lunedì 4 dicembre 2017

Living Still Life

Il primo punto è la cura formale che Bertrand Mandico mette in campo, La résurrection des natures mortes (Living Still Life) (2012) non è un cortometraggio come lo sono gli altri, nei suoi quindici minuti assistiamo ad una sbocciatura arcobalenica che sconfina nella videoarte: rallenti di sostanze vaporose che si diluiscono in un liquido, scenari naturali intensificati da particolari cromature, saturazione dei toni caldi fino a sfiorare la fosforescenza nelle scene buie, parentesi in stop motion non casualmente in bianco e nero. C’è insomma da parte del regista francese un occhio di riguardo all’estetica dell’oggetto creato e con pochi dubbi ritengo che il lavoro svolto su tale frangente sia più che buono, è raro trovare un impianto visivo che tracima sibillino nel lisergico con così poco tempo a disposizione, probabilmente lo aiuta anche un’impostazione diciamo pittorica che, come sottolineato dalla recensione di un utente di IMDb (link), riporta alla mente il cinema di Greenaway, l’accostamento è ardito ma in Mandico si ravvisa una matrice di opulenza e sovrabbondanza non distantissima dal gallese e in generale dal videoclip, contenitore che ben accoglie slanci artistici similari a Living Still Life.

Il secondo punto riguarda il nucleo del film che potrebbe essere visto anche in un’ottica meta-riflessiva. Anzi, tolgo il condizionale perché Mandico imprime sullo schermo il Processo Creativo di una fotografa, ne dimensiona i contorni ossessivi finanche macabri visto che la donna raccatta carcasse di animali in giro per la steppa, e pone sul piedistallo il fine di un movimento autoriale di tal fatta che seppur illusorio, farlocco e artigianale non si deprezza e con la chiusura del cerchio nella casa dell’uomo si avvalora di una cifra vivificante. Delle porte concettuali si schiudono: Mandico pare chiederci a latere quale sia la forza dell’arte, e la risposta, così come è sempre auspicabile, risiede dentro il fruitore che diviene la meta ultima dell’intero procedimento di creazione. Difatti è possibile scorgere un’identificazione nel fresco vedovo che vuole lasciarsi sedurre dalla stop motion applicata sul cadavere di sua moglie: credere all’impossibile è una cosa che accade spesso quando ci si confronta con un’opera, l’arte non ha confini e se vogliamo possiamo perfino renderla capace di riportare in vita degli esseri morenti. Del lungo ciclo che va dalla nascita dell’idea, alla sua messa in pratica, e al susseguente assorbimento del testimone oculare, Mandico ci riporta un piccolo esempio che non può di certo essere esaustivo, va ringraziato comunque per il tentativo.

Il terzo punto concerne il sottoscritto. Tutto quello che di bene si può dire su Living Still Life va detto, esponendomi però in prima persona non mi sento particolarmente vicino ad un modello cinematografico del genere, sono comunque un figlio della sottrazione e del minimalismo, preferisco in generale il celare all’esporre e la natura all’artificio, rispetto a Mandico o chi per lui, qui è esclusivamente territorio di de gustibus che sul piano oggettivo-esegetico vale zero, ma siccome mi sento sempre un essere umano prima che un cineblogger (denominazione che già fa ridere di per sé), ecco, ritenevo corretto sottolinearlo.

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