venerdì 12 maggio 2017

Deafness

Glukhota (2010), ovvero l’incubatrice di Myroslav Slaboshpytskiy per il progetto The tribe (2014). Anche qui il regista ucraino, affascinato dal linguaggio dei segni fin da quando era un bambino poiché la sua scuola era vicina ad un convitto per ragazzi sordi, utilizza questo metodo per imbastire il canale comunicativo del film, che, a conti fatti, diventa un canale volutamente senza ricevente poiché i destinatari, cioè noi spettatori, orfani di sottotitoli, nulla conosciamo a proposito dello scambio animato che i due ragazzi hanno. La strategia di Slaboshpytskiy è dunque evidente: estromettere chi guarda dei e dai codici che solitamente normano una conversazione e di rimando anche un film prettamente narrativo come lo sono tutti quelli che arrivano nelle sale. Il regista non è che si lanci in una qualche forma d’avanguardia, più banalmente utilizza un’altra natura della narrazione per raccontare una storia, non c’è trascendenza, ma, almeno nei dieci minuti di Deafness, emergono punti di interesse.

Indubbio che così strutturato e così intessuto il corto esprima abbastanza bene le sue potenzialità, il fatto che chi assiste è all’oscuro delle motivazioni che mettono il poliziotto sulle tracce del giovane snellisce la trama da faccende che altrimenti sarebbero state superflue agendo, al contrario, sul possibile sforzo mentale dove abbondano i condizionali (“potrebbe essere che…”). Ma dato il ristretto minutaggio non c’è spazio per interrogativi personali, la presa realistica di Slaboshpytskiy, camera a mano in un angusto corridoio urbano (tutto accade in un metro quadrato di desolazione), ci costringe all’atto della testimonianza oculare: non è permesso comprendere i due sordomuti come allo stesso modo non è possibile carpire le invettive dei poliziotti con i loro modi ben poco ortodossi. Ed è proprio lì, in quel piano fisso disturbato dallo stordente ronzio dell’automobile, che si sostanzia Deafness: la crudeltà dell’immagine, recipiente di possibili e aperti significati.

Che tutto ciò funzioni in un contenitore di neanche un quarto d’ora non stupisce poi troppo, per The tribe, film di oltre due ore, i discorsi da fare potrebbero essere altri. Vedremo.

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