Tenendo ovviamente presente che insomma, stiamo parlando di ben poca roba, se nel suo piccolo Novais Oliveira ha un merito è quello di non seguire la corrente della facile illustrazione per, al contrario, lesinare ogni tipo di spiegazione. Il godimento spettatoriale è lontano da questi lidi ma perlomeno viene tenuta in vita fino alla fine la curiosità che il film suscita e in fondo non importa troppo se nessuno dei tasselli proposti trova collocazione e continuità. Che cos’era l’improvvisa brezza? Ed il varco dimensionale dal vago aspetto vaginale? E la parentesi con il politico che chiama la donna? Il regista per tutta risposta... non dà risposte e disinteressandosi di quanto appena detto piazza in coda un buffo ed inaspettato finale, oserei dire divertente se non fosse che ho smesso di divertirmi da almeno una decina di anni.
martedì 10 agosto 2021
Quintal
mercoledì 4 agosto 2021
Dear Zachary: A Letter to a Son About His Father
Non approfondirò ulteriormente lo svilupparsi della vicenda perché è realmente una pagina cupa (una delle tante) della contemporaneità che, tra le altre cose, mette a nudo un vuoto giudiziario tristemente paragonabile a quelli del Belpaese, e non riporterò nemmeno l’evidenza, ossia che più i minuti si susseguono e più il regista è stato obbligato a ricalibrare la portata argomentativa, dal memoir al legal thriller fino all’ideale passaggio di consegne: dal tributo ad Andrew al tributo rivolto ai coniugi Bagby che, se davvero esiste il karma o qualcosa di simile, nelle loro prossime esistenze raccoglieranno i meritati frutti, quindi no, non ritengo sia utile sottolineare oltre quanto appena detto perché qui vogliamo parlare della materia prima che modella Dear Zachary e per farlo non ci si può esimire dal dire che nonostante gli intenti siano alti la realizzazione è proprio di livello dozzinale, la sua configurazione appare pensata per una messa in onda in qualche network televisivo piuttosto che per una proiezione in sala. Per il sottoscritto il modo in cui Kuenne fa progredire la narrazione attraverso oculati taglia e cuci, intensificazioni audio e video è equiparabile ad un’iniezione di doping, è inquinamento, è tossicità. Poi sono d’accordissimo sul fatto che il caso Bagby-Turner debba arrivare al vasto pubblico e va bene così, ma la mia coscienza critica non ha potuto fare a meno di mettervi in guardia...
venerdì 30 luglio 2021
Everlasting Love
Mettendo un attimo da parte il clima che Forés è riuscito ad effondere (merito anche di oblique distorsioni musicali), emerge una modestia di fondo che sfoca non di poco l’impronta stilistica. Mi è parso in stretta sintesi che non ci sia nulla di stimolante sotto la cortina visiva, anzi se andiamo a riflettere sullo schietto intreccio ci si rammarica di aver puntato lo sguardo su Everlasting Love, l’avvicinamento tra Carlos e Toni è manualistico, schematizzato dai netti ruoli interpretati, in aggiunta la ramificazione thriller, scandita dalla presenza di altri studenti alquanto strambi, è l’infarcitura che non sfama, infatti la deriva splatter che si manifesta nel finale non ha convincente attinenza con l’argomento portante, risulta più che altro un colpo ad effetto per impressionare la platea, operazione fallita perché siamo abbastanza scafati da non cadere in trappolette del genere. Comunque, per quanto possa essere utile all’umanità intera, devo ammettere che partendo con l’idea di massacrare il film in oggetto sono finito in una grigia zona di biasimo, con qualche riserva.
lunedì 26 luglio 2021
Chop My Money
Poi, più o meno dall’ottavo minuto in avanti, il film si invera, abbandona la componente ludica (se mai c’era stata) per aprirsi ad un’introspezione, notiamo il trio indolente sdraiato su un muretto mentre dei coetanei effettuano esercitazioni si presume scolastiche, dopodiché scende la notte e capiamo che non c’è finzione, che i mocciosi fanno sul serio e che il pane quotidiano è fatto di risse e scazzottate. Nel catturare lo scontro Anthony intensifica con precisa abilità, non solo estetizzando con rallenti e fitti stacchi in nero, ma anche e soprattutto utilizzando la sua voce in modalità off che descrive la normalità di una giornata tipo per un giovane congolese, è un contrasto netto e capiente, lo stridore tra le immagini che vediamo e le parole che ascoltiamo è una ferita, un pozzo nel cui fondo si scorgono due mandorle bianche: sono gli occhi di Patient, sono lo sguardo smarrito di chi non avrà una vita semplice davanti a sé.
martedì 20 luglio 2021
Also Known As Death
giovedì 15 luglio 2021
Dawn
Comunque, il caos che regna nella pellicola è l’esatta trasposizione del disordine che si sviluppa nel kolchoz, è un racconto in bilico tra la mitologia e la religione (figli che tradiscono padri che uccidono mogli che uccidono figli) collocato in una realtà dove l’unico mito e l’unico dio è l’ideale del socialismo. Chi fa le veci di Lenin in giro per la fangosa campagna diventa un punto di riferimento più importante dei legami consanguinei (ne è prova l’avvicinamento, leggi: adorazione, di Janis verso il carismatico uomo con il cappello) sicché dalla suddetta considerazione si può sviluppare il concetto che sostiene il lavoro della Pakalnina, ovvero la ricostruzione attraverso un singolo episodio (creduto vero, nei fatti meramente propagandistico) del potere che l’indottrinamento ha nei confronti degli esseri umani, perfino dei più piccoli e plausibilmente innocenti. Questo, sotto strati di peripezie e giravolte (narrative e non), è il nucleo di una questione che pur non arrivando ad universalizzanti verità c’è, vive, e muore, nella follia generale dell’umanità.
Il tasso di drammaticità, persistente e rafforzato dal rigore del bianco e nero, è stemperato da un taglio che razzola amabilmente in bizzarri territori (cfr. il bel commento su Quinlan [link] dove si riflette brevemente sulle potenzialità del grottesco), quasi comici (anzi: senza quasi), in contrapposizione all’apparato tragico inscenato. Coniugazione riuscita? Se non si è troppo intransigenti la risposta è affermativa, nel procedere pantagruelico le diramazioni verso un ulteriore registro non stonano troppo nell’impianto generale, e che la varietà sia un mantra della regista lo si capisce anche dalla metodologia tecnica utilizzata, parliamo di stratagemmi e soluzioni visive che arricchiscono la carica estetica di Ausma incrementandola fino a saturarla. Indubitabilmente sussiste una spinta espressiva ammirevole in cui si susseguono escamotage ottici da seria A, le trovate, tante, tantissime, che meritano più di uno sguardo (sul serio: fatelo!), restituiscono una vibrante energia in linea con quanto esplicitato, per banale gusto soggettivo non impazzisco più dietro ad una siffatta elaborazione della messa in scena, sarei però uno sconsiderato a non riconoscere i meriti legati ad uno sforzo artistico di mirabile sostanza. Un’ultima parola sul finale allegorico: chi saranno quelle galline che becchettano il letame sulla strada?
lunedì 5 luglio 2021
Ma
Perché poi è evidente che Ma la faccia fuori dal vaso, e non di poco, la scelta di affrontare la spiritualità aggiornandola in una traiettoria autoriale è un boomerang che torna violentemente indietro. Sulle polverose tracce di Twentynine Palms (2003) e con un bagaglio cinefilo che contempla più d’un surrealista europeo, la filmmaker propone una personalissima versione di Maria (interpretata da lei stessa) che vaga nel deserto americano. Arduo definirla una visione accattivante poiché l’impronta arty che la permea tocca quell’arroganza che segna la linea di demarcazione tra un Artista e chi vorrebbe esserlo, comunque nel procedere sfrontato verso lidi inintelligibili ci sono sporadici momenti che allertano l’attenzione figli di un’idea formale che sa sedurre i bisogni estetici dello spettatore, per ulteriori delucidazioni (ri)guardare lo stupro ai danni della donna (gran potenza nell’immagine delle pareti che crollano) o l’ossessione verso l’acqua scandita dalla sua negazione (non si rompono le acque, ma le sabbie), un accostamento la cui portata semantica non è univocamente traducibile e che, per dribblare affanni interpretativi, è meglio accogliere senza farsi troppe domande. Infatti credo che il punto fondamentale non sia tanto la decrittazione del manufatto quanto il grado di libertà che la cara Celia si prende, in altre parole: c’è un confine oltre il quale un artista non può spingersi per evitare di “prendere in giro” chi assiste?
Celia Rowlson-Hall è persona impegnata civilmente e molto attenta all’universo femminile, Ma potrebbe e dovrebbe essere un’opera che sottotestualmente si lega a ciò, del resto Maria è un archetipo della categoria e da lì non si scappa. Non semplice trovare chiari riscontri ma parrebbe che qui si parli di un tragitto formativo (formarsi al e nel mondo) che alla resa dei conti diventa trasformativo, dal femminino (una figura vessata e umiliata) al mascolino (l’obbligo della fellatio), status che le permette di valicare i territori aridi e approdare in una specie di casa celeste dove si dà vita ad un potenziale nuovo profeta. Il perché venga scelto di dare un cambio di marcia alla vicenda quando la ragazza indossa abiti maschili atteggiandosi da uomo è un mistero che sulla scia di quanto l’ha preceduto non si dipana. Al fitto e patinato enigma risponde sempre la presenza di Rowlson-Hall, àncora a cui si riconosce un’attitudine all’esibirsi da non sprecare, il suo leggero strabismo, la gracilità anatomica, una bellezza diafana e aliena ne accrescono l’impatto in video, a prescindere dall’apprezzamento o meno della pellicola le sembianze di una Madonna errante di tal fatta perdureranno.








