sabato 16 aprile 2016

The Last Time I Saw Macao

LA POSSIBILITÀ DI UN CINEMA

Apice (per quanto potuto vedere) dell’esplorazione fisica e mentale di Macao da parte del duo Rodrigues & Rui Guerra da Mata che già si erano mossi in un territorio sì concreto ma aperto all’impossibile (Alvorada Vermelha, 2011), A Última Vez Que Vi Macau (2012), a cui seguiranno sempre nella medesima diade Portogallo-Cina anche se probabilmente con metodi e tempi differenti Mahjong (2013) e IEC Long (2015), è la possibilità di un cinema narrativo che scopre [1] un metodo di affabulazione capace di prescindere dall’attorialità. Esagerando forse un goccio potremmo vedere il film come un atto d’eversione che schiaffeggia il cinema tradizionale, l’idea scaturente è in sostanza che per raccontare una storia non c’è più la necessità dei corpi materiali, la malleabilità del digitale permette in post-produzione di estendere, comprimere, rovesciare e terremotare il significante, quella che vediamo è fiction moderna in tutta la sua adattabilità: il reale così risemantizzato si intensifica, si carica di un altro sensibile, gua(r)da i f(i)umi della suggestione. Questo procedimento non può che creare ammirazione nello spettatore attento perché se c’è un luogo nel cinema che può farsi forum sul contemporaneo visivo quello è proprio The Last Time I Saw Macao.

Come riportato nel commento ad Alvorada Vermelha il co-regista João Rui Guerra da Mata ha passato l’infanzia a Macao. Il “dettaglio” non è chiaramente di poco conto visto che l’opera è attraversata da una faglia che frattura, risalda e mescola il passato con il presente. La sfumatura biografica (comunque presente con delle vecchie polaroid che presumibilmente ritraggono lui e la sua famiglia) si dissolve in uno smarrimento personale/diegetico/temporale. Vediamo il presente, incarnato dall’assenza scenica di Guerra da Mata, che vaga in una Macao ormai completamente deportoghesizzata (ammesso che, per stessa ammissione del regista, sia mai stata portoghese) dove le briciole di una possibile presenza lusitana sono date, oltre che dai feticci odierni come Cristiano Ronaldo, dalle scritte delle strade sui muri in doppia lingua o dalle lapidi del cimitero. La coesistenza di un prima durato quattrocento anni e di un dopo molto più recente, giusto tre lustri, origina un testacoda stordente, una congiunzione astrale che fa da apripista ad una fine, dell’anno e magari di una vita: “e poi ho capito perché sono tornato a Macao trent’anni dopo”.

Espandendo lo spettro interpretativo è ravvisabile un’ulteriore concomitanza, quella categoriale. Se da una parte il film è per l’appunto non catalogabile poiché frammentato, disperso e simulatore di apparati documentaristici, dall’altra, in uno slancio nostalgico, si ostina a strutturare il racconto per mezzo di un finto scheletro crime. Finto perché appare evidente fin da subito quanto lo strano filo conduttore nei fatti non conduca a niente, è un valido escamotage indecifrabile (e la gabbietta cosa sarà? Non ditemelo, non mi interessa saperlo) atto ad innervare lo studio della coppia registica: rifacendosi al passato e al presente, avvalendosi delle loro epifanie, e rimodulando le prassi visivo-narrativo, hanno fornito una lezione che va anche aldilà del cinema: il futuro non può che essere nell’integrazione.
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[1] In realtà non scopre niente perché come da sempre è solo l’avanguardia che può “scoprire” nuove forme, nuovi codici. Rodrigues è molto bravo, ma qui, come giustamente riportato da Sangiorgio (link), aleggia potente il cinema di Chris Marker.

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