
L’incipit
di Lloren la locura perdida de estos campos (2019) punta
subito all’impatto: una bambina si sveglia nel cuore della notte e
si butta giù dalla finestra. Il regista di questo cortometraggio si
chiama Alex Piperno, è nato a Montevideo nel 1985 e si è formato a
Buenos Aires (la capitale argentina deve essere la meta numero uno
per gli aspiranti filmmaker del Sud America perché basta leggere una
biografia a caso per trovare degli studi universitari compiuti lì),
nel 2020 ha esordito con il lungo Window Boy Would Also Like to
Have a Submarine (sì, ama i
titoli elaborati, e non riporto quello d’esordio che lo è ancora
di più), e altro, su di lui, non so / non ho avuto voglia di
rintracciare perché ad essere onesto in Lloren... ho
ravvisato un difetto che per il mio modo di intendere il cinema
compromette un po’ il resto, ossia che quest’opera è ancora
troppo legata a certe forme classiche, sia visuali che narrative,
della settima arte. Vi parrà poco ma invece è una constatazione
decisiva perché senza un minimo di ricerca, di tentativi svianti
dall’ordinario, la proiezione si appiattisce in un orizzonte che è
un contenitore, anche abbastanza angusto, dove latita una spinta, una
scossa che faccia avvertire qualcosa oltre la patina delle immagini o
che superi le procedure della sceneggiatura. Quindi se il prologo
incuriosisce, la rimanenza della storia, seppur non dandosi in
maniera letterale, svolge un compitino che non scuote alcunché,
nemmeno a fronte dell’aria funerea, finanche gotica ad essere
larghi, che tira.
Se il nocciolo teorico del film è cariato a mio avviso anche ciò
che gli orbita intorno non ce la fa a sganciarsi dalla “normalità”.
Vanno bene le ellissi che scombinano gli eventi (però in un lavoro
di appena quindici minuti si rischia la sbrigatività, vedi il brusco
salto tra la morte e il cane che raspa via la terra dalla tomba), e
va altrettanto bene l’ipotetico simbolismo che, mia personalissima
ipotesi, vedrebbe nell’animale un possibile traghettatore di anime,
e non è da meno, inoltre, l’apertura del finale che semina il
dubbio sulla dimensione effettiva dei fatti: è successo davvero? È
stato un sogno? Va tutto alla grande perché tutto è lecito quando
si tratta di modellare la materia cinematografica, la differenza sta
nel risultato ottenuto inequivocabilmente figlio dell’approccio
utilizzato, purtroppo non c’è un’altra via di uscita. E con una
banalità del genere porgo cordiali saluti, ci si vede alla prossima
puntata.
Nessun commento:
Posta un commento