
La verità è
che tutti noi, o almeno coloro i quali credono ancora che il cinema
possa avere una valenza etica e quindi politica, avremmo bisogno di
molti più Sylvain George di quanti ce ne sono in giro, anche se poi,
purtroppo o per fortuna, ce n’è soltanto uno. Paris est une
fête - Un film en 18 vagues
(2017) è il coerente prosieguo di un percorso, anzi di un impegno
registico di elevatissima caratura, se esiste un filmmaker, oggi,
capace di coniugare una visione brutale della realtà circostante con
delle brecce liriche questo è l’autore francese classe ’68, qui
il suo occhio, sempre in bianco e nero e sempre materico, granuloso,
metallico, naviga per un arco di tempo di circa due anni nel
tempestoso mare parigino, come un Ulisse moderno si mette a cantare
le storie di chi incontra e rifacendosi alla formidabile coppia
Qu’ils reposent en révolte (Des figures de guerre)
(2010) + Les éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom)
(2011) ecco nuovamente che l’attenzione è riposta sui migranti,
non siamo più a Calais ma nel cuore dell’Europa, in una piazza
cittadina convertita in un improvvisato campo nomadi, oppure
cerchiamo di riscaldarci con un ragazzo guineano dalla pelle
impeciata, tenebra, buio profondo, pozzo: racconta di sé e di ciò
che ha vissuto, è una narrazione che potrebbe calzare ad ogni
rifugiato che sfioriamo, parole dette, scritte in inglese su un
diario, la nostalgia di casa, la paura, la morte. Nella Parigi di
George non c’è spazio per chiccosi bistro o ragazze in bicicletta
dalla sciarpa svolazzante, è territorio di violenta protesta, tre
sono le manifestazioni riprese e in ognuna di esse il regista si e ci
getta direttamente negli scontri con la polizia, altra vertigine di
urla, botte e sirene delle ambulanze, altra concitata apnea,
sott’acqua, verso il fondo.
Quello
che si rivela tra un pugno allo stomaco e l’altro sono lampi quasi
onirici, miraggi che forse ci restituiscono un George vicino alla
trascendenza dell’immagine, al superamento di una grammatica già
oltremodo personale. C’è un corredo musicale molto presente
(sbaglio o è in assoluto il film che presenta tale caratteristica?)
e ci sono delle fughe estetiche che muovono l’opera in zone
apparentemente lontane da un corteo di studenti o da dei poveri
cristi che dormono all’addiaccio. Vorrei citare la sequenza dei
girasoli, una penetrazione notturna in un campo di fiori appassiti
accompagnata da un sonoro distorto e industriale che si conclude sul
corpo di un essere umano nudo rannicchiato sul terreno. È una scena
di rara potenza, ok, ed è una scena estemporanea, slacciata dal
contesto, e non è la sola!, vado a memoria: delle mani si contorcono
nell’oscurità; la testa di un pesce morto è ripresa da varie
angolazioni; il tipo della Guinea fa del beatbox. La presenza di
queste parentesi semi-indipendenti è funzionale al rafforzamento di
un flusso visivo che in certi punti, allora, non ha nemmeno necessità
di essere esclusivamente frontale, di mostrare solo
quello-che-accade, era una cosa che si verificava già nelle
pellicole precedenti di George, ma in Paris est une fête
l’ho percepita in maniera
davvero efficace, un tentativo, riuscito, di dilatare quei segmenti
contemplativi o comunque non indispensabili allo studio principale
per stimolare le antenne della suggestione e ampliare lo spettro del
vedere. Sì, avremmo bisogno di molti più Sylvain George nel cinema.
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