
La storia,
la narrazione, la vita, il quotidiano, la clandestinità, la
solitudine, l’isolamento, la sofferenza. Leggete quanto segue: nel
1973 Henry Darger ormai ottantenne viene portato dai coniugi Lerner,
i suoi proprietari di casa, in un ospedale di Chicago. Sta morendo.
Poco prima della dipartita i Lerner decidono di entrare nella piccola
stanza per risistemare un po’ il locale e con grande sorpresa
scoprono che quel vecchietto anonimo, solitario, forse mezzo matto,
durante tutti quegli anni di permanenza ha scritto quello che è
considerabile come uno dei, se non il libro più lungo di tutti i
tempi, un testo di oltre 15.000 pagine dalle tinte fantasy che
racconta l’epopea di sette sorelle in lotta contro un regime
tirannico, e oltre al ciclopico manoscritto vengono rinvenuti disegni
e dipinti che riprendono le vicende narrate nell’opera. Non so se
qualcuno ha mai posato gli occhi su tutte le migliaia e migliaia di
parole che compongono The Story of the Vivian Girls,
non ho neanche approfondito se sia mai stato pubblicato per intero o
magari solo qualche stralcio, e ad essere onesto non mi importa
nemmeno, trovo molto più affascinante, quasi commovente, sapere che
questo colosso di carta e inchiostro esiste grazie ad un essere umano
completamente disinteressato a qualunque riscontro che andasse al di
là della sua microscopica bolla casalinga, l’idea di essere
scrittori senza saperlo di essere, di fare arte non avendo alcuna
concezione del settore, di agire solo per sé, per una necessità,
un’urgenza, un esorcismo, be’, sono aspetti che in un mondo
mercificato come il nostro rendono Henry Darger un outsider da
guardare con affettuoso rispetto.
E
quindi, per cercare di placare quella curiosità che ti prende di
fronte a misteri del genere, era inevitabile gettare uno sguardo
sull’unico esemplare cinematografico esistente che si occupa
dell’argomento. Peccato che la forma di In the Realms of
the Unreal (2004) non renda
giustizia al tema che affronta, il lavoro di Jessica Yu, regista
americana che nel 1997 vinse l’Oscar per un cortometraggio, è
smaccatamente televisivo, ma non in un’ottica che definirei
netflixiana, ovviamente no, siamo in pieno stile catodico anni ’90
primi ’00 dove lo sviluppo del documentario segue essenzialmente
due piste principali: una posticcia dove una voce fuori campo legge
quella che presumo sia la vera autobiografia di Darger, e un’altra
non meno fasulla in cui una bambina (è Dakota Fanning) narra le
avventure del libro. Gli incroci delle due tracce evidenziano quanto
il complicatissimo vissuto personale dell’autore si sia poi
riversato nella creazione dell’opus magnum, la sua ossessione per
l’infanzia, per un riscatto dei fanciulli nei confronti degli
adulti, si fonda su meccanismi psicologici di cui nessuno può
conoscere le vere origini, certo che il metodo con il quale la Yu ce
li espone è un po’ banaluccio. Ad integrazione sono presenti delle
interviste ai vicini di Henry insieme alla riproduzione animata dei
suoi disegni, di nuovo non ho trovato la scelta troppo felice, c’era
davvero bisogno di affidarsi ad un tale artificio?
Visione consigliata sì, per una volta il valore artistico non
c’entra, ci sono storie troppo belle in giro che, anche se poste in
contenitori non all’altezza, meritano sempre di essere conosciute e
diffuse
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