Da buon antropologo Sniadecki non si lascia sfuggire l’occasione di incunearsi nel tessuto umano che si snoda di vagone in vagone. La panoramica è ampia, in generale si può dire che l’attenzione è rivolta ai ceti meno abbienti, solo verso la fine si nota quello che è un treno ad alta velocità, praticamente vuoto, pulito e silenzioso, probabilmente con tale conclusione si è voluta dare l’idea di uno Stato proiettato verso il futuro, ad ogni modo a noi interessa maggiormente aggirarci tra le carrozze iper-assembrate nemmeno fossimo in Snowpiercer (2013) e captare le voci che si mescolano, che discutono di religione, che sperano di trovare un buon lavoro nella città in cui si stanno dirigendo, che tentano di vendere i propri prodotti, che sono spaventati dall’acquisto di una casa, unico viatico al matrimonio per soddisfare il volere della suocera. Pur non eccellendo per ordine e geometria, il cinema di The Iron Ministry è un notevole squarcio nel concreto con annesso approfondimento sociologico, una manifestazione sporca, tremolante. Viva. Grezzo ma bello, si-può-fare.
venerdì 11 agosto 2023
The Iron Ministry
giovedì 10 agosto 2023
Lloren la locura perdida de estos campos
Se il nocciolo teorico del film è cariato a mio avviso anche ciò che gli orbita intorno non ce la fa a sganciarsi dalla “normalità”. Vanno bene le ellissi che scombinano gli eventi (però in un lavoro di appena quindici minuti si rischia la sbrigatività, vedi il brusco salto tra la morte e il cane che raspa via la terra dalla tomba), e va altrettanto bene l’ipotetico simbolismo che, mia personalissima ipotesi, vedrebbe nell’animale un possibile traghettatore di anime, e non è da meno, inoltre, l’apertura del finale che semina il dubbio sulla dimensione effettiva dei fatti: è successo davvero? È stato un sogno? Va tutto alla grande perché tutto è lecito quando si tratta di modellare la materia cinematografica, la differenza sta nel risultato ottenuto inequivocabilmente figlio dell’approccio utilizzato, purtroppo non c’è un’altra via di uscita. E con una banalità del genere porgo cordiali saluti, ci si vede alla prossima puntata.
mercoledì 9 agosto 2023
Blue Bird
Non sarebbe così sbagliato intendere Blue Bird un Munyurangabo (2007) irrorato di realismo magico, il viaggio lungo un giorno compiuto dai bambini alla ricerca del volatile perduto è un percorso che segue i ritmi della fiaba, lo fa con passo felpato, senza calcare troppo la mano, però più la narrazione si sviluppa e più si ha l’impressione di stare dentro ad una favola. Gli elementi che tengono il film ancorato ad una sorta di reale sono dati dal tasso di verità sprigionato dal set desertico, dagli esseri umani reclutati per la prima e ultima volta “attori”, dal folklore, dall’eccezionalità di essere in Togo al fianco di due bimbi dalla pancia gonfia e le gambe secche. Non ci sono esplosioni di fantasia, piuttosto con un procedimento che molto alla lontana ricorda un po’ Weerasethakul, vengono schiusi dei micro-sipari che danno su altri mondi, l’incontro con i nonni defunti per la naturalezza con cui avviene è apprezzabile, il contrario dell’agguato da parte della tribù incarognita col papà falegname che invece sa di forzatura. E quindi Bafiokadié e Tené camminano, giocano, si divertono, imparano, si spaventano, piangono: vivono. Senza girarci attorno il succo è: anche se raffigurato nello spazio di ventiquattro ore, l’itinerario è esistenziale nonché formativo, aspetto sottolineato incautamente con la scena dei vestiti che d’improvviso sono diventati stretti.
Ecco, penso e spero che le parole del sottoscritto siano state sufficienti ad inquadrare il lavoro del belga (girato a meno di trent’anni...), non un esemplare di cinema in cui riporre grandi speranze, abbastanza “facile” sfarinando via la patina esterna e magari anche leggermente ingenuo in alcuni frangenti, però il suo voler aspirare ad una certa autorialità con una discreta sfrontatezza me lo fa apparire simpatico (forse la presenza dei due marmocchi incide sulla mia benevolenza) e meno fragile di come probabilmente è (però la sequenza con l’orda di ragazzetti non ancora nati ha un perché e un percome), sono ad ogni modo le prove generali in vista di una maturazione professionale che si verificherà nel successivo e già menzionato Lucifer, un film che invito caldamente a vedere.
martedì 8 agosto 2023
Drift
È banale sottolineare quanto sia decisivo l’ambiente nell’intelaiatura estetica (e semantica) di Drift, è il terzo personaggio (nonché, probabilmente, quello principale) che instaura una dialettica visiva all’interno della diegesi, semplicemente le immagini sembra che si e ci parlino: la spiaggia immersa nell’oscurità notturna e un frame dopo il biancore delle lenzuola dalle ondose increspature, Theresa intrappolata in una piscina, in una automobile, in una doccia, Theresa che dorme nella cabina e un secondo dopo ecco l’esplosione salina, circa venti minuti di totale ipnosi che avrebbero meritato di essere visti su uno schermo adeguato, qualcosa di già assaporato in Muito Romântico (2016) ma con meno intensità, un momento di alta stimolazione sensoriale, una dilatazione che sembra protrarsi verso l’infinito e che invece finisce con una magistrale sovrimpressione, dall’acqua alla terra, ancora istantanee in dialogo, in incontro, in fusione, un suolo marziano e l’affollata sala d’aspetto di una stazione ferroviaria. Il percorso emotivo esce dalla singola persona per riflettersi nello spazio circostante, oppure è quest’ultimo a convergere nell’animo della ragazza, è una proiezione dentro alla proiezione, il resoconto di un itinerario circolare che sfuma nella nebbia e che da lì fa ritorno: nel finale la maggior parte delle recensioni hanno evidenziato il tributo a Wavelength (1967) di Michael Snow, e non posso che farlo anche io, è una conclusione magnifica che concettualizza la transizione atlantica e colma la distanza nei riguardi di un affetto, con nostalgia uno zoom va in avanti fino a riempire il quadro, ed è ancora a-mare, flutti che proseguono anche nella grafica dei titoli di coda.
Drift, ditelo, fate vibrare la lingua nel palato, soffiate via il fiato, liberate le consonanti nell’aria, drift: brezza, gelo all’alba, colonie di formiche, paesaggio che scorre rapido al di là del finestrino, drift, la condivisione di una piccola vacanza, la separazione, la solitudine, il sogno, l’introspezione, nostos: Drift.
lunedì 7 agosto 2023
Tarrafal
sabato 5 agosto 2023
Eldorado XXI
La restante metà (di nuovo un’ora abbondante) è, come detto, la proiezione concreta di ciò che l’ha preceduta. Adesso, vediamo. E qui il genere d’appartenenza del film entra a gamba tesa: quanto si è sentito prima trova materializzazione tra le inospitali pendici andine, e allora ecco che compaiono in un ambiente lunare i pallaqueras (praticamente i raccoglitori degli scarti di lavorazione della miniera) che rovistano tra i sassi sotto la tormenta, ecco le urgenti problematiche relative alla condizione lavorativa, all’assenza di un riconoscimento istituzionale, alle discussioni in una baracca a proposito del prossimo presidente peruviano masticando foglie di coca per alleviare la stanchezza, ma ecco anche l’attenzione verso un folklore, verso una paura ed un rispetto atavico nei confronti della montagna, ai rituali per ingraziarsi un qualche dio, alle cerimonie religiose, e soprattutto: la sporcizia sociale figlia di un posto al confine, delinquenza, morti sospette, ubriachi che caracollano e che pisciano in mezzo alla strada, e ovviamente tanto altro che va a rafforzare il nesso tra udito e visto in modo da rendere questo affresco collettivo ad un passo dal cielo, una succursale dell’inferno. Sicché, al di fuori della cornice artistica (perché Salomé Lamas rimane un’autrice coi fiocchi), si profila un atto di denuncia, una voce che sta come a dire “vedete cosa accade laggiù?”, eppure è un’impressione che arriva dopo, e che non è nemmeno il nocciolo di Eldorado XXI, troppi i vertiginosi contrasti che risucchiano, troppe le dinamiche congenite alla nostra razza che si realizzano, non c’è spazio per il videoreportage poiché lo spazio tra l’opera in sé e i suoi significati è assorbito dalla visione della regista la cui pragmaticità si sfibra nello scorrere delle immagini.
E allora vorrei premiare l’eccezionalità di un cinema così vero e intenso, per la lotta alla sopravvivenza che enuclea, per il moto resistenziale che delinea al pari degli abissi artesiani che per riflesso vengono plasmati, per centrare la cronica posizione di incertezza dell’essere umano, per raffigurare vite ai limiti del possibile, per squadernare la possibilità di una vita anche in un territorio di estrema frontiera, per averci fatto vedere, semplicemente, l’aspra bellezza di una realtà complicata e contraddittoria che non vedremo mai dal vivo.
giovedì 3 agosto 2023
El otro día
Trattandosi di un progetto a bassissimo budget è meglio che chiunque sia in cerca di una spettacolarizzazione prenda altre strade, quando Agüero gira in casa propria abbiamo una riduzione all’osso di qualunque altra eventuale componente filmica, passare in rassegna il soggiorno, la camera o il giardino, significa registrare quegli oggetti quotidiani che ci circondano, dei libri, dei dischi, i mobili, dei quadri (e anche un poster di Nostalgia della luce, 2010), un gatto, degli uccellini e poi una foto: qui scatta l’immersione intima, il racconto personale: la fotografia in bianco e nero ritrae i suoi genitori e avvalendosi di un commento over ecco che fiorisce un’ulteriore narrazione riguardante la sua famiglia. Non c’è bisogno che ve lo dica io di quanto sia fertile il raffronto tra il vissuto nel presente degli eterogenei visitatori ed il flusso di memorie che sgorga dalle parole dell’uomo-Ignacio, il quale, vestendo i panni del demiurgo, imperla il materiale girato con delle dissolvenze marine (una molto bella ci trasporta dolcemente dall’ambiente domestico alla prua di una nave che solca il mare) perché il padre era un navigante, e nella fenditura mnemonica che si dischiude fuoriescono con naturalezza ricordi legati al golpe cileno degli anni ’70, alla madre, al fratello gemello. Chiusura e apertura piacevolmente poetiche con un raggio di sole che va a posarsi sull’istantanea genitoriale, il giusto confine per un film che ha il coraggio, seppur nei limiti dell’inevitabile costruzione, di affidarsi al destino, e un cinema che entra in punta di piedi nell’esistenza altrui, che procede abbandonandosi al caso, che abbraccia racconti già dotati di una vita indipendente e che quindi non li fabbrica seguendo formine prestabilite, avrà sempre il mio incondizionato appoggio, e spero tanto anche il vostro.








