martedì 31 ottobre 2023

Free World Pens

Il fratello, senza che siano forniti ulteriori dettagli, viene incarcerato in una prigione texana, la sorella ripercorre il periodo di detenzione durato anni unendo il cinema e la scrittura.

Non è chiaro se i protagonisti di questo Free World Pens (2015) siano effettivamente Nika Khanjani e suo fratello minore, non sappiamo, in sostanza, se la storia narrata dal cortometraggio sia vera o meno, ma in fondo questioni del genere passano in secondo piano se l’esemplare artistico con il quale dobbiamo confrontarci è più che decoroso a prescindere da un’eventuale veridicità dei fatti. Del resto non mi è sembrato che la regista di origine iraniana ma canadese d’adozione puntasse a fare un film di denuncia, il taglio estetico che ha dato alla sua creatura e che subito si fa peculiare, ha un’essenza che si occupa in prima battuta del particolare ma che ad uno sguardo più ampio punta ad una sorta di totalità, di grande abbraccio che accoglie in sé un oltre rispetto al rapporto consanguineo raccontato sullo schermo. Premessa: non c’è davvero niente di nuovo qua, la mossa della Khanjani è risaputa: prendere la forza che risiede nell’intimità di una e mille lettere per srotolarla su un corredo di immagini che non hanno praticamente nulla a che fare con le parole proferite. Formula nota che fa sempre il proprio sporco lavoro. E queste immagini: per spararla grossa pare di rivedere le traiettorie raminghe del Malick 2.0, tutta sospensione e fluttuazione, in dolcezza. Il paragone non può starci, ovvio, però assistere al movimento della videocamera attraverso gli spazi e i tempi di Montréal suscita un po’ di piacevole malia.

La questione è che il contrasto tra le aperture ambientali e il focus sul carcere accende il significato dell’opera, l’ossimoro è specificatamente visivo, l’occhio è libero di girare in una città in cui si avvicendano le stagioni mentre l’orecchio sente una testimonianza di isolamento, di reclusione. Il discorso poi potrebbe pure allargarsi diventando biunivoco. Non sono convinto al 100% che la filmmaker abbia in tal senso centrato il bersaglio, ad ogni modo ciò che emerge è una sofferenza che proviene anche dal versante femminile, da colei che vive un’esistenza normale come tante altre, è un malessere trasversale quindi che dovrebbe farci interrogare su quali siano i confini di quella che chiamiamo libertà, e su come la suddetta libertà venga spesso percepita erroneamente come una gabbia, ma Free World Pens non ha a mio avviso il potere di illuminare riflessioni così profonde, si ferma qualche metro prima. E non gliene faccio una colpa.

lunedì 30 ottobre 2023

The Last of Us

Non credete a ciò che si legge in giro, Akher Wahed Fina (2016), primo lungometraggio di finzione del regista tunisino Ala Eddine Slim passato anche a Venezia ’16, è un film che si comprende piuttosto agilmente perché ha un’evoluzione molto più lineare di quanto in realtà mostra. Il punto di partenza è palesemente un richiamo alla contemporaneità, e, devo ammetterlo, anche io ci sono cascato, nel senso che ipotizzavo uno sviluppo esclusivamente sulla base di tale avvio cronachistico attraverso la presenza di un macro-tema (l’immigrazione in Europa) affrontato con metodo autoriale per l’intera durata dell’opera, sicché la prima mezz’ora introduttiva, oltre a farci capire il mood della storia (i dialoghi sono assenti), si impegna a rappresentare una delle tante odissee che si consumano qualche chilometro più a sud di dove abitiamo noi, e lo fa con discreto piglio scaraventando il protagonista N in un paesaggio che un giorno è lunare e quello dopo, a seguito di una fuga (discreta l’improvvisa aggressione sul furgone) e di un altro viaggio nel viaggio, è urbano in una qualche città del Nordafrica. C’è del mestiere nella mano di Slim, l’attenzione agli scorci paesaggistici, i contrasti diurni/notturni e la varietà degli angoli di visuale fanno di The Last of Us un prodotto di medio-alta fattura, ed io ero pronto ad analizzare la pellicola senza mai scostarmi da una visione che dialogasse in maniera serrata con le notizie dei telegiornali, invece dopo il lungo preambolo N sale su un guscio di noce per compiere una traversata che si preannuncia impossibile. Qui il film cambia pelle, è innegabile, ma superato il disorientamento iniziale, continuo a ritenere che la progressione della vicenda sia piana e altamente accessibile.

L’importanza della sequenza sulla barchetta è sottolineata dall’inserimento di alcune didascalie dall’aperta interpretazione, è condivisibile vedere nel tragitto sull’acqua una traslazione di innumerevoli altri tragitti in chiave astratta. L’arrivo sulla terra non-promessa dà il via ad un mutamento filmico, stop alla tragica epica odierna a beneficio di un racconto che punta alle radici, temperato da un corredo simbolico con vista sulla trascendenza. D’improvviso un ricordo emerge dalle nebbie del tempo: Naufragio (2010) di Pedro Aguilera, pregevole stoccata dalle sembianze dumontiane (quando Dumont faceva un certo tipo di cinema), che ha in comune con The Last of Us un simile movimento dal concreto al metafisico lasciandosi dietro una scia di mistero. Forse Aguilera arriva più in alto, ma anche Slim si stacca dal suolo, il procedimento si accende verso la fine, prima abbiamo una porzione illustrativa che a mio avviso mette in scena la proiezione futuribile di N, ovvero M, il ragazzo è, e sarà, l’eremita barbuto, in questo territorio libero dalle leggi della razionalità è piacevole abbandonarsi a intuizioni esegetiche non constatabili, per cui assistendo alla morte del vecchio potrebbe compiersi un passaggio di testimone (al di là dell’età anagrafica, i due per tratti somatici, capigliatura e vestiario si assomigliano molto), il realizzarsi di un nuovo sé, sempre, però, in una dimensione incerta, quasi purgatoriale. Giunti alla sostituzione dei ruoli sullo schermo, è difficile intendere ancora N come un profugo, la questione pare dissolversi in favore di una discesa o ascesa verso l’originarietà, un precipitato di robe universali e primitive. Mi sta bene, non ho molto da obiettare nei riguardi della piega che la narrazione prende, se pensiamo all’uomo come il fantasma di un corpo sul fondo del Mediterraneo in cerca di una definitiva liberazione terrena il finale con la disgregazione weerasethakuliana riconcilia l’istanza della carne con quella dello spirito.

E quindi, il debutto nella fiction di Ala Eddine Slim merita il nostro sguardo? Credo di sì, tuttavia mi permetto di emettere un’avvertenza: alla sopraccitata chiarezza del film velata da un’enigmaticità che si risolve senza sforzi erculei, aggiungo che questo cinema risulta troppo “pulito”, il motivo è dato dal fatto che comunque trattiamo un registro di totale finzione e la cosa si sente e si vede, se la corrente d’artificio si fosse prosciugata nel canyon del reale ne avrebbe giovato l’intero impianto, allora sì che la prima parte sarebbe risultata maggiormente pregna di disperazione, solitudine e sconforto mentre nella seconda gli slanci surreali (la palla di luce: affascinante) avrebbero fatto decollare il tutto. Con serenità aspettiamo Tlamess (2019), se ne dice sia un gran bene che un gran male, i presupposti sono ottimi.

domenica 29 ottobre 2023

I’ve Seen the Unicorn

The Crying Conch (2017), che arriverà tre anni dopo, pur essendo un cortometraggio presenterà una fattura diversa rispetto a I’ve Seen the Unicorn (2014), non dico migliore o peggiore (sì, presumo migliore, ma non ne faccio una gara), però sicuramente più dentro ad un certo cinema autoriale d’oggidì, festivaliero quanto si vuole ma comunque, a tratti, piacevole. Qui il quadro in cui Vincent Toi si muove è quello del documentario simil-etnografico, il regista gioca in casa occupandosi di una manifestazione sportiva tipica della Repubblica di Mauritius, una corsa equina chiamata Maiden Cup, strascico della colonizzazione britannica terminata nel 1968, e, non a caso, il film si apre su delle immagini d’archivio relative alla cerimonia di indipendenza della nazione insulare. Sulla carta mi aspettavo un approccio sociologico e magari anche storico con qualche licenza contemplativa/astraente, nel concreto l’opera ha delle modalità espositive nonché realizzative abbastanza basiche, il taglio dato dal filmmaker è di tipo riprendo-la-realtà-e-poi-ci-lavoro-sopra, che poi è il metodo di praticamente tutti coloro che campano con la settima arte, ma per I’ve Seen the Unicorn la cosa si vede e si sente in modo forse fin troppo chiaro. Tutto è, diciamo, sotto controllo, nel depliant illustrativo mauriziano si coglie una lieve ricerca di coralità che rimbalza da un ragazzino con il sogno di diventare fantino, un fantino irlandese professionista, un muratore rasta che ama scommettere sui cavalli e altri soggetti connessi in qualche maniera alla competizione, nella sua semplicità questa ragnatela di testimonianze può anche andare, va da sé che non ci si può aspettare di trovare altro che non sia ciò che vediamo.

Che poi le intenzioni di Toi credo di averle carpite, l’obiettivo era di fornire il ritratto di un Paese che, seppur piccolo e sperduto in mezzo al mare, fa parte del nostro tempo e di come tale Paese vive tutt’ora il suo periodo post-colonialista, di come, in sostanza, stanno le cose a Mauritius, e per fare ciò ha deciso di utilizzare la lente di ingrandimento fornita da un evento ippico in apparenza un po’ anomalo su un’isola del genere, e che invece è assolutamente radicato nella cultura del luogo. Le eventuali connessioni con il passato al pari di quelle con il presente non fanno scattare la celeberrima scintilla, il film procede nel proprio solco dall’inizio alla fine senza riservare particolari sorprese, né negative né positive. Considerando che si tratta di un debutto quanto asserito dal sottoscritto va ben ben filtrato, più che interessante lo definirei curioso per l’argomento affrontato perché ci mostra un posto famoso per noi occidentali soltanto in ambito vacanziero, resta che dalla mia posizione di appassionato cinefilo speravo che Toi avesse già un tocco distintivo maggiormente marcato.

sabato 28 ottobre 2023

Notre-Dame-des-Monts

L’immagine di un uomo anziano sdraiato su una roccia apre Notre-Dame-des-Monts (2016), di quest’uomo e del luogo in cui si trova (sebbene ad una rapida ricerca è agevole localizzare l’omonima zona nel Québec) non sappiamo nulla. Una tale assenza di coordinate, geografiche ma anche narrative, è alla base di quel cinema che mi permetto di definire rurale e che conosciamo piuttosto bene, illustri registi hanno operato in siffatta direzione per levare il superfluo e lasciare la nuda radice, o la parvenza di essa, di fronte alla mdp. Anche il canadese Martin Rodolphe Villeneuve nel suo piccolo continua la tradizione contemplativa affidandosi alla carica primigenia contenuta in un ambiente bucolico, per cui, nonostante sia incontrovertibile che non abbiamo informazioni certe su chi sia il signore sullo schermo, che ci faccia lì o perché sia costretto a dormire in un fienile abbandonato, la cornice immortalata dal filmmaker ed il metodo di trasmissione adottato, fanno in modo che comunque si crei una storia anche se una storia, di fatto, non c’è. Certo, ci sono esempi nell’ambito appena descritto che hanno una caratura infinitamente più autorevole, le manifestazione autoriali di un Serra, di un Alonso o di un Dumont quando era ancora un regista intransigente, sono su un altro pianeta rispetto a Villeneuve, diciamo che qui qualcosa si subodora, c’è del buono, c’è della materia prima ben lavorata.

A proposito del caro ex professore di filosofia nato a Bailleul, in Notre-dame-Des-Monts la suggestione che tocca quelle corde non subito visibili è di stampo religioso. Un’eco neanche troppo celata si diffonde nel cortometraggio con la figura centrale e frontale di una statuetta raffigurante la Madonna. Facile pensare a delle possibilità, del tipo che il capannone possa rappresentare un guscio protettivo che dà una notte di pace e conforto al vagabondo, la scena in cui viene sfilato via il chiodo dal petto della scultura ha una sua cifra evocativa, il sottoscritto ci ha visto un avvicinamento sì fisico (il senzatetto la tiene con sé nel suo giaciglio durante il sonno), ma soprattutto spirituale ad uno stato superiore, una richiesta di aiuto e di accettazione verso un’entità in miniatura sporca e dimenticata ma pur sempre divina. Alla fine ciò che emerge è il ritratto di una solitudine che può anche essere astratta, universale, che esula dal particolare per farsi generale: tutti noi, nella nostra vita, abbiamo bisogno di un rifugio dove racimolare briciole di speranza. Io, ad esempio, dal 2007 le cerco e le trovo in questo blog.

venerdì 27 ottobre 2023

Je flotterai sans envie

Tappa conclusiva del progetto tripartito dedicato al giovane Arno, Je flotterai sans envie riporta come data di uscita il 2008 ma a conti fatti potrebbe stare benissimo prima di Compilation,12 instants d’amour non partagé (2007) e Vosges (2006, il più breve e sperimentale del trio). Questo perché qui si consuma l’effettivo distacco tra Frank Beauvais e la sua imberbe fiamma, anzi, più che distacco quello di Arno è un progressivo sottrarsi, sfuggire, scappare via, e in un tale movimento di fuga anche il cinema ne esce con le ossa rotte. L’idea del regista francese era infatti di coinvolgere il ragazzo in un non ben specificato percorso, tuttavia, pur provandoci a più riprese, il film rimane nell’area delle velleità e a Beauvais non resta che constatare di come anche la sua relazione, esattamente come l’opera che ha in mente, è destinata al fallimento. Il parallelo tra la liaison impossibile e il manufatto continuamente interrotto è piuttosto interessante per modi, tempi ed anche a conclusioni a cui si giunge, perché comunque, a prescindere da tutto, qualcosa viene a galla, ovvero I’ll Be Floating..., il mediometraggio in oggetto, così come anche del rapporto tra i due, seppur reciso e addirittura rifiutato da Arno, permane della brace che non riesce a spegnersi completamente.

Mi ripeterò ma queste produzioni giovanili di Beauvais (e anche quella più recente: Just Dont Think Ill Scream, 2019) mi ricordano molto l’approccio di Vincent Dieutre, in aggiunta ci metterei anche un po’ di João Pedro Rodrigues (forse sono influenzato dalla location portoghese) per la capacità di ricamare sulla realtà nonostante l’impianto generale risulti ancora leggermente grezzo. L’aspetto da videodiario che emerge accusa i quasi tre lustri sul groppone, qualche scelta tecnica inoltre appare un filo datata (mi riferisco per esempio al fatto di accelerare alcune sequenze) però credo sussista una coerenza tra le immagini ed il corrispettivo narrativo costituito soltanto da dialoghi fuori campo tra i due protagonisti, cioè c’è un legame tra l’estetica ed il flusso di parole che arriva alle nostre orecchie, e non tanto in termini didascalici quanto nei sentimenti che vengono espressi. Peccato che gli ultimi dieci minuti siano incentrati su un monologo di Arno sull’amore che non mi ha convinto in pieno, povero Frank poi friendzonato da un pischello ma le sue competenze professionali rimangono valide, Beauvais è per me un valido autore che va approfondito.

giovedì 26 ottobre 2023

Red Moon Tide

Era molto atteso e non ha deluso, il secondo lungometraggio di Lois Patiño dopo Costa da Morte (2013) è una ricerca su come possa esistere un raccordo tra intransigenza estetica e filigrana narrativa, e al contempo farsi scenario di un’ulteriore ricerca, ’sta volta interna al cinema del galiziano, in un atto di esplorazione e – forse – trasformazione. Parto da qui: con Lúa vermella (2020) il regista compie un movimento piuttosto inaspettato: si avvicina, proprio fisicamente, agli esseri umani. Sì, già in Noite Sem Distância (2015) erano percepibili delle avvisaglie, però niente di paragonabile a quanto viene mostrato in questo film dove gli abitanti di un villaggio costiero vengono ripresi da breve distanza, addirittura con dei primi piani. Si tratta, comunque, di una constatazione superficiale, le persone sono più vicine a noi spettatori eppure, per paradosso, nella filmografia di Patiño non sono mai state così lontane, sono assenti, vivono in uno stato catatonico dove i loro pensieri, aggiunti a mo’ di commento off, rimandano ad un folklore nebbioso e indefinito. Ecco dunque che subentra la componente “storia”, uno scheletro, una mappa (ce n’è una che apre l’opera) che sprofonda nel mito, nelle credenze popolari, e mi sento di dire che il filmmaker è in grado di trovarsi veramente a suo agio in un contesto del genere, ciò che tira fuori da un tale brodo di superstizioni e suggestioni ha tutta una sua lodevole energia che pesca da esemplari magari minori (per il flirtare con il sibillino mi ha ricordato Sin Dios ni Santa María, 2015) fino a riprendere firme prestigiose del panorama autoriale (c’è del Dumont horssataniano nella resurrezione di Rubio). Sia chiaro: Patiño ha già una sua linea personale, le citazioni di altri colleghi non ne fanno di certo un epigono, anzi mi spingo a dire che se manterrà invariata la qualità dei suoi lavori futuri sarà lui a fare didattica, a fare scuola.

Ribadendo la mortificazione che si procura alle produzioni dello spagnolo nel vederle su piccolo schermo invece che su quello grande, con Red Moon Tide si riesce comunque a godere, e tanto, del pregevole impianto formale elaborato per l’occasione. Che Lois fosse bravo nel comparto naturalistico lo si sapeva, chiaro, fino ad oggi eravamo consci di non avere a che fare con un documentarista classico, ma lo step compiuto per Lúa vermella è davvero notevole e regala scorci e accostamenti da applausi. La forza di un oggetto che non si può negare sia abbastanza ostico, almeno per chi non ha vasta esperienza cinefila nel settore, risiede sicuramente nell’alto tasso di fascinazione che è capace di imprimere, sarà banale sottolinearlo ma la potenza delle immagini, seppur calate in una confezione sedata e quindi contemplativa, esplode sullo schermo in continue detonazioni cristalline, roba che può dialogare senza paura con l’arte visuale di un Matthew Barney meno ossessionato dal simbolo. E in subordine, ma mica tanto perché alla fin fine il nocciolo atomico che arde è proprio qua, si sente (corsivo d’obbligo, siamo ben al di là della razionalità, conta il sentire, e basta, il resto è breviario netflixiano) che le suddette immagini non sono un collage fine a se stesso assemblato per gonfiare l’ego del suo creatore, no, c’è un dialogo importante tra l’uomo e la natura (la diga vs. il mare), c’è un ritmo (ampio merito anche al sonoro), c’è una progressione (il viaggio delle tre streghe), c’è una catarsi (l’impeto acqueo virato in rosso). Racconto per immagini è una frase fatta? Sì, allora invertiamo: immagini (sublimi) di un racconto. Gli unici appunti che mi sento di avanzare sono giusto dei dettagli: 1) non avrei scelto di “freezare” gli esseri umani perché richiamano quelli di Roy Andersson e 2) la scelta dei lenzuoli bianchi per i fantasmi avrebbe il suo impatto se non avessimo visto Finisterrae (2010) o Storia di un fantasma (2017), per il resto inchini a profusione verso Patiño.

martedì 24 ottobre 2023

Photo Jaunie

Vi dico subito che siamo dalle parti di Un’ora sola ti vorrei (2002), Lettre d’un cinéaste à sa fille (2002), Elena (2014), El silencio es un cuerpo que cae (2017) e chissà quanti altri esempi che si posano sul medesimo dispositivo filmico, ovvero quello di ripescare del materiale d’archivio girato direttamente da un proprio famigliare stretto e riproporlo nella contemporaneità del cinema con tutta una serie di possibili riflessioni attirate e/o irradiate dall’oggetto di studio. Nello specifico la mano dietro a Photo Jaunie (2016) è canadese e risponde al nome di Fanie Pelletier (regista che nel 2022 ha esordito nel lungo con Jouvencelles), una donna, una ragazza, ma soprattutto una figlia che per il suo cortometraggio ha deciso di assemblare i tipici filmini casalinghi tenuti in soffitta a prendere polvere con degli stralci diaristici letti da un narratore esterno appartenuti al padre Yvan morto di cancro nel 2000. L’operazione, al pari di tutte le altre che le assomigliano, è, e lo ricorderò fin che campo, markeriana fino al midollo, per cui ciò che ci troviamo davanti è un flusso audiovisivo che mescola la forza del passato, così “emersiva” quando viene adeguatamente trattata, e la residualità del presente, di chi rimane, di chi ricorda. Pelletier, nel costruire il suo lavoro breve, ha voluto far conoscere al mondo esterno un altro mondo, tutto interiore, che dimorava nell’animo del papà, i pensieri dell’uomo, a volte frustrati, altre volte pessimistici ma con schiarenti raggi di luce ad accarezzarli, si prendono la scena e in assoluta sincerità chi sono io per obiettare qualcosa al cospetto di siffatta cifra intima?

Meno di nessuno, però, se mi si permette il giochino comparativo, è vero che Faded photograph ha molto da condividere con i titoli citati all’inizio, impostazione e finalità generali sono praticamente sovrapponibili, tuttavia la cara Fanie non è arrivata in quelle zone ad alta intensità emotiva dove sono giunti i suoi colleghi. Il motivo è per me da rintracciare nella scelta, legittima, per carità, di non aver davvero rivoltato come calzini le immagini di ieri, di non aver creato un ponte multipercorribile con l’oggi. Non c’è una concreta indagine introspettiva su di sé e sul rapporto paterno, né un utilizzo del cinema come tavola ouija, si tratta essenzialmente di una biografia, tenera e accorata, ben realizzata e ricolma di amore, oltre non si va, ma forse, assistendo a quel finale in crescendo, può anche andare bene così. 

Puntate i fari su La Distributrice de Films, una casa di distribuzione quebechiana che ha un catalogo molto, molto accattivante.