sulla strada sbagliata. Un cinefilo è prima di tutto una persona che va al cinema. È così. Il Cinema, ovvero la parola che comprende tutte le sfaccettature della settima arte, ha il suo habitat naturale nel cinema, nei seggiolini, nel fascio di luce del proiettore, nel silenzio e nel buio della sala. A casa no, a casa non vale. È come professare amore incondizionato ad una squadra di calcio e non essere mai andati, o esserci andati poche volte, allo stadio per vederla.

Ma un cinefilo è anche tale se legge, se si informa, se discute, se colleziona, se parla e sente parlare di cinema. È poca cosa scarabocchiare un foglio word con le impressioni suscitate da un film, liberissimi di farlo, certo, ma ciò non vi farà acquisire lo status di cinefilo.
Detto questo, io non sono un cinefilo.
Perché delle migliaia di parole che avrò scritto in questi tre anni sul cinema, sono poche, davvero poche quelle sputate dopo una visione in sala. Almeno il 90% delle pellicole da me viste l’ho indegnamente scaricato, ed ogni volta che il download raggiungeva il completamento, una piccola pietruzza si aggregava a quella valanga rotolante che oltre a chiedermi cosa sono, schizzava qua e là dell’etico fango. Come potrei mai professarmi cinefilo se sono il primo (il primo!) ad affossare questa forma di espressione andando poco al cinema, comprando pochissimi dvd, leggendo svogliatamente qualche recensione e assuefacendomi alle criptiche parole di Ghezzi? Non mi professo per un par di palle, non sono un cinefilo e bon.

Ma allora, direte a ragione voi, perché continuare a riempire codesto spazio con parole che non avrebbero ragion d’essere? Perché mi piace scrivere. E il fatto che io scriva sul cinema è solo un particolare, ho imboccato questa strada come avrei potuto fare con un’altra; mi piace scrivere e soprattutto scrivermi, e ciò comporta una misera esistenza in funzione di un commento data la necessaria conseguenza dello scrivere che è quella di essere letti.
Se quel 20 novembre del 2007 non avessi pubblicato questo post probabilmente la mia vita nei tre anni a seguire non sarebbe stata la stessa. Magari oggi non avrei la più pallida idea di chi siano Tsai Ming-liang o Sharunas Bartas e avrei speso in altra maniera il tempo che ho impiegato per edificare questo traballante blog, ma di contro la mia esistenza sociale ne avrebbe gioito, forse sì, senza di esso ora sarei più stupido di quel che sono, tuttavia non so davvero quanto ci abbia guadagnato a convivere 1095 giorni di fila davanti a uno schermo del pc.

A parte ‘ste chiacchiere Oltre il fondo giunge al suo terzo compleanno. Grazie a chi ha avuto e ha la bontà di leggerlo, a chi lo segue tutt’ora e a chi lo ha seguito.
Grazie!

venerdì 19 novembre 2010

Blues metropolitano

Film corale ambientato a Napoli dove l’organizzazione di un concerto si intreccia con la vita delle persone che in un modo o nell’altro ne prendono parte.

Poco da dire, la terza pellicola di Piscicelli è parecchio bruttina. Già l’aspetto visivo non è particolarmente significativo visto che Blues metropolitano (1985) si avvicina molto ad una fiction televisiva toccandone anche l’essenza, inoltre è palese una certa superficialità nell’illustrare gli spaccati esistenziali dei vari personaggi che costituiscono le note monocorde di uno spartito abbastanza piatto. La commedia leggera sarebbe anche accettabile se non fosse puntellata da picchi di drammaticità (i tipi che si fanno di eroina) fuori sincrono.
Evidenti le stonature con Ida Di Benedetto che insulta la figlia dandole della puttana dopo averla pizzicata a letto con il playboy di turno Tony Tarallo (lol) nel segmento più imbarazzante del film. Alcuni personaggi toccano il puro macchiettismo, altri si connotano almeno di qualche spunto in grado di divertire, vedi il fratello gay.

Poi c’è il discorso musicale; perché il film è intriso di musica, anche la più disparata, dall’apertura con Pino Daniele fino alla sua conclusione. Le melodie, infatti, accompagnano in sottofondo tutte le scenette che compongono l’opera. Forse da questo punto di vista la pellicola può essere osservata sotto una luce diversa, ma poco m’importa onestamente.
Nel cast anche Barbara d’Urso (ebbene sì) e Marina Suma.

mercoledì 17 novembre 2010

Last Life in the Universe

Pen-Ek Ratanaruang. Non è uno scioglilingua ma il nome di un altro regista che riempirà le pagine di Oltre il fondo da qui ai prossimi mesi. Thailandese classe ’62, studia al Pratt Institute di New York dal 1977 al 1985, nel ’93 inizia la sua collaborazione con la Film Factory di Bangkok per la quale gira alcuni spot pubblicitari grazie ai quali vince un paio di premi. Nel ’97 debutta sul grande schermo con Fun Bar Karaoke, quello che accade dopo lo scopriremo insieme.

Last Life in the Universe (2003, distribuito da noi in dvd) è una produzione interculturale che vede davanti alla mdp un famoso attore giapponese come Tadanobu Asano, già all’opera in alcuni film di Kitano, Tsukamoto e Miike, quest’ultimo presente nei panni di un mafiosetto della Yakuza, e dietro la mdp la sapiente mano di Christopher Doyle, direttore della fotografia che ha collaborato e collabora spesso con registi orientali.
Tale varietà di persone, culture e credenze, in fondo non influisce su quello che è un argomento rintracciabile in molte pellicole dagli occhi a mandorla degli ultimi 10-15 anni, ossia la distanza che intercorre fra le persone. Se mi chiedeste di fare due esempi vi risponderei subito con l’immagine ripetuta di due braccia tese che si incontrano, le prime in Ferro 3 (2004) e le seconde in The Hole (1998), due istantanee di grande cinema paradigmatiche di questo profondo cruccio che come detto pare interessare non poco molti registi dell’est: quanto sono distanti le persone? Quanto lo sono da loro stessi?

Il film di Pen-Ek non si focalizza soltanto su tale questione ma va a toccare altri due argomenti universali come la morte e, ovviamente, anche l’amore.
So che ad una lettura sbrigativa l’affrontare di questi argomenti potrebbe risultare stucchevole ai vostri occhi, ed anche ai miei. Ma se un po’ avete imparato a conoscermi sapete del peso che per me ha il modo in cui viene raccontata una storia piuttosto che la storia in sé. E Tom Pannet (Ratanaruang si fa chiamare anche così) ha stile, gusto, tocco delicato nell’illustrare la solitudine del giapponese Kenji, una lucertola in cerca di calore, impossibilitato di darsi all’estasi, ovvero alla morte, che non riesce ad afferrare, e che anzi lo sberleffa uccidendo “per colpa sua” una ragazzina che niente poteva.
Anche qui lo sguardo su Kenji non è univoco, egli NON è soltanto l’apatico lettore di libri che non ne vuole sapere più niente dalla vita, ma è avvolto da un alone di indeterminatezza (il tatuaggio che gli copre la schiena è un tipico segno della malavita giapponese), forse non ottimale nella fruizione dei significati, che lo rendono una figura sfaccettata, a tratti enigmatica.

Sul versante dell’amore la sua impersonificazione la si ha con Noi, giovane ragazza all’esatto opposto di Kenji, disordinata, solare (ma non troppo), vitale, nella metafora animalesca lei è uno scarabeo, magari non dall’aspetto troppo grazioso ma in grado di volare, e infatti sarà lei ad andarsene su un aereo per Osaka. Anche Noi, come lui, ha un lato nascosto, magari meno indecifrabile ma che comunque c’è e si concretizza nella burrascosa relazione con il delinquentello in tuta militare. Ma il fattore che lega più di ogni altra cosa queste due differenti solitudini è la morte. La morte dei rispettivi fratelli. In sostanza si potrebbe dire che questo sia l’amore che nasce dalla morte, sebbene sia un amore che non si compie né si completa poiché si sedimenta dentro due interpreti parecchio lontani da una possibile vicinanza carnale. Ma resta comunque un antidoto contro la solitudine.

Come potrete aver capito i temi affrontati non sono una novità assoluta. Ratanaruang ha però la voglia di cercare strade diverse - molto bello il titolo che appare dopo mezz’ora di girato - pur dicendo cose che altri hanno già detto e anche meglio. E comunque permane un finale significativo dove viene rimessa in discussione la pellicola tutta, aprendo interessanti scenari in grado di dare nuovi significati ad altrettante visioni.