sabato 9 aprile 2016

Night Moves

Kelly Reichardt è sempre lì a raccontarci di un’altra America, e non è soltanto una questione di temi o di modi, prima di ogni cosa è la geografia a segnare uno scarto decisivo con l’idea stereotipata che il cinema americano ha esportato oltre l’Atlantico, un po’ come i racconti cult di Breece D’J Pancake, la visione della Reichardt è l’unico (per quanto possa ricordarmi) caso di cinema narrativo statunitense radicato in un contesto rurale (è sempre l’Oregon) che ci restituisce una nazione finalmente più umana; di conseguenza l’intera filmografia è percorsa da vibrazioni umaniste interrate in un solco molto europeo, minimale, scarno: Old Joy, opera del 2006 la cui sinossi poteva ridursi a tre o quattro parole, è tuttora un manifesto di intimità applicata alla settima arte, quando il non esplicitare praticamente niente riesce comunque a fecondare l’interiorità.

Una premessa così ovvia non poteva che servire a paragonare l’attuale rovescio della medaglia: mi è parso che Night Moves (2013) abbia una profondità inferiore ai lavori che l’hanno preceduto. Ora, con “profondità” si dice tutto e niente, ne sono consapevole, ma ciò a cui tento di rifarmi non è tanto uno spessore concettuale, perché se così fosse il film sotto esame è quello che potenzialmente nella carriera di Kelly Reichardt presenta un’organicità superiore alle altre pellicole, no, quello che non pare così profondo è quella traiettoria sensoriale che faceva tintinnare le nostre corde. Il colpevole principale di questo mancato magnetismo è la tendenza della regista ad affidarsi mai come prima di Night Moves al Racconto, ad una successione calcolata di step che sedano ogni possibile moto astraente. È tutto estremamente pragmatico: ancor prima della messa in scena: c’è il trattare faccende come ambientalismo ed ecologia, la concretezza, perciò, di una politica e al richiamarsi ad essa, quindi materiale odierno, pressoché cronachistico, niente a che fare con l’errabondare di Meek’s Cutoff (2010) [1]. Poi la presenza di una relativa esplorazione (anche umana) si fa dato di fatto: apprendiamo il divario tra idealismo e l’inefficiente applicazione di esso (il capo della fattoria dirà che l’aver fatto saltare in aria soltanto una diga è stata un’azione pressoché inutile), al pari dei drammatici esiti causati dal dilettantismo dei tre personaggi, e proprio qui si consuma una tragedia che suona a mio modo di vedere come un’intensificazione un po’ stonata, mi riferisco all’omicidio di Dena dal carattere estemporaneo, troppo, poche le premesse che potessero indurre Josh ad un atto simile, una stecca figlia diretta dell’impianto espositivo che, vista la sua natura, necessita per lo sguardo spettatoriale di una coerenza razionale in tutta la durata del film.

Ma queste conclusioni rimangono insoddisfacenti, si entrerà anche nei meandri del de gustibus tuttavia di fronte ad un bivio che mette da una parte un cinema ordinato e fondato su codici abbastanza abituali con annesso svolgimento del temino, e dall’altra ipoteticamente un cinema asciugato dei molti artifici banalizzanti che lavora molto bene nell’area percettiva, io non posso che imboccare la seconda strada, quella che di certo non porta a Night Moves.
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[1] Non c’entra nulla ma lo dico ugualmente: se esiste un film che può essere accostato a Jauja (2014) quello è proprio Meek’s Cutoff, certo inferiore e meno radicalizzato, eppure edificato su presupposti non troppo dissimili.

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