lunedì 28 maggio 2012

Another Earth

Esplorare, sorreggere e intensificare il dramma attraverso la fantascienza.
Alleggerire, decentrare e depistare la fantascienza attraverso il dramma.
Le due tracce si rivelano entrambe valide per una completezza reciproca. Nel film di Cahill, ennesimo prodotto sundanciano, i due generi sono simmetrici e fondamentali per l’economia complessiva dell’opera: se fosse stata solo la storia di un pianeta che si avvicina alla Terra si sarebbe scaduti in una banale science fiction; se fosse stata solo la storia di una Rhoda qualunque che cerca di ricomporre la sua vita liberandosi dal macigno dell’assassinio non ci sarebbe stata la forza di elevarsi dalla mediocrità di tanti altri drama. Il dialogo tra i due generi è perciò sostenuto, e sebbene l’aspetto drammatico faccia scivolare più volte in secondo piano quello fantascientifico, esso risulta sempre “visibile” nella rappresentazione scenica che non lesina mai l’immagine di Terra 2 lassù nel cielo. Dialogo e rispetto nel non avanzare l’uno sull’altro, equilibrio e riflessività, dramma e fantascienza si osservano cortesemente come uno specchio che riproduce il volto che gli sta davanti, come due pianeti gemelli che si guardano da lontano.

È chiaro che di primo acchito (ma anche di secondo) solo che la locandina riporta con insistenza a Melancholia (2011) di von Trier. Pensandoci su è abbastanza curioso che due registi abbiano avuto nello stesso momento storico due idee parecchio avvicinabili, ad ogni modo le pellicole pur avendo punti più o meno fermi di contatto – lo scenario semi-apocalittico di un cielo occupato da altro che non siano le solite stelle, il corpo nudo di Rhoda come quello di Kirsten Dunst –, divergono essenzialmente nell’attribuzione di significato fornito al corpo celeste. La seconda Terra non è un gigantesco pianeta dalla massa umorale/depressiva pronta a frantumare il nostro sassolino azzurro, bensì una copia totalmente conforme all’originale (ma come giustamente dice John chi è la copia di chi?) che ritrasmette come una superficie riflettente l’intero pianeta, il suo satellite, e tutti i relativi esseri umani.
Quindi Terra 2 è responsabile dello scontro mortale? A livello epidermico si potrebbe rispondere di sì visto che Rhoda è distratta proprio dalla visione di quel puntino luminoso, ma in realtà la colpa è solo della ragazza che fissando quell’astro si è semplicemente vista dal di dentro, e la colpa va pagata con il giusto contrappasso: pulire pulire e pulire insieme ad un collega, un saggio, che trova nella cecità autoindotta la soluzione più radicale e forse anche più umana: osservare Terra 2 (osservarsi all’interno) fa davvero paura.

Mike Cahill, vero factotum del caso poiché sceneggiatore, produttore e regista qui alla sua prima prova nel lungometraggio, propende per un ritmo sinusoidale che alterna rapidamente momenti di quiete a ripide aggressioni quasi videoclippare (i flashback). La scrittura non è esente da sbavature, vedasi l’instaurazione del rapporto sentimentale che scivolerà nel carnale tra vittima e carnefice, una forzatura per impepare il racconto di cui si poteva fare a meno, cosiccome ad un’analisi minuziosa emergeranno incongruenze scientifiche (ignorantemente: due masse del genere così vicine non dovrebbero provocare un delirio magnetico?) e narrative (una: se John va sul nuovo pianeta non troverà lì il suo doppelgänger a capo della famiglia?). Insomma, alcuni elementi di rottura ci sono, ugualmente però Another Earth forgiandosi sui due registri citati all’inizio e utilizzando solo in apparenza l’idea che il nuovo mondo sia qualcosa che non si conosce poiché non appartiene, compie una ricerca sull’alterità, su ciò che è Altro da me, che è diverso, per annunciare in conclusione che another non è che Io.
Ergo: guardate il cielo, guardatevi dentro.

21 commenti:

  1. mi ricorda parecchio un episodio della prima serie di Spazio 1999... dalle parti mie non è arrivato e , visto che Melancholia mi è piaciuto parecchio, credo proprio che troverò il modo di procurarmelo...

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    1. I tempi della distribuzione nostrana sono stati un po' carenti, in rete il film gira da mesi.

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  2. un grandissimo film che fa il paio con melancholia.
    quasi un another melancholia, uguale e diverso :)

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    1. giocano due campionati diversi, ma per essere in serie b AE non sfigura nel confronto con corrazzate sulla carta ben più dotate.

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  3. Accidenti ormai sono diventato uno scippatore: entro e prendo, manco guardo; le recensioni, poi, le leggo solo dopo. Copio, incollo e mi fido. Però un appunto lo farei: di Melancholia ce ne sono solo due, à savoir, Lav Diaz e quella ancor più sublime di William Basinski.
    Saluti, Jean Claude.

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  4. Mi vuoi dire che sei uno degli eletti che ha visto "qualcosa" di Lav Diaz?
    E, sempre per deduzione, anche tu non sei andato in brodo di giuggiole per LVT?

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  5. Sì, ho visionato i 450 minuti di Melancholia di Lav Diaz, e sì non ho per nulla apprezzato Melancholia di LVT.
    Quello di Diaz è un cinema con una forza attiva molto intensa, straordinario, raro.
    Ah, ti prego di non sottovalutare Melancholia di William Basinski.
    Non faccio molta distinzione tra cinema/musica/letteratura.
    Sono gli incontri che mi interessano e quello con Basinski è stato straordinario.
    La cosa interessante è che la melancolìa attraverso queste opere viene sottratta, per dirla nietzscheamente ci sottraggono quelle forze reattive che impediscono a quelle attive di giungere al loro obiettivo.
    In Von Trier questo non avviene. Per quello ho scritto che ci sono solo due “Melancholia”.
    Tra Diaz e Trier, in questo caso, c’è un abisso.

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  6. Nietzscheanamente* :-)

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  7. Interessante. Sei il primo essere umano-virtuale a cui posso domandare qualche impressione sul filippino. Premettendo che quando avevo tempo per vederlo ho cercato qualunque cosa di suo senza esito felice, e ora che il tempo non ce l'ho manco ci provo, ti chiedo: a cosa si può paragonare Diaz? Vista la durata mastodontica dei suoi film mi viene da domandarti se il suo approccio sia epico come quello di Tarr, o se vista la nazionalità asiatica sia "qualcos'altro" tipo Weerasethakul. Se ci fosse un avvicinamento a questi due big, sarei ancora più incentivato alla visione.
    Ah, stai tranquillo, non sottovaluto affatto la Melancholia di Basinski anche perché non ho idea di chi/che cosa sia. Su Trier, invece, viaggiamo sulla stessa lunghezza d'onda.

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  8. Io non ho mai visto nulla di Lav Diaz, me ne parlava un mio amico aficionado di Venezia e diceva che il film che ha visto lui( del 2011) era una bella sfida di resistenza stile Non si uccidono così anche i cavalli? ...Lui non ha resistito fino alla fine(mi diceva 6 ore circa, può essere?) e pare che in sala pure un certo Enrico Ghezzi abbia abbandonato alla terza ora circa...

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  9. http://www.imdb.com/title/tt2028550/
    Sì sono 6 ore, ma ne ha fatti anche di 9. Un po' mi spaventa e un altro bel po' mi affascina, certo che se anche Ghezzi ha gettato la spugna più che di una visione si tratta di un'impresa...

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  10. Non mi è facile risponderti tecnicamente, semplicemente perché non ne sarei in grado.
    Certo le differenze sono moltissime, se vogliamo prendere Satantango e Melancholia.
    Le affinità si trovano nella durata del film e nella dilatazione del tempo. Stop.
    Per il resto Diaz fa film grandiosi con quattro soldi, girando in MiniDV, in bassissima definizione, insomma non si fa vento con gli elicotteri (è solo una battuta).
    Ciò che mi stupisce è l’intensità di Diaz, la visionarietà, il suo non essere ambiguo con la disperazione, come, invece, mi è parso esserlo Tarr.
    Tarr, di cui posso solo parlare marginalmente, perché ho “solo” veduto Satantango e Il cavallo di Torino trovo che si avvalga di una fotografia straordinaria, non si può mettere in alcuna relazione con Diaz in questo senso e una narrazione più articolata; ciò non significa che sia positivo.
    So che non è corretto, ma vorrei visionare altri film di Tarr per approfondire il discorso dell’ambiguità dello stesso rispetto alla sua visione della disperazione.
    In particolare, mi riferisco al Cavallo di Torino.
    A questo proposito, appena posso e se ne fossi interessato ti farò una traduzione della critica dei cahiers du cinéma sull’ultimo film di Tarr, critica che mi trova piuttosto d’accordo.
    Ci terrei a sapere la tua opinione.

    Ah, non c’entra nulla, ma mi voglio complimentare con te per la recensione che hai fatto di Mesto na zamle.
    Mi riferisco in particolare alle dinamiche che si creano nel corpo/comunità. Trovo che tu abbia colto esattamente il fulcro di quel film.
    Insomma, dopo la più che lesa maestà su ciò che ho scritto di Tarr, magari quest’ultima su Aristakisjan mitigherà il tuo orrore. Chissà.
    Scusa per la brevità, davvero, cercherò di spiegarmi meglio essendo più esaustivo quando avrò visto altri film di Tarr.

    P.S.: So che ghezzi adora Lav Diaz. E ho visto che hai scritto di Arirang, sono curioso di ciò che pensi di quel film; secondo me non è così semplicistico come sembra interpretarlo. Ora leggo la tua recensione.
    Saluti, Jean Claude.

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  11. Quante cose succulente che mi dici! Andiamo per gradi: non ho chiarissima la definizione che mi fornisci di "essere ambiguo con la disperazione". Provo a interpretarla: intendi, forse, che Tarr strumentalizzi l'assenza di speranza per i suoi fini? Ovvero: io, Béla, implemento, esacerbo, la drammaticità in modo da far leva sull'immaginario spettatoriale?. Oppure per ambiguo intendi una mancata concretizzazione del soggetto (la disperazione) e di un relativo processo aleatorio per cui le varie situazioni disperate sembrano non avere una matrice testuale soddisfacente? Dimmi dimmi! E, ovviamente, se e quando puoi, la traduzione della recensione sarebbe cosa graditissima. Restando in tema, allora sarei interessato a sapere qual è il tuo punto di vista in relazione a Mesto na zemle e la disperazione, poiché, a mio avviso, questo film ne raccoglie con assolutezza il suo significato, o almeno quello che penso possa essere il suo significato.

    p.s.: confermo la passione di Ghezzi, qualche tempo fa ha fatto passare su Fuori Orario Death in the Land of Encantos.
    Su Arirang, invece, ho idea che non mi verrai incontro.

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  12. Ti lascio la traduzione che ho fatto dai cahiers du cinéma del film di Béla Tarr.
    L’autore della recensione è Nicolas Azalbert.
    Risponderò alle tue domande dopo aver letto le tue imprecazioni nei confronti di Azalbert.
    Effettivamente è stato molto semplicistico.
    Ma alcuni aspetti penso potranno essere commentati.
    Non ci sono più i cahiers di una volta, forse.

    Le cheval de Turin, de Béla Tarr.

    Chi avrebbe detto che il cavallo colpito dal suo cocchiere e abbracciato da Nietzsche il 3 gennaio 1889 sulla piazza Carlo Alberto di Torino avrebbe potuto terminare i suoi giorni in una fattoria isolata della campagna ungherese?
    Se il punto di partenza del nuovo film di Béla Tarr non convince, permette però al cineasta di approcciare in modo completamente fallace il filosofo.
    Nietzsche non ha scritto più dopo quell’incontro con l’animale e Tarr ha annunciato, al momento della conferenza stampa a Berlino che non avrebbe più realizzato film. Sostituendosi al filosofo della morte di Dio e dell’eterno ritorno, Tarr cerca di mostrarsi come cineasta/filosofo.
    Tarr riprende questi due concetti per farne passioni tristi e repressive, quando esse erano per Nietzsche passioni attive, gioiose e liberatrici.
    La grigia fotografia del film, il mutismo e la depressione del padre e di sua figlia abbandonati in una no man’s land, il vento che non cessa si soffiare sono qui i segni dell’assenza del divino.
    La ripetizione quotidiana, nel corso dei sei giorni in cui dura la narrazione del film, il vestirsi del padre da parte della figlia e dei pasti composti unicamente da una patata, sono qui i segni dell’eterno ritorno.
    Mentre Nietzsche definiva l’arte come invenzione di nuove possibilità di vita, il film di Tarr non rappresenta che l’abitudine alla ripetizione esaltando la sofferenza e la tristezza come valori.
    All’impostura filosofica che consiste nel far passare Nietzsche per un nichilista, corrisponde una posizione autoriale che consiste nel far passare una caricatura per un grande progetto.
    La semplificazione dei tratti dell’opera hanno il solo fine di esaltarne l’autore.
    I piani sequenza sembrano ormai un marchio registrato da Tarr. Il tempo non si dispiega più, ne resta solamente un’idea e lo stile, ancora evidente in Satantango, si è cancellato sotto la sistematicità del processo e volontà di sfoggio dell’autore.
    Che alcuni gridino al capolavoro davanti a questa teatralizzazione della miseria non fa che provare che l’impresa di falsificazione abbia funzionato bene.

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  13. Grazie per la traduzione, ascoltare delle voci fuori dal coro è sempre interessante.
    Dunque, la recensione non mi piace. Non è una questione di contenuti, bensì, credo, che vi sia un errore di metodo nell'impostazione dell'analisi. Il recensore appoggia le sue critiche sulla similitudine Tarr/Nietzsche che trovo inappropriata. Come riconosci tu c'è troppa sommarietà nelle sue parole, troppa faciloneria, esempio: non capisco il ragionamento per cui il regista, partendo sì dall'episodio biografico di UN filosofo, debba poi per forza seguire il pensiero di quest'ultimo; il punto di vista di Tarr io lo trovo assolutamente legittimo perché figlio dell'interpretazione libera del testo, se dalle parole di Zarathustra o dalle pagine de La gaia scienza ha desunto quello che poi ha filmato non vedo che cosa ci sia di male. Ma il punto non è questo. Credo che scrivere l'esegesi di un film basandosi su una comparazione, in questo caso fra due soggetti storicamente, culturalmente e lavorativamente distanti, non sia il modo migliore per apportare una critica.
    Detto questo, l'accusa (se ho capito bene) di maniera a Tarr mi fa ovviamente scuotere la testa. Termini come "semplificazione", "sistematicità", "sfoggio", "teatralizzazione", io li vedo in una accezione positiva, sono ingredienti che sostanziano lo stile di questo autore. Un critico cinematografico dovrebbe parlare di cinema, Azalbert qui lo fa poco e mi permetto di dire anche male.

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  14. Si è parlato molto della fine di Nietzsche, qui si parla della storia del cavallo, di cui mai nessuno si è occupato.
    Sì, posso essere d’accordo sul fatto che questo sia meramente uno spunto per costituire un altro discorso.
    Ma il problema resta.
    Anche se è davvero una pessima recensione, con errori imbarazzanti sul concetto dell’eterno ritorno in Nietzsche, è legittimo porre la questione come fa Azalbert.
    Comunque anche non prendendo minimamente come pretesto Nietzsche, resta allora da chiedersi cosa voglia mostrare Tarr.
    Perché se fosse la disperazione di cui hai parlato in un altro commento, allora sì si cadrebbe nell’estetizzazione e, corollario, esaltazione della stessa.
    Certo, potresti dirmi che non solo ti va bene, ma ti fa bene.
    Mi pare di aver percepito questo nella recensione che lessi su questo film da parte tua, una sorta di esaltazione, un cambiamento da dopo visione.
    Ebbene, allora tutto cambierebbe.

    Il punto per me è: come viene trattato in questo film il nichilismo?
    I due protagonisti non riescono evidentemente a superarlo. Quando cercano di “cambiare strada” sono costretti a tornare indietro.
    Ciò che mi fa specie della recensione dei cahiers è la dimenticanza di un elemento fondamentale per me di quel film: il passaggio dei gitani.
    Ecco, che allora si può rivalutare la visione pessimistica di Tarr, vedendo in essi qualcosa di attivo che taglia letteralmente la strada alle forze negative che esprimono i due personaggi.
    Mi pare però di capire che quella che io forse impropriamente chiamo estetizzazione del nichilismo a te piaccia, piaccia proprio nel modo in cui la mostra Tarr.
    Mentre io credo che di questo non ci sia più alcun bisogno.

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  15. In tutta onestà, vedendo il film non ho quasi mai pensato a Nietzsche, e scrivendoci sopra idem: la mia conoscenza epidermica ha creato un timore reverenziale che mi ha evitato di infilarmi in un ginepraio da cui non sarei uscito. Comunque sì, per me la disperazione messa in scena da Tarr era così come chiedevo che fosse, invisibile ed enorme allo stesso tempo. Anche estetizzante certo, ma Tarr è un'esteta a prescindere e qui si entra nel campo del "prendere o lasciare". Chiarisco una cosa però: tu dici che i gitani si contrappongono alla negatività dei due protagonisti. Questa negatività a mio avviso non è situata dentro i due esseri umani, ma in ciò che sta loro intorno: diciamo nel mondo. L'assenza del Bene è una realtà che si afferma in maniera progressiva (il vento crescente, l'acqua che svanisce, il fuoco che si spegne) e padre e figlia diventano due vittime sacrificali e inconsapevoli di una sorta di nichilismo... globale. Per me non è la fine dell'Uomo, è la fine del Mondo. Che poi sì, ammetto che le due espressioni possano combaciare.

    Una curiosità: non ho ancora capito bene se TTH ti sia piaciuto o meno :)

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  16. Abbiamo posizioni oggettivamente divergenti per ciò che riguarda questo film e ogni volta che mi rispondi mi vengono in mente altre sei o sette questioni da porre, ma temo che non finiremo mai, e non voglio tediarti.

    In effetti, la tua ultima è un'ottima domanda e fai bene a farla con il sorriso.
    Questa è un'opera che pone questioni dinnanzi alle quali provo qualche difficoltà a rispondere sì mi è piaciuto o no, non mi è piaciuto.
    Ma per non farla troppo lunga - anche questa volta - ti dico: sì, mi è piaciuto, ma...
    Saluti.

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  17. è anche un film a cui sta stretta la riduzione sì/no in merito al gradimento, quindi la mia domanda era più che altro formulata per capire se stavi totalmente dalla parte di Azalbert, se stavi dalla mia, o se stavi un po' da entrambe. E almeno su questo credo di essermi chiarito le idee.
    Il tedio è gaudio quando posso scambiare opinioni su un argomento che mi attrae da morire, ergo: poni e proponi i tuoi pensieri quando vuoi.
    Un saluto anche a te

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  18. e I Origins come ti e' sembrato (se lo hai visto)?

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