martedì 5 aprile 2016

Le mille e una notte - Arabian Nights: Volume 2 - Desolato

Non c’è nessun incipit per O Desolado, nessuna guida che possa indicare una traiettoria comune, per questo il secondo capitolo della trilogia di Miguel Gomes contiene tre sottosezioni maggiormente eterogenee se parificate a quelle precedenti dove invece la dualità realtà/fantasia applicata al topic della crisi economica forniva dei parametri interpretativi più accessibili. Qui l’apertura è ampia e, almeno chi scrive, ha faticato di più a scovare un filo conduttore che fosse in grado di cucire il tessuto narrativo, anzi diciamo che la fatica è stata vana poiché ritengo, alla fin fine, che non vi sia un motivo di studio così localizzato come per Inquieto, sì la “desolazione” del titolo è forse rinvenibile nell’ultimo episodio anche se probabilmente ci sarebbe da discutere su cosa sia percepibile come desolante (tutta la vicenda condominiale per me lo è), mentre nei primi due non vi è granché che riporti nel suo interno il nome del film, piuttosto questa prima coppia appare legata da una sottile connessione civile che potrebbe riguardare la nostra epoca, quella dei processi mediatici che eleggono il crimine a show e il criminale a personaggio. Tuttavia non sono affatto convinto di una tale esegesi e per tale motivo ritengo che, in ultima battuta, l’unico atteggiamento che si può avere verso O Desolado è prendere atto della natura ribelle che lo permea e dell’unica legge che può osservare, quella della forza narrante libera di scorrazzare nei luoghi delle storie-non-ancora-raccontate.

Sul primo segmento, la vicenda del vecchio senza budella, mi viene difficile fare un approfondimento: non c’è metafora, non c’è un’idea traslabile oltre lo schermo (se non quella citata sopra: l’assassino che diventa star, ma è così tenue…), è la parentesi più asciutta ed austera finora vista in questa opera extralarge; un vecchio gironzola in un territorio brullo ed inospitale armato del suo fucile. Punto. Per la sottrazione, per la cornice naturalistica e per quella soprannaturalistica (il killer sembra riuscire a teletrasportarsi) viene alla mente il Dumont di Hors Satan (2011), ma, per continuare a ripetermi, non c’è un forte aggancio verso qualcosa di altro, lo sfondamento concettuale è assente ed affiora da parte di Gomes il piacere di raccontare solo per il gusto di farlo, tanto che a chiudere la porzione giunge un quadretto nonsense di alcuni boy scout che si cimentano in varie esercitazioni. Lo stesso non si può dire della parte successiva, una perla di cinema giudiziario postmoderno che sembra uscita dalla penna di un Grisham posseduto dallo spirito di Kafka, c’è di tutto: un anfiteatro come tribunale, i colpevoli, gli indiziati e le vittime insieme sulle gradinate a testimoniare una catena di eventi assurda e completamente fuori controllo (tanto da far piangere l’inflessibile giudice) dove più ci si inoltra nel suo dispiegamento e più si intorpidisce, i personaggi, le macchiette, i fantocci (della vacca), le assenze (il cinese: il colpevole?) portano dentro al film la pluralità della storia costituita da tante altre sottostorie, è qua la congiunzione con O Inquieto, sia nella multinarrazione che nel potente carico allegorico, in una parola: ottimo. Ad abbassare la qualità generale ci pensa la sezione finale dove è probabile che, nell’ottica de Le mille e una notte, Shahrazād abbia rischiato grosso al cospetto del Re Shāhrīyār. Sintetizzando, il sottoscritto ha ravvisato un Gomes piuttosto innocuo che non riesce ad essere pungente nel ritratto di desolazione umano/condominiale che si prefigge di illustrare. Potrà essere gradevole il rapido avvicendarsi degli abitanti della scala, ma tutto si ferma alla superficie mostrandosi in una veste estetica che non porta niente di originale (quanti scenari rionali abbiamo visto nel cinema? Parecchi, perfino in quello italiano), ed anche la presenza del cagnolino Dixie non va aldilà di quello che viene inscenato (non sono riuscito a vedere il cane come un collante che tiene unite queste persone dalla vita agra), e pure il finale, sebbene caruccio finanche inaspettato, non riesce a fungere da panacea.

Il film di intermezzo è un lavoro diverso dal precedente, i tre capitoli che lo costituiscono sono dotati di una difformità reciproca e di un’indipendenza da un possibile senso riunificante. Con l’assenza quasi totale della metafora è un qualcosa che si avvicina al realismo l’approccio scelto dal regista lusitano, ciò è legittimo e rientra nella versatilità a cui Gomes ci ha abituati nel corso della sua carriera. Se posso muovere una critica lo faccio mettendo a paragone O Inquieto con O Desolado, quest’ultimo rimane a mio modo di vedere alcuni gradini sotto proprio a causa di un mastice non pervenuto, la coesione assente dei vari frammenti ci restituisce un cinema sempre alto ma non fino all’Iperuranio. E ora pronti per l’ultima tappa: Incantato.

2 commenti:

  1. come o dove ti sei procurato questi film? che ci ho provato ma non ci riesco mai a trovare la roba

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  2. Su emule c'è tutta la trilogia con i sub eng.

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