domenica 14 giugno 2020

Bobby Yeah

 
Ci piace così Bobby Yeah (2011): completamente fuori di melone, viscido, malato, creepy: ah, che bello poter posare gli occhi su della (mal)sana artigianalità, non vorrei ripetere i discorsi fatti a proposito di The Secret Adventures of Tom Thumb (1993) ma c’è poco da fare, quando l’estro viene filtrato in stop-motion si ritorna con piacere ad uno stato di meraviglia dimenticata, se poi l’artista di turno, in questo caso è il britannico Robert Morgan, ha un feeling particolare con il bizzarro che, come Švankmajer insegna, si sposa perfettamente con la tecnica del passo uno, allora il più è fatto, non rimane che gustarci il menù-stramberie della casa, e, lo si evidenzia, non vi è nient’altro su cui porre l’attenzione che non sia esattamente il tasso di stranezze assemblate per costruire una parvenza di storia, la quale, invece, almeno per ciò che riguarda Bobby Yeah (ma forse vale un po’ per tutti gli altri prodotti equipollenti) non si rende memorabile. Quanto più mi soddisfa di registi come Morgan è l’atto che compiono all’interno dello spazio cinema, sono come dei dottor Frankenstein che unendo oggetti inanimati, pezzi di carne o altre sostanze di sconosciuta provenienza, riescono ad insufflare nei loro spenti corpicini un vero e proprio alito vitale che le rende creature con un piede nel surreale (perché la normalità non ha mai asilo) e un altro nel reale (perché nonostante tutto parliamo di “cose” che stanno intorno a noi [se non dentro]: tessuti, fibre, dita, peni, ma anche polpi, pupazzetti e cianfrusaglie di vario tipo). In sintesi: una figata.
La spinta che sembra muovere in avanti il corto è quella di una continua procreazione da parte degli esseri in scena, i mostriciattoli generano altri mostriciattoli in un processo di concepimento quasi trasformativo, mutante, anche se, e Morgan pare proprio divertirsi in tale ottica, ciò che si genera non è migliore di chi ha generato, anzi fa ancora più schifo, ed è la tendenza a spingersi a fondo nel disgustoso che accende il fascino deviato dello spettatore. Non si deve nascondere che l’imperante schifo appena citato si riverbera in un macabro che non ha troppo a che fare con la morte come la parola semanticamente suggerisce, è più un raccapriccio dalle basi ludiche, un lato oscuro del cinema animato che, quando si schiude come le valve dei molluschi, custodisce delle perle luminose.

venerdì 12 giugno 2020

Vermilion Souls

Da qualche parte in Giappone, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, un ragazzino finisce in una casa abitata da tre persone gravemente malate e dal guardiano che le accudisce. La partenza di Shureitachi (2007) è questa ed è anche l’unico punto fermo che abbiamo, dopodiché il delirio si prende la scena, ma prima di tentare vanamente a riordinare le idee post-visione, informo, per puro dato conoscitivo, che il regista Masaki Iwana è un illustre esponente della danza nipponica butō, il che non cambierà granché la vostra percezione del film ma comunque, vedendo a volte i personaggi compiere bislacchi movimenti nella diegesi, almeno potrete intuire le ragioni di siffatte incomprensibili virate ballerine (senza però, ovviamente, comprenderne il senso effettivo in relazione alla storia rappresentata, a meno che non siate esperti di butō, in tal caso lascerei volentieri la parola a voi). Diciamo che Iwana allestendo un’opera così sgangherata non prende esattamente per mano lo spettatore indifeso davanti ad un ammontare di immagini di dubbia entità, anzi, lo respinge inzuppando la narrazione in un mare surreale da cui pochissimo viene a galla, frammenti di un discorso che vorrebbe toccare punti esistenziali (il filosofico, e ridondante, dialogo tra la donna ed il bambino durante la ricerca del cadavere ce lo sottolinea) ma che non lascia segni tangibili, se non quelli di una dilatata seccatura; quanto invece rimane sotto gli intenti argomentativi è un costante vaneggiamento molto spezzettato di cui è impossibile tirare le fila, si intuisce che c’entrano svariate tematiche, tra cui la guerra, il ricordo, la malattia, il sogno e (forse anche) la religione, di certo a Iwana non interessa di centrare nulla di tutto ciò e allora si avanza (o si arretra, non cambia il succo) in totale cecità, la nostra essenzialmente, perché vedere tanto non sempre significa vedere davvero.

Sul versante tecnico Vermilion Souls acquista qualche tacca in più rispetto a quello dei contenuti, il bianco e nero della pellicola non perde malia e Iwana si rivela abbastanza a suo agio negli spazi chiusi della magione organizzando il set come un piccolo teatro onirico (c’è la duplice scena di una fellatio con i suoi protagonisti ed i relativi astanti) non privo di qualche felice suggestione (la discesa quasi infernale che si conclude sulla spiaggia è meritevole d’attenzione), si tratta ad ogni modo di palliativi che cerchiamo di inghiottire per auto-indorarci la pillola, infatti anche se la veste estetica può possedere qualche barlume di fascinazione, l’impressione è che in alcune fasi il regista e i suoi collaboratori pecchino di un’inesperienza che filtra da un montaggio confusionario e da un dosaggio delle musiche poco oculato. Insomma, non mi sentirei proprio di consigliare Shureitachi e al contempo sarei curioso di sapere cosa ne pensa una persona che mastica di cinema altro per magari venire completamente smentito. Chiudo riportando che le riprese sono state realizzate tra il Giappone e la Francia e che nel cast è presente una ragazza italiana di nome Valentina Miraglia (sarebbe interessante sapere come accidenti è finita lì) che recita nella nostra lingua al pari di un collega francese, entrambi vengono compresi dagli altri interpreti orientali in un gioco linguistico che mi ha rimembrato i lavori di Davide Manuli.
Qui un lungo articolo sul film.

mercoledì 10 giugno 2020

Infinitas

Vladimir, un uomo di mezz’età come tanti, decide di vendere tutti i mobili del suo appartamento e fare ritorno alla città natale.

Anche se non conosco il cinema di Marlen Khutsiev (o Chuciev o chissà quale altra traslitterazione dal cirillico), comprendo appieno la natura di Infinitas (1992) perché è un’opera che non può che arrivare al tramonto di una carriera, o di una vita, sebbene Khutsiev, nato in Georgia nel 1925, sia mancato soltanto nel 2019. Parliamo di un film mastodontico che si dilata in un massiccio esperienziale tangente le tre ore e mezza, una ricerca umana sulla fine dell’esistenza che non ha una trama classica ma vive di fiammate per mezzo degli incontri che il protagonista fa, l’incredibile regressione compiuta e che si srotola davanti a noi è squisitamente atemporale, Khutsiev con passo felpato rimescola le coordinate del passato e del presente creando dei cortocircuiti che ci ubriacano e allora divelte le linee orientative può capitare che nel giro di una notte si passi dall’estate all’inverno oppure che in una scena meravigliosa la madre di Vladimir parli a suo figlio in fasce e quest’ultimo, che la sta guardando da dietro un muro, risponda dal fuori campo con voce adulta. Infinitas è letteralmente disseminato di situazioni che sfibrano l’apparato narrativo (ci sono i prodromi di un certo cinema contemplativo che verrà oltre, ovviamente, al tributo tarkovskijano) ma che al contempo rafforzano quello concettuale perché il girovagare di Vladimir (peraltro sosia di Slavoj Žižek) è leggibile come una profonda indagine filosofica in cui si toccano argomenti di una vastità tale da tendere, come da titolo, all’infinito. E in questo infinito rimane pur sempre l’uomo come traccia, un uomo che soffre, che ama, che dimentica, che si interroga senza trovare risposte, Khutsiev nel suo tour de force fa camminare il povero Vladimir su un crinale che più si inerpica e più gli toglie sicurezze, ad un certo punto i piani si sfasano talmente tanto che, passando da una stanza all’altra della propria casa, si entra in un salotto dei primi del ’900, oppure ad un contingente militare si sostituiscono vere immagini di archivio, un ulteriore testacoda, ancora una giravolta nello spaziotempo.

Infinitas rimane un lungometraggio sovietico degli anni ’90 e, complice l’unica copia rinvenibile che è una registrazione di Fuori Orario in pessime condizioni audiovisive, accusa un po’ i trent’anni che ha sulla carta di identità, ad esempio c’è un uso smodato delle musiche per coprire le lunghe sequenze prive di dialoghi, però se ci si impegna ad andare oltre l’impatto estetico si spalanca un labirinto che vale la pena percorrere insieme a Vladimir, e lui stesso, nel suo complicato finanche doloroso percorso, ha una specie di guida (lo sembra almeno all’inizio), un compagno di sventura che altri non è se non il suo Io da giovane e questo persistente confronto con ciò che lui è stato diffonde sullo schermo un sapore di malinconia, il rivedersi, anzi: il riviversi è un’eruzione silenziosa che ci viene trasmessa senza particolari sottolineature ma che, se ci pensiamo bene, è la messa in scena della vita che ti passa davanti a cui non puoi porre rimedio, un bis partecipato con la consapevolezza del vissuto, e in tal senso il vertice lo si raggiunge nell’area sentimentale (inevitabilmente coacervo di rimpianti) dove l’uomo è costretto a ri-presenziare la storia d’amore con Varya, da un nuovo primo incontro ad un secondo ultimo addio (memorabile la scena in stazione con la doppia benedizione della donna). Se vi state domandando se Khutsiev attua, alla fine, una riconciliazione tra il Vladimir di prima con il Vladimir di oggi la risposta è no, la mdp li segue lungo una passeggiata in cui provano a darsi la mano senza riuscirci per poi imboccare i due argini opposti di un fiume, Khutsiev tenta di seguirli ma le frasche si infittiscono e loro spariscono, rimane l’estuario su un mare grigio che sembra il corrispettivo del cielo in apertura.

Una visione pienissima dunque, un vero colosso della cinematografia sovietica che meriterebbe di essere ammirato in una confezione più consona e con un bagaglio culturale più ampio (ho letto di incontri con personalità russe che da buon ignorante non ho colto), ciononostante, già da così, se ne comprende la grandezza.

lunedì 8 giugno 2020

Printed Rainbow

Evidentemente anche l’India ha una sua tradizione nel campo dell’animazione e, sempre evidentemente, il sottoscritto ne è totalmente all’oscuro, per cui non ho paragoni né esempi da richiamare per Printed Rainbow (2006), non ho idea se assomigli o diverga da qualcos’altro, tuttavia, alla fin fine, a prescindere dalla nazionalità di appartenenza, c’è sempre una medesima cifra universale che scorre in questi piccoli oggetti da tenere stretti, una spinta delicatissima che è soffio ma anche vento se lo si vuole, corrente esistenziale, escatologica, di una dolcezza disarmante, e il tutto avviene utilizzando elementi altrettanto disarmanti in termini di semplicità: l’attrice e regista Gitanjali Rao crea quel tipico mondo in miniatura che ci dice quelle due o tre cose essenziali per mezzo di un quadretto basico dove un’anziana nonnina gatto-dotata si vive la sua vita normale, fa le faccende di casa, si affaccia alla finestra per vedere altre vite che, al pari della sua, vanno avanti, ognuna in modo diverso, e per trasmetterci ciò la Rao usa un tratto di carboncino privo di nitidezza, molto simile ad un altro film dal titolo Un perro llamado Dolor (2001) con però maggiore fluidità (non sono male dei scivolamenti laterali atti a mettere in serie diverse azioni fisiche che annullano lo spazio logico), in sintesi la scoloritura che idealizza la condizione di chi la vive (e per di più piove, mannaggia!).

Però la donna ha un vicino (peraltro il sosia disegnato di László Krasznahorkai) che spaccia delle scatolette di fiammiferi colorate che le permettono, in uno slancio immaginifico, di entrare in altri mondi dove al contrario della grigia realtà i colori divampano, al pari dell’avventura, della scoperta, della bellezza e di tutti gli ingredienti che in fondo mancano anche nella nostra quotidianità. Che il confronto tra le due dimensioni, accentuato dall’impostazione visiva, sia di un’elementarità lampante è sotto gli occhi di chiunque vedrà Printed Rainbow, eppure io dico, appunto, vedetelo!, perché esemplari del genere vanno difesi, anzi, vanno tutelati dalle raffiche escrementizie che facciamo fatica a schivare, e quindi niente, sarà anche scontata la struttura del corto, ovvia nel suo dispiegarsi, facile, prevedibile, ma quando si apre, quando si spoglia del candore che per buona parte lo caratterizza, quando pur restando ciò che è, d’improvviso, fa sul serio, care amiche e cari amici, quell’istante è un’irradiazione di amore, un riconciliamento intimo e profondo con delle zone recondite che abbiamo dentro di noi. 
Se avete un cuore, e sono sicuro che lo avete, piangerete.

sabato 6 giugno 2020

Edge of Democracy - Democrazia al limite

The Edge of Democracy
(2019) sarà probabilmente un momento centrale per la futura carriera di Petra Costa, qualcosa del tipo “niente è stato più come prima”, questo perché il documentario sotto esame, oltre – e forse grazie – alla distribuzione su Netflix, è arrivato addirittura nella cinquina finale degli Oscar ’20 per il Best Documentary Feature (googlate e la vedrete a colloquio con Di Caprio e Brad Pitt), Costa non si è portata a casa il primo premio ma comunque il prestigioso traguardo raggiunto è un meritato riconoscimento al suo lavoro, perché un aspetto che il sottoscritto ha apprezzato non poco è che anche in una produzione più grande e che tratta un argomento “di massa” la regista carioca è riuscita a mantenere un substrato intimo e personale, una venatura aurea che dà quel tocco di umanità in una vicenda in cui al contrario gli esseri umani danno il peggio di sé seguendo le due principali divinità dell’epoca moderna: il denaro ed il potere. Da Elena (2012) (e in modo minore da Olmo e il gabbiano, 2015) arriva la tendenza di mettersi in prima persona all’interno della storia raccontata diventando parte di essa, qui succede poi che è la Storia a tenere banco, la politica del Brasile negli ultimi venti anni. Petra si classicizza se mi si passa il termine, a fronte di una vicenda molto complessa che coinvolge svariati personaggi dell’establishment brasiliano era necessario attenersi ai fatti in modo quasi cronachistico, al contempo però non assistiamo ad una fredda narrazione degli eventi, lo storytelling di Petra nel suo ottimo inglese è coinvolgente e coadiuvato da un parco immagini che ci dà un altro saggio delle sue abilità, si ritorna al discorso di prima: capacità di unire il personale con filmati casalinghi ad altri istituzionali, televisivi o esclusivi (non ho capito se le riprese ravvicinate a Lula e soci siano state fatte direttamente da lei oppure no, restano comunque un bel documento-verità), in un’amalgama che ben raccoglie il clima di febbrile agitazione vissuto in quegli anni.

Petra Costa conduce il suo film cercando di rimanere lucida e abbastanza imparziale (ma anche sincera, la vediamo da giovane in un seggio elettorale votare per il partito di Lula) in modo che una persona non brasiliana che di questa vicenda ha ricevuto giusto delle vacue informazioni (toh: eccomi qua) possa farsi un’idea su come siano andate le cose. Nel processo di ricostruzione attuato dall’autrice, Democrazia al limite, a mano a mano che delinea i passaggi temporali che porteranno l’ex Presidente in prigione, assume sempre più i connotati di un’inchiesta che per fornire un quadro il più esaustivo possibile utilizza accorgimenti differenti, alcuni sono diretti come la trasposizione in video delle intercettazioni tra soggetti coinvolti, altri più sottili come la rapida rassegna delle copertine dei giornali dall’ascesa di Dilma alla sua caduta (e i mass media pare giochino un ruolo importante come sottolineato più volte), ma il meglio lo si coglie nei momenti in cui Petra o chi per lei si mette camera in spalla a stretto contatto con le figure politiche di questo assurdo teatrino, è impressionante la sequenza in cui i vari esponenti, in quello che forse è il parlamento o qualcosa di simile, deliberano per il sì o per il no relativamente all’impeachment di Dilma, solo che non è un normale dibattito ma una furiosa corrida dove i membri dell’opposizione sputano fuori una rabbia che arriva nella stanza dei bottoni del PT con una attonita Dilma di fronte la tv insieme ai suoi collaboratori, non di minore intensità è l’ultimo drammatico comizio di Lula nel quale si lascia andare ad una bellissima metafora sulla primavera prima di comunicare che accetterà la sentenza perché, dopotutto, crede ancora nella giustizia. Insomma, per uno come il sottoscritto, quasi a digiuno di cotanto inghippo brasileiro, gli elementi per costruirsi un’opinione a riguardo ci sono tutti.

E questa è la mia, di opinione: sembra palese che la macchina del fango messa in piedi per spodestare Dilma dalla carica presidenziale sia servita a: 1) aizzare la popolazione contro il partito di riferimento facendo leva sull’immancabile malcontento popolare e 2) ad arrivare al pesce più grosso, a Lula, per legargli le mani ed eliminarlo definitivamente dalla scena governativa. È sicuramente una brutta pagina di Storia che purtroppo, da italiano, non mi stupisce più di tanto, tuttavia permane la preoccupazione perché alla fine chi ci ha guadagnato davvero è solo Bolsonaro, uno dei tanti rappresentanti dell’angosciante piega estremista che ha preso la recente politica mondiale, un reazionario a capo di un Paese immenso con più di duecento milioni di abitanti nonché fondamentale ago della bilancia per mantenere l’equilibrio già piuttosto precario dell’ecosistema terrestre. È per questo che Edge of Democracy va visto, per prendere coscienza, non solo di quello che è accaduto in Brasile e della sua attuale allarmante realtà, ma anche per gli effetti che da lì sono scaturiti, per non trovarci impreparati nel caso in cui un tizio che di solito si mette delle felpe o delle uniformi che non gli appartengono, se ne salisse tutto tronfio a Palazzo Chigi.

giovedì 4 giugno 2020

Elsewhere

Dodici mesi in dodici Paesi diversi, un monte ore che si immagina spaventoso condensato in duecentoquaranta minuti di girato, venti minuti circa per ogni Nazione, dal Niger alla Micronesia passando per la Siberia, la Finlandia, la Namibia, l’Indonesia, il Canada, la Groenlandia, l’Australia, l’Italia, l’India e la Cina, questi sono i numeri di Elsewhere (2001), monumento eretto da Nikolaus Geyrhalter all’antro-diversità (chiedo scusa per il neologismo), viaggio intercontinentale che ci porta in luoghi dove difficilmente metteremo piede e che ci fa sentire lingue e dialetti che le nostre orecchie non ascolteranno mai, ricerca etnologica dalla composizione matematica: milleduecento secondi a blocco, rapidi stacchi in nero come se la mdp fosse due occhi dotati di palpebre (è un marchio di fabbrica del regista) che spezzano il flusso delle immagini all’interno di un segmento e di nuovo delle schermate nere, ’sta volta più lunghe, per scandire il passaggio da un posto all’altro, registrazione della realtà affiancata a interviste/monologhi della popolazione autoctona, esattamente come accadeva due anni prima in Pripyat (1999). Alla luce di cotanto impianto strutturale, lo sforzo di Geyrhalter appare immane, anche solo la pianificazione logistica degli spostamenti dell’intero team con acquisto di biglietti aerei, visti, alloggi e via discorrendo [1] avrà messo a dura prova il e i tour operator ai quali si è appoggiato, senza dimenticare inoltre la necessità di stringere contatti con un “gancio” che lo introducesse nelle culture indigene oltre ovviamente a tutti gli imprevisti del caso che senza dubbio si saranno verificati. Insomma, la stima del sottoscritto verso Geyrhalter si colloca già nella fase preparatoria (non dimentichiamo che siamo alla fine degli anni ’90 e il ramificato sistema di prenotazioni fornito dai provider della Rete non era certo come oggi) che ci restituisce un vero e proprio avventuriero contemporaneo.

Dando una scorsa agli appunti che ho preso durante la visione di Elsewhere, mi pare di capire meglio quale sia il macro-argomento affrontato dal documentario, nella carrellata che attraversa il globo, l’interesse dell’austriaco si colloca dentro le modalità che permettono a queste persone di vivere. E allora abbiamo un’esplorazione del settore primario dove vengono fornite svariate testimonianze di sussistenza: l’allevamento è l’attività che incontriamo di più, ed è bello vedere che, sebbene a latitudini lontane, ci siano modalità identiche che accomunano etnie diversissime nel fare ciò che facciamo un po’ tutti, ossia tirare avanti, e quindi, dal nulla, apprendiamo che dei tuareg nigerini preoccupati in futuro di non trovare più cibo tra i cespugli se la passano allo stesso modo dei loro colleghi indiani che per costruire un recinto alle capre usano lo sterco di quest’ultime affastellando le pietre a mo’ di muretto a secco, e i paralleli da scovare sono il sale del film: nel gelo della Finlandia al pari della Siberia sono le renne che portano il pane a casa, in Groenlandia la caccia alle foche riempie la stessa pancia dei pescatori sardi che bestemmiano sulle acque del Mediterraneo, una tribù indonesiana abbatte un albero nella foresta che in Canada viene idealmente trasformato in un totem da dei discendenti di chissà quale etnia. La globalizzazione di Geyrhalter, per i suoi protagonisti, è inconsapevole, esiste da prima che il termine moderno venisse coniato e certamente le sopravviverà.

Perché poi il regista effettua una mossa che ha dell’herzoghiano (del vecchio Herzog, non dell’attuale), fissati i paletti del suo studio riesce a trasmettere delle sfumature umane che guarniscono l’opera, il pescatore, l’allevatore, l’insegnante, non sono più soltanto il lavoro che fanno, ma parte di un sistema che a volte è distante da noi, si veda la bigamia in Namibia o le credenze folkloristiche in Indonesia, e a volte molto vicino, anche se dall’altra parte della Terra, perché se i ghiacci si sciolgono gli atolli della Micronesia vengono sommersi e a poco servirebbero i Christmas drop sganciati con l’aeroplano.
Per la sua trasversalità Elsewhere è un inno all’esistenza umana che si protrae attraverso la storia e la geografia, una poesia di fratellanza che riduce i chilometri a pochi centimetri, giusto quelli che separano lo spettatore dallo schermo, e forse in tal senso val la pensa chiedersi dove sia questo “altrove”, se in un angolo sperduto del pianeta tra le montagne cinesi oppure qui, nel cuore della tecnologica Europa, io sono l’altrove per un ragazzino aborigeno come lui lo è per me. Ad un certo punto in Micronesia si vede un insegnante che fa lezione a seno scoperto, d’istinto ho sorriso di fronte ad una situazione a dir poco strana, ma sono sicuro che la medesima insegnante reagirebbe allo stesso modo se entrasse in una classe occidentale. Se c’è una morale in Elsewhere, nonostante le morali siano alquanto antipatiche, essa diventa sinonimo di apertura, uno spiraglio da dove far filtrare la diversità che è intorno a noi per tramutarla in ricchezza, e certo che Geyrhalter poteva farlo anche più breve, ma, in teoria, poteva essere anche più lungo, se non infinito, per cui godiamoci questa via di mezzo.
______________________________
[1] Questo ragionamento vale se Geyrhalter si è concretamente spostato sulla cartina del mondo per ogni ambientazione ripresa. Se al contrario ha avuto degli operatori in loco che gli hanno mandato il materiale nella sua casetta in Austria, be’, allora il mio discorso decade miseramente.

martedì 2 giugno 2020

But You Are a Dog

Malin Erixon è la stessa artista dietro al corto Benjamin’s Flowers (2012) per cui lodi similari nell’area tecnica si possono spendere anche per But You Are a Dog (2014), in sintesi affermiamo che c’è una continuità stilistica tra le due opere grazie ad un 2D ibrido a cui non so se sono stati applicati inserti digitali ma che comunque ha una sua profondità fornita da bislacche trasparenze e fondali acquerellosi. La pasta estetica dell’opera vira su tonalità sbiadite (sia dentro che fuori il teatro) ed è proposta all’interno di una cornice sbordata che invecchia la tela, come se fosse un filmato rinvenuto in una soffitta dimenticata; la morfologia dei personaggi poi è a dir poco bislacca, poche essenziali linee disegnano goffi corpi che guardano verso l’orizzonte di Miró, uomini (ma con un flaccido seno) che Erixon equipaggia di pensieri visibili all’interno di baloon da fumetto, è la trovata più brillante perché caratterizza gli omini rendendoli facilmente riconoscibili (il logorroico, quello che vuole un caffè, ecc.).

But You Are a Dog viene definito dalla regista “a nontraditional love story” e qui, ammesso che abbia senso concentrarci sulla polpa di un prodotto che si esprime fondamentalmente attraverso la forma, si rimane qualche passo indietro. La suddetta storia riguarderebbe padrone e cane uniti al punto che il primo non riconosce lo status di animale del secondo, però diciamo che non vi è un’attenzione particolare verso questo rapporto, quando i due si siedono in prima fila per assistere allo spettacolo non accade nulla di rilevante. Anche lo show in sé (difficile definirlo “show”...), squinternato e assurdo, non ha evidenti implicazioni sugli astanti (mentre invece gli attori incontrandosi sul palco asseriscono che qualcosa è cambiato nella loro vita), una volta usciti dalla sala tutti hanno i medesimi pensieri di quando erano entrati. Bazzecole. Caruccio l’accompagnamento musicale firmato da Christofer Ahde.