In generale il prodotto mi è parso di qualità e ha come punto di forza la coesistenza nello spazio-cinema tra il racconto orale che parla di un futuro lontanissimo, di esseri umani non più tanto umani, di escatologia e di altre robe enormi che stanno nell’universo, e le lente carrellate visive sulle costruzioni appartenenti al passato recente che nulla c’entrano con Nettuno o altri fantasiosi voli pindarici. La potenza dell’artificio, dell’assemblaggio di istanze divergenti spacciate per un unicum, è del resto una peculiarità della settima arte sfruttata da tanti registi (uno che subito mi sovviene, per rimanere nella stessa etichetta, è quel vecchio volpone di Herzog che aveva agito in maniera similare con L’ignoto spazio profondo, 2005), e Jóhannsson, anche se privo di esperienza sul campo, pare aver ben digerito la lezione trovando un suggestivo equilibrio tra parole, note e immagini. Però è giunto il momento del però: se cerchiamo un cinema di frontiera, che sappia proporsi attraverso forme innovative, che metta in difficoltà chi guarda, che sia capiente, generoso, ostico, intransigente, be’, ritengo che Last and First Men non possa essere il risultato di suddetta ricerca, e potrebbe apparire un paradosso perché il film avrebbe anche le caratteristiche appena elencate, se non fosse che, a mio avviso, è principalmente apparenza, non c’è vera avanguardia né vero studio, è patina, ben confezionata, attraente e intrigante se lo si vuole, ma pur sempre patina rimane. Avverto un abisso, ad esempio, con un’opera come Meteorlar (2017) che in fondo ha basi e sviluppo equiparabili, se dovessi spiegare la distanza tra i due film ricorrerei alla soggettività, al magma di sensazioni che spurga da una visione, per cui la pianto, piuttosto mi permetto di augurare un buon cammino a Jóhannsson, dovunque egli sia.
mercoledì 6 settembre 2023
Last and First Men
lunedì 4 settembre 2023
Per Vie Traverse - Racconti dal Ghetto di Croce Bianca
Le porzioni che si occupano di darci delle nozioni storiche sul Ghetto sono molto interessanti (e forse perfino troppo brevi!), così come è stuzzicante l’incursione nel mondo delle transessuali che lavorano in Vico della Croce Bianca, per quanta vita hanno vissuto e per quante cose hanno visto ci vorrebbero almeno altri dieci documentari per provare appena appena a capire che cosa vuol dire stare sulla soglia, ogni giorno, in attesa. Per Vie Traverse non è solo un’opera che mi verrebbe da definire divulgativa, ad un certo punto, a seguito di un incendio nell’adiacente Via del Campo, fa sì che la settima arte scenda in strada per aprire una finestra di pura cronaca con gli sfollati del palazzo andato in fiamme (principalmente marocchini) che non sanno dove andranno a dormire la notte. Per i gusti del sottoscritto la scelta di inserire uno stralcio di totale realismo con camera a mano e annessi traballamenti squilibra un goccio l’ecosistema del film, ma è innegabile che la faccenda dell’incendio di cui, tra l’altro, vediamo poi le conseguenze, ovvero l’occupazione dell’edificio fatiscente da parte di alcuni clandestini, è utile per misurare la temperatura di un corpo urbano malato, uno spazio altamente problematico che le parole delle istituzioni non hanno risanato e probabilmente non ci riusciranno mai perché il Ghetto è il Ghetto, è uno di quei luoghi-non-luoghi che sembrano esistere immutati e immutabili da un tempo indefinito, una bolla che è brodo di narrazioni vive, drammatiche, angoscianti (e la signora Miriam, la responsabile del centro di recupero per tossicodipendenti, ha visto qualcosa di tremendo), contemporanee, di un’urgenza che si procrastina fino ad eternarsi. Non si sa che ne sarà in futuro di Vico della Croce Bianca e dei claustrofobici affluenti che in lui si immettono (a oltre dieci anni di distanza e con due cambi d’amministrazione comunale posso assicurare che non è mutato granché), di sicuro il documento di Grippa & Bertora rappresenta una valida testimonianza che spiega nel suo piccolo lo stato delle cose nell’umido nucleo di una Genova salina e promiscua, un posto che chi sta scrivendo queste righe ama incondizionatamente.
domenica 3 settembre 2023
Cilaos
Da enucleare a voi cari lettori è inoltre l’impianto estetico pensato dal regista. Complice la pettinatura afro della donna e un trattamento vintage della pellicola, se avessi visto una sequenza o anche solo un fotogramma estrapolato dal contesto generale avrei detto con sicurezza di avere davanti a me un’opera di blaxploitation degli anni ’70, in realtà siamo ben lontani da quelle vetuste grammatiche ma tant’è lo sbalestramento formale incide, suggestiona e incuriosisce chi guarda. Quindi sussiste una cornice attraente e all’interno di essa si sviluppa anche una pseudo-storia che vede la Nostra alla ricerca del proprio padre detto La Bouche, in un nebuloso progredire Restrepo si aggira in luoghi bui riprendendo la sua attrice dal basso verso l’alto figurandola in un’immagine di semi-santità o semi-stregoneria dove due neon le fanno da aureola, o da corna. Incontri ambigui, non agilmente accessibili, scanditi da battiti arcaici fino alla forse congiunzione tra il corpo della figlia e lo spirito del papà, una magia nera che si verifica nell’amato antro cinematografico. Restrepo entra nella lista dei desideri, seguiranno aggiornamenti.
venerdì 1 settembre 2023
El silencio es un cuerpo que cae
giovedì 31 agosto 2023
Letters to Max
Nessun concreto approfondimento sullo scenario passato dell’Abcasia, la scarsa intraprendenza del regista che non insiste sulla guerra con la Georgia e un pizzico di reticenza da parte di Maxim non schiariscono il cielo dalle nubi che questi conflitti separatisti si trascinano per anni, come è evidente che l’appoggio della Russia non si deve né per uno spirito crocerossino né per convenienze commerciali (cosa mai potrà comprare/esportare la microscopica Abcasia?), ma io sono troppo lontano, nonché completamente all’oscuro, delle suddette dinamiche per cui preferisco accogliere con misurato piacere l’evidenziarsi del piano umano, e sociale, che sale a galla. I riscontri vocali di Max diventano un discorso personale impastato nella realtà vissuta, c’è spazio per riflessioni di ogni tipo, filosofiche (l’essere in un luogo e, nel mentre, essere altrove), storiche (spira della nostalgia per l’epoca sovietica), intime (il divorzio dalla moglie), professionali (la carriera in ascesa con le visite in Nicaragua e Venezuela), e a me, un mosaico di pensieri così strutturato, non dispiace affatto, il motivo, non posso girarci intorno, si colloca nella geografia d’appartenenza, non sarebbe stata la stessa cosa se l’azione si fosse svolta in Canada o in Australia, il fatto di fornirci una panoramica su un luogo dove il 99,9% di noi non metterà mai piede, e, per di più, attraverso un onorevole procedimento stilistico, mi ricorda che il cinema può sostituirsi ai nostri occhi per farci vedere l’inconoscibile, a volte perfino al nostro cuore per farci provare l’inconcepibile, non è il caso di Letters to Max, ma va bene comunque.
mercoledì 30 agosto 2023
Flores
Il secondo capitoletto, narrato in francese, si asciuga un poco della forza ammaliante perché si occupa di un’azienda olandese che insediatasi su una delle isole ha cercato di sfruttare economicamente l’inondazione di ortensie. L’incantesimo si attenua ma, per dare a Jácome i suoi meriti, rimane una coerenza argomentativa perché sempre della suddetta vegetazione si parla, non si può affermare altrettanto dell’ultima sezione che invece si concentra su una specie di processione clandestina immersa nell’oscurità, parecchio suggestiva sebbene il tema-ortensia non ha la rilevanza vista in precedenza (notiamo giusto un mazzo di questi fiori che, dentro ad un gommone arancione sulla battigia, fa da cuscino alla statua di una Madonna). Centralità o meno, arrivati alla fine si ha comunque l’impressione di aver visionato un cortometraggio di buona, se non buonissima fattura, una finestra con panorama semi-alieno, un frammento che a prescindere dalle coordinate geografiche che dà (e le fornisce davvero con latitudini e longitudini) stimola l’importante area nascosta del sentibile spettatoriale. Eh già, tocca aggiungere un nuovo nome in lista.
martedì 29 agosto 2023
The Border Fence
Vero che il cinema del viennese cerca fin dagli albori di mantenere una distanza col girato e far sì che quella distanza venga colmata dalle riflessioni di chi guarda, non è altrettanto vero se si applica la suddetta teoria alla pellicola sotto esame, la ragione potrebbe essere data dall’urgenza sociale e politica della questione centrata che lo rende in buona sostanza un instant movie (ed è triste pensare che la qualità “instant” sia valida da almeno dieci anni e ad oggi non si sa se ci sarà una data di scadenza). Non è affatto un caso allora se Geyrhalter è presente come non mai nel documentario, o meglio sono le sue parole ad essere presenti (l’unica altra eccezione che ricordo è il già citato Über die Jahre), i pensieri dei vari abitanti che si susseguono sono stimolati dalle domande di chi sta dietro la mdp, ’sta volta non tagliate dal montaggio finale, sicché ecco emergere un dialogo dove anche Nikolaus diventa protagonista attivo (in un frangente non ce la fa a starsene zitto e rimembra alla signora che cosa combinò la chiesa cattolica con le Crociate). La complessità del problema-migranti è abissale, da un film del genere non mi aspettavo delle soluzioni, che, sai com’è, spetterebbero alle Istituzioni, ma il plausibile resoconto degli effetti scaturiti, e questo c’è perché lo spaccato cronachistico è, in scala ridotta, la riproposizione di un meccanismo che nei periodi recenti ha portato alla ribalta correnti reazionarie ed estremiste che fanno leva sulla forza pervasiva della paura, al momento non vi è nessuna orda di puzzolenti islamici che vogliono venire a mangiarci nel piatto, ad ogni modo, nel frattempo, un muro lo tiro su comunque. Per fortuna in Die bauliche Maßnahme c’è anche il riscontro di presidi d’umanità che ancora esistono e resistono, insieme ad un mucchio di altre cose che verranno a bussare alla vostra coscienza di cittadini europei ancor prima che italiani.








