lunedì 29 dicembre 2008

Solitudine

Turpiloqui interni, masturbazioni celebrali, pensieri frammentati.
Scampoli di un ego fragile e labile.
Ricordi che galoppano su cavalli neri dagli occhi scuri; lacrime silenziose,
poco speranzose. La solitudine al tuo fianco mentre ingrani veloce, le strade che sai a memoria fanno ormai parte della tua storia.
Una tetta e odore di sigaretta, borsa di preservativi e pelle ambrata, le sue mani con la sua bocca sanno che la notte è appena iniziata. La felicità tra il sedile ed il cruscotto è l’illusione inafferrabile di un cuore rotto.
Un bacio negato, sul suo viso manca il segno di un sorriso, ricordi un amore passato, ma resta solo un vago profumo di vaselina mista a fumo.
E allontanandoti guardi lo specchio sperando che qualcuno ti sussurri all’orecchio: “ Ti amo”,
ma non vedi altro che il suo prossimo cliente, e sai già che stanotte dormirai poco o niente.

martedì 23 dicembre 2008

Le feste dell'ipocrisia

Il numero di pacchetti sotto l’albero è stato inversamente proporzionale al crescere della mia età. In fondo credo che sia giusto così, c’è un tempo per tutto e quello dei regali è finito da un pezzo.

Sarà il mio carattere chiuso come un lucchetto, ma queste feste le odio con tutto me stesso. Cenoni, festoni, veglioni. Solo a pensare cosa mi aspetta nei prossimi giorni sento un peso adagiarsi sul cuore che si solleverà solo verso il sei di Gennaio o giù di lì.
E poi i parenti, dio i parenti sembrano arrivare da un mondo in cui il tempo si è fermato. Da quando sono in grado di proferire parola mi sottopongono sempre alle stesse identiche domande, che sono due: uguali, spiaccicate, irritanti: “Ce l’hai la fidanzata?” e “A scuola come va?”. Sono quasi quindici anni che rispondo: “No.” e “Bene.” Che poi magari non è vero, ma nel momento in cui mi vengono posti tali quesiti il baccano che regna sulla tavola improvvisamente si affievolisce fino a diventare un brusio, e tutte le loro teste si muovono simultaneamente nella mia direzione inarcando verso l’alto gli angoli delle labbra. Rabbrividisco. Ricevute le mie risposte sicuramente salterà fuori la replica dello zio più simpatico, o che almeno crede di esserlo. È solo aria fritta che si dissolve prima di arrivare alle mie orecchie.
Siccome sono un tipo silenzioso preferisco osservare, e tra ravioli rigonfi, faraone fragranti, spumanti strabordanti e panettoni plastificati, vedo un qualcosa che striscia tra le gambe delle sedie. Non gli serve salire sulla tavola perché a Natale siamo tutti più buoni, ci diamo una mano di bianco e diventiamo immacolati. Ma sotto restiamo sempre uguali. Allora osservo lo sguardo di mia zia che urla d’orrore per la pettinatura della sua dirimpettaia, ma le parole che le escono dalla bocca si complimentano per quella piega azzardata. Poi mi sposto in cucina. Aaah la cucina è un regno per sole donne, i pentoloni sfrigolano e fumano come una vaporiera arrugginita. Ed è proprio lì, lontano dagli occhi della combriccola che si asseriscono le cose peggiori: “Ormai la mamma è un peso, bisognerebbe metterla in un ricovero.” Ma quante altre frasi potrei scrivere? Centinaia forse, fino ad ingozzare quel grasso serpente che sguscia tra i nostri piedi durante le feste. State tranquilli che c’è anche nella vostra casa, e mentre le persone si saziano del cibo che ingurgitano, lui si nutre delle ipocrisie che essi proferiscono. “La mamma non si tocca, lei se ne sta nella sua casetta! Vero mamma?” Povera nonna, dei cinque sensi gliene sono rimasti due o tre, e sicuramente la vista e l’udito non rientrano tra questi.

C’è un tempo per tutto. Se quello per i regali è finito, spero che anche quello delle rimpatriate parentali non duri a lungo.

venerdì 19 dicembre 2008

Le notti porno nel mondo n.2

Partire dal sequel di un film senza aver visto il suo predecessore non è cosa buona e giusta, ma trattandosi di Massaccesi credo e spero di essermi guadagnato almeno un posto in purgatorio. Con questo non voglio svilire Joe D’Amato e nemmeno assumere una posizione “borghese e superficiale” nel mio intervento, perché così sono stato considerato secondo un arguto lettore che ha commentato il mio vecchio post su Polselli; caro Anonimo fatti sentire! A parte il suggerimento finale il tuo è stato un intervento molto interessante.

Tornando al film: trattasi di un documentario costruito con scenette girate per il precedente Le porno notti nel mondo (1977) intramezzate da brevi dialoghi fra Marina Lotar, nei panni di una giornalista, e Ajita Wilson, ballerina esperta della night-life che dispensa pillole di saggezza psicologica.
Giusto per allungare il brodo mi sembra doveroso soffermarmi sulle due attrici… cioè una attrice e mezza và. Marina Lotar (vero nome Marina Hedman), è l’ex moglie del compianto Paolo Frajese. Modella che si avvicinò al porno verso agli anni '70 e ne divenne una delle principali interpreti fino agli anni '90. Epica la parte in Marina e la sua bestia (1984) di Polselli dove dispensa amore ad un cavallo; se la scena sia vera o meno non posso dire perché non l’ho vista, ma si parla di un mezzo tarocco.
Aijta Wilson, al secolo George Wilson, salì alla ribalta con Gola profonda nera (1976) di Guido Zurli. Da quel momento in poi la sua presenza nei film di genere è costante, e sarà diretta da registi come: Batzella, Mattei, Franco, Sacco e Fulci.

Due con un curriculum così dove pensate che potrebbero finire? A letto, ovviamente. Prima di assistere alla lesbicata finale tra le due bisogna guardarsi però un’ora e mezza di assurde banalità tipiche di un mondo-movie. I balletti sono lunghi e parecchio noiosi, il porno millantato nel titolo non si vede. In compenso il pubblico presente agli spettacoli sembra apprezzare tanto da lasciarsi trasportare in effusioni amorose (vedi i due tizi che si baciano). Tra palline sparate mediante vagina, coprofagia tarocca, una grottesca lotta nel fango tra due donnoni teutonici, balletti improbabili, e la Wilson che danza intorno ad un pisellone di gesso, il suddetto trans operato dispensa chicche da ricordare nei secoli a venire. La donna (?) parte dal presupposto che in tutti i generi di spettacoli a sfondo sessuale sono i protagonisti ad esercitare una forma di violenza nei confronti degli spettatori. La cosa non mi sembra una stupidata, ma la voce in capitolo della Wilson è poco credibile viste anche le sue argomentazioni successive: tipo che la costituzione americana nasconde profondi simbolismi sessuali… se lo dice lei…
Il tutto è di una noia letale.
Oh, io un mondo-movie, non dico bello, ma almeno accettabile non l’ho ancora trovato. Continuerò la mia ricerca.

sabato 13 dicembre 2008

L'Uno per l'Altra - La donna d'ombra


Riassunto: I giorni passano lentamente al Mc Kittrick. Il peso dei pensieri grava su Uno a cui non resta che la nostalgia del passato.


Da due giorni Uno era rintanato nella sua stanza. Consumava le ore sdraiato sul letto a fissare il soffitto, non sentiva il bisogno di nutrirsi o di espletare le proprie funzioni fisiologiche, a dire il vero non sentiva più il bisogno di nulla, a parte di lei ovviamente.
C’erano due aspetti positivi in tutto questo. Primo: nessuno era più morto per sua mano. Secondo: le sue labbra stavano lontane dal filtro di una sigaretta dalla notte con Andrea.
Per il resto la sua vita stava andando a puttane.
Forse fu per il disperato bisogno di sentirsi ancora vivo, o almeno a credere di esserlo, che decise di aprire la porta della sua camera dopo gli innumerevoli tentativi del proprietario e del nanetto. Quando schiuse si accorse che di fronte non aveva né uno né l’altro.
“Cazzo.” Disse.
Un secondo dopo una misteriosa moretta completamente nuda lo spingeva sul letto zompandogli addosso.
“F-forse c’è un errore…” L’ultima “e” si tramutò in un gemito soffocato dalle labbra della donna che abilmente si districava tra le coperte e i vestiti di Uno.
Quando furono carne contro carne lei si accorse che qualcosa non andava, allora col suo sguardo felino graffiò: “Beh?”
Uno poteva percepire il fuoco umido che bruciava sopra di lui, quell’odore lo riportò indietro di molti anni, forse secoli, poi riavvolse il nastro dei ricordi e ritornò al presente.
“S-scusa…non è giornata…”
“Ma che è sei frocio mica?”
Improvvisamente il viso della donna cominciò a sfuocarsi, le sue forme si fecero inconsistenti, di lei non rimase che una sagoma nera, informe e opaca, solo in quel momento Uno capì: “Sei un’ombra.”
“Cosa?”
Un secondo dopo la punta di una forbice era divenuta l’escrescenza innaturale della sua tempia. Ebbe il tempo di voltare gli occhi ed emettere un rantolo, poi cadde svuotata tra le coperte che lentamente si stavano imbevendo del sangue che le fluiva dalla fronte.
Uno rimase sdraiato ancora con il pugno a mezz’aria nel gesto di infilare la punta metallica. Ci vollero alcuni secondi prima che realizzasse quello che aveva fatto: era tornato ad uccidere, e per un istante si era sentito infinitamente vivo. Poi scese dal letto e ancora nudo fece un grande sacco della donna misteriosa con le lenzuola, lo mise nella vasca da bagno e si fermò a pensare. Innanzi tutto chi era quella donna? Forse aveva sbagliato stanza, o forse l’aveva mandata Dio per ricordargli che un cacciatore di ombre rimane tale per sempre... Questa ipotesi gli piacque molto, e guardando il sangue che ancora le zampillava dalla testa si ringalluzzì tutto e decise che si sarebbe fatto una grossa dormita per occuparsi del cadavere solo il mattino seguente. Ma uscendo dal bagno vide che un pezzetto di carta era comparso sotto la porta. La calligrafia sghemba diceva:

Ciao bello, visto che non ci aprivi ho capito subito che eri in un periodo di merda, così ti ho mandato una puledra della scuderia di mio fratello. Oh un pezzo pregiato! Fottitela fino alla morte che tanto quella non sa fare altro.
Poi domattina quando passi in portineria mi dai i soldi.
Firmato: Scottie, il proprietario.

Uno accartocciò il foglietto tra le mani, il suo sonno doveva attendere.

giovedì 11 dicembre 2008

Giornata nera per l'ariete

Il limite di tutti i gialli italiani fin qui commentati è quello di scorrere su binari precisi, proponendo uno schema simile senza particolari guizzi. Beninteso, ci sono momenti all’interno di queste pellicole che sono memorabili, in particolare quelle di Fulci, ma il meccanismo che le sorregge è in linea di massima troppo prevedibile e scontato, quindi portatore di noia nello spettatore.
Giornata nera per l’ariete (che non c’entra con Alex l’ariete , 2000) non sfugge al solito canovaccio, e dunque si ha: un assassino, una serie di omicidi, un giornalista (Franco Nero) che segue il caso, una buona quantità di gnocca (Silvia Monti) e qualche bottiglia di J&B.

Scoprire chi è l’assassino vi assicuro che non è cosa difficile, magari ci si meraviglia un po’ per il movente che è relativamente spiazzante ma al contempo ingarbugliato e un po’ troppo forzato. Si decanta la cura formale di Bazzoni, ma a mio avviso il regista si comporta meglio sotto questo aspetto nel successivo Le orme (1975) in cui riproporrà alcune scene in controluce qui appena accennate; resta comunque bella la fotografia di Vittorio Storaro condita dalle musiche di Morricone. Da ricordare l’incipit che potrebbe tranquillamente essere quello di un qualunque episodio di Saw, e la sequenza finale con il killer che vuole uccidere il bambino.
Tutto quello che sta in mezzo non è particolarmente esaltante e finisce per infilarsi in quei binari citati all'inizio.

Il pessimista 2

"Dai è un periodo così, poi passa."
"Tutta la mia vita è un periodo così."

venerdì 5 dicembre 2008

Tunnel

Nel discorso iniziale di Marco dovrebbe fuoriuscire tutta la rabbia di una generazione alla deriva, sparando a zero sulla società, i mass media e i “moralisti del cazzo”. Dovrebbe. Perché il problema non sono le cose che vengono dette, ma chi le dice. Il difetto di fondo è l’aspetto che i due protagonisti, Helmut Berger e Corinne Cléry, hanno per tutta la durata della pellicola. Sempre lo stesso. Poi la Cléry può anche bucarsi la passera e Berger prostituirsi per l’eroina, ma se non vedo i segni tangibili sui loro visi, sui loro abiti, sulle loro vite, mi sembra quasi che dentro a quelle siringhe ci sia dell’acqua e basta. In Christian F. (1981), ad esempio, vengono messe due profonde occhiaie alla protagonista che testimoniano la sua caduta nella droga, nulla di che ma è già qualcosa. Ancora meglio con Ritorno dal nulla (1995), in cui Di Caprio appare quasi irriconoscibile. Il top è Requiem for a Dream (2000) dove la discesa nell’oblio dei protagonisti è rappresentata egregiamente e ha il suo apice nel braccio in putrefazione di Leto.

Qui sono altri tempi ok,ma un occhio di riguardo al make-up sarebbe stato auspicabile da parte di Pirri, perché mi rendo conto dopo aver visto parecchi droga-movie di quanto sia importante l’impatto visivo per lo spettatore, che, in questo genere, è sempre pervaso da un sottile voyeurismo e vuole vedere fino a dove si può spingere un tossicodipendente e come lo fa.
Oltre questo la pellicola di Pirri si trascina per la prima ora fra banalità e stereotipi, che forse sono tali ai miei occhi e che magari all’epoca non lo erano, comunque si susseguono i classici “riti” di compravendita tra pusher e tossici, ricerca di denaro attraverso le vie più illegali (prostituzione e addirittura furto della borsetta ad una peripatetica), perdita della dignità e di qualunque principio morale. Il tutto mentre Marco e compagna sembrano usciti da un fotoromanzo di quegli anni, sigh!

Ma verso i sessanta minuti Pirri sferra un pugno nello stomaco inaspettato e forse un po’ scorretto perché ha come protagonista un bambino. Già con L’immoralità (1978) il regista ci era andato parecchio pesante costruendo il film su un ambiguo triangolo fra un pedofilo, la bambina e la madre di quest’ultima. In Tunnel il climax della vicenda è rappresentato da un ragazzino (anche lui sembra sbucato da un fotoromanzo purtroppo) che dopo aver conosciuto la Cléry al parco si reca nella casa-pullman di quest’ultima ottenendo la promessa di farsi una trombata con lei in cambio di una dose portata da lui. Ovviamente all’interno del bus c’è anche Berger, il compagno della Cléry, ma non sembra essere troppo geloso, l’importante è che ci sia l’ero. Purtroppo per il ragazzino quella sarà la sua ultima pera. Morirà li dentro e Marco trasporterà il suo corpo su un furgoncino nella notte per poi lasciarlo su delle scale. È una sequenza drammatica ed inaspettata nel contesto, che ai giorni nostri creerebbe un “hype” incredibile. Dopo questo acuto il film rientra nei binari del “già visto” con una rapina, ovviamente fallita, da parte di Marco e un suo socio napoletano che ci rimette le penne durante una sparatoria. Così si arriva quasi al finale con un bel dialogo che cito a memoria: ”Adesso Tizio sarà già sul tavolo freddo dell’obitorio.” Dice Marco. “Come fai saperlo?” Risponde lei. “Gli ho visti, sono tanti e tutti uno di seguito all’alto. Poi fa freddo, come in questo momento… non senti che freddo fa?”
Loro due,è come se fossero già morti.

La fine per Marco arriva poco dopo. Viene caricato in macchina da alcuni tipi immischiati nella rapina rassicurandolo che è tutto a posto. Il regista qua è abile perché ferma la mdp su una stradina che attraversa una discarica, e noi vediamo la macchina prima andare e poi tornare. Infine l’immagine di un telo bianco della polizia sulla spazzatura fa da sfondo ai titoli di coda. Pregevole la scelta di non far vedere la morte del protagonista, in quel periodo di cinema bis non era da tutti oscurare un omicidio, dell’attore principale poi! Ottima soluzione a mio avviso.

La filmografia di Massimo Pirri è tanto esigua quanto introvabile. A dispetto di molti sui colleghi dell’epoca questo regista aveva qualcosa da dire e anche di molto graffiante, purtroppo i mezzi che ha usato non sono molto raffinati, avvicinandosi così al mero e gratutito exploitation di quel periodo. Tunnel è l'esemplificazione di quanto detto: il ritratto di una gioventù bruciata non è particolarmente incisivo perché non ha quella drammatica consequenzialità che trascina nella disperazione. È tutto troppo distaccato, ma due acuti ci sono eccome, ed è meglio che un calcio nel sedere.
Dimenticavo, azzeccata la colonna sonora dei The pretenders con Private life che fa capolino più e più volte.

giovedì 4 dicembre 2008

Notte di caccia

Occhiaie.
Luca fissa il suo doppio allo specchio: “Ci siamo.” Spegne la luce ed esce dal bagno, questa notte è una notte di caccia.
I pantaloni mimetici del militare ormai gli stanno un po' stretti, qualche centimetro di pancia sborda dai calzoni, la maglietta verde gli copre appena l’ombelico, ciuffi di peli neri sbucano da sotto l’ orlo della t-shirt. Gli anfibi incrostati di fango si muovono veloci per la stanza, il cacciatore sta prendendo le ultime cose necessarie: “Torcia, coperta, birra, binocoli e un panino. Ho tutto.”
Cinque minuti dopo ingrana la prima sulla sua Panda 4X4, apre il cassettino sotto il cruscotto e sfila via alcuni giornaletti porno. “Utili per il riscaldamento.” Ridacchia.
Quando arriva nella sua postazione tra le frasche la luna è già alta nel cielo nero, stende la copertina a quadri sulle foglie secche, si accovaccia, e comincia ad aspettare.
Le luci di una Punto illuminano la piazzola a pochi metri da lui, abbagliato dai fari scorge un uomo e una donna sui sedili. “Perfetto.” Sussurra. “Proprio davanti a me.” Con estrema cautela inizia a sfogliare “Casalinghe vogliose”, dà uno sguardo al giornale e uno nei binocoli in direzione della macchina. L’uomo dell’auto spegne gli anabbaglianti e accende la lucina interna.
“Ti piace farlo con la luce accesa eh maiale?” Intanto si sbottona i pantaloni mimetici fissando l’elastico delle mutande sotto le palle, poi inizia a smanettarselo molto lentamente.
Grazie ai binocoli si accorge che la donna è giovane, avrà all’incirca 18 anni, l’uomo invece è più vecchio e si muove agilmente tra il sedile ed il cruscotto. Luca nota lo stupore sul volto della ragazza che si trova senza reggiseno in un secondo, il sedile su cui è seduta crolla all’indietro, l’uomo zompa sopra di lei calandosi i pantaloni e mettendo in mostra le chiappe bianche e pelose.
Il cacciatore aumenta la velocità, una goccia di sudore scivola lungo la sua tempia.
La ragazza, sotterrata dal corpo del partner, inizia a picchiare il pugno destro contro il finestrino laterale, emerge una all-star che sbatte ripetutamente sul cruscotto. L’uomo si ferma per un attimo, parlano.
Luca fa qualche passo avanti tra i rami, si mette in ginocchio senza mollare la presa del suo uccello.
I vetri iniziano ad appannarsi, i lamenti della ragazza trapassano le pareti della Punto.
“Questa è musica per le mie orecchie.” Beve un sorso di birra e continua nel suo movimento frenetico.
L’ultimo grido della giovane corrisponde all’orgasmo di Luca che schizza sulle foglie. La portiera della macchina si spalanca, il braccio dell’uomo spinge giù sull’asfalto il corpo esanime di quella che fino a poco prima era la sua fidanzata. “Ciao bella.” La voce roca giunge fino all’orecchio del cacciatore ancora affannato per lo sforzo. La giovane, con il viso posato sull’asfalto umido, vede volare i suoi vestiti fuori dal finestrino, poi il sub-woofer inizia a spingere l’ultimo pezzo di Kylie Minogue che sfuma piano piano mentre l’auto si allontana dalla piazzetta. Adesso non restano che i singhiozzi della piccola che quasi si confondono ai lamenti di un gufo appollaiato da qualche parte sugli alberi. Intorno, il buio profondo.
Luca deglutisce. È in ginocchio, davanti a lui il suo sperma ancora caldo cola da una foglia all’altra. Si riallaccia i pantaloni e rimane in silenzio tra i rami.
La ragazza, che si chiama Serena, piange e pensa alle parole di sua mamma: “Non frequentare quel ragazzo lì, è un bastardo, lo sanno tutti.” “Come sei vecchia mamma, io ormai sono grande e so riconoscere quando una persona è innamorata di me, e lui lo è.”
Ora che sentiva il sangue colare lungo le sue esile gambe, odiava quell’uomo che le aveva appena strappato la sua verginità.
Luca esce a piccoli passi dalla boscaglia, con la torcia illumina il corpo di Serena distesa per terra.
Lei si mette seduta coprendosi gli occhi con una mano per il bagliore della pila: “A-aiutami…ti prego.” Sul viso porta i segni del mascara diluito con le lacrime, lungo i fianchi il cacciatore nota la pelle arrossata dalle manate dell’uomo, le mutandine macchiate di sangue sono scivolate quasi fino alle caviglie.
“Ti supplico…aiutami…ti prego…”
Gli occhi di Luca brillano come la luna sopra di loro, appoggia la torcia per terra e avvicinandosi a Serena le sussurra all’orecchio:”Io sono un cacciatore, e questa è la mia notte fortunata.” Con una mano schiaffa la testa della ragazza a terra, con l’altra spalanca le cosce insanguinate.
Nonostante si sia appena masturbato i corpi cavernosi all’interno del suo pene riescono a trattenere il sangue arterioso facendogli raggiungere un’erezione sufficiente. Quando percepisce il calore della povera ragazza, ben diverso da quello della sua mano, pensa che questa è la notte più bella della sua vita.
Serena non ha la forza di reagire, non prova più dolore, nemmeno odio o disperazione. Non prova più niente.
Luca si stacca dal suo corpo e sibila: “Ti sono venuto dentro.” E ridacchia allontanandosi.
Lei rimane distesa guardando andare via l’uomo che le ha appena strappato l’anima, tra le gambe si mischiano il suo sangue e lo sperma di due uomini diversi. Il giorno dopo potrà sciacquare via tutto, ma non dimenticherà mai la notte in cui le rubarono la sua dignità.

mercoledì 3 dicembre 2008

Gioco di seduzione

Habemus uccellum!

Non sto a raccontare il casino intorno a questo film.
Anzi sì, almeno guadagno qualche riga. Di sicuro è uscito nel 1981, contemporaneamente a Valentina ragazza in calore, altro film in cui compare Moana Pozzi. Un po’ di incertezze sul primo titolo visto che ha più nomi di un calciatori brasiliano: forse Erotic flash, o forse Homo eroticus, oppure Marina e Moana ingorde di sesso, magari tutti e tre insieme. Sicuramente non Gioco di seduzione che è la versione softcore rimontata dalla Kineo video qualche anno più tardi (ma la data precisa mi è oscura). Altro problema la regia: c’è chi assicura sia di Roberto Bianchi Montero, altri la affibiano a tale Giuseppe Curia, altri ancora ad Andrea Bianchi (Le notti del terrore, 1981), boh! È certa invece la presenza di Marina Lotar e Moana Pozzi, soltanto che la pornoattrice genovese qui rimane illibata affidando ad una controfigura le scene più spinte. In ogni caso, trattandosi della versione indegnamente tagliata, non si vede una mazza di niente.

La trama in soldoni racconta di un regista di fotoromanzi hard che vuole girare un servizio all’interno di un castello. Il regista, una brutta copia di un personaggio di Zulawski, è un gran furbone e distribuisce il proprio seme un po’ a tutte le donzelle del film, in particolare alla cameriera del castello che intorta per bene facendola credere un personaggio di Shakespeare e che poi castiga da dietro con un intervento da tergo da espulsione diretta. Comunque tra i vari inciuci si viene a conoscenza di un'antica leggenda che vuole un conte evirato nel passato e ritornante ogni tot anni nel mondo terreno,”stranamente” il conte ritorna proprio durante il servizio fotografico. Fortunatamente (per lui e per Moana) le sue discendenze hanno conservato il suo arnese nei secoli dei secoli come una reliquia, e così a mezzanotte in punto può riappropriarsene esclamando la frase lassù in cima e castigando la bella Moana, che, detto tra noi, ha due tette favolose, e che alla fine si terrà il fallo come ricordo. Il film si conclude con il buon conte che ritorna mesto nella sua tomba dichiarando che sono “cose da casse e non da cazzi”.

La parte comica è carente tanto quanto quella erotica, e trattandosi di una versione soft alcuni tagli potevano esseri fatti sicuramente meglio perché si viene sballottati da una scena all’altra in un batter di ciglio, non che questo provochi grossi spiazzamenti visto che la trama è più scontata dei saldi, ma certo non è proprio piacevole. Una piccola svolta si ha con l’entrata in scena del fantasma che rompe la noiosa catena di scenette erotiche facs-simile, ma è davvero poca cosa.
Fortunatamente non si prende sul serio, e questo è il suo modesto pregio. Se non ci fossero tutte quelle situazioni comico-erotiche, che di queste due categorie hanno davvero poco, ci troveremmo di fronte ad un mastodontico trashone al livello (basso) di: Quella villa in fondo al parco (1987), Terror! Il castello delle donne maledette (1974) o Patrick vive ancora (1980).

Se ancora questo commento non vi ha convinto del tutto guardate un po’ qua.
(grazie Trashopolis!)

martedì 2 dicembre 2008

Luca il contrabbandiere

Prendete Miami Vice (2006) di Michael Mann, sostituite le luminose coste della Florida con il golfo di Napoli, cambiate Colin Farrell con Fabio Testi e Gong Li con Ivana Monti, aggiungete un po’ di sangue ed una dose massiccia di violenza, levate un bel po’ di sceneggiatura. Ed infine inserite Fulci: il piatto è pronto per essere servito (più o meno).

Luca il contrabbandiere è un film irripetibile fin dal titolo. Vi immaginate un titolo del genere nei botteghini di oggi? Io no. E vi immaginate un noir così violento nel 2008 in Italia? A dire il vero è difficile immaginarsi solo che un noir di questi tempi, a meno che non si tratti di fiction televisiva…
Comunque questa invasione di Fulci nel poliziottesco è piuttosto apprezzabile, anche perché il regista si portò appresso due dei suoi storici collaboratori: alla fotografia Sergio Salvati (L’aldilà, 1981), alle musiche, adatte alla situazione, Fabio Frizzi. E insieme a loro la sua classe visionaria che ogni tanto durante il film fa capolino mandando in sollucchero l’amante del cinema bis.
Se il paragone col film di Mann è ovviamente impossibile, per i tempi diversi, e soprattutto per i denari a disposizione, Luca il contrabbandiere non si occupa certamente della camorra come ha fatto Andolfi con La croce dalle sette pietre (1987), trashone costellato da personaggi tipo Totonno il Cafone, anzi l’immagine che ne esce è abbastanza credibile, o almeno lo è per gli stereotipi che abbiamo dei mafiosi: donne, c’è anche Ajita Wilson (La principessa nuda, 1976), retate e droga. Interessante come “la roba” crei un cambiamento epocale all’interno dei traffici camorristi che fino a quel momento avevano trattato solo sigarette di contrabbando, e l’avvento di essa porta anche un bel po’ di soldini in più che fanno gola a molti, soprattutto al misterioso Marsigliese e la sua gang che vuole fare piazza pulita per avere il monopolio sul territorio. Divertente come in una riunione di contrabbandieri opposti al Marsigliese, Testi ed altri discutano sul fatto che la droga faccia male, che rovina le persone, e toglie il lavoro a loro… neanche avessero fatto i minatori per dodici ore al giorno fino a quel momento!

Dicevo di alcune chicche in pieno stile fulciano: impossibile non citare lo stupro di Ivana Monti “trasmesso” in diretta telefonica a Testi. Ma è davvero super la resa dei conti finale, in cui appare anche il regista, e dove spuntano uomini armati da un’edicola o da una cabina telefonica. Rido, ma non escludo che situazioni del genere siano accadute anche nella realtà. Poi sottolineo una tipa sfigurata con la fiamma ossidrica, un delinquente sciolto in una pozza sulfurea, e uno scommettitore di cavalli a cui vengono fatte saltare le cervella.
Fabio Testi mi è risultato un po’ fuori luogo, forse era voluto essendo cresciuto al nord e trasferitosi a Napoli per “affari”, ma sinceramente se fosse criccato non me ne sarebbe potuto fregare di meno. Buona la caratterizzazione dei personaggi secondari: i due poliziotti inermi su tutti, ma anche il boss che guarda i film western.
I difetti sono i soliti riscontrabili nel cinema di genere: dialoghi un po’ buttati lì, ricerca del gusto più che del senso, e sfx datati ma in questo caso accettabili.

Non sarà Miami Vice ma uno sguardo lo merita. Credo in dvd esistano solo versioni straniere, resta la buon vecchia cassetta, oppure l’instancabile muletto. Fate vobis.

lunedì 1 dicembre 2008

Amore camaleontico

Questa è solo una delle tante strisce presenti a questo indirizzo(clicca per vedere meglio): http://pbfcomics.com/, una più geniale dell’altra. Non ho mai segnalato un sito sul mio blog, ma questo cazzarola è fenomenale! Non smetterei mai di leggere queste strisce.

domenica 30 novembre 2008

Svezia, inferno e paradiso

Parafrasando Villaggio, Svezia, inferno e paradiso è una cagata pazzesca!
Non posso tirare fuori la solita storia della contestualizzazione come avevo fatto per Mondo Topless (1966), la quantità di boiate proferite da Enrico Maria Salerno è fuori da ogni concezione, anche temporale.

Il tono del doppiatore è sempre supponente, e giudica la vita svedese da un alto piedistallo.
Ora, se la Svezia a quel tempo (1968) fosse stato un paese regredito potrei anche capire (ma non ammettere) l’aria di superiorità che nel documentario di Luigi Scattini si respira, cosa che tra l’altro non avviene neanche in Magia nuda (1975) dove al centro dell’attenzione ci sono riti tribali, ma qui denigrando la vita degli scandinavi si finisce per mettere in evidenza l’arretratezza dell’Italia in quel periodo! Vengono stigmatizzati, ad esempio, i comportamenti di alcune ragazze che si concedono su una barca, e Salerno sottolinea che i loro baci sono senza passione, quasi dei convenevoli… ma perché?
Si screditano gli addii al celibato femminili e il posizionamento di alcuni distributori di preservativi in una città… follia! Il sistema di adozioni sembra una roba da extraterrestri, e un sexy shop viene visto come un antro oscuro e malvagio. Si sottolinea più volte che le donne svedesi sono libere ma infelici (ma perchè?), e che i ragazzi non solo vanno via di casa presto, ma in pratica non ci entrano mai perché da bambini vanno negli asili in quanto le mamme lavorano e non possono accudirli. Che stranezza eh?! Non mancano riferimenti alla droga e alla povertà riconducibili a qualunque realtà europea degli anni 60. Da segnalare anche un parto e uno stupro più finti dei soldi del Monopoli.

Insomma una sequenza di pistolotti che in confronto Ratzinger è un liberale convinto. Fa pensare sul fatto che l’Italia era indietro secoli rispetto ad un paese come la Svezia, e che anche adesso, in particolare nel sistema educativo, abbiamo parecchio terreno da recuperare.
L’unica scena degna di nota è quella nel video, non tanto per quello che si vede ma per ciò che si sente.

venerdì 28 novembre 2008

Patrick vive ancora

Vorrei dimenticare Patrick vive ancora, seguito tarocco di Patrick diretto da Robert Franklin nel 1978, due anni prima di questo diretto da Marco Landi.
Vorrei dimenticare un incipit assurdo in cui senza se ne ma Patrick (Gianni Dei) si becca una bottigliata in testa da una furgoncino che gli passa affianco.
Vorrei dimenticare che suo padre, mad-doctor monocigliato, lo accudisce nella sua “clinica” in coma vigile collegato ad altri tre poveri cristi che hanno il compito di alimentarlo cerebralmente per compiere la sua vendetta.
Vorrei dimenticare gli occhi di Patrick che ogni tanto appaiono sullo schermo terrorizzando (ma di che?) i vari malcapitati.
Vorrei dimenticare l’omicidio della piscina che si trasforma in una pozza sulfurea mentre vengono continuamente ripresi degli alberi mossi dal vento per poi inquadrare un manichino sfigurato che galleggia nell’acqua.
Vorrei dimenticare due delle donne che popolano questo film: Mariangela Giordano e Carmen Russo. Vorrei dimenticare la loro rissa pietosa a colpi di tettate.
Vorrei dimenticare le innumerevoli bottiglie di J&B che spuntano come funghi da ogni cassetto delle stanze.
Vorrei dimenticare dialoghi del tipo: “Con la droga sei diventato frocio!” Risposta: ”Crepa sola mignotta!”
Vorrei dimenticare la segretaria bionda che si presenta nuda (strano!) nella stanza di Patrick ed inizia a leccare la spalliera del letto, per poi trasferirsi sul divano e simulare un rapporto sessuale o qualcosa del genere.
Vorrei dimenticare la Giordano che invece di scappare di fronte ad una lancia mossa telepaticamente da Patrick, si siede su un tavolo ed apre le gambe… furba! La punta le uscirà dalla bocca.
Vorrei dimenticare la pessima colonna sonora simile a quando nei Simpson compaiono gli alieni bavosi.
Vorrei dimenticare una tizia che viene sbranata da un gruppo di cani che l’ultima cosa che vorrebbero fare è mangiarsi quella poveretta.
Vorrei dimenticare le tre cavie che si contorcono come vermi nei loro letti.
Vorrei dimenticare, infine, gli occhi di Patrick che fanno da sfondo ai crediti finali.

Vorrei dimenticare tutto questo, e lo farò.
Forza ragazzi, sono pronto.

mercoledì 26 novembre 2008

Nero.

È impossibile inquadrare Nero. all’interno di una precisa categoria. E non poteva essere altrimenti visto che è stato partorito dalla mente di Tiziano Sclavi (sceneggiatore nel film) il quale scrisse un romanzo edito da Camunia nel 1992 con lo stesso titolo. Non conosco lo Sclavi romanziere, ma per fortuna conosco quello fumettista, e siccome credo che le due cose siano inscindibili, non mi sono stupito davanti ad alcune scene marcatamente surreali.

Come ho detto è difficile catalogare questo film, io mi sono rifugiato dietro a due etichette parecchio contestabili perché: primo non è un thriller, e secondo weird di per sé non è un genere.
Non è un giallo, non è una commedia, e non è un film drammatico, figuriamoci un horror. Nero. è un po’ di tutto questo avvolto da un filo, il filo del grottesco.
Guardandolo come un thriller l’intera struttura è molto traballante, un purista del genere storcerebbe il naso dalle forzature che si susseguono kafkianamente, ma l’intento degli autori non è stato quello di creare una storia a tinte gialle visto che le figure della vittima e dell’assassino sono abbastanza chiare sin da subito, piuttosto un’esplorazione profonda, ma sempre surreale, della vita di un uomo debole e paranoico interpretato dal convincente Castellitto. Intorno a lui si muovono personaggi caricaturali che, parer mio, sono consapevoli della propria nullità, ma si illudono, e voglio far illudere gli altri, di essere dei personaggi veri, e a farne le spese è lo stesso Castellitto che, rispetto agli altri, e in primis la sua donna (Chiara Caselli), sembra ancora un essere umano, a differenza dell’investigatore interpretato dall’ottimo Luis Molteni, che non ha scrupoli di nessun tipo e galleggia in un’ ambiguità destabilizzante.

Dopo la sua morte accompagnata dalle note di Fiordaliso, che è la scena più incisiva e meglio riuscita di tutto il film (simile alla lapidazione della Bolkan in Non si sevizia un paperino, 1972) dove emerge la genialità visionaria di Sclavi, il film prende un vicolo cieco e si accartoccia su stesso dilagando nel weird più sfrenato, detto per inciso: nel finale non ci ho capito un cazzo.
Però qualcosa trasmette: un po’ di inquietudine,un po’ di angoscia, ma soprattutto malinconia suscitata da queste situazioni così grottesche e surreali, ma pur sempre ambientate nella grigia provincia non troppo lontana dalla vita che, almeno io, vivo, fatte di routine e gesti ripetuti all’infinito come il disabile che piscia sulla ruota o la vecchia sempre in procinto di salire le scale. Argomento, questo, che è un po’ una costante nei lavori di Sclavi.

Non è un film limpido, anzi è piuttosto arzigogolato, ed oggettivamente non può essere definito “bello” (virgolette perché non mi piace per niente questo aggettivo riferito ad un film), però è curiosamente diverso, anche se comparato con film attuali.

Qualche curiosità: Hugo Pratt interpreta una particina nel film; la colonna sonora è molto variegata (anche troppo), si va dalla già citata Fiordaliso con Non voglio mica la luna, a Guccini che ha appositamente scritto per Nero. la bellissima Acque, passando per i Mau Mau che vantano una presenza sonora molto sostanziosa; verso la fine viene inquadrata una tavola di Dylan Dog, e subito dopo la Caselli dice a Castellitto che sembra diventato il personaggio di un fumetto.

domenica 23 novembre 2008

Renato Balestra rompe i culi... sul ring


Finalmente il trailer di The wrestler!
Non vedo l'ora di ammirare Mickey Rourke con il viso tumefatto e sempre più simile a quello di Balestra, menare colpi sul ring.
E poi Aronofsky sa il fatto suo.

Il Palazzo - Nono piano

Andrea se ne stava immobile davanti alla finestra aperta. Secondo i suoi calcoli avrebbe impiegato 2,9 secondi a schiantarsi sul terreno. Tenendo conto che il cervello umano ha un tempo di reazione brevissimo si sarebbe reso conto della sua caduta. Decise così di buttarsi all’indietro, in questo modo non avrebbe visto l’asfalto farsi sempre più vicino.
Mise la sedia sotto il davanzale proprio quando sua madre lo chiamò dalla camera: ”Andreino mi porti da bere per favore? Ho tanta sete...”
Contemplando sul da farsi Andrea decise che un ultimo regalo a sua mamma poteva farlo, nonostante fosse lei il motivo del suo suicidio.
“Tieni mamma, piano che è fredda.”
“Tirami un po’ su il cuscino, ecco bravo così.”
Andrea posò il bicchiere sul comodino. “Posso andare mamma?”
“Sì caro.”
“Sicura mamma?”
“Certo. Lasciami riposare per favore, e non fare baccano.”
Andrea strinse i pugni: ”Va bene mamma.”
“Ah! Un' ultima cosa, oggi pomeriggio devi andare dalla zia a portarle quei maglioni che mi aveva mandato, non mi piacciono, dille che se li può tenere.”
“Va bene…”
2.9 secondi. Il tempo per morire.
L’ultima cosa che avrebbe visto sarebbe stato il poster di Dragon Ball appeso alla parete della sua camera, poi si sarebbe lasciato cadere all’indietro come una telecamera lanciata nell’aria che riprende il blu del cielo e poi il grigio del cemento.
Ma quei 2.9 secondi diventarono mesi, e poi anni. Ogni volta che si sedeva sul bordo gli mancava il coraggio.
Diventarono 10 anni per la precisione, all’età di 31 anni decise di buttarsi. Ma nell’istante in cui la sua testa si spappolò sul marciapiedi sua madre morì d’infarto. Non riuscì a darle neanche l’ultimo, e unico, dispiacere della sua vita.

giovedì 20 novembre 2008

Wall•E

Per capire che cosa è Wall•e bisogna partire da ciò che non è. Wall•e non è un film per bambini, ma neanche per adulti. Wall•e è un film per tutti, e che tutti dovrebbero ammirare. Molti anni fa, quando ero un bimbetto, mi portarono ad una mostra di pittori fiamminghi, io non sapevo chi fossero Rubens o Van Dyck, e a dir la verità non lo so neanche adesso, ma ero così rapito da queste opere d’arte che quasi vedevo i cavalli uscire dalle tele, provavo grande ammirazione per questi artisti seppur non sapessi nulla di pittura; la stessa ammirazione che provai leggendo per la prima volta Cent’anni di solitudine, con il diluvio su Macondo che, scorrendo le pagine, avvertivo intorno a me.

Io, vedendo Wall•e, ho sentito tutto quello che il robottino ed Eve si sono detti senza che loro proferissero parola. Mi sono bastati gli sguardi. Sarebbe normale se si trattasse di un film con attori in carne e ossa, ma trattandosi di personaggi “disegnati” la cosa è stupefacente. I creatori hanno dato uno sguardo così umano a Wall•e che risulta più vero di quello di un uomo stesso. Il legame empatico che si crea con questo buffo cosetto di ferro arrugginito, è, per quanto mi riguarda, senza precedenti nel campo dell’animazione. Non c’è Bambi (1942) o Una tomba per le lucciole (1988) che tengano. Qui il rapporto è così profondo che l’immedesimarsi con il protagonista viene naturale sin dalla prima (splendida) mezz’ora, in cui si è avvolti dalla coperta della tenerezza vedendo gli occhioni lucidi e i sospiri solitari di Wall•e che guarda Barbra Streisand danzare. In questa solitudine fatta di rifiuti e cianfrusaglie anche lo spettatore sente la necessità cogente di amare un’altra persona.
Seduti sulle comode poltroncine della multisala, o stravaccati sul divano di casa, so che voi avete stretto la mano della persona che avevate affianco perché tutti in fondo siamo Wall•e, e tutti vorremmo esserlo: sognatori, romantici, un po’ sfigati, ma anche eroi e puri di cuore. Insieme ad Eve forma una coppia che riporta alle origini (del)l’esistenza umana attraverso una pianticella. La rappresentazione degli esseri umani è buffa ma anche tremendamente satirica. Sono così obesi da non riuscire più a camminare, e per colpa della tecnologia hanno dimenticato anche i gesti più semplici come quello di fare una carezza. E così quell’osso che Kubrick (ampiamente citato) lanciò nello spazio anni fa è diventato una mega astronave abitata da umani poltroni imbambolati da uno schermo che li accompagna in ogni loro movimento. Paradossalmente due esseri non umani, ma che in pratica lo sono più dei viaggiatori della Axion, segnano un punto di svolta per l’umanità intera. Si esemplifica il duplice volto del progresso. Da una parte mortale se se ne abusa, dall’altre parte vitale per progredire.

Questo lungometraggio contiene una sequenza che è rivoluzionaria, e credo che mai prima d’ora, in una produzione Walt Disney, sia mai stata effettuata. In tutte le recensioni che ho letto non si accenna al fatto che Wall•e, verso la fine, muore schiacciato da una pressa. Il protagonista di un cartone animato muore. Anche solo a leggere una frase del genere fa un particolare effetto, eppure è così, e questo non fa altro che cementare il rapporto con lo spettatore, che pur essendo consapevole di un inevitabile “happy end” resta con il fiato sospeso sia nella situazione che ho appena citato, sia quando Wall•e viene lanciato nello spazio a bordo della navicella, e i minuti successivi sono a mio parere intrisi di una poesia quasi commovente: i due robottini che si sfiorano tra le profondità dell’universo dipingono una storia d’amore tangibile quanto i quadri di Rubens e sentita come la pioggia su Macondo, nel loro continuo rincorrersi e trovarsi c’ero anche io, ed è stato bellissimo.

Archeologia oltrefondiana

L’archeologia è sempre il risultato di uno scavo. La ricerca di un qualcosa che ha dato origine al tutto.
Scavando a fondo, e mai come in questo caso superandolo, si arriva ad una semplice domanda la cui risposta è però tra le più complesse: perché?

Oltre il fondo compie oggi un anno di vita, e la domanda che il venti Novembre scorso mi ponevo, a distanza di un anno non ha ancora una risposta. Quella presente in quel primo post non era vera, e questa lo era solo in parte.
Il fatto è che spesso mi sento ingabbiato in una scia, incolonnato in un gregge, succube di una moda. E per questo non trovo una risposta sensata al perché io abbia aperto questo blog. In fondo a chi importa cosa vedo, cosa ascolto, e cosa scrivo? Ci sono milioni di cineblog, musicblog e stocazzoblog, quindi che senso ha essere soltanto una piccola goccia nell’oceano virtuale?
Ho pensato spesso di chiuderlo, e una volta l’ho fatto, ma non sono resistito molto. La domanda che sorge è sempre la stessa: perché l’avevo chiuso? E perché l’ho riaperto?
Le sedimentazioni del tempo stratificate intorno a questo quesito non mi hanno fatto dimenticare però tutti gli “amici” che hanno avuto la pazienza di seguirmi, alcuni si sono persi per strada, altri si sono aggiunti e altri ancora lo faranno, io li ringrazio di cuore tutti.

L’altro giorno leggevo di una coppia che si è separata perché il marito tradiva la moglie su Second life. Ecco, io ho molta paura di non riuscire a staccarmi da questa ir-realtà, sicuramente arriverà un giorno in cui scriverò l’ultimo post, e spero che non sia troppo lontano perché più passa il tempo e più accorgo che un laccio invisibile mi lega a questo spazio virtuale, e ho il terrore che questo laccio si stringa sempre di più fino a soffocarmi.

Parimenti (erano tipo dodici anni che volevo usare questo termine) ri-scoprire una cosa sepolta è sempre coinvolgente, e se questa cosa ti appartiene è quasi emozionante. In questi trecentosessantacinque giorni ho: pensato, riso, pianto, ascoltato della buona musica, guardato dei pessimi film, fatto del sesso, superato alcuni esami, bestemmiato, bevuto troppi negroni, scritto un paio di poesie, capito che guidare non fa per me, visto mio padre invecchiare, rialzato la testa, stretto amicizie. E tutto questo l’ho scritto qua dentro: a volte tra le righe ed altre più marcatamente. Allora la risposta alla mia domanda iniziale, il mio arché, si palesa dinanzi ai miei occhi con una cifra banale e ripetuta, ma che sento inequivocabilmente vera: ossia che noi uomini abbiamo il bisogno di raccontare e raccontarci, ma la condizione imprescindibile che viene prima è che ci sia qualcuno a sentire quello che diciamo, anche uno sconosciuto. Così un piccolo ed insignificante commento può raddrizzare una giornata, e se anche in termini pratici non porterà nessun miglioramento, riuscirà ad abbozzare un sorriso sul blogger abbacchiato (ogni riferimento a me stesso è puramente casuale).

Quindi ti ringrazio vecchio mio, per quanto mi hai aiutato e per quanto ancora lo farai, ma non ti auguro cento di questi giorni, no, perché devi sapere che il giorno in cui tu morirai significherà per me la vita, e io non avrò più bisogno di te, nel frattempo ti auguro un buon compleanno.

domenica 16 novembre 2008

L'Uno per l'Altra - Reset ? (seconda parte)

Qui la prima parte
La vita può ricominciare da un long island con poco ghiaccio.
Altra girava veloce i pochi cubetti che affioravano in superficie, Jack, uno che con quel nome non avrebbe potuto fare altro che il barista, strofinava con un panno a quadri rossi il bancone, intorno a lei le solite voci di uomini che parlavano di calcio e di donne, di donne e di calcio, e poi ancora di calcio e di donne, fino a quando Jack non li scacciava via a pedate, loro imprecavano contro di lui promettendo che quella sarebbe stata l’ultima volta che mettevano piede lì dentro, poi il giorno dopo li ritrovavi al loro posto ad ingurgitare birra e a schiaffare carte sul tavolo.
Altra frequentava quel bar da molto tempo, si sedeva al tavolo e aspettava che qualcuno si avvicinasse, una sigaretta, un drink, ed il gioco era fatto, “la riserva di ombre” scherzava con Uno. Uno…le mancava molto, si chiedeva dove fosse, con chi…avrebbe avuto voglia di baciarlo ma allo stesso tempo di ammazzarlo.

La cannuccia sfrigolò sul fondo, Altra se ne stava per andare quando sentì una voce alle sue spalle: “Vuoi un chewingum?”
Dietro di lei un uomo biondo, sulla quarantina, ben vestito e imbevuto di profumo, il sorriso rivelò dei denti così bianchi che brillavano come i bicchieri dietro a Jack, tra le dita teneva un pacchetto di vigorsol alla menta. “Sono buoni, dai prendine uno!” Ripetè sedendosi vicino ad Altra.
Lei rimase di stucco, pensò che se gli angeli fossero di questa Terra lui sarebbe stato sicuramente uno di essi, sul viso portava qualche ruga, segno di una vita vissuta che gli si rifletteva anche negli occhi, così blu che non basterebbe il mare per descriverli.
“S-sì grazie.” Balbettò Altra.
“Sei davvero bella.”
Non era di certo il primo uomo a dirle una frase così, era così esperta che le bastava vedere uno in faccia per capire cosa le avrebbe detto, ma questa volta era diverso.
“Grazie…” Avrebbe aggiunto “anche tu”, ma non ne ebbe il coraggio.
“È molto tempo che ti vedo in questo bar sai? Probabilmente tu non te ne sarai accorta però io sono sempre stato qua. Ti ammiravo, ogni giorno, e speravo che tu incrociassi il mio sguardo, forse ti sembrerà strano, o forse passerò per uno stupido adolescente ma io, fin dal primo momento che ti ho vista, ho pensato che fossimo fatti l’uno per l’altra.”
In un istante le labbra di Altra si posarono delicatamente su quelle dell’uomo, mentre le sue unghie smaltate gli sfioravano la guancia. Fu un bacio vero per lei, dopo tanto tempo, dato ad una persona e non ad un’ombra.
“Ehi ehi, se volete fare ste cose fatele fuori di qua!” Jack agitava il panno in direzione della porta.
“Ti lascio il mio numero.” Disse l’uomo accarezzandole il viso, poi scrisse alcune cifre su un pezzetto di carta e le diede un bacio sulla guancia. Un secondo dopo era già uscito.
Altra lo vide scomparire in mezzo al fumo e agli schiamazzi dei giocatori di carte, spiegò il fogliettino e notò che l’uomo non aveva lasciato il suo nome.
“Jack! Dammi una penna.” Sopra il numero scrisse una parola in stampatello: ALTRO.

venerdì 14 novembre 2008

Il bosco fuori

Lo sguardo languido del bambino è la cosa più penetrante di tutto il film. Più di un braccio asportato con la motosega, più del colon anguillesco che sguscia dallo stomaco, più di una bugna ricolma di pus (maionese?), più di tre coatti romani impasticcati, più di coltelli che infilzano la carne, più delle pallottole ficcate nel cranio, e anche più di un povero bambino mutilato. Non ricordo chi aveva detto che uno sguardo è irripetibile, ma aveva ragione. Oltre gli occhi del piccolo cannibale si dipana un film che rende omaggio alle brughiere insanguinate del Texas, non per niente in Giappone è stato distribuito come Italian chainsaw, e alla violenza brutale di Craven, non per niente in America è giunto col nome di The last house in the wood, solo che qui i personaggi si muovono in un contesto geografico parecchio strano: i castelli romani. Mettendo da parte, se si vuole, il “profumo” artigianale che si respira per tutto il film, e soprassedendo ad una fotografia scorretta durante le riprese notturne, Il bosco fuori è un horror che ho gradito, si lascia vedere tutto d’un fiato.Questo perché a fine proiezione mi sono chiesto quale horror italiano degli ultimi dieci anni sia degno di nota, e sinceramente non ho trovato una risposta accettabile, anche perché ormai qui da noi questo genere è passato in secondo piano, quindi credo che solo i produttori più coraggiosi vogliano investire in questo campo, e sicuramente i Manetti Bros (Piano 17, 2005) sono annoverabili in questa categoria, anche perché se non sbaglio (ma non sbaglio) i due fratelli collaboravano con Marco Giusti alla trasmissione Stracult e quindi sono parecchio competenti in materia. Ma i registi non sono loro! Quindi onore a Gabriele Albanesi che ha definito il film “un delirio iperrealista, una storia di apocalisse e redenzione, è un sogno ad occhi aperti di una ragazza precipitata nell’orrore.Ed in fine, un viaggio nella memoria del cinema di genere e un ritorno alle origini dell’horror italiano”. Sulla seconda parte sono d’accordo, ma più che un ritorno alle origini lo definirei un punto di partenza su cui lavorare per il futuro, senza ovviamente dimenticare il passato. Per la prima parte avrei qualche dubbio. E soltanto perché è un film italiano. Giuro. Se questo fosse l’ultimo film di Aja o di Rob Zombie sarei estremamente entusiasta, purtroppo però ho riso sotto i baffi sentendo dialoghi da Centovetrine nei primi minuti, e vedendo i tre tamarri romani (che tra l’altro sono i personaggi meglio riusciti a mio avviso). Sarà questa forte esterofilia con cui sono cresciuto, però mi viene davvero difficile pensare ad un (bel) film horror italiano nel nuovo millennio. A giovani e volenterosi registi come Ivan Zuccon (La casa sfuggita, 2002), Andrea Falcioni (Il cerchio dei morti, 2007) e lo stesso Gabrieli Albanesi, il compito di farmi cambiare idea.

giovedì 13 novembre 2008

Giallo d' Argento

Non dico niente.
vabbè però la locandina è uguale a Gomorra santo cielo...

mercoledì 12 novembre 2008

Visitor Q

Eccessi: il padre necrofilo e sofferente di eiaculazione precoce, si fotte la figlia prostituta; la madre tossicodipendente viene picchiata dal figlio minore; il figlio è oggetto di continue derisioni e aggressioni da parte dei suoi compagni di scuola.
Estremismi orientali così violentemente al limite che quasi non ci credi, tu, occidentale, figlio di una formazione e di una educazione differente, tu che ti domandi per quale motivo nei film porno giapponesi le donne sembrano sofferenti mentre fanno sesso e allora ti sorge una domanda la quale parte dal presupposto che esse, come le loro colleghe europee/americane, fingono per dare piacere a chi guarda, e quindi ne deduci che il dolore fa rima con piacere per chi ha gli occhi a mandorla, tu, se credi in questo fragile sillogismo allora non hai capito che dietro ad un incesto, che dopo la necrofilia, che aldilà di due capezzoli strizzati, che oltre a questi simboli (e già in Dolls 2002, ne avevo parlato di quanto la semiotica sia profondamente incisiva nel cinema orientale) grezzi, scurrili, blasfemi e immorali, c’è un significato.
L’interpretazione è compito di chi guarda. Tradurre le immagini in senso è compito arduo ma alquanto affascinante, e oserei dire formativo per una persona perché aiuta a sostare nel film senza lasciarlo scivolare via. E questo può accadere soltanto se ci si pone una domanda, la più semplice, la più radicale: perché?

Perché Miike si sofferma così tanto sul latte che schizza dai capezzoli di Keiko?
Ma perché è un punto nodale. In qualche modo la famiglia ritrova una sua dimensione da quel momento in avanti, e la ritrova grazie alla presa di coscienza della madre che con il latte materno re-incolla i rapporti con suo figlio, che sguazzerà nel suo latte come in una placenta e rinascerà promettendosi dinanzi al visitatore di studiare in futuro, e con il marito. A suggello della nuova unione col partner si pone l’affettamento della giovane donna, un atto vissuto con estrema gioia e partecipazione dalla coppia. La scena finale è per così dire “un nuovo inizio”. Un principio che si fonda su una figura materna nuova, ripulita, rinata. Pur restando una tossica e una puttana. E su questo paradosso che il regista preme l’acceleratore: si può essere felici per dei deviati mentali? Si può provare pietà per un necrofilo incestuoso? Si può sentirsi sollevati nel vedere una famiglia pazzoide riunita? Beh, se le risposte sono affermative significa che il film ha colpito nel segno. Io pensandoci bene dico: “Sì.”
Ma chi è questo misterioso visitatore? Non lo so. Non ci è dato saperlo. Si può interpretare. Per me è la proiezione di Miike impressa su pellicola, un regista che con Audition (1999) mi ha sbigottito e con Ichi the Killer (2001) mi ha steso, per la forza delle immagini ma ancor più per quello che c’era dietro; è stato un po’ come se mi avesse dato una secca pietrata sulla nuca.

È eccessivo? Sì, lo è. Ma è anche intelligente, e spesso queste due categorie non vanno mai a braccetto.

domenica 9 novembre 2008

Il giorno in cui Paul divenne uomo

L’avrebbe uccisa, sì, se ne fosse stato in grado l’avrebbe fatta fuori: puff, sparita, eliminata, cancellata, annientata. Paul odiava la ragazza di suo fratello maggiore con tutto sé stesso. Fin dal primo giorno aveva pensato: “Questa qui mi sta sui coglioni.” E col passare del tempo le cose non erano migliorate.
Ogni volta che veniva a cena da loro si sedeva sempre al suo fianco, e mentre discutevano o si guardava la tv, lei rideva, ma la sua risata era simile al verso di una foca, Paul andava in bestia. “Adessosoffocaadessosoffoca”, ma subito dopo riprendeva quel ghigno compulsivamente malefico.
La cosa che più gli dava fastidio era quando s’intrometteva nei fatti suoi, lo faceva sempre mentre aspettava che suo fratello tornasse dal lavoro; si piazzava in camera sua e guardandosi intorno cercava un argomento su cui ciarlare.
“Hai visto Paul come pioveva oggi?”
“- crede che sono cieco questa deficiente? - Già ho visto…”
“Cosa leggi?” Quando sorrideva le sue labbra si allargavano così tanto che ci sarebbero passate tre banane contemporaneamente.
“- Saranno fatti miei - Un libro...”
“Che libro è?” Quando s’incuriosiva piegava la testa da un lato aggrottando le sopracciglia.
“- Ma fatti i cazzi tuoi! - "L’amore ai tempi del colera"…
“Non l’ ho mai letto, di che parla?” Adesso la sua espressione era un misto delle due precedenti, Paul l’avrebbe ammazzata seduta stante.
“- Ci credo te al massimo leggi Vanity Fair - è una storia d’amore.”
“Davvero? E tu ce l’ hai la fidanzatina Paul?” Inarcò un po’ la schiena in avanti appoggiando i palmi delle mani sul letto.
“- ma cosa vuole sta qui? - No non ce l’ho.”
“L’ hai mai vista una ragazza nuda?” In un attimo si sfilò la maglietta di cotone restando con i capezzoli induriti semicoperti dai lunghi capelli lisci.
“- Cazzo -Cazzo!”
“Avanti tocca, non avere paura…” La sua mano era tesa in direzione di Paul che timidamente si avvicinò alla ragazza accarezzandole con la mano tremante la rotondità del seno, lei lo strinse e gli sussurrò all’orecchio:”Baciami…”
Con il cuore che batteva come mai in quindici anni di vita rispose: "Sì".
Quella sera a tavola le sue risate non gli diedero fastidio, i suoi sorrisi non lo fecero infuriare, anzi, ne sentiva come il bisogno, e quando suo fratello l’abbracciò davanti a lui gli si chiuse lo stomaco e fu assalito da un senso di nausea.
Aspettò lei per molti giorni a venire nella sua cameretta, stringendo tra le braccia il libro di Garcia Marquez e ripensando al giorno in cui divenne un uomo.
Ma non tornò più, lasciò suo fratello per un’ istruttore di body building, e così due uomini cominciarono a piangere per la stessa donna. Ma questa, come si dice, è un’altra storia…

giovedì 6 novembre 2008

Storie di vita e malavita

“Carlo Lizzani, autore estremamente produttivo,ha vissuto tutte le stagioni del cinema nazionale, dal neorealismo ai giorni nostri,attraversando tutti i generi cinematografici senza mai perdere il suo stile misurato,realistico ed elegante. Sceneggiatore, regista, produttore, intellettuale lucido con il gusto per la letteratura e per la storia, è stato anche critico e storico del cinema, ricoprendo di volta in volta tutti i ruoli che competono a un cineasta. Testimone del “secolo breve” e dell’evoluzione della sua società, non ha mai perso, pur nella sua lunga carriera, la carica ideale ed umana degli esordi.”
Così recita una breve biografia di Carlo Lizzani presente nella guida della mia facoltà. Qui sul blog mi sono occupato di lui con La casa del tappeto giallo (1983) che insieme a Storie di vita e malavita (1975) non risultano come due dei suoi film più famosi, e oso dire (perché non ne ho visti altri) neanche i più riusciti. Però i temi che – e come li – affronta Lizzani sono “degni” della mia attenzione. D’altronde questo è Oltre il fondo, se no si sarebbe chiamato Settimo cielo.

Questo è un film che avrebbe dovuto durare solo mezz’ora, la prima. Oppure mantenere la sua lunghezza occupandosi esclusivamente dell’episodio numero uno. La storia di Rosina, la prima appunto, è a mio parere l’unica decente. Si riscontra un minimo di spessore nei personaggi e una trama “congegnata” nell’ottica di interessare lo spettatore, riuscendoci anche, ma senza grossi sussulti. Il problema di fondo è che tutte le vicende successive sono una copia sbiadita di questa, già pallida e apatica di per sé. I personaggi che si susseguono, dai “protettori” alle giovani prostitute, sono gli uni le riproduzioni praticamente identiche degli altri: cambia soltanto l’estrazione sociale di alcune delle ragazze, a volte borghese altre volte proletaria. Ma il disagio personale che vivono è lo stesso. Ovvio che sentir dire da una delle giovani che “fa la vita” per avere delle esperienze… beh mi cadono un po’ le braccia e non solo quelle. Per di più le varie situazioni che portano le ragazze sulla strada sono estremamente romanzate tanto da travisare la ricerca sociale da cui il film prende spunto, ed a inficiare tale questione ci pensano quelle allusioni erotiche inclinate al lesbicismo tanto anni '70 quanto fuori luogo.

È buffo sentire negli attori (credo non professionisti) una forte inflessione dialettale a cui noi non siamo più avvezzi, è un po’ meno buffo perdere due ore di vita per questo film, ma sono convinto del fatto che avventurandosi nel labirinto dell’adolescenza c'è chi ha fatto molto di peggio: Maladolescenza (1977).

mercoledì 5 novembre 2008

L'Uno per l'Altra - Reset? (prima parte)


Riassunto: Ormai le vite di Uno e di Altra sono separate, da questo momento in poi ognuno sembra prendere una propria strada.

La vita può ricominciare da un’insegna al neon verde fluorescente.
“La K si è staccata.” Disse quello che probabilmente era il proprietario della bettola appoggiato all’uscio.
“Mc Kittrick…” Scandì Uno con ancora la valigia in mano.
“Non chiedermi che cazzo voglia dire, questo cesso l’ ho ereditato da mio padre, se vuoi una camera vedi di deciderti presto perché tra poco inizia Happy Days e non ci sono più per nessuno.” Tirò un rutto e proseguì: ”Qui non ci sono regole, se vuoi sbatterti qualche puttanella puoi farlo, se spacci o fai uso di droghe puoi farlo, se sei ricercato dalla polizia io posso coprirti, ovviamente solo se sganci qualche verdone, se...”
“Va bene ho capito, prendo una camera singola.” Fece Uno avanzando di due passi in direzione dell’entrata.
“ALT!” Il palmo calloso del proprietario gli sfiorò la faccia: ”Non farai mica lo sbirro te?” Uno stuzzicadenti apparve all’angolo destro delle sue labbra circondate da una barba vecchia di qualche giorno.
“No, sono una persona normale.”
“Bene bene, prego entra pure!” Alzò il braccio per accompagnarlo dentro, rivelando un buco nella maglia di cotone in corrispondenza dell’ascella.
La hall era costituita da due poltrone verdi impolverate, un bancone giallognolo e una vecchia tv portatile a pile.
Il proprietario con uno slancio inaspettato si posizionò dietro al bancone e gettandosi alle spalle un giornaletto porno schiaffò sopra di esso il registro delle firme: “Firma dove cazzo vuoi”.
Intanto la tv sputacchiava una canzoncina: ”Sunday, monday happy days…”
“Uuuuh inizia inizia, Maddy inizia! Vieni presto!”
Da una porticina apparve una chiattona imponente, una bomboniera di ciccia e lardo che impiegò tre minuti a percorrere neanche due metri, Uno notò lo strato di glassa che le circondava la bocca, quando gli passò affianco sentì lo stesso odore di piscio che emanava il barbone la notte appena passata.
“Fratellino fammi spazio.” Nell'istante in cui si sedette i vasi impolverati sulle mensole smossi da un invisibile forza sismica vacillarono per un secondo.
“Ecco guarda c’è Fonzie! Ahahaha, guarda Maddy!”
“Che fico!” E una brioche intera svanì nella sua bocca.
Uno si allontanò silenziosamente da quel grottesco quadretto, fece per salire le scale quando una vocina lo chiamò: ”Signore…signore! La valigia, la dia a me!” Un bimbetto tutto rugoso vestito come un nordista gli sorrideva davanti. “Anche se sono un nanetto ho molta forza sa?”
“Ehm…ma questa valigia è molto pesante…”
“Avanti non si faccia pregare, faccio questo lavoro da cinquanta anni!”
“C-cinquanta?”Ma il nano era già svanito su per le scale.

martedì 4 novembre 2008

...e tu vivrai nel terrore! L'aldilà

Schegge.
Di classe pura, visionaria, sanguinolenta, cattiva.
Ma anche cadute sintomatiche del cinema bis italiano.
Sarò cattivo: non è un capolavoro per me. Poi forse è definibile come capolavoro di Fulci, ma non avendo visto tutti i suoi film come posso affermarlo?
Gli stilemi del cinema horrorifico ci sono tutti: un pittore dannato, una casa infestata, un libro maledetto, voci echeggianti, rumori sinistri, morti che risorgono, vivi che muoiono. E poi, in mezzo a questi elementi abusati, dei lampi accecanti. Il primo: vedo un ponte lunghissimo che quasi sembra finire nell’orizzonte, pare un quadro, credo fermamente che lo sia. Poi sbuca un puntino che venendomi incontro si palesa come una macchina. Fulci mi ha fregato. Qui si incontrano Emily e Liza, senza spiegazioni, ma in fondo non ce n’è bisogno, va bene così.
Altro flash. Ancora Emily. La vedo inquieta, sente qualcosa. Si abbassa e dietro di lei appare uno zombi. Poi un altro e un altro ancora, la ragazza cieca è circondata. Urla, grida, sbraita, strilla, ma le parole non fermano gli zombi caracollanti, il suo cane sì, apparentemente. Il buio non mi fa capire, sembra che il pastore tedesco abbia difeso la sua padrona, poi una lama di luce illumina il pelo del cane squarciato da una ferita. Fulci mi ha fregato di nuovo. Poco dopo le sue zanne affondano nella carne di Emily.
Terzo lampo. Sono con Liza e McCabe nell’ospedale. Uomini morti che si alzano dai loro letti, ci circondano, sentono il nostro odore, l’odore della vita. Riusciamo a fuggire mentre le pallottole di McCabe rimbombano nei corridoi della struttura. Ma dopo una scala a chiocciola ci ritroviamo nel seminterrato dell’hotel (Fulci mi ha fregato per la terza volta), con passo lento avanziamo e tra le nebbie che si alzano dalla terra arida scorgiamo corpi di essere umani distesi nella polvere. Ho già visto quell’immagine, in un quadro forse. Non ho il tempo per pensarci, mentre sento il mio nome sibilare nell’oscurità mi accorgo che il buio è entrato dentro di me, e una voce dichiara: “E ora affronterai il mare delle tenebre, e ciò che in esso vi è di esplorabile.”

Se fosse un capolavoro quello che ho scritto sarebbe vero. Mi spiego meglio: è tautologico il fatto che Liza incontri Emily su un ponte deserto, è impensabile affermare che il cane di Emily non ha ucciso la sua padrona, è comprovato che Liza e il dottore finiscono nell’aldilà. Tutto questo è vero. Solo che io non c’ero.
Ho visto L’aldilà con distacco, senza essere trasportato nella storia, cosa che un capolavoro cinematografico solitamente mi fa. Fulci mi ha fregato in più occasioni, sì, ma non mi sento abbindolato, e io adoro farmi abbindolare dai registi! Mi sono sentito uno stupido quando la mdp di Lynch allarga l’inquadratura nel dialogo tra Laura Dern e la barbona in INLAND EMPIRE (2006). La mia bocca ha assunto la forma ad O quando Woo-Jin fa partire la registrazione con Dae-su ai suoi piedi in Oldboy (2003). Questi due esempi per dimostrare che ero coinvolto, che anche io, seppur seduto sul mio lettino nella tranquillità della mia casetta, ero dentro alla pellicola, e lei dentro di me.
Beh, con L’aldilà non è successo, e credo che la “colpa” possa essere ricondotta alla mancanza di ritmo nelle scene di raccordo, alla presenza di dialoghi poco incisivi e alla latitanza in alcuni frangenti di essi, a qualche sfx un po’ datato (vedi i ragni ed il dottore ucciso dalle schegge di una finestra), alla scarsa caratterizzazione dei personaggi (ma questo è un difetto di molti horror anche odierni), e ad alcune facilonerie (come mai una pistola in un ospedale? E soprattutto quanti colpi ha?).

Però che lampi, che schegge impazzite, che flash accecanti di classe! Dal prologo virato seppia all’inferno finale tutto d’un fiato. Ma sì, da vedere.

domenica 2 novembre 2008

Gummo

In un paese di nome Xenia, in Ohio, “un tornado si è abbattuto sul villaggio. In tanti sono rimasti uccisi, qui sono morti cani, sono morti gatti, case spaccate a metà, collane e braccialetti sopra gli alberi. I morti avevano le ossa che gli uscivano dalla testa, Oliver ha trovato una gamba sul letto. Molti padri di famiglia sono morti durante il grande tornado, io ho visto una ragazza volare per aria, e gli ho guardato sotto la gonna.

È questo l’incipit di Gummo, che poi sarebbe il nome dell’uragano, raccontato con voce sofferente da Solomon, il ragazzino smagrito protagonista insieme a Tummler, orfano del padre e cacciatore di gatti.

In breve il film, che non ha una sua logica sequenzialità, è un susseguirsi di scenette immorali attuate da personaggi ancora più immorali, che hanno come filo conduttore l’aver qualcosa in comune con Solomon e Tummler.
Così si viene a scoprire che a Xenia un ricettatore compra gatti per un ristorante cinese in cambio di colla da sniffare, oppure che una ragazza ritardata si prostituisce per volere del padre (o fratello?). Mentre un bambino con le orecchie da coniglio vaga per il paese come un’anima in pena.

La prima pellicola di Hrmony Korine ha l’intento di non lasciare indifferenti. Questo proposito è però rimasto tale nei miei confronti, tanto che a poche ore di distanza ho un ricordo sbiadito della vicenda e probabilmente tra un paio di settimane l’avrò scordata dal tutto. Con tutta sincerità trovo poco intriganti le turpi storie raccontate perché troppo slegate dal contesto e tra di loro, ma soprattutto non sono “brucianti”, non graffiano. Di prostituzione minorile ne ha parlato Lizzani in Storie di vita e malavita nel 1975, di gratuita violenza sugli animali ne abbiamo fin sopra i capelli con i cannibal anni '70 (e loro non scherzavano affatto), sul rapporto adolescenti-droga nel '97 si era già detto qualcosa con Ritorno dal nulla, sulla provincia americana media Todd Solondz aveva detto la sua con l’amaro Fuga dalla scuola media (1995).
Le riprese di Korine sono insolitamente originali, sporche e nevrotiche, ed anche la fotografia contribuisce a trasmettere un senso di degrado che non è di certo ai livelli di Totò che visse due volte (1998), ma che rende l’idea di uno sterramento delle coscienze, come se l’uragano insieme agli alberi e alle case si fosse portato via anche il senso morale degli abitanti di Xenia, o forse tornado o non tornado loro saranno sempre così.

Gummo non aggiunge niente di nuovo. Nessun pugno nello stomaco, ma quasi una ricerca ostinata nel volere stupire laddove altri lo avevano già fatto in passato.

venerdì 31 ottobre 2008

Mondo Topless

Russ Meyer è un nome sconosciuto ai più. Questi più, se sono schiavi della ghiandola mammaria, farebbero bene a recuperare le sue opere in quanto egli stesso diceva: “Io giro solo film di tette.” (Wikipedia docet).
Nel 1965 diresse Faster, Pussycat! Kill! Kill!, il suo film più famoso rivalutato negli ultimi anni fino a diventare un cult. Ma al tempo fu un flop colossale, così Meyer per cercare di riparare al danno nel ‘66 monta alcune scene di un suo mondo-movie girato in Europa, insieme ad una serie di interviste ad alcune giunoniche ballerine. Il risultato è Mondo Topless.
Che cosa si vede in Mondo topless? È presto detto. Solo ed esclusivamente tette. Da sopra, da sotto, di lato, piccole, enormi, sode, cadenti. È il tripudio del seno al pari de L’elogio del culo di Brass.
Le proprietarie di queste poppe non fanno altro che ballare senza reggiseno per tutti i 57 minuti nelle aree geografiche più disparate: dalla battigia di una spiaggia, ad una piscina; da un bosco alla prossimità di un binario ferroviario. Loro ballano, e con esse le loro tette, in un movimento continuo e ipnotico, ma anche un po’ tedioso ad essere sinceri.
Sì, vedere un bel seno è sempre piacevole, però si ha la sensazione che dieci minuti sarebbero bastati e avanzati, invece bisogna sopportare le loro disquisizioni che a distanza di 40 anni perdono la forza emancipatoria del tempo. E allora sapere che la biondina dorme senza reggiseno, o che un’altra tipa ha più di tre uomini e riesce a soddisfarli tutti, mi farà lo stesso dormire sonni tranquilli. È un po’ il discorso di Pink Flamingos (1972), il passare degli anni ha sminuito la loro effervescenza arrivando ai nostri occhi fuori tempo massimo.
Ha il pregio però di distaccarsi dai mondo-movie come Magia nuda(1975), qui di schifezze non se ne vedono, a meno che uno non odi le tette, ma quello è un altro discorso.

giovedì 30 ottobre 2008

Le porte del silenzio

Come recita la copertina del dvd “l’ultimo straordinario film di Lucio Fulci”. Forse non così straordinario ma incontrovertibilmente l’ultimo, purtroppo.
Per gli strani arabeschi del destino il film figura come un epitaffio del regista, una specie di iscrizione funebre che cerca di superare la morte illudendosi la vita, ma che dovrà arrendersi di fronte al grande mistero questa volta impresso su una targa: D.E.A.T.H.
Il Fulci crepuscolare abbandona splatter e violenza sobbarcandosi l’onere di scrivere il soggetto e la sceneggiatura, creando un film profondo, non so se più bello o più brutto ai suoi precedenti, sicuramente diverso. Paradossalmente però la pellicola, prodotta da Joe D'Amato, è rimasta nell’oblio per molti anni a causa di una distribuzione scellerata.

C’è un incidente stradale, un’orologio segna le sette e trenta.
Il protagonista della storia è Melvin Deveraux (John Savage, Il cacciatore, 1978), un uomo di affari che dopo aver visitato la tomba del padre si mette in viaggio per tornare a casa. Lungo il tragitto incontra un carro funebre che gli sbarra la strada, inizia così un lungo inseguimento inframezzato dalla misteriosa presenza di una donna che dice di volere Melvin.
C’è un incidente stradale, un orologio segna le sette e trenta.

“…quando varcherai le porte del nulla, nessuno ti sarà vicino: solo l’ombra della tua morte…”
Così dice Giovanni nel IV libro de l’Apocalisse e così si conclude il film. L’ultimo istante di vita di Melvin si dilata in un’ora e mezza dove l’uomo rincorre senza riuscirci un carro funebre che porta il suo feretro. E quindi la struttura circolare su cui poggia l’intera vicenda è una riflessione davvero profonda sulla morte e sulla vita, ironica e onirica allo stesso tempo. Tempo che si cristallizza nelle lancette, ma non per Melvin che continua ad inseguire ossessivamente quel carro per dimostrare a se stesso che è vivo, mentre quel carro altro non è che la sua morte.
Molto bello, molto poetico. Ma anche un po’ fiacco, difettando in coinvolgimento, forse saranno quelle lunghe riprese di Savage che macina chilometri su chilometri, e derivativo nella struttura, forse sarà quell’inseguimento che ricorda molto Duel (1971). Anche la fotografia è il risultato di immagini un po’ dozzinali senza grossi acuti né scene memorabili, e pure la trama appare piuttosto prevedibile, ma forse questo era voluto…

Come si direbbe di una donnina in vetrina ad Amsterdam: si lascia guardare, pur con qualche riserva.

martedì 28 ottobre 2008

Zoo

Kenneth Pynian probabilmente non si sarebbe mai immaginato che il 2 Luglio del 2005 la sua vita si sarebbe fermata per colpa di un cavallo. E se anche fosse, un decesso per peritonite acuta a causa della perforazione del colon sarebbe stato l’ultimo dei suoi pensieri, ma d’altronde come si può avere paura di ciò che si ama?

In breve: nello stato di Washington un gruppo di zoofili organizza un week-end a luci rosse in una piccola fattoria. Si ride, si beve, si scherza e ci si fa montare da un cavallo. Pynian, un ingegnere sposato con figlio, ci rimette le penne. Il cavallo in questione, un Arabian e quindi un bel bestione, ci rimette il suo arnese in quanto dopo i “rapporti” aveva sviluppato strani comportamenti sessuali come leccare il pene ad un pony.

Beh, sarebbe stato facile per Robinson Devor scadere nel cattivo gusto. Probabilmente nelle mani sbagliate ci sarebbe stata una speculazione sulla vicenda che avrebbe trascinato il film in una dimensione pruriginosa, cosa che Polselli aveva puntualmente fatto nel 1973 con Oscenità. Invece Zoo, a dispetto della materia che tratta, è un film di gran classe. Anche per un profano come me salta subito all’occhio la bravura del regista nel maneggiare la mdp nelle splendide panoramiche della cittadina, a volte sul tramonto altre volte all’alba, trasmettono un senso di inquietudine, di disagio, di ansia.
Apprezzata la scelta di non far vedere praticamente nulla di esploitativo, esclusi alcuni veloci fotogrammi che mostra la polizia ai proprietari della fattoria; il video del fattaccio se lo volete vedere ciccate qui… eeeeh col cavolo questo è un blog serio!, comunque il video gira per davvero in rete, l’ho visto e devo ammettere che è bello tosto, sempre che si tratti realmente di Pynian.
I vari componenti del gruppo, che usano nomignoli tipo Coyote, Mr.Hand e Happy Horseman sono ovviamente impersonati da attori, mentre le riflessioni che accompagnano tutto il film sono state registrate da interviste ai reali protagonisti. Però se non si ha dimestichezza con l’inglese non è facile stare dietro a ciò che dicono anche perché non essendoci interlocutori visibili si perde tutta la comunicazione non verbale.

Locandina stupenda, una delle migliori che abbia mai visto, all’altezza della forma complessiva della pellicola che risulta un prodotto davvero ben confezionato; e pur trattando di zoofilia non scema nella volgarità gratuita, mostrando non solo il mondo esteriore dei protagonisti ma anche quello interiore, non riuscendoci appieno forse, ma il tentativo resta lodevole.

sabato 25 ottobre 2008

Terror! Il castello delle donne maledette

Credo che poche persone siano a conoscenza del fatto che nel 1973 tale Robert Oliver, aka (forse) Oscar Brazzi, autore di alcuni film erotici tra il '60 ed il '70, decise di girare questo Terror! Il castello delle donne maledette prendendo spunto da Frankestein (1818), l’immortale romanzo di Mary Shelley.
Infatti il conte protagonista del film, interpretato da Rossano Brazzi, fratello del regista e attore di un certo calibro, ha come cognome la creatura creata dalla penna della scrittrice inglese. Tale conte è dedito ad esperimenti poco ortodossi come riportare in vita i morti.
E fin qua potrebbe essere tutto nella norma.Purtroppo Oliver infila nella trama gotica, con ambientazioni neanche troppo malvagie (a parte il laboratorio forse…), un gigante troglodita e un uomo di Neanderthal impersonato dall’attore più neanderthaliano che sia mai esistito: Salvatore Baccaro, che si presenta come Boris Lugosi. Spettacolo.
In più nel castello del conte si aggirano individui sinistri come un nano con evidenti problemi di deambulazione, e un gobbo bruttissimo che però s’intende con la procace cameriera. E proprio il nano sarà accusato dal conte Frankestein di tradimento con la polizia in seguito al trafugamento di un corpo nel cimitero per uno dei suoi esperimenti. Così il nano incazzato trova rifugio nella caverna dell’uomo primitivo e con esso pianifica la vendetta. Quindi potete immaginarvi cosa possono combinare un nano e Baccaro versione Fred Flistones, roba che Beatrix Kiddo gli fa una pippa.

Personalmente ho trovato un indice di “trashosità” molto più elevato in Nuda per Satana (1974) o Riti, magie nere e segrete orge nel trecento (1973). Qui, seppur nella goffaggine in cui il film annaspa, ho ravvisato un minimo di sottotesto: striminzito, risibile, misero, ma l’ho trovato. Nei due film precedenti no.
Un sottotesto che viene travolto dalla storia aberrante di cui fa parte, ma che è presente ed è riassunto dalla frase finale di browninghiana memoria: “Era un anormale, ma forse tutti siamo un po’ anormali.” Che suona gratuita e immotivata, che fa ridere nel contesto in cui viene pronunciata, che sembra intrisa di una solennità fuori luogo. Però c’è, ed è sempre meglio che niente.

Ma è solo un fuoco di paglia. Poi vedendo fulmini disegnati, tette e culi, i piedi di Baccaro, il cranio pelato del gigante, Rossano Brazzi che cerca di essere nella parte, donne maledette latitanti e il nano guardone, non posso che arrendermi di fronte a cotanto trashume.

Però c’è di peggio nel peggio.