giovedì 14 aprile 2016

The Ambassador

Documentario d’inchiesta – se così può essere definito – orchestrato da un uomo a cui deve puzzare la vita: il suo nome è Mads Brügger, viene dalla Danimarca, campa facendo il giornalista senza farsi mancare incursioni nel mondo della tv e del cinema (sia The Red Chapel [2009] che The Ambassador [2011] hanno racimolato premi e nomination qui e là), e per motivi che ci restano oscuri un bel giorno ha deciso di mettere in piedi un reportage sulla compravendita di diamanti in un Paese come la Repubblica Centrafricana che dalla fine di Bokassa in poi è solo uno staterello nel bel mezzo del continente africano. Così, ventuno anni dopo Echi da un regno oscuro (1990), l’occhio di un altro europeo penetra in questa terra ricca di risorse (diamanti e petrolio), spolpata dalle potenze occidentali e non (Cina e Francia) e ammorbata dalla tipica povertà che ci si immagina in un posto del genere, ma Brügger non ha le intenzioni di Herzog, e il film che imbastisce ha un forte retaggio televisivo dove spadroneggiano telecamere nascoste, telefonate registrate e una narrazione esterna, il che, per fare un accostamento non proprio dei migliori, rende The Ambassador un’opera vicina ad un servizio delle Iene o a qualche trasmissione simile. Ovviamente Brügger lustra la confezione rendendola appetibile e commestibile: (de)scrive una storia di intrighi e ingorghi diplomatici piena (anche in abbondanza) di sotterfugi, mazzette, loschi politici, faccendieri, omicidi, e monta il tutto istituendo una sequenzialità da spy-story con tanto di suspense conclusiva.

L’idea che sottende il film non è malvagia e a dare un contributo importante ci pensa lo stesso Brügger che sembra nato per fare l’impostore (tecnicamente la copertura che adotta per entrare nel giro illegale dei diamanti è l’apertura di una fabbrica di fiammiferi), e l’atteggiamento, il modo di porsi, l’abbigliamento, lo rendono piuttosto credibile, cioè: si crede senza fatica al personaggio che ha cucito su di sé. In fatto di credibilità sorgono invece dei dubbi riguardanti l’attendibilità dei meccanismi concreti che portano Brügger a testimoniare i vari step del percorso verso la meta a cui tende; l’ombra dell’artificio si allunga sulle scene dove Monsieur Gilbert si fa tranquillamente riprendere mentre mercanteggia con l’attore-regista-diplomatico, vero che potrebbe trattarsi di una hidden cam ma la pulizia dell’immagine e del sonoro fa pensare il contrario, inoltre c’è da sottolineare come i ganci portoghesi di Brügger che hanno fornito i supporti logistici ed economici per il “viaggio d’affari” avrebbero potuto tranquillamente fare una ricerca su Internet del proprio assistito e scoprire chi davvero era e che cosa davvero faceva. Non so, nel progetto complessivo ci sono delle bugne su cui non è semplicissimo soprassedere, anche se comunque ogni possibile obiezione si riduce all’urgente interrogativo di fondo: quanto può interessare un film che racconta il degrado dell’establishment centrafricano e dell’attività predatoria nella suddetta nazione attuata da sciacalli che badano solo al tornaconto monetario? Dite voi, a mio avviso non c’è un’impellente asportazione di materiale tricotico in merito.

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