Leçons de ténèbres è dunque un tragitto emotivo, suddiviso in tre città (Utrecht, Napoli e Roma) e tra due sfuggenti partner (Tadeux e Werner), ma è anche un percorso culturale (e perciò nuovamente emotivo laddove però è l’amore verso l’arte a svettare) che si plasma attraverso gli stupendi dipinti del Caravaggio. Attenzione, ora la faccenda si fa ancora più stimolante: è la visita in un museo, un museo-persona, l’uomo Vincent o qualunque altro uomo o donna che calpesta il pianeta, in tre atti, anonimi tasselli nel mosaico speciale dell’esistenza, in tre padiglioni noi visitatori esploriamo i lembi di un pensiero, le delusioni e le passioni, gli umori e i rimpianti. Gli sfondi nei quadri di Michelangelo Merisi, bituminosi e impeciati, tracimano nella realtà della pellicola dentro all’esteso mood maliconico così come le disarmanti prospettive luminose del pittore attizzano il fuoco della speranza in un nuovo incontro. Personalmente ho solo qualche dubbio quando si sceglie di inserire dei segmenti estranei che ricreano la, per così dire, atmosfera di Caravaggio con il buio attorniante e delle luci ben posizionate ad esaltare l’anatomia dei corpi nudi, sono parentesi estetizzanti che avrei evitato, ma io scribacchio su un blog dimenticato mentre Dieutre fa cinema, e lo fa davvero bene. Ad ogni modo il perdono è subitaneo: d’improvviso si diffonde la voce di Guccini ed una cosa che già è bella diventa emozionante.
mercoledì 28 ottobre 2020
Leçons de ténèbres
lunedì 26 ottobre 2020
The Artificial Humors
Il centro dell’opera si situa nella sfera emotiva provata dalle persone ed è carino il collegamento che Abrantes mette in campo per vivacizzare la situazione, in pratica Andy attraverso una scannerizzazione ottica riesce a stabilire lo stato d’animo di chi è nel suo radar visivo, ad un certo punto però è lui stesso a farsi oggetto di analisi perché, semplicemente, si innamora di una ragazzina del posto. Non credo che nelle mire del regista ci fosse l’intenzione di aprire un dibattito a proposito dei confini gnoseologici di un’intelligenza artificiale, tra l’altro il titolo scherza un poco sull’argomento e sull’ambiguità dei sentimenti di Andy, ovvero: una palla di circuiti che ama davvero (?), diciamo che tali riflessioni arrivano più per sforzo interpretativo che per reale trattazione nello schermo, anche perché Abrantes con la riprogrammazione di Coughman approda in un terreno da commedia che lascia qualche perplessità nell’area scritturiale, come se, in una ipotetica visione rovesciata, Louis C.K. finito un suo monologo ingaggiasse un duello con tanto di spada-laser (sì, è un parallelo imbarazzante, chiedo scusa). La svolta in star della comicità per Andy pare mettersi al servizio di una sola necessità: sancire il distacco con Jo ricucito giustappunto nell’happy end (con un dubbio: forse me lo sono perso, ma come faceva il robot a sapere che Jo era proprio lì?), però un’osservazione del genere è coagulata dalle maglie autoriali del lusitano, uno capace di infondere nel film una amabilità che solitamente risiede nei prodotti animati unita ad una balistica sbilenca, a fuoco nel suo non essere a fuoco, anche questa penso sia una qualità.
sabato 24 ottobre 2020
A Skin So Soft
(... lo scrivo in questa parentesi volante perché non sono stato capace di metterlo altrove: volete sapere l’unico motivo valido per guardare Ta peau si lisse? Non c’entra il cinema ma la linguistica: a quelle latitudini, che dovrebbero corrispondere al Québec, si parla un francese imbastardito che è una vera curiosità da sentire)
Dico solo una cosa a proposito di A Skin So Soft: che è un film impersonale, e ritengo che per un autore non ci possa essere giudizio più doloroso, ma così è, mentre si vede l’esistenza di ’sti nerboruti giovanotti non si ha mai l’impressione che la mano dietro al progetto sia quella di un regista che ha, o vorrebbe avere, una poetica. Sono immagini qualunque nel senso che potrebbero arrivare da qualunque nome dello sterminato panorama cinematografico, e per di più sono immagini che ricalcano fedelmente l’idea preliminare che si ha di atleti del genere, tradotto: se mi accingo a vedere un’opera autoriale su dei body builder mi posso aspettare che di essi ne vengano fatte risaltare delle sfumature personali capaci di renderli meno scimmioni e più vicini a chi su una panca piana non ci ha mai appoggiato la schiena, e tac: uno si commuove vedendo un video al computer, l’altro si dimostra amorevole col figlioletto, un altro ancora trema in prospettiva dell’esibizione. Banalità. E la faccenda non è appagante nemmeno sul versante estetico perché il metodo di trasmissione è un ordinario montaggio alternante i vari palestrati con Côté che tenta di mimetizzarsi nella loro quotidianità attraverso pedinamenti e istantanee casalinghe (oltre ovviamente ad allenamenti e affini). Per nulla illuminanti poi i possibili ragionamenti su competizione, narcisismo, sacrificio, salute, alimentazione. Se infine vi accontentante dell’ultimo quarto d’ora che finalmente devia un poco dalla routine, fate pure, per quanto mi riguarda questo è un Côté davvero, davvero, non necessario.
giovedì 22 ottobre 2020
Another Trip to the Moon
La seduzione di Another Trip to the Moon termina a mio avviso quando facciamo ricorso al pregresso spettatoriale che accennavo prima: noi (e non è plurale maiestatico, intendo io che scrivo e tu che leggi) negli anni abbiamo guardato centinaia e centinaia di titoli e col tempo è maturata la consapevolezza che in fondo non abbiamo ancora guardato niente, il cinema da fronteggiare è un magma inarrestabile mentre noi siamo al massimo un manipolo di appassionati soli, però sappiamo riconoscere, o almeno crediamo di saperlo fare, il valore di un film e, ora ritorno al singolare, trovo che il lavoro di Basbeth possegga delle qualità che non definirei inessenziali sebbene non ci si allontana troppo da tale asserzione. Affermare che vi sia un che di “già visto” forse non è corretto, però, nonostante si sia visto dell’altro, diverso, simile o antitetico, alla fine è come se emergesse un sentimento di inopportuna derivazione. Il motivo principale di questa constatazione è legato ad una veduta che si fa eccentrica solo esteriormente, se è innegabile il fiorire di situazioni strampalate non è altrettanto automatica la loro discesa in una auspicata profondità né il condurci ad essa. Non è una questione di superficialità ma di quanto Menuju rembulan si culli su una superficie che risulta inusuale solo se si è dei novellini, magari il film non ha attecchito sul mio sentire (e del resto una discreta dose di soggettività è ineliminabile), ma laddove manca un concreto intervento sulla struttura e laddove le sintassi e le grammatiche non suggeriscono nulla di innovativo (dovremmo stupirci per l’assenza di dialoghi?), io preferisco guardare oltre, con buona pace di uomini-animali, animali-peluche e via discorrendo.
martedì 20 ottobre 2020
Party Animal
Al massimo l’inizio nel club psichedelico con la musica che spinge (la musica è la vera protagonista della storia) potrebbe riportare alle atmosfere di Damned Summer (2017), anche se forse è solo la ravvicinata visione a farmelo associare, per il resto Zois piazza sullo schermo Alex, un giovane ragazzo come tanti altri (praticamente i medesimi a cui il corto si rivolge), che sta lasciando un’età complicata per entrarne in un’altra non meno difficile: l’adultità, e per sottolineare il passaggio esistenziale si utilizza il lavoro, un lavoro grigio e noioso che cozza con l’esplosione di suoni e corpi del locale, un lavoro come grimaldello per aprire un varco nei significati: anche da una fase di svantaggio personale si possono trarre dei benefici e l’Europa è lì pronta a sostenerti. Buffo che mentre scrivo queste righe (luglio 2020) i leader dei vari Paesi si trovino a Bruxelles nella disperata ricerca di trovare una quadra che non faccia finire noi poveri staterelli mediterranei a gambe all’aria, le tempistiche e i casuali incontri che si fanno a volte con il cinema (seppur questo, chiaramente, non sia cinema) hanno una puntualità quasi diabolica.
domenica 18 ottobre 2020
L’ordre
Il procedimento narrativo di Pollet è di quelli che intensificano la visione senza forzare, abbiamo un commento francese in prima persona che potrebbe essere idealmente di Pollet stesso nel quale però si infiltra una sorta di testimonianza, di coscienza, come se un’altra memoria, piena di fertili riflessioni su cosa significhi convivere con un morbo distruttivo o forse cosa significhi semplicemente vivere in un mondo che emargina anche quando c’è una cura, si impossessasse dell’autore, del suo spirito da straniero arrivato in terra ellenica “solo” per raccontare una storia (e ogni tanto udiamo anche delle parole femminili...). E poi, in un controcampo concreto, documentaristico ma fino ad un certo punto, il volto di un lebbroso in tinta seppiata: la pelle ustionata, gli occhi opachi, la voce oltretombale, è un ritratto che rimane il suo, davvero di un altro tempo, che, se lo vogliamo, può essere anche il nostro. Il vertice de L’ordre è muto, è una sequenza di sguardi su donne e uomini malandati, soli alle prese con il proprio male, in un letto, su una poltrona, è qui che si materializza un parallelo: le stesse donne, gli stessi uomini, ovviamente diversi, a colori, con la testa dentro a dei caschi e un tubo infilato nella gola. Il cinema ha un potere evocativo micidiale che L’ordre, senza nemmeno averne consapevolezza, ci recapita intatto a distanza di mezzo secolo.
venerdì 16 ottobre 2020
Innisfree
Questo rimpallo tra Innisfree e The Quiet Man, questo ponte edificato da Guerín, è un passaggio, e quindi un viaggio, che vale assolutamente la pena fare, è la bellezza di un cinema che riflettendo su di sé non si specchia in uno sterile narcisismo ma scava a fondo trovando un ulteriore meccanismo per far progredire una storia che ne contiene altre, alcune vere (la ragazza dai capelli rossi che si muove da un posto all’altro per guadagnare qualche soldo) altre finte, ma la loro natura di verità o finzione potrebbe essere tranquillamente invertita che non cambierebbe niente nell’economia del film. Non avendo visto Un uomo tranquillo sono pressoché sicuro di essermi perso una marea di arricchenti agganci con il lavoro di Ford, però il sesto senso cinefilo mi ha fatto intuire che il dialogo è talmente stretto da trovarci di fronte a delle sovrapposizioni o, forse, delle reinterpretazioni, questo accade in maniera più marcata avvicinandoci al finale, ed è sancito da una splendida scena che ha per protagonista un cappello il quale, magicamente, viaggia nel tempo e nello spazio. Si compie una fusione che scorre sempre sui delicati binari di ciò che è rappresentabile e ciò che non lo è, una combinazione che permette a John Wayne e Maureen O’Hara di incarnasi nelle vesti di due bambini che passeggiano nella stessa strada che a loro volta hanno calpestato davanti alla mdp del regista statunitense. E in un cortocircuitare così potente Guerín si diverte a trovare soluzioni da applausi come l’esporci la sinossi di The Quiet Man per bocca dei timidi bimbetti lentigginosi, oppure ci fa sedere in uno stralcio di realismo dentro ad un pub stracolmo di gente fermentata dall’alcol che intona canti e parla del più e del meno (anche di settima arte), o ancora decreta il salto temporale definitivo con una danza che va dalla musica tradizionale al rock moderno per poi andarsene per sempre da questo coacervo di memorie cinematografiche con una camera-car che sa di malinconia.
Innisfree? Un (per me, ora) classico di un classico, un testacoda che non smette di girare, un movimento centripeto inarrestabile diretto al suo nodo centrale: il cinema.








