venerdì 29 dicembre 2017

Erosioni

Nella notte: una fitta lancinante le fa aprire gli occhi, ci mette qualche minuto per comprendere che quella fastidiosa pulsazione proviene da dentro la bocca, in una gengiva, in un piccolo nervo attorcigliato sotto un dente, si riaddormenta ma il sonno è molestato dal dolore e sprofonda in un incubo dove suo padre è di nuovo vivo in carne ed ossa e mangia una minestra gialla nella fredda cucina di casa, allora scatta giù dal letto e si precipita nella camera dei genitori e con una mano sulla mandibola tira un sospiro di sollievo: papà è ancora morto e sta lì immobile vicino al grosso comò, dopo il suo decesso le gambe si sono fuse in un solido tronco che ha messo radici nel pavimento, le braccia rami, le dita foglioline verdi, la testa un nodo contorto dall’aspetto celebrale, che succede piccola mia? Chiede il padre-albrero, papà mi fa male un dente! Vieni qui e fammi vedere: da un incavo del legno sbuca un pulcino con un occhio da Polifemo che scruta la dentatura della ragazzina, oh-oh-oh tesorino non c’è nessun dentista che possa curarti, lo senti questo strano rumore? Sì... ed è anche fastidioso! È il mare, o meglio la tua saliva che si è fatta mare e che sbatte contro quella scogliera di calcio e smalto che è diventata il punto più estremo dell’Europa, la tua lingua naviga in un Atlantico in burrasca la cui ferocia ha mangiato la roccia lasciando un buco che da sotto fa vedere il cielo-palato e da sopra l’acqua-radice, non avere paura amore, passerà, sì ma fa tanto male papi...

Il giorno dopo a ricreazione: ehi e quello chi è? Carino vero? Pare sia uno nuovo che viene da fuori, l’ho visto ieri mentre entrava, è proprio figo, sì, sembra diverso dagli altri che conosciamo. Sembra diverso.

[eventi routinari accadono in questa parentesi quadra: è autunno e il padre ingiallisce fino a sfrondarsi, nella stanza le foglie secche a terra si rattrappiscono, la figlia, al contrario, si sente fiorire e dice così all’amica io non posso farci niente, nel senso, lo vedo e arrossisco, penso che se solo mi salutasse addio, morta, divento una cretina totale se è a qualche metro di distanza, cosa vuoi che faccia? Da una parte vorrei parlargli dall’altra il solo pensiero mi uccide, perché è così difficile? E poi cosa penserà lui di me?, il mal di denti continua, è un flagello costante, picchia forte la notte, pensa al nuovo compagno e al culmine del patimento è costretta a sgattaiolare ai piedi del ciocco paterno per cercare qualche coccola arborea]

Poi: è così perfetto che quasi non ci crede, loro due seduti su una panchina che si affaccia sul Mediterraneo, poca gente in giro, la tacita consapevolezza di essere i potenziali protagonisti di una futura complicità, non si dicono niente di fondamentale importanza poiché l’unica cosa importante, ora, è essere lì, insieme, e sfiorarsi con le ginocchia, ridere di un compagno un po’ scemo, ricordare situazioni del proprio passato personale costruendo, involontariamente, un piccolo mausoleo della memoria condivisa che magari, in futuro, potrà essere riconsultato, adesso all’interno dei loro cervelli da teenager un fluido color rosa inebria le sinapsi che rallentano la folle trasmissione di informazioni, senza accorgersene sono immersi in una bolla amniotica che li attrae vicendevolmente, il mare, l’orizzonte, il motore di una automobile lontana, il verso stridulo di un gabbiano che ha scambiato lo spicchio di sole calante per un gigantesco chicco di grano e che voltandosi verso la costa vede un’altra luce brillare. Si stanno baciando. La lingua di lui va a posarsi delicatamente sul dente dolente e lei viene scossa da un tremito, il male si placa, non sente più niente, a Cascais la Boca do Inferno svanisce nel nulla, al posto del buco luciferino compare un anonimo scoglio su cui l’Oceano colpisce senza scolpire alcunché.

Le labbra si dividono e lui dice: ma come? Non ti ricordi di me? Non ti ricordi di noi? Quando ti ho vista la prima volta a scuola nemmeno io ricordavo, poi una memoria non mia è emersa dal buio. Tuo padre faceva il tassista a Bangkok, per i turisti seduti sui sedili posteriori era solo gli occhi devastati dal traffico e dallo smog riflessi nello specchietto retrovisore, a fine mese mandava a te e a tua sorella tre o quattromila Baht, il resto, quel poco, lo teneva per pagare l’affitto in uno squallido monolocale vicino a Patpong, tu invece vivevi al nord, nella tranquilla Chiang Mai, ed è lì che ci siamo incontrati una domenica sera tra le innumerevoli bancarelle del mercato settimanale, io ero arrivato da Lisbona due settimane prima e avevo già girato la Thailandia da cima a fondo, cercavo, come noi occidentali erroneamente crediamo, un me stesso andando via di casa, ma in realtà continuavo a portarmi dietro una solitudine che non era medicata né dagli incontri occasionali nei massage parlour, né dalla visione dei templi dorati, così, mentre passeggiavo tra la folla, fui attirato da un baracchino che vendeva insetti tostati, visti da vicino avevano un aspetto quasi commestibile, sembravano caramelle di liquirizia, ero indeciso quale scegliere quando un dito indicò quelli più piccoli, era il tuo dito e io accettai il consiglio, a differenza tua che apprezzavi parecchio lo strano snack dicendo in un inglese rivedibile che siccome erano insetti mangia-legno avevano un buon sapore, io in bocca sentivo solo un gusto di terra ma onestamente non mi importava perché avevamo iniziato a parlare e nonostante anche il mio di inglese fosse un po’ claudicante ci capivamo, e passeggiammo a lungo allontanandoci dal brulichio dei turisti fino ad oltrepassare le vecchie mura che circondavano la zona più antica, mi dicevi che eri nata lì, che studiavi e che ogni tanto lavoravi, io non capivo bene, faceva caldissimo, ti presi la mano e continuammo a camminare fino a che lo stesso dito di prima indicò il cancello di una casetta a due piani, volevi che ti seguissi e, semplicemente, lo volevo anche io. All’interno l’abitazione era abbastanza pulita, c’era un forte odore di cibo cucinato e di spezie che svanì una volta saliti in camera, non ricordo l’arredamento perché la luce era spenta, ricordo bene, invece, il contatto con il tuo corpo liscio e il tuo alito che sapeva di menta, pensai, stupidamente, che quegli insetti dovevano aver banchettato nel tronco di un pino. Rivestendomi con te che ancora affioravi tra le coperte mi chiedevo se dovevo pagarti per la notte appena passata, ma non toccai l’argomento e mi limitai a dire che il giorno dopo sarei salito su un aereo per Bangkok e da lì avrei poi fatto ritorno in Portogallo, ci scambiammo i numeri di telefono perché in fondo quando si fa sesso con una persona c’è sempre il flebile desiderio di mantenere un legame nel tempo, ti diedi un bacio sulla fronte e me ne andai. Per tutto il giorno pensai a te come un adolescente indeciso se scriverti su Whatsapp, lo feci alla sera “would you come in my hotel? :)”, ma non potevi, tua sorella stava male e non ti andava di lasciarla sola, guardai alla tv un incontro di Muay thai e presi sonno. Al mattino la reception chiamò un taxi per portarmi in aeroporto, mentre caricavo le valigie ti vidi sorridere dall’altra parte della strada, poco dopo il taxi ripartì, ma senza di me. Rimasi a Chiang Mai un altro mese, inventai delle frottole sul passaporto sia ai miei famigliari che alla compagnia di assicurazioni lisbonese dove lavoravo, furono giorni di felicità totale dove la razionalità era stata azzerata, si può amare in modo completo e profondo una persona pressoché sconosciuta? Non avevamo una risposta e non ci interessava averla, eravamo insieme e tanto bastava. Quando dovetti tornare in Europa il distacco fu struggente, lacrime e singhiozzi facevano da colonna sonora agli ultimi minuti precedenti all’imbarco, un’immagine che ho di te in quel momento ti vede con le braccia conserte e gli occhi lucidi che mi guardi passare i controlli aeroportuali, non c’è stato altro istante nella mia vita in cui io abbia percepito un’empatia così forte con un essere umano. Sul volo di ritorno fissavo il monitor davanti a me dove un aeroplano stilizzato lasciava dietro di sé un arco rosso sopra il Medio Oriente, quell’arco era ciò che ci legava. Ritornare alla vita di tutti i giorni risultò impossibile, ci sentivamo continuamente e quando a lavoro il quadratino di Skype sul mio schermo diventava arancione mi sentivo sollevato perché significava che ero nei tuoi pensieri, facevamo delle lunghissime videochiamate a notte fonda per me e a mattino per te, non ci dicevamo nulla di essenziale ma saremmo andati avanti giorni interi. Per fortuna di lì a poco arrivò Natale e la Compagnia in cui ero impiegato chiudeva fino alla seconda settimana di Gennaio, decidemmo che al mio ritorno ci saremmo fermati a Bangkok perché volevi farmi conoscere tuo padre, sotto il suo appartamento ce n’era un altro che ci avrebbero affittato il tempo necessario per qualche migliaio di Baht. Ripercorsi nuovamente quel ponte invisibile sulla mappa del monitor che riuniva mezzo mondo, una volta atterrato e una volta al tuo fianco sentivo che avrei potuto superare qualsiasi ostacolo, che allora era vero: in oriente era possibile ritrovare se stessi, negli altri. Vidi tuo padre la prima volta dopo che aveva finito da poco un turno di dodici ore, era talmente magro che qualunque camicia gli sarebbe andata larga, portava dei baffetti curati e una foto spiegazzata di Rama IX nel taschino sinistro, fin da subito fu molto diffidente nei miei confronti, non parlava inglese, o almeno non voleva parlarlo con me, e nei pochi dialoghi avuti dovevi fare da interprete. La casa affittata era più che altro una stanza con un bagno, dalla finestra potevo vedere lo Skytrain che serpeggiava tra i grattacieli, le luci notturne di Bangkok si allungavano morbide sul soffitto dell’appartamento mentre facevamo l’amore, poi ci addormentavamo con la tua schiena adagiata sul mio sterno, come due cucchiaini che riposavano in un cassetto. E una sera, dopo aver passato la giornata nel quartiere cinese e nel suo incredibile mercato che mi aveva fatto sentire un alieno giunto su un nuovo pianeta, ti sussurrai all’orecchio “come with me in Portugal...”, alla cena seguente eravamo nella casa di tuo padre che silenzioso mangiava una specie di minestra giallognola, lo stesso colore della canottiera che indossava, e capii dal tono delle vostre voci che si stava alzando di quanto lui fosse contrario alla tua partenza, solo nel momento in cui terminasti di parlare con una grinta che non conoscevo l’uomo sollevò dal piatto i suoi occhi da tassista e ti tirò uno schiaffo talmente forte da farti sputare un dente sul pavimento. Non ci pensai due volte, ti presi per il polso e scendemmo al piano di sotto a fare le valigie, dodici ore dopo ero di nuovo su un aereo che attraversava il globo, ma questa volta quel filo rosso sullo schermo lo stavamo tracciando insieme. È difficile poterti spiegare che cosa furono per me i primi mesi insieme a Lisbona, io, che prima di partire per la Thailandia non sopportavo più la mia città, il mio Paese e la mia cultura, non vedevo l’ora di poterti mostrare ogni giorno qualche luogo, anche il più ameno, che significava qualcosa per me, avevo capito l’importanza di condividere ed un giro all’Alfama o una passeggiata fino alla Torre di Belém erano dei momenti speciali che mi facevano scoppiare il petto di gioia, ti parlavo della letteratura portoghese, del cinema, di un libro in cui il Portogallo si staccava dall’Europa e iniziava a navigare nell’Oceano, e tu mi ascoltavi con un rispetto così assoluto sebbene non avessi nulla a che fare con Saramago o de Oliveira che alla fine mi mettevo sempre a piangere e le lacrime erano lenite soltanto dai tuoi baci.
Ti ricordi adesso? Ti ricordi del freddo che arrivò? Non avevi mai messo una giacca prima di allora ed il vento gelido che ghiacciava la faccia ti rendeva nervosa, non me ne accorsi subito perché non volevo farlo ma degli scricchiolii iniziarono ad intromettersi nella nostra vita, tornavo da lavoro e ti trovavo sul divano a guardare apatica la tv, parlavi poco e passavi le serate a confabulare via Viber con tua sorella, la prima volta che litigammo fu per dei panni lavati che lasciasti stesi durante un temporale, non c’entravano niente i panni, era solo un modo per dare sfogo a quel malessere che piano piano ci stava cingendo. Cercai di recuperare portandoti a cena nel miglior ristorante della Baixa, ma dal tuo sguardo spento saremmo potuti essere anche in un bordello di Soi Cowboy che non avrebbe fatto differenza, tentai di essere più presente chiedendo un part-time, ti feci molti regali e molte sorprese per finire come quei genitori che si ostinano a comprare l’affetto dei figli regalando loro oggetti materiali. Capii che eravamo giunti ai calci di rigore quando dopo un periodo di indifferenza reciproca ti lanciai sul letto nel goffo tentativo di spogliarti, mi presi a schiaffi fino a graffiarmi il viso per divincolarti da quello che era solo un poveretto privo di brutte intenzioni, infatti restai lì rannicchiato soffocando i singulti fino ad addormentarmi, riaprii gli occhi avvertendo il tuo fiato ad un palmo dal naso, compassionevolmente accarezzavi la mia nuca ripetendo “it’s not your fault, it’s not your fault”. Quella fu l’ultima volta che ti parlai. Il mattino dopo ricevetti un messaggio in cui dicevi che tuo padre si era schiantato contro un albero a Bangkok e che adesso era in fin di vita. Mi precipitai a casa con un pensiero fisso: non ci sono alberi a Bangkok, ma tutto ciò che rimaneva di te era un cuore disegnato con la matita rossa su un foglio bianco lasciato sopra il tavolo della cucina, e il contorno di quel cuore si distese fino a diventare per l’ennesima volta il filo che avvolgeva la piccola biglia azzurra che calpestiamo, tornai a Bangkok per cercarti, bussai alla porta di tuo padre ma niente, chiesi a qualche vicino, mi rivolsi perfino alla polizia senza avere una risposta: eri svanita. Con un volo interno mi recai a Chiang Mai dove ci eravamo conosciuti, ma anche lì, nella casa dove mi avevi portato la prima sera, non c’era anima viva. Guardando un gruppo di ladyboy che entravano in un locale mi sentii profondamente solo e mi domandai se non fosse stato solo il sogno sentimentale di un uomo malinconico. Per l’ultima volta rifeci la strada verso il Vecchio Continente e, ironicamente, in quel volo i monitor sui sedili erano fuori servizio. Per mitigare un po’ il dolore che continuamente mi tormentava presi l’abitudine di andare a Cascais e di inerpicarmi sugli scogli ostili della Boca do Inferno... ti chiederai se ho mai pensato di buttarmi di sotto, sì, l’ho pensato, e ci sono andato davvero vicino, mi ha salvato la vita un tizio con gli occhialetti e il Borsalino che una sera è apparso da dietro una roccia e che timidamente mi ha passato un foglietto su cui c’era scritto in elegante calligrafia:

Fernando Pessoa, celibe, maggiorenne, eccetera, abitante dove a Dio piace concedergli di abitare in compagnia di diversi ragni, mosche, zanzare e altri elementi di ausilio al buon sonno e al buon stato delle case; avendo ricevuto indicazione – anche se soltanto telefonica – che potrà essere trattato come un cristiano a partire da una data da stabilire; e che il suddetto trattamento da cristiano sarebbe costituito da: non un bacio, ma la semplice promessa di esso, e da essere procrastinato indefinitamente finché egli Fernando Pessoa non dimostri che 1. ha otto mesi di età; 2. è bello; 3. esiste; 4. piace alla entità deputata alla distribuzione della merce; e 5, non si suicida prima del termine, come sarebbe suo naturale obbligo; chiede, per la tranquillità della persona incaricata della distribuzione della merce, che gli venga rilasciato un certificato attestante che 1. non ha otto mesi di età; 2. non è un racchio; 3. non esiste nemmeno; 4. è disprezzato dalla entità distributrice; 5. si è suicidato.
(È finita la carta bollata)
A questo punto dovrebbe scriversi “Resta in attesa con ossequi”, ma non attende niente
Fernando [1]

E lei spaventata risponde: ma io... ma io ho solo sedici anni, non ho ricordi del Portogallo o della Thailandia, e scappa via lasciando al vento le parole devo andare da papà.

Ma sull’autobus: inizia a ricordare tutto, con la fronte appoggiata al freddo finestrino chiude le palpebre e il ronzio del motore è una frequenza che si insedia nel cervello al posto del fluido rosa, ricorda, ma non sono i suoi ricordi, eppure lo sono: l’incontro, la prossimità, le attese, la trasvolata, la nostalgia, le paure, l’incidente, la fuga, l’oblio. Il dente ricomincia a torturarla, ora sa che cos’è, è lui seduto sulle rocce aguzze che soffre, davanti ha una distesa di acqua salivare indifferente, dietro due continenti gengivali che lo separano da lei, in viaggio, stanca, su un autobus, un aereo, in un sogno, il pensiero erode e sgretola, il gelo del finestrino trasmigra nelle viscere, osserva le mani: non ha più le dita: osserva i piedi: sono diventati due stecchini affusolati: osserva il riflesso di se stessa: la testa sferica: marroncina: due antenne, due cheliceri, un’elitra lucida: cerca di parlare e un filo di bava le penzola sull’addome impeluriato. Appena le porte si aprono zampetta fuori dal bus in preda all’angoscia, qualcuno la butterà in una padella per farla alla brace e finire poi giù per l’esofago di qualche turista curioso? Entra in casa attraverso la serratura e si inerpica su per le scale rifugiandosi nella propria cameretta.

Di notte, sempre: finalmente si sveglia, finalmente si addormenta. Nel silenzio avverte solo le sue zampe sul pavimento che si avvicinano verso i piedi-radici del babbo, sanno di menta, senza pensarci troppo affonda le piccole chele nel legno, fora la corteccia, sgretola i tessuti tenaci e fibrosi del tronco, mangia, mangia il padre, l’albero che porta i segni dello schianto, l’uomo che ha sfiorato la morte, e lei, così piccola e invisibile, scava profondi cunicoli nel passato, gli intercapedini si incrociano, gallerie prendono vita in un dedalo portato avanti dal suo alacre sgranocchiare e alla fine il ceppo alla base si riscinde in due gambe, i rami di nuovo braccia, le foglie dita, il grumo contorto testa, il pulcino polifemico viso. È sfinita. Intorno a lei trucioli e dune di segatura, finalmente si addormenta, finalmente si sveglia, mette un piede fuori dal letto, si ravvia i capelli dietro l’orecchio e con passo felpato segue il brusio che giunge dal salotto, non vuole farsi sentire, ssssshhh, scivola lungo il corridoio venendo osservata dalle foto di famiglia insospettite dal suo avanzare di soppiatto, mette la testa a filo con lo stipite della porta e vede una poltrona dal cui schienale sbuca una nuca brizzolata, un metro più avanti la tv trasmette il telegiornale.

Qualche tempo dopo fa un grande respiro e decide di inviargli un messaggio che termina così: ... e quindi mi dispiace davvero essermene andata all’improvviso l’altro giorno. Ti chiedo di scusarmi, non so cosa mi sia preso, il fatto è che mi piaci davvero tanto e forse ho avuto paura dei miei sentimenti, di quello che potrei provare in futuro. Posso comprendere il tuo dispiacere e non credere che io abbia vissuto bene questo lungo periodo di lontananza, sappi che non c’è stato secondo in cui io non ti abbia pensato e che certe sere non avrei desiderato altro che un tuo abbraccio, quando mia sorella ha dato la notizia dell’incidente di papà ho sentito un vuoto enorme, come se avessi la colpa di non essere lì vicino a lui, ti chiedo ancora scusa e te lo chiederò per l’eternità se sono improvvisamente scomparsa, non ti supplico nemmeno di provare a capirmi perché non ci sono riuscita io stessa, ti assicuro però che mio padre è una brava persona e io volevo solo stargli vicino in un momento difficile, una zia di cui non ti avevo mai parlato ci ha ospitati in un piccolo villaggio vicino a Chiang Rai, se uno dei prossimi giorni ti va possiamo fare due chiacchiere durante l’intervallo a scuola, non sono pazza :), ho bisogno di tempo e di chiarirmi le idee, penso che potremmo iniziare a sentirci di nuovo via Skype perché mi mancano molto le nostre lunghe conversazioni intercontinentali e mi manca anche un po’ Lisbona (non in inverno però!), qui è iniziata la stagione delle piogge e dei grossi serpenti scendono giù dalle montagne per cercare i topi nelle fogne, sarò sincera, su quella panchina è stato bellissimo e per poco non soffocavo dall’emozione, che stupida!, papà ora sta meglio anche se credo che non guiderà più il taxi, il futuro è un mistero per tutti ma sono onesta nel dirti che desidererei tu facessi parte del mio, se ci pensi “tu” è una parola troppo sottovalutata perché è l’unica e possibile estensione di “io”. Ora sto scrivendo da sotto le coperte, tra qualche ora sarà mattino e poco fa ho sentito su Youtube una canzone che dice “mentre ti guardo noto che il tuo equilibrio cade in fondo ad un nero caffè che fingi di dover bere in fretta prima che io ti riveli che ti ho dentro come un fuoco che odio ma che non spengo”, spero che questi versi ti arrivino ovunque tu sia adesso, se a qualche isolato da qua o dall’altra parte del mondo, non avere paura e non dimenticarmi, ti supplico, dentro di me vive la convinzione che ci incontreremo ancora, oltre lo spazio e il tempo, in altri corpi, nei nostri, nei loro: occhi negli occhi, respiri nei respiri, cuori nei cuori. 
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[1] Fernando Pessoa, Lettere alla fidanzata; Adelphi 2012

mercoledì 27 dicembre 2017

Elena

Guardando Elena (2012) si capiscono meglio le ragioni che hanno spinto Petra Costa a girare Olmo e il gabbiano (2015), perché anche se si tratta di pure supposizioni ritengo sia plausibile pensare che la regista brasiliana abbia intravisto in Olivia Corsini la proiezione di Elena, sorella suicida nel 1990 a New York, di cui questo documentario spurio ci racconta la sua breve vita, o meglio, è Petra stessa che invadendo lo schermo si lascia a sua volta invadere da chi guarda rendendoci partecipi di un flusso mnemonico che non può fare a meno di sciogliersi in una amara nostalgia la quale, e lo dico da umile spettatore, ha in precisi frangenti un’intensità da non sottovalutare, il che ricorda piacevolmente quali possono essere le caratteristiche investenti di un cinema “buono”, tanto che anche delle immagini d’archivio, dei banali filmini casalinghi, provocano emozioni vere se utilizzate nel modo e in un contesto adeguato. E la Costa mi pare che sappia quello che fa, Elena è un lavoro che poggiandosi su una ricerca impossibile (la ricerca dell’invisibile, del fantasma) ha ricordato al sottoscritto The Last Time I Saw Macao (2012) ma più per un suo vagabondare in digitale tra i labirinti del passato e quelli del presente che per una vicinanza tematica, infatti Elena si dimostra fin da subito un’opera cogentemente più intima di quella portoghese, e con ogni probabilità la dimensione personale che Petra Costa è riuscita a creare è uno dei ritratti familiari più privati e al contempo accessibili che il cinema abbia mai mostrato.

Rischiando di far scemare tutto nel de gustibus asserisco con discreta sicurezza che la notevole quantità di video d’annata riguardanti Elena o il resto della famiglia non ha allentato l’attenzione verso il film, anzi ho trovato nel complesso tale scelta una dimostrazione sì e no apprezzabile di forza filmica, ovvero quell’energia che fa veleggiare i significati in alto, come il dolce tragitto di un aliante. Per arrivare a ciò la Costa modella un lungo collage di immagini e pensieri che presentandosi dinnanzi agli occhi diventano sempre più un unico getto proveniente da uno ed un luogo soltanto: il cuore, di Petra ovviamente, che lo apre, lo pesta, lo porge nel rivedere se stessa tra le braccia di Elena, bellissima e triste, granulata dalla bassa qualità estetica del tempo a cui fa da contraltare il primo piano in alta definizione di quel che rimane, oggi, di una madre che ha perso la figlia. È un diario per-non-dimenticare Elena, per nulla nostro sebbene ci venga data la possibilità di entrarvi e di sfiorare un minimo il gelo nero della perdita definitiva, ed è anche un amorevole esorcismo, una liberazione da parte della giovane autrice dei macigni che non andranno via ma la cui marchiatura artistica ne mitigherà un poco il dolore. Ad ogni modo questi aspetti che appartengono più a Petra che a chiunque altro a noi interessano meno, seduti sul divano, sul letto, dentro, sopra, con il vostro pc che lampeggia la sua luce verdognola o con il vostro portatile poggiato sullo sterno che irradia un calore accogliente, pensate a Chris Marker, al cinema, a Elena e ad Elena

domenica 24 dicembre 2017

Tag

Nell’anno più stakanovistico che i fan di Sono possono ricordare (il 2015) è possibile trovare sei variegati prodotti riconducibili, a prescindere dalle loro diversità, alla factory del giapponese e per quello che finora il sottoscritto ha potuto vedere, ovvero un film di stampo natalizio (Love & Peace) e un ennesimo quanto indesiderato yakuza-movie (Shinjuku Swan), Tag si presenta come il meno peggio (sebbene manchino all’appello altri tre titoli ma ad esclusione di The Whispering Star è difficile supporre che ci possa essere della roba interessante). Il motivo per cui il film sotto la nostra lente critica si discosta un pochetto dagli innumerevoli lavori di Sono degli ultimi tempi è situato principalmente attorno ad un nucleo semplice e chiaro: Sono ha un’idea e cerca di svilupparla, ed anche se in realtà l’idea non è sua ma di Yûsuke Yamada (autore del romanzo da cui il film è tratto), la costruzione narrativa del Signore del Caos edifica un minimo di aspettative spettatoriali e pur, come al solito, sovrabbondando più del dovuto, l’impressione è che le redini della storia siano almeno parzialmente nelle mani del suo padre artistico. Certo è che Tag è una baloccheria a cui non possiamo chiedere granché ed una tale dimensione ludica si rispecchia in un’elementarità strutturale che tenterà anche di sfuggire dalla propria gabbia con una riflessione meta… videoludica ma insomma, la statura rimane sempre quella ed il pregio maggiore che conserva è semplicemente quello di non infastidire più di tanto.

Di lanciarsi in elucubrazioni sulla figura di Mitsuko (un nome non a caso), sulla sua identità in continua triturazione (marchio di fabbrica di Sono fin dall’inizio, va ricordato Ore wa Sono Sion da! [1985] più per il nome che per il corto in sé), sul rapporto tra creazione e creatore, o, allargando la veduta d’insieme, sul maschilismo incombente (Tag è anche e soprattutto questo, è un’opera al femminile dove gli uomini concentrati in un’altra realtà – “the male world” – si masturbano di fronte al poster del videogioco, o dove l’uomo che tiene i fili di tutto è un sadico depravato a cui interessa soltanto divertirsi), ecco, analizzare approfonditamente questi elementi cercando significati arricchenti è un atto quasi inutile poiché ammettendo e apprezzando la loro presenza, se rapportati alla cornice che li racchiude ogni cosa al suo cospetto sfibra di importanza, e non si vuole sminuire il tentativo di Sono né la capienza delle argomentazioni stesse che potrebbero anche avere del potenziale, è piuttosto il metodo e il contesto in cui vengono proposte a non legittimarle più di tanto, non credo, infatti, che Tag possa farsi denuncia della condizione muliebre contemporanea che vede la donna oggetto nelle grinfie del maschio malvagio, ci sarà anche quanto appena detto, ma ciò che alla fine si ricorderà è il pullman scoperchiato con le studentesse tranciate a metà come cocomeri. E a proposito di derive grandguignolesche, mi sembra che Sono abbia un po’ abbassato la sua qualità effettistica, tra una CGI non proprio indimenticabile (anche in Tokyo Tribe [2014] ad un certo punto spuntava un frullauomini gigante fatto così così) e vecchi trucchetti che non si vedevano dai tempi di Mario Bava (abbiamo una testa – di gomma – spappolata da una scarpa) o in qualche produzione di serie z, si modella un lavoro posto allo spettatore con una professionalità che a tratti vacilla oltremodo, il che, se vogliamo, rende la faccenda ancora più divertente, va da sé che comunque di Cinema, spiace per Sono, non ce n’è proprio.

mercoledì 20 dicembre 2017

Berik

Poco da dire e da analizzare su un cortometraggio come Berik (2010), con tutta le buone intenzioni del mondo c’è solo l’evidenza di un’operazione che non ha altri intenti se non quelli di far conoscere la figura di Berik Syzdykov, uno dei tanti martiri silenziosi che popolano questa biglia terracquea. Syzdykov è infatti un elephant man kazako cieco dalla nascita che ha la colpa di essere nato vicino ad un non specificato poligono dal quale ha ricevuto in dono delle radiazioni che gli hanno fatto colare la faccia a mo’ di blob, come quei tumori facciali che le iene dei network digitali espongono in vetrina. Si diceva del lapalissiano intento di voler fare cinema su un freak lasciando qualunque altro aspetto in secondo piano, perché Daniel Borgman, un neozelandese realizzatosi lavorativamente in Danimarca, alla fine agisce proprio in tale maniera: scrive una storiella ridicola da catechismo pomeridiano per iniettarla nel mondo di Berik, ma il tentativo di immissione finzionale nella vita del disabile crea un visibile rigetto fruitivo e nonostante la durata si aggiri intorno al quarto d’ora non manca una forzatura propedeutica al finale conciliante (l’inutile furto dello stereo da parte del ragazzino).

Probabilmente l’unica, brevissima, parentesi capace di far vibrare un attimo la visione è quando si abbandonano i soliti canoni di trasmissione cogliendo Berik nel suo essere più vero, ossia accompagnandosi con uno strumento a corde mentre intona un canto ipnotico, e Borgman affianca alla musica una rapida sequenza di quadri provenienti da chissà quale landa del Kazakistan, il connubio canzone & immagine vale, senza retorica, più di mille parole, o: più di mille tramette superflue. Prodotto dalla Zentropa, ma dubito che il grande boss Lars possa avere apprezzato.

lunedì 18 dicembre 2017

Caniba

Non vorrei forzare troppo il collegamento con Leviathan (2012), un vertice assoluto degli ultimi anni e manifesto cinematografico da magnificare, ma l’impressione è che ci sia un link non sottovalutabile in Caniba (2017), nella veduta del duo Lucien Castaing-Taylor-Véréna Paravel gli scorci aperti sono squarci per ambo le opere, scontato parlare di abissi, inevitabile ricorrere al nume tutelare Philippe Grandieux, impressionanti i risultati ottenuti in particolare nello sconfinato campo della suggestione. Il lavoro del 2012 ha in tal senso una carica investente di gran lunga superiore poiché per una propria forza interna che richiama l’originarietà della Vita (e di riflesso della Morte) l’impatto ha portato ad una deflagrazione esperienziale sconcertante, anche Caniba sa però difendersi bene e pur essendo un oggetto antitetico a Leviathan, almeno nel set di ripresa, permette l’osservazione di un ennesimo spaventoso Grand Canyon, questa volta umano, una testimonianza di erosione della coscienza: Issei Sagawa, l’antropofago assassino, è un piccolo buco nero che col desiderio di fagocitare gli altri è finito nel limbo di un universo anonimo, solo, malridotto, aiutato da un fratello a sua volta deviato da pratiche di autolesionismo. Come rammenta la scritta esplicativa in apertura LCT e VP non hanno intenzione di giustificare o legittimare il crimine commesso da Sagawa e al contempo, aggiungo io, non sono nemmeno interessati ad operare una sorta di riabilitazione dell’uomo ormai ridotto in una condizione semi-larvale in preda ai suoi vaneggiamenti, piuttosto il fine di Caniba è quello di utilizzare un truce e sotterraneo evento storico ruotante attorno ad uno squilibrato per misurare la temperatura artistica a cui si può arrivare.

E, neanche a dirlo, la gradatura termica è notevolissima in ragione di un approccio visivo che divelge il contenitore documentaristico (sarebbe, in teoria, un modello molto semplice: close-up sul volto di Sagawa e monologo dello stesso) per diramarsi in direzioni ben più profonde, praticamente insondabili, in un moto prospettico identico a Leviathan. Il digitale è ora per gli autori una tavolozza da cui eliminare tutti i colori tranne uno: il rosa, nell’impianto estetico il rosa, pallido ed emaciato, riempie lo schermo, e, per chi scrive, non c’era soluzione migliore: in un film che tratta il cannibalismo, la pelle, la carne, non può che occupare uno spazio di rilievo se non, come effettivamente è, l’intero spazio a disposizione. Il viso di Sagawa, contornato da una perenne sfocatura che a volte lo invade spersonalizzandolo più di quanto sia già sperso di e da sé, è una tela aliena distesa davanti ai nostri occhi impegnati a registrare, anche involontariamente, un ammontare epidermico, confuso e pixelloso, che evoca il tema portante dell’opera. In un ambiente dove ogni cosa sembra sfumare, perfino l’orrore del maniaco sostituito da un povero vecchietto indifeso, gli spilli di una realtà concreta (perché, come dire, quella che vediamo non sembra nemmeno tale, e qui si rimanda alla lucida dissertazione di Alessandro Baratti, link) si incuneano nella nostra di pelle: il porno di Issei, le tremenda gesta disegnate in un manga, le turbe di Jun, ma anche i ricordi del passato così stridenti (l’apprezzamento verso la Disney) al pari dei gaudiosi filmini casalinghi. Nella nebbia, nel mondo opaco di Sagawa l’esplorazione del Male è, come la nozionistica insegna, una questione fin banale, ma penetrarvi, sentirla scorrere dentro e venirne avvolti, beh, è un esame spettatoriale altamente formativo.

venerdì 15 dicembre 2017

I Belong

Il norvegese Dag Johan Haugerud, regista ma anche romanziere, con Som du ser meg (2012) segue un trend categoriale che nel nord Europa, diciamo dall’Austria in su, ha visto nel corso degli ultimi anni un proliferare di esemplari equipollenti (e per quanto ammirato buona parte di essi ampiamente sopra la soglia dell’accettabilità), mi riferisco alla formula del film corale che ha avuto un numero cospicuo di interpreti, ognuno con una propria cifra divergente e al contempo con un forte substrato accomunante, giusto per fare alcuni nomi: Michael H., Ulrich S., Roy A., Ruben Ö., Veiko Õ. (e Nothing’s All Bad [2010], uno dei prodotti migliori in questo campo), esempi di proposte autoriali oscillanti fra tinte più cupe ed altre più lievi con obiettivi ben precisi: denudare l’uomo medio, minare le sue sicurezze sociali, estirpare i fragili legami sentimentali. Ecco, I Belong entra di diritto in tale cerchia usufruendo di una struttura ovviamente obsoleta (anche la faccenda del racconto interno e della scrittrice che sfiora le proprie creature in giro per la città mi è parsa una trovata sterile, al massimo ludica sebbene non venga nemmeno data la possibilità di godere... del gioco) alla quale si coniugano modi e tempi comunque apprezzabili per questo tipo di cinema, e quel tenore basso, quelle emozioni sempre sottotraccia sono ben impersonificate dagli attori in scena, per cui congratulazioni al casting che, almeno nelle prime due parti, ha trovato delle interpreti davvero convincenti.

Una delle questioni principali che pesano sull’esito di un film corale è la capacità del regista di turno nel riuscire a trovare un equilibrio fra i differenti segmenti presentati. Banalmente: spesso alcuni sono più interessanti/coinvolgenti di altri, e quando ciò accade la disomogeneità che emerge funge da discriminante in termini negativi. Ahinoi in I Belong si verifica quanto appena detto, perché se osserviamo il primo ed il secondo episodio, tra l’altro piuttosto simili poiché abbiamo due donne che devono affrontare un piccolo ma significativo cambiamento della routine lavorativa, quello che deve arrivare arriva: Il Disagio è il sentimento che le fragili protagoniste devono fronteggiare (fallendo, ça va sans dire), e le situazioni che Haugerud imbastisce sono dei meccanismi all’arsenico che propagano piccole dosi di acidità non trascurabili, frangenti in cui si percepisce la possibilità di una traslazione che potrebbe riguardarci da vicino anche al di fuori della diegesi, circostanze un filo rattristanti che sfogliano quel libro dagli infiniti capitoli che si chiama “uomo”. Peccato che il regista chiuda con una vicenda oltremodo sottotono rispetto alle precedenti, alla presenza di fattori con potenziale come legami consanguinei (ma non troppo saldi) e una grossa eredità che balla risponde una rappresentazione scialba incentrata sulla verbosità degli astanti che si risolve con la cocciutaggine dell’anziana madre.

I Belong non è un oggetto filmico per cui vale la pena prendersi una cotta, rientra però in un contesto che mi invento qui ed ora definibile come “d’intrattenimento” (che non è affatto quello che comunemente si intende con il suddetto termine) costituito da quel cinema narrativo che coniuga professionalità e una buona tematizzazione, niente che sconvolge, né avvolge, solo la possibilità di assistere ad una proiezione cinematografica.

mercoledì 13 dicembre 2017

Manhã de Santo António

L’oggetto più particolare dell’intera filmografia rodriguesiana si abbevera ad una fonte che in tutta onestà non ci aspettavamo proprio, Manhã de Santo António (2012) ha per l’appunto un focus su uno stuolo di giovani che arranca all’alba per le strade di Lisbona, ed il soffermarsi del regista sul loro moviolistico cammino li trasforma in una declinazione autorializzata degli zombi di Romero o, per essere maggiormente attuali, nei ritornanti della serie Les Revenants. Quindi Rodrigues gira un corto che si rifà ad un totem horrorifico? Beh, decisamente no, sebbene sia vero che l’intento è quello di farci percepire i ragazzi reduci dai bagordi della festa patronale come dei non-morti, è ancora più vero che, contestualizzando la situazione (è la mattina del 13 giugno e gli innamorati offrono a Sant’Antonio un vaso di manjerico [una specie di basilico] con un papavero rosso e una “bandierina” su cui possono scrivere i loro sentimenti), non vi è nulla che voglia tendere al perturbante, anzi, il quadro, se ci pensiamo bene, arriva, come già accaduto per il portoghese nel campo degli short, vedi China China (2007), a colorarsi di un’ironia sardonica una volta che vediamo  alcuni dei ciondolatori urbani staccarsi dal gruppo.

Così, quello che sulla carta sarebbe un San Valentino in salsa lusitana, viene ritratto dal regista come un piccolo inserto di desolazione umana, ciò che dovrebbe esserci, ovvero quell’amore che si manifesterebbe per l’occasione, non c’è poiché le persone sullo schermo sono involucri senza polpa, fantocci che vanno qui e vanno là senza andare da nessuna parte, e Rodrigues è perfino tagliente nel trasmettere in modo epigrafico il vuoto che avvolge e sostanzia tali esseri viventi (?)  i quali appiccicati al proprio cellulare non si accorgono nemmeno di inabissarsi nelle acque di un laghetto. Senza quasi accorgercene si consuma l’immane eppure microscopica tragedia del distacco, dell’apatia, del disamore, di un’assenza che riecheggia negli intercapedini del cuore fin dalla notte dei tempi e che il buon João Pedro conosce bene già da Il fantasma (2000), e, cosa davvero amara, è che non ci si può fare niente visto che la statua del Santo osserva imperturbabile la resa e le parole del sommo Pessoa vengono spazzate via dal vento.

domenica 10 dicembre 2017

Loveless

In effetti non c’è mai stato molto amore nei film di Andrey Zvyagintsev, il regista russo si è sempre preoccupato di illustrarci l’assenza di tale sentimento o al massimo le briciole residuali derivanti da una qualche tragedia umana, e i modi con cui ha portato avanti questo macro-tema non hanno mai difettato di tecnica, infatti la fattura estetica delle sue opere ha prestato raramente il fianco a possibili critiche, discorso diverso invece per alcune scelte di “penna spesso gravide di ostensioni, meccanicità e artificio sceneggiaturiale oltre che di una marcata ripetitività argomentativa (tre film su cinque hanno al centro una donna invischiata in faccende tra loro molto simili), se ne parlava in Leviathan (2014), bella confezione ma, come dire, poco, pochissimo cuore. Adesso Nelyubov (2017), che quindi già dal titolo ha una carica riassuntiva nei confronti dell’intera filmografia, fa rimangiare in parte le parole che il sottoscritto aveva pronunciato nel commento al film precedente. Attenzione: in parte. L’impressione globale, quella più a caldo visto che ho terminato la visione pochi minuti fa, è che finalmente Zvyagintsev sia riuscito a far conciliare le proprie ambizioni intellettuali con il vestito formale della pellicola, o perlomeno l’incontro tra le due istanze non genera stonature di ampia portata, e sebbene qualche “stecca” sia presente (la tendenza di sbattere in faccia allo spettatore non viene mai meno) è evidente ormai che esibire rientra nel modus operandi insito nell’arte di Zvyagintsev, chi lo guarda sa bene cosa dovrà affrontare.

La ragnatela relazionale di Loveless intreccia la vita di quattro persone proponendole in una transizione rivolta ad un futuro quanto meno enigmatico (i fatti si svolgono nel 2012, anno della presunta fine del mondo come ricorda la radio in macchina), e sarà un’ovvietà sottolinearlo ma nessuno nei quadri famigliari tratteggiati pare avere le risorse per affrancarsi dagli errori commessi in passato, qui il regista è abile nel non calcare troppo la mano sui disordini emotivi della coppia sgretolata, pochi gli scontri tra i due ma d’effetto e soprattutto resi in modo abbastanza naturale senza particolari forzature che invece affiorano, forse, quando si spinge sulle contrapposte nuove vite con i rispettivi partner, ma al contempo non è facile immaginare altre modalità con cui trasmettere i postumi di una storia finita male ed il correlato tentativo di ricominciarne un’altra. Tuttavia il punto di forza in Loveless, così definibile, a mio avviso, esattamente per la capacità di sottrarsi all’occhio, di sparire, di trasformarsi in una sostanza fantasmatica, la stessa che materializza i ciclopici sensi di colpa, è la figura del figlioletto, protagonista visibile nell’invisibile, ovvero: lui non c’è, eppure c’è, è dietro la porta nella scena più riuscita di tutta l’opera. Non che il regista inventi chissà quali stratagemmi per insufflare il dramma di una scomparsa, adopera semplicemente quei canoni da thriller-dell’-anima dove la ricerca, chiaramente infruttuosa, è un lento stillicidio in cui ciò che si esplora non sono tanto i campi incolti o gli edifici abbandonati quanto gli esseri umani. Onestamente non ho ravvisato grossi inciampi nella detection che poggiandosi su tempistiche ben più blande rispetto al genere di riferimento si dilata in un’atmosfera dondolante, povera di accadimenti ma fitta (si esagera un po’, suvvia) di tensioni, ed è molto efficace, in tal senso, la sequenza all’interno dell’obitorio.

Le coordinate del cinema zvyagintseviano pur essendo ampiamente definite e riconosciute (ecco i tag: esistenza; umanità; dramma; Russia; ecc.) ad oggi non sono ancora riuscite a venire incanalate in un prodotto capace di soddisfare in pieno le potenzialità individuabili, il comparto visivo a tratti svia, di fronte a cotanta eleganza ci si aspettava un corpo maggiormente robusto rispetto a ciò che poi si è invece palesato, Il ritorno (2003) aveva un po’ illuso, la tripletta centrale costituita da The Banishment (2007), Elena (2011) e Leviathan è andata calando (con un tonfo rumoroso nel 2014), ma Loveless potrebbe rappresentare un nuovo punto di partenza: sfrondare gli inutili sfoggi (la madre che fa tapis roulant con la felpa della Russia è una caduta di stile palese) e puntare sull’essenzialità (la tragicità della scomparsa senza fronzoli, né prima, né dopo: ciò che rimane è una foto segnaletica sbiadita dal tempo e un nastro che sventola come una bandiera a lutto).

mercoledì 6 dicembre 2017

Il solengo

Anche ne Il solengo (2015), esattamente al pari di Belva Nera (2013), emerge una forte narrazione orale orientata verso un qualcosa che non ha una consistenza materiale, se nel corto precedente era una pantera a farsi specchio delle paure di questo borgo laziale, adesso a divenire simbolo di un’alterità quasi indispensabile per il resto dei locali è l’entità-Mario, loro sempre pronti a ritrovarsi nelle chiacchiere di paese davanti ad un bicchiere di vino, lui selvatico, animalesco, scontroso. Probabilmente inconsapevoli del fatto che Mario era una sorta di “lato oscuro” che viveva nei dintorni, come un fantasma, una proiezione di quello che in fondo potevano essere, gli abitanti del paese di fronte alla videocamera di Rigo de Righi e Zoppis parlando dell’eremita alla fine non parlano altro che di se stessi. Così, in questa autobiografia collettiva mascherata da racconto popolare, il fluire delle memorie si sfaccetta in base ai punti di vista dei testimoni, e nel ricostruire la vita del solengo gli episodi si sminuzzano in decine di particolari che danno vita ad una storia epica dove si mescola tutta la meraviglia e il senso atavico proveniente dalla terra contadina. Quello che più emerge e che permette al film di centrare l’obiettivo è la forza espositiva trasmessa, in totale semplicità, senza voler stupire lo spettatore ma accompagnandolo in un percorso che nella dimensione agreste si fa primigenio tanto che il proferire dialettale dei vecchietti sullo schermo potrebbe, per quanto mi riguarda, anche essere inesauribile senza smarrire mai nulla dell’originarietà che sostanzia le loro parole.

Si diceva della semplicità, è un dato che va registrato: Il solengo si alterna a confessioni degli abitanti a riprese estatiche del bosco circostante; in pratica non c’è altro, anche se, ovviamente, c’è già moltissimo. Importante sottolineare che la coppia in regia compie con astuzia un grosso depistaggio che si crea tassello dopo tassello nei confronti di chi guarda, e una volta tranquilli di trovarci in una situazione conoscitiva pressoché completa (d’altronde tutti si riferiscono a Mario parlandone al passato…), ecco che il finale ridiscute gli assiomi fino a quel momento elaborati e la costruzione stessa della conclusione con una sfocatura che lentamente si depura per mostrarci la verità possibile, è un bel momento filmico che smuove certe cose dentro. Non sappiamo chi sia quella persona sul letto, se davvero Mario o un altro Cristo come tanti, l’importante per noi e per la settima arte è il concretizzarsi dell’eventualità proprio grazie al cinema.

Per il resto:

“Non le saprai mai quelle cose”

lunedì 4 dicembre 2017

Living Still Life

Il primo punto è la cura formale che Bertrand Mandico mette in campo, La résurrection des natures mortes (Living Still Life) (2012) non è un cortometraggio come lo sono gli altri, nei suoi quindici minuti assistiamo ad una sbocciatura arcobalenica che sconfina nella videoarte: rallenti di sostanze vaporose che si diluiscono in un liquido, scenari naturali intensificati da particolari cromature, saturazione dei toni caldi fino a sfiorare la fosforescenza nelle scene buie, parentesi in stop motion non casualmente in bianco e nero. C’è insomma da parte del regista francese un occhio di riguardo all’estetica dell’oggetto creato e con pochi dubbi ritengo che il lavoro svolto su tale frangente sia più che buono, è raro trovare un impianto visivo che tracima sibillino nel lisergico con così poco tempo a disposizione, probabilmente lo aiuta anche un’impostazione diciamo pittorica che, come sottolineato dalla recensione di un utente di IMDb (link), riporta alla mente il cinema di Greenaway, l’accostamento è ardito ma in Mandico si ravvisa una matrice di opulenza e sovrabbondanza non distantissima dal gallese e in generale dal videoclip, contenitore che ben accoglie slanci artistici similari a Living Still Life.

Il secondo punto riguarda il nucleo del film che potrebbe essere visto anche in un’ottica meta-riflessiva. Anzi, tolgo il condizionale perché Mandico imprime sullo schermo il Processo Creativo di una fotografa, ne dimensiona i contorni ossessivi finanche macabri visto che la donna raccatta carcasse di animali in giro per la steppa, e pone sul piedistallo il fine di un movimento autoriale di tal fatta che seppur illusorio, farlocco e artigianale non si deprezza e con la chiusura del cerchio nella casa dell’uomo si avvalora di una cifra vivificante. Delle porte concettuali si schiudono: Mandico pare chiederci a latere quale sia la forza dell’arte, e la risposta, così come è sempre auspicabile, risiede dentro il fruitore che diviene la meta ultima dell’intero procedimento di creazione. Difatti è possibile scorgere un’identificazione nel fresco vedovo che vuole lasciarsi sedurre dalla stop motion applicata sul cadavere di sua moglie: credere all’impossibile è una cosa che accade spesso quando ci si confronta con un’opera, l’arte non ha confini e se vogliamo possiamo perfino renderla capace di riportare in vita degli esseri morenti. Del lungo ciclo che va dalla nascita dell’idea, alla sua messa in pratica, e al susseguente assorbimento del testimone oculare, Mandico ci riporta un piccolo esempio che non può di certo essere esaustivo, va ringraziato comunque per il tentativo.

Il terzo punto concerne il sottoscritto. Tutto quello che di bene si può dire su Living Still Life va detto, esponendomi però in prima persona non mi sento particolarmente vicino ad un modello cinematografico del genere, sono comunque un figlio della sottrazione e del minimalismo, preferisco in generale il celare all’esporre e la natura all’artificio, rispetto a Mandico o chi per lui, qui è esclusivamente territorio di de gustibus che sul piano oggettivo-esegetico vale zero, ma siccome mi sento sempre un essere umano prima che un cineblogger (denominazione che già fa ridere di per sé), ecco, ritenevo corretto sottolinearlo.