lunedì 18 giugno 2012

Morvern Callar

Be brave.

Premessa d’obbligo: Morvern Callar (2002) è film nettamente meno incisivo del suo predecessore Ratcatcher (1999). La pellicola, tratta questa volta da un romanzo di Alan Warner, può vantarsi di possedere come start una bella miccia narrativa, e grazie all’occhio della Ramsay l’appartamento-loculo illuminato ad intermittenza dall’albero di natale rende ficcante l’immagine di un uomo riverso sul pavimento e di una ragazza stesa al suo fianco. Le premesse rullano bene perché a questo macabro evento corredato di lettera d’addio sullo schermo del pc, vengono insertate porzioni di amara esistenza che si affidano alla visione piuttosto che alla spiegazione; prendiamo come esempio la conversazione di Morvern alla stazione con quello che probabilmente è un solitario interlocutore, oppure quando la stessa protagonista, dopo un’ordinaria serata di bagordi, mostra le parti intime ad un pescatore sulla barca. Se l’intento era quello di delineare una persona senza coscienza, senza rimorsi, senza riconoscenza (a novel by… e poi sotto, come un macigno: i love you), l’obiettivo viene centrato, anche perché il contorno (il lavoro, l’amica, il pub) ben si adegua al suo grigiore esistenziale.

Enucleati tali assunti, il film sfibra di consistenza con la vacanza spagnola. C’è un vero cambio di registro che non riguarda soltanto l’assolata ambientazione mediterranea, ma il flusso argomentativo che si leva dal dramma e qualcosa di più (storie di cadaveri fatti a pezzi nella vasca), per avvilupparsi in toni consueti che abbondano di prevedibilità: le due che si danno alla pazza gioia, e inutilità: Morvern che si insinua tra le lenzuola di uno sconosciuto. La corporeità si perde in questo segmento ispanico, zenit concettuale alla località scozzese, ma sul piano più strettamente pragmatico troppo inconcludente per garantire l’integrità dell’opera. Grazie al cielo, poco prima che tutto svanisca in una deriva comica (i battibecchi tra le due amiche smarrite nel nulla), Ramsay ricuce in parte lo strappo grazie all’aggancio con il racconto scritto dal suicida e al colloquio tra la ragazza e gli editori che crea complicità con lo spettatore.

La figura di Samantha Morton non cede praticamente mai dimostrandosi maledettamente cinica dall’inizio alla fine; la caratterizzazione può definirsi riuscita e il suo coraggio è piuttosto noncuranza sentimentale a dir poco raggelante. Il problema contingente è che la storia, con la sua deficitaria parte centrale, non regge il confronto producendo una frattura difficilmente ricomponibile con i gusti di chi la sta guardando.

6 commenti:

  1. Si affidano alla visione piuttosto che alla spiegazione, vero.
    Ti ringrazio per questo che ho trovato un film straordinario; no, no non esagero.
    Probabilmente è scappato di mano all'autrice; per fortuna.
    Un film a-teleologico, completamente esterno, non tedia su ridicole profondità, si perde pure e per fortuna. Non trovo ci sia cinismo. La protagonista è una fisiologa, legge i sintomi, li interpreta e agisce di conseguenza.
    Mi piace anche la parte spagnola dove viene ulteriormente dimostrata l'impersonalità della protagonista che appena può scappa dalle passioni tristi della sua compagnetta. Mi spiace per gli ultimi minuti dove l'autrice riesce a incrinare anche un po' questo film, facendo passare Morvern per un'immatura, ponendola di fronte alla Morale/molare dell'amica.
    Un'ottima visione, bella fotografia, mi piace anche come utilizza la macchina da presa la regista.
    Vedendo questo film non avrei mai detto che l'autrice fosse la stessa di We need to talk about kevin. Oggi mi sono procurato Ratcatcher. Vedremo.
    Grazie, ancora. Jean Claude.

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    1. Anche io ho avuto qualche riserva su Kevin, direi che all'85% l'ho trovato un film ben fatto, ma per il restante 15 alcune cosette non sono state completamente digerite. Ne parlerò.
      Su Ratcatcher, allora, penso storcerai un po' il naso: il gioco im-pressivo è più marcato e la "tua" profondità, che io invece ho trovato molto esauriente, potrebbe per l'appunto infastidirti.
      Adoro il finale, però. Quello non me lo toccare.
      Fammi sapere JA.

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    2. Non ho ancora visto Ratcatcher, ma sono d'accordissimo con te per Kevin. Sulla percentuale intendo.
      Sai cosa? E' ben fatto, poi adoro la musa di Jarman, figurati, però il ragazzo, quello secondo me è il problema.
      Scade sin da subito.
      Sembra uno schizzatissimo sin da piccino. Se non avessero enfatizzato sul bambino/horror sarebbe stata altra cosa.
      Non ho tempo per dilungarmi, ma penso tu abbia inteso.
      A presto, JC.

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    3. Ti stringo virtualmente la mano perché qui parliamo davvero la stessa lingua. Io ho capito le intenzioni della regista, ovvero compiere una disamina alternativa sul ruolo di una madre impreparata, sulla maternità e tutto il resto. Però, nell'ottica razionale che costituisce il film (razionale tra virgolette, è un qualcosa di più ma non abbastanza da espatriare nel weird) non sono riuscito a credere al bimbo che fin da piccolo fa cose da adulto cattivo, cose diaboliche, subdole e premeditate.
      Probabilmente se la stessa operazione fosse passata sotto la lente di Sono sarei qui a spellarmi le mani dagli applausi.
      Ci sarà tempo per discuterne!

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  2. un po' di anni da ho letto il libro da cui è tratto il film, "Rave girl" in titolo italiano.
    tosto e interessante.

    chissà se il film è all'altezza.

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    1. un motivo in più per buttarci un occhio ;)
      e Ramsay sa il fatto suo!

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