mercoledì 12 novembre 2008

Visitor Q

Eccessi: il padre necrofilo e sofferente di eiaculazione precoce, si fotte la figlia prostituta; la madre tossicodipendente viene picchiata dal figlio minore; il figlio è oggetto di continue derisioni e aggressioni da parte dei suoi compagni di scuola.
Estremismi orientali così violentemente al limite che quasi non ci credi, tu, occidentale, figlio di una formazione e di una educazione differente, tu che ti domandi per quale motivo nei film porno giapponesi le donne sembrano sofferenti mentre fanno sesso e allora ti sorge una domanda la quale parte dal presupposto che esse, come le loro colleghe europee/americane, fingono per dare piacere a chi guarda, e quindi ne deduci che il dolore fa rima con piacere per chi ha gli occhi a mandorla, tu, se credi in questo fragile sillogismo allora non hai capito che dietro ad un incesto, che dopo la necrofilia, che aldilà di due capezzoli strizzati, che oltre a questi simboli (e già in Dolls 2002, ne avevo parlato di quanto la semiotica sia profondamente incisiva nel cinema orientale) grezzi, scurrili, blasfemi e immorali, c’è un significato.
L’interpretazione è compito di chi guarda. Tradurre le immagini in senso è compito arduo ma alquanto affascinante, e oserei dire formativo per una persona perché aiuta a sostare nel film senza lasciarlo scivolare via. E questo può accadere soltanto se ci si pone una domanda, la più semplice, la più radicale: perché?

Perché Miike si sofferma così tanto sul latte che schizza dai capezzoli di Keiko?
Ma perché è un punto nodale. In qualche modo la famiglia ritrova una sua dimensione da quel momento in avanti, e la ritrova grazie alla presa di coscienza della madre che con il latte materno re-incolla i rapporti con suo figlio, che sguazzerà nel suo latte come in una placenta e rinascerà promettendosi dinanzi al visitatore di studiare in futuro, e con il marito. A suggello della nuova unione col partner si pone l’affettamento della giovane donna, un atto vissuto con estrema gioia e partecipazione dalla coppia. La scena finale è per così dire “un nuovo inizio”. Un principio che si fonda su una figura materna nuova, ripulita, rinata. Pur restando una tossica e una puttana. E su questo paradosso che il regista preme l’acceleratore: si può essere felici per dei deviati mentali? Si può provare pietà per un necrofilo incestuoso? Si può sentirsi sollevati nel vedere una famiglia pazzoide riunita? Beh, se le risposte sono affermative significa che il film ha colpito nel segno. Io pensandoci bene dico: “Sì.”
Ma chi è questo misterioso visitatore? Non lo so. Non ci è dato saperlo. Si può interpretare. Per me è la proiezione di Miike impressa su pellicola, un regista che con Audition (1999) mi ha sbigottito e con Ichi the Killer (2001) mi ha steso, per la forza delle immagini ma ancor più per quello che c’era dietro; è stato un po’ come se mi avesse dato una secca pietrata sulla nuca.

È eccessivo? Sì, lo è. Ma è anche intelligente, e spesso queste due categorie non vanno mai a braccetto.

1 commento:

  1. adoro Miike e soprattutto quel VisitorQ che, insieme a Gozu, me lo fece scoprire.

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