venerdì 4 agosto 2017

Nuclear Waste

Più maturo rispetto ai cortometraggi precedenti nonché “classico” antipasto al lungometraggio di debutto (in questo caso The tribe, 2014), Yaderni wydhody (2012) ha quella piccola, si fa per dire, qualità di non raccontare esplicitamente nulla, col suo fare documentaristico Slaboshpytskiy è più che altro un intruso nella vita di un camionista ucraino che vive e lavora, probabilmente senza che vi sia una distinzione tra le due azioni, a Chernobyl. Eppure nonostante il totale minimalismo accade che un qualcosa di molto simile a una storia si rivolga verso lo spettatore, è una fusione di elementi: prima di tutto l’ambiente, il quale sebbene non ci venga detto che è quel-posto-lì suggerisce comunque un gelo profondo e un senso di solitudine primordiale, poi la banalità di una giornata lavorativa e la sua routine, successivamente l’intimità che diviene procedura meccanica, e poi, ma solo poi, il duplice ma connesso ritratto umano di un lui e una lei che plausibilmente non smaltiranno mai le scorie radioattive che tentano di debellare con le rispettive professioni.

Il tragitto di Slaboshpytskiy ha per quanto mi riguarda una certa coerenza e Nuclear Waste rappresenta una dignitosa soglia autoriale, il frutto di un percorso che ha visto nel giro di due corti la potatura di quegli apparati che indeboliscono il cinema, se ripensiamo a Diagnosis (2009) viene subito a galla una didascalia che alla fine giocava a sfavore delle fosche tinte drammatiche inscenate, il successore Deafness (2010) si disintossicava dalla letteralità preferendo l’annullamento dialogico, buona scelta un po’ limitata per forza di cose sia dal contenitore che dal contenuto, tutto ciò trova ossigenazione in Nuclear Waste che si fa opera d’equilibrio e, per ricollegarsi al trafiletto sopra, un nulla apparente che cela un racconto che così come deve essere trova compimento nelle riflessioni post-visione. Pur ignorando completamente tutto il pianeta esistenziale che riguarda la coppia è come se in quel glaciale rapporto sessuale si possa leggere molto di loro, è la tenacia di un cinema che non impartisce ma che diffonde, e nello scenario ibernato c’è anche lo spazio per un desiderio, quello di essere madre.

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