martedì 26 aprile 2016

Leviathan

Leviathan (2012) si genera da un gorgoglio indistinto, da un ribollire liquido che presto si fa ferro ovattato ed eco tambureggiante: è l’alba, è il momento di venire alla luce in un mondo di tenebre e salsedine, di croci piumate che volano sopra di noi, e Lucien Castaing-Taylor con Verena Paravel fanno da psicopompo verso una dimensione intrappolata in un loop, la vita sopra l’acqua e la morte sotto si avvinghiano nello sciabordare del mare, mai, o quasi mai, nel cinema abbiamo avuto l’onore di sentire davvero quello che i nostri occhi vedono. Leviathan è indubitabilmente un manifesto su come deve essere trattata la realtà nella settima arte, però c’è ben altro perché disintegrando i canoni del documentario si arriva perfino ad un superamento della suddetta realtà. È una cosa incredibile: nell’assistere al film germogliano una miriade si sensazioni/suggestioni che rendono lo spettatore parte integrante del processo filmico, è esattamente questo che il sottoscritto intende per “vedere un film”, essere ingranaggio del meccanismo, farsi spazio di proiezione a se stante, e allora, per una serie di sesti sensi intraducibili a parole, si avverte all’interno dell’enciclopedia Leviathan una miscela di voci e grida come se fossimo in un body horror cronenberghiano articolato nella viscidità dei crostacei pescati o come se vivessimo il rimbombo del metallo incubico e sferragliante di Tsukamoto, e ciò è stupefacente perché la coppia registica, due folli sprovveduti che di mestiere fanno gli antropologi, di sicuro non aveva in mente di fare un film che potesse evocare certi stati percettivi legati ad un cinema di finzione, è semplicemente la forza di questa realtà colta nella sua pienezza ad aprirci la porta in quell’universo da cui provengono tutte le infinite altre storie.

Girato con una manciata di GoPro disseminate lungo la barca e costituito da un montaggio che ha come nume tutelare Philippe Grandieux (non per niente amico del duo), Leviathan si profila fin dalle prime immagini come un viaggio straordinario nel cuore argenteo della Visione, non vi è alcun rivolo narrativo qui dentro, nessun tentativo di voler raccontare, quello a cui assistiamo è uno spettacolo impetuoso e ammutolente dove una violenza tremenda si divora qualunque filmetto vietato ai minori di, e c’è, soprattutto, un orrore atavico, lo stesso raccontato da Mellville e da Verne, che ci mette faccia a faccia con quello sconfinato catino d’acqua salata che ancora accudisce i nostri avi ancestrali (la bocca di una razza agonizzante è la nostra bocca), ed è un confronto dal quale usciamo irrimediabilmente sconfitti, devastati dall’imponenza del mare che per la prima volta da quando il cinema è tale si rivela per quello che è: un antro di mostri. Castaing-Taylor e Paravel dirigono un’opera memorabile, un capolavoro audio-visivo capace di fare del cielo l’oceano e viceversa, un film che si tuffa nell’abisso facendocene sentire il suono (clamoroso lo stordente apparato acustico), sicuramente una delle esperienze più potenti che il cinema mi ha permesso di vivere.

8 commenti:

  1. Come si fa a non darti ragione su tutto??? Sto film è un capolavoro assoluto, mai visto niente di più cupo e disarmante in vita mia *_*

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  2. Gran bella recensione, davvero.

    Qualcuno, qui, ha registrato la loro ultima installazione, se t'interessa (la qualità è quella che è, purtroppo...), ma un'idea ce la si può comunque fare: https://www.youtube.com/watch?v=Rc46pQ27uVc

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  3. Grazie Yorick, guarderò sicuramente.

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  4. Mi preoccupa parecchio essere di ciò totalmente ignorante.
    Segnato.

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  5. Che dire... l'inferno è servito. Ti ringrazio per avermi fatto conoscere questa coppia, ma anche no, perchè è certamente una delle esperienze più disturbanti che ho dovuto affrontare cinematograficamente parlando, infatti ho dovuto fermarmi in alcune scene, sono troppo sensibile su questi temi. Ma è un film necessario, una testimonianza distruttiva, che annienta ogni visione dell'oceano prima rappresentata. Applausi!

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  6. Cosa ti ha disturbato in particolare? Scusa sono curioso! Io invece ho reagito con la paura, credo che in fondo Leviathan possa anche essere un film d'orrore.

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  7. Disturbato per le atmosfere inquietanti che descrivi, le scene notturne in particolare, anche la semplice inquadratura a grandangolo dell'imbarcazione con quel sonoro meccanico infernale, ma anche dalla violenza sulle creature marine. Sono vegano. Quindi la percepisco il doppio.

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