martedì 26 luglio 2011

Hadewijch

Gesù oltre un cancello. Metafora leit-motiv: qualcosa che si vede, ma che non si può toccare. Visibile e invisibile. Hadewijch (2009), opera luminosa e spossante come è nelle classiche corde dumontiane, sembra palpitare in questo terreno metafisico, tra l’aldilà e l’aldiquà.
Per cercare di inserire delle coordinate orientative si potrebbe dire che Dumont alcuni dei temi qui al centro li ha già toccati in passato. Il suo primo (bellissimo) film L’età inquieta (1997) illustrava sapientemente la crisi e la crasi di due realtà distinte a contatto fra loro con l’algerino Yasmine Belmadi outsider adolescenziale. Dunque ecco un primo elemento: il regista gioca a carte più scoperte di quanto si possa pensare: oltre la sua visuale ci parla di alterità, di ciò che è altro da noi.
Ma Hadewijch non è un manifesto per o contro l’integrazione di minoranze etniche. A Dumont non interessano i proclami, a Dumont piace carpire le cose invisibili, ed è per questo che il suo cinema fatica tremendamente ad essere accettato su vasta scala, ed è per questo che la religione rintocca prepotentemente nella sua carriera.

Figura cristologica. È il termine più calzante che si può attribuire ai protagonisti dei suo film. Per capire basta rivedere quei piedi sollevati da terra di Pharaon ne L’umanità (1999) o le visioni di Barbe nel precedente Flanders (2006). Una sorta di trascendenza mistica pervade queste figure, le quali però sono tirate per l’altro braccio dai fatti reali e fottutamenti concreti: un omicidio e la guerra, per esempio.
La nostra Céline rientra a pieno titolo nella categoria e forgia la nuova e ultimata declinazione del cinema di questo autore, almeno fino al prossimo film (Hors Satan, 2011). Anche lei appare una piccola grande martire consacrata alla devozione totale verso Dio, caritatevole e sofferente: Julie Sokolowski, un’attrice da Dumont, la quale ad ogni modo si trova a scontrarsi con la realtà, un’altra realtà, che poi è anche la nostra.

Convinzione di chi scrive è che pur lavorando di sottrazione come pochi altri autori al mondo, Dumont finisca sempre e comunque per raccontare qualcosa di importante, aspetto che comunque avevo già sottolineato nella più asettica di tutte le pellicole possibili: Twentynine Palms (2003).
Bruno Dumont è un regista concreto che tratta argomenti più concreti di quanto si possa immaginare. Qui l’incontro con un’altra confessione religiosa innesta riflessioni significative depotenziate, seguendo la logica del narrato, da un’azione repentina ed illogica come lo sono tutte quelle di matrice fanatica. Necessaria comunque per dare nerbo al finale decisamente anticonvenzionale per il cineasta. Musica off (assoluta rarità) che accompagna un abbraccio salvifico in grado di suggerire una degna massima conclusiva: gli uomini sono ancora capaci di salvarsi da soli, senza bisogno di dio, qualunque esso sia.

Forse c’è meno cinema in senso artistico rispetto al passato, ma si sa, i film di Dumont pur essendo lì sono praticamente inafferrabili. Visibili come un crocefisso, invisibili come la fede. Qualcosa che c’è, ma che non si può toccare.

26 commenti:

  1. Ce l'ho lì da un sacco di tempo, prima o poi riuscirò a decidermi a fare il grande passo.
    Ottimo post, ad ogni modo.

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  2. sono ancora a digiuno di dumont, ma questo in particolare mi ispira parecchio.. recupererò

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  3. molto bello questo film, la protagonista vive un'esperienza iniziatica faticosa e terribile, ma al tempo stesso, piena di grazia.

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  4. Dumont non ti regala niente di niente. Tutto quello che si carpisce va dissotterrato, sradicato, rubato. Non è per niente facile.

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  5. ho visto i primi, di Dumont, cugino dei Dardenne, all'inizio, Hadewijch è in lista, e leggere quello che scrivi mi conferma che marita.

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  6. Spizzante, folgorante e inquietante. C'è della vera spiritualità in quest'opera. E' raro trovare autori così forti e originali nel cinema contemporaneo.

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  7. Ciao J. :)
    è il tuo primo Dumont o hai visto altro di lui?
    A mio avviso "spiazzante, folgorante e inquietante" sono termini applicabili a tutta la sua filmografia.

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  8. si è il primo film che ho visto suo! Ho anche L'età inquieta, quali altri mi consigli?

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  9. L'età inquieta è un gran film, però essendo l'esordio è meno metafisico, meno "sospeso" rispetto a quelli successivi; lo ricordo come un'opera sanguigna ma non nel senso comune che si ha del termine, non saprei spiegare... è concreto pur avendo forza estatica, e ovviamente, un'ottima estetica. Insomma: bello.
    Degli altri film di Dumont te li consiglio tutti, L'umanità e Flanders hanno aspetti in comune con Hadewijch e quindi puoi andare pressoché sul sicuro. Magari temporeggia con 29 palms, è il suo passo più azzardato probabilmente, un'opera eloquente, che arriva ad esibire, a mostrare letteralmente le viscere di una relazione. Per il set è stato paragonato a Zabriskie Point (che non ho visto), ma credo che qui si vada oltre. Finale, poi, tutto da vedere.

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  10. vedrò L'età inquieta e prima Zabriskie Point di 29 palms, in ogni caso. Antonioni devono finirlo di visionare... ho abbandonato un pò tutto per colpa della tesi. Ma a marzo spero di liberarmi finalmente di tutto.

    Comunque tornando ad Hadewijch, è da giorni che ci penso ancora, è un film così complesso, ma nel profondo così chiaro, è difficile stabilire dove inizia la fede e dove finisce, ma soprattutto cosa sia la fede. Sembra proprio che la spiritualità sia destinata a confrontarsi con l'umano e ad operare con il corpo. Più ci si allontana dal dogma, più ci si avvicina alla forza primogenia dell'amore, più si rivela cristo, più ci avvicina all'uomo. E' un'idea contro cui mi ci sono scontrato per tutta la vita quella della purezza ideale del dogma, e Dumont ha saputo esprimere in immagini una questione così delica e complessa. Ci sono due scene particolarmente meravigliose: quella del brano di Bach in Chiesa in cui gli occhioni grandi e innocentemente incantati di Céline commuovono, e quella finale in cui corre verso quel luogo santo, è un momento davvero forte, pieno di angoscia spirituale, decisivo per Céline.

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  11. delicata*

    com'è che faccio errori? sarà che è da un pò che non scrivo in questi lidi! .-.

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  12. In bocca al lupo per la tesi, innanzi tutto :)
    Parlare del cinema di Dumont non è per niente una passeggiata, lui stesso dice che la sua arte nasce dalle sensazioni, quindi da qualcosa che non è tangibile. Ad ogni modo, tu come hai interpretato il finale? Io ho scritto che gli uomini sono ancora capaci di salvarsi da soli, ma francamente non so se ho centrato davvero la questione...

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  13. crepi!

    quello che da molto da pensare è la predestinazione di Hadewijch, se è vero che gli uomini possono salvarsi da soli è tanto vero che gli uomini hanno bisogno di incontrarsi per salvarsi e questi incontri chi li decide? Chi posiziona queste pedine? Hadewijch comunque è stata attirata da quel posto, come se ci fosse un magnete ed era lì ad attenderla anche la salvezza umana. Il problema è che Hadewijch pretendeva narcisisticamente di possedere l'amore di Cristo escludendo che la salvezza fosse umana, odiava e stava male se qualcuno osava guardarla e desiderarla.

    Dumont dice: "è un paesaggio interiore che filmo. Penso che dovreste vedere Hadewijch non come un personaggio, ma come un sentimento. È puro sentimento, è l’incarnazione del nostro bisogno di amare ed essere amati. Di fatto, è un’astrazione"

    Se riflettiamo, Hadewijch è in continua ricerca di quella prova d'amore, chiamiamola "grazia" che le faccia sentire la presenza totale di Cristo, lei ha bisogno di quello. Alla fine la ottiene, ma è tutta umana, quindi se Dio agisce, lo fa attraverso l'uomo.

    Comunque Dumont credo che sottragga troppo alla sceneggiatura, lui si ispira ad autori giganti come Dreyer e Bresson, ma di sicuro non ha ereditato la loro componente più importante: la morale lucida e austera. Per questo nonostante abbia apprezzato tantissimo questo film, non mi ha fatto urlare in termini assoluti al capolavoro. Ha sicuramente un modo molto bello di colpire, provocare, interrogare, ma su certi temi penso che bisogna avere una penna forte.

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  14. Chiave di lettura interessante. Io francamente sono stato più propenso ad eliminare qualsiasi influenza spirituale sui comportamenti della protagonista. Ho come avuto la sensazione che Dio non fosse capace di interagire con gli uomini, quasi un'entità inerme calcificata nel suo crocefisso, inarrivabile e, non me ne vogliano, anche inutile. Da qui la ricerca che come dici tu è un bisogno per lei, e che alla fine trova nella fratellanza di un suo simile. Diciamo che io sono stato più propenso ad eliminare ogni possibile vincolo divino, ma forse ciò è anche dovuto al fatto che avevo ancora negli occhi L'umanità dove il sacrificio è totalmente umano.

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  15. Ma Dumont elimina comunque ogni forma di psicologismo, la natura della volontà della protagonista rimane misteriosa. Perchè lei si sente continuamente sola anche quando non dovrebbe esserlo e non perchè è misantropa o disturbata, ma perchè dentro di lei c'è effettivamente qualcosa che la spinge a essere "santa". I genitori sono distanti, le suore ostili, ma non basta per spiegare il suo comportamento. La sua anima è effettivamente malata e aspetta di essere salvata. Infatti lei dice che la sua sfortuna è "essere una creatura umana", nel monologo finale. Questa tensione nel film non è normale, io l'ho sentita proprio come una tensione spirituale. Il suicidio doveva essere un momento liberatorio per la sua anima (afflitta). E' un personaggio bressoniano al 100%.

    Il punto è che Dumont potrebbe anche essersi preso gioco di lei, in un certo senso. Annientare la tensione di Hadewijch, in un gesto salvifico tutto umano, tralasciando la parte trascendente. Rimane il dubbio, troppi dubbi, per essere più propesi da una parte che dall'altra. Perchè la fratellanza è un sentimento basato sulla condivisione, non sull'intreccio di due destini in un contesto così apatico e asettico, ma allo stesso tempo non c'è materiale a sufficienza per credere alla vocazione della protagonista, che si manifesta anche con una certa violenza (l'attentato!), anche se alcuni momenti sono forti: la corsa finale angosciante, spinta da una misteriosa forza, nel suo luogo di preghiera oltre il gardino. Penso prorpio che Dumont avrebbe dovuto osare a dire un pò di più. Infatti nessuno praticamente è riuscito a dare un'idea uniforme a questo film e neanch'io ci riesco. E pensandoci più mi confondo!

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  16. Ecco, l'attentato: adesso non ricordo più esattamente le modalità con cui Céline entra nel meccanismo islamico, ma tu non l'hai avvertito come un passaggio leggermente brusco? Ne serbo ancora questa sensazione, forse accentuata dal fatto che il film è asciuttissimo, ma un evento del genere inserito nel flusso che fino a quel momento si era visto mi pare di rimembrarla come una sporgenza non troppo allineata al corpo del film.

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  17. Ritorno su questo post, per riparare certe mie "sparate" passate su Dumont. Dopo aver rivisto quest'opera, rettifico che se fossi al posto di Eraserhead lo inserirei tra i "Capolavori".

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  18. Non è mai troppo tardi per una rivalutazione! Anche io vorrei vederlo di nuovo...

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  19. J. Doinel, sono un frequentatore (assiduo a periodi) del blog del nostro preparatissimo ospite Ereaserhead. Leggevo con attenzione i tuoi commenti, fino al "mea culpa" finale, che ti confesso ho recepito con una certa gioia: sono al quinto film di Dumont in due settimane, ho deciso di percorrere cronologicamente la sua filmografia e sono appena approdato proprio a questo Hadewijch. Non solo ritengo che l'opus intero di Dumont mi stia "dando" come pochi registi incontrati nella mia pur povera esperienza di appassionato, ma ad ora questo film è forse il suo picco assoluto (devo ancora vedere Hors Satan e ho comunque un affetto particolare per l'Humanità). Mi interessava tuttavia quel discorso che stavi facendo rispetto a Bresson (di cui però non so e non ho visto nulla) e alla "morale lucida e austera" che in Dumont mancherebbe. Dal canto mio ritengo che l'apertura a diverse chiavi di lettura dell'azione che viene (comunque) narrata nel film (come nei suoi altri lavori, fino all'estremo di 29palms) sia l'unico risultato possibile di una poetica, quella dumontiana, che lascia allo specchio ricevente dello spettatore il compito inevitabile di rapportarsi al reale rappresentato trovandovi qualcosa di sè, spirituale o non. E' una sorta di realismo assoluto, incensurabile, da cui traspare quel qualcosa in più di invisibile che è nella realtà dello spettatore, a cui il film fa "semplicemente" eco. Qualcosa di simile la dice Dumont stesso: "Voglio che il cinema sia un momento di regressione totale e che la questione della morale non si ponga eventualmente che dopo la proiezione.
    I dibattiti morali nascono da ciò che è nella testa dello spettatore, non da ciò che è sulla pellicola.
    Lavoro molto per far sparire tutto ciò che potrebbe far passare un messaggio o un'idea.
    E' l'azione che mi interessa, perché non c'è intenzione, riflessione. L'intelligenza mi nausea"

    L'azione appunto, la vita. Anzi, l'esistenza. E tutto quello che vi possiamo vedere dentro.

    Mi sembra il massimo risultato a cui un artista possa puntare.

    Giovanni

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  20. dall'alto della mia preparazione posso dirti di scrivere una mail a J. Doinel, se cerchi qualcuno con cui parlare di cinema allora lui è la persona adatta.
    E sono contento che Dumont ti stia dando come pochi, e pensa che non ha ancora finito: Hors Satan (il mio Dumont preferito: brutale, pagano, ieratico) e Camille Claudel (sta iniziando a circolare una versione senza sub).

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  21. Ciao Eraser, ho una domanda. Se ricordi il film (cercando di evitare spoiler pubblici), non riesco a spiegarmi con sicurezza se ciò che succede dopo il "fatto catartico e violento" sia un flashback a quando lei stava ancora al convento, o sia, fino alla fine del film, un flashforward a quando lei sarà di nuovo accettata in convento, in un futuro successivo al fatto violento. A deporre a favore del flashback c'è il fatto che Nassir parli di "essere martiri della fede", e il fatto violento potrebbe quindi, come dire, non avere un seguito per Hade. A favore del flash forward c'è la liberazione del ragazzo-galeotto e la visita dei poliziotti al convento, forse alla ricerca di risposte sul fattaccio.

    Gio

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  22. mi risulta difficile ricordare esattamente la sequenzialità degli eventi, però come puoi vedere nei commenti sopra anche io ero stato destabilizzato dal "fatto catartico e violento" (se stiamo parlando della stessa cosa). Dalle mie reminiscenze, fragili e inattendibili, comunque propenderei di più per un flasforward.

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  23. L'impressione predominante anche secondo me è quella del flash forward: Dopo il fattaccio la protagonista, non riconciliata, torna al convento e lì ha luogo il vero finale e la vera salvezza divino-umana (concordando con te, forse solo umana, divinamente umana). In caso contrario il film cronologicamente finirebbe col fattaccio e avrebbe tutt'altra lettura. Mi fuorviava il discorso di Nassir sui martiri e il fatto che loro siano sulla metropolitana subito prima del fatto, la condizione fisica di lei al convento a fine film, uguale a quella dell'inizio, e l'arrivo dei poliziotti che potrebbero cercare il ragazzo della salvezza in un momento cronologico precedente al suo arresto (ma la polizia si sposa anche col flash forward, nel caso stiano cercando lei). Insomma, non è così intuitivo. Però propenderei con uno svolgimento cronologico lineare.

    Gio

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  24. Anonimo, ritorno qui dopo praticamente tre anni perchè stavo rivedendo Hadewijch (fa un pò impressione continuare discussioni datate, ma mi piace l'idea, chissà cosa ne uscirà fuori). Condivido pienamente le tue osservazioni riguardo la "morale". Infatti credo di essermi espresso male, mi riferivo probabilmente più alla mancanza di processi narrativi che diano all'opera quella struttura compiuta tipica dei film di Dreyer e Bresson. Ma il punto è che le intenzioni di Dumont sono davvero estranee a questi registi, anche se rientrano nell'interesse di un cinema che fa dello stesso linguaggio cinematografico un linguaggio della "mistica". Ci troviamo quindi di fronte a una rivoluzione in questo senso e come tutte le rivoluzioni inizialmente vengono rifiutate, riggettate e incomprese. La mia sicuramente fu incompresione. Dumont è uno dei promotori, insieme a Reygadas, di questo cinema di regressione, per sopraggiungere all'estetica di una mistica primitiva. L'iconografia religiosa è solo di contorno e i problemi morali non ci sono più, è un cinema che ha superato se stesso in termini di influenze "spirituali". Per questo dobbiamo essere felicissimo di questo, perchè credo che stia sperimentando una nuova potenza.
    Anche se aimè, Dumont sta facendo passi indietro, ma forse è solo una fase. Vedremo.
    Tanti saluti a tutti!

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  25. Riguardo il finale, credo che sia esattamente come lo hai interpretato, solo che credo che la polizia intervenga al convento perchè Hadewijch è scappata di casa e non per avere informazioni riguardo l'attentato, altrimenti l'avrebbero comunque arrestata. O almeno così narrativamente parlando si può dedurre, ma cmq sono effettivmaente particolari che non tolgono molto al film.

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  26. J., credo proprio che non riceverai mai una risposta :)
    Piuttosto, cosa ne pensi del Dumont post-Hors Satan? Per me Camille Claudel non proprio esaltante, P'Tit Quinquin interessante ma non indimenticabile.

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