Buongiorno a tutti, come state? Io non troppo ok. Di queste righe non per film o cose simili, il cinema è chiuso, ma per un appello poco dignitoso per ritrovare un briciolo di dignità: sto cercando lavoro, con urgenza piuttosto estrema. La zona è Genova e province, ma anche basso Piemonte. Se qualcuno si ricorda ancora del sottoscritto e ha qualcosa per le mani mi contatti pure a oltreilfondo@alice.it.
Scusate, e grazie.
venerdì 8 maggio 2015
sabato 1 novembre 2014
Autogenesi
Questo post non esiste. È stato scritto nel futuro per vivere nel passato. Nessuno lo leggerà. Questo è confortante.
Lei ha aperto le gambe,
invitandomi ad entrare.
Da questa distanza è
tutto più chiaro: la mia piccola testa ripiena di materia
celebrale e la sua cruna dall’incendiante fuoco umido, vicine, a
pochi millimetri, una distanza che va soppressa, forza! Le carrucole
gengivali gettano un ponte: è la mia lingua! Da timida
umettatrice si trasforma in flagello arrovellato nelle frattaglie
salate e tenta di spingersi oltre la sua esigua lunghezza, roteando
e spiralizzando l’ammasso di piccoli lembi che si trova a
rimestare. Ma è troppo poco. Il buco è calamita, è
sirena che chiama a sé. Vi lascio tutte le albe che volete,
ora è il mio momento, ora, io, entro. Scivolo sulla sua pelle,
sento tra le giunture degli arti che i corpi sono vicini alla
tensione assoluta, c’è una nuvola elettrica che ci avvolge,
ci sono lampi che flashano la stanza, tuoni fragorosi che coprono i
versi neolitici partoriti dalle mie corde vocali, afferro il pene
alla radice per indirizzarlo là dentro, per compiere il gesto:
alla prima spinta pelvica lei svanisce, ed anche tutto il resto si
smaterializza. Non c’è più il letto cigolante, non
c’è più la scrivania con sopra l’obsoleto pc,
non ci sono più le mensole zeppe di libri ordinati in misura
decrescente, dai più grandi ai più piccoli, non ci sono
più i poster adolescenziali mai staccati dalle pareti, non c’è
più lo scotch fossilizzato che, per qualche inspiegabile legge
chimica, li teneva ancora appiccicati, non ci sono nemmeno più
le pareti, né il pavimento e quello che dovrebbe starci a
ridosso, tipo travi, tubi, mattoni, non c’è nemmeno
l’appartamento al piano di sotto, che se la vecchietta potesse
vedermi sgranerebbe un rosario lungo novanta metri, non c’è
più un sotto o un sopra: ci sono solo io, e, lontana, appena
percettibile, una voce simile a quella di A. Hegarty che canta cose
dolcissime ed inquietanti. Eppure, nel non-spazio in cui mi trovo,
non riesco a stare fermo, una forza oltre me obbliga i miei
addominali a contrarsi, ed ogni strappo è sempre più
violento, ed ogni spinta pelvica nel vuoto è una frustata
ammutolente, sento che la spina dorsale si sta facendo elastica
slegandosi dalle normali costrizioni ossee. È così che
succede allora? Un altro colpo. È così che ci si
genera? Un altro ancora. Big-bang umano: la mia schiena è
totalmente arcuata, sono uno yo-yo costretto da questa forza anonima
a spingere con gli ultimi, residuali, tessuti muscolari, verso il mio
ultimo buco, la bocca. Roteo come un derviscio appallottolato
nell’aria amniotica, le mani arpionano i femorali, da qui la punta
del pene è un mostro che si avvicina minaccioso, la fessura
uretrale è una voragine che mi squaderna la sua natura di
spiraglio su un mare lattiginoso. Cerco di serrare la bocca, digrigno
i denti, ma è tutto inutile, divento la bandiera bianca di me
stesso, autoaffondo, così, volteggiando in questo circolo che
non ha più niente di sessuale, è tutto dolore e puzza e
disagio, il cazzo, il mio, si introduce nel palato con ferrea
propulsione, non posso fermarlo, cosa sono diventato?, il movimento
pendolare, anche se incapsulato nella girandola-me, non vuole
placarsi, il glande entra ed esce, entra ed esce quel tanto che
basta.
Per venire.
Hegarty o chi per lui
smette di cantare. Un calore si irradia fuori e dentro quello che
convenzionalmente ho sempre chiamato “io”. È una marea
pacifica in cui sento di voler affogare. Adesso è tutto molto
più complicato.
Adesso niente è
più chiaro.
Adesso vi spiego tutto.
Adesso nasco.
Adesso.
giovedì 3 ottobre 2013
Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare.
Io esco di scena.
Buona vita a tutti.
mercoledì 11 settembre 2013
Ode to the Dawn of Man
Behind the scenes
di Cave of Forgotten Dreams (2010) che si concentra su un aspetto
lasciato in disparte vista l’inevitabile importanza che nel
suddetto film assumono le immagini: le musiche, specificatamente
quelle di Ernst Reijseger, in
passato già collaboratore di Herzog avendo messo le mani, o meglio le orecchie, in film come Il diamante bianco (2004), L’ignoto spazio profondo (2005) e L’alba della libertà (2006). Herzog, da buon vecchio ficcanaso, si
intrufola in una chiesa protestante di Haarlem (cittadina non lontana
da Amsterdam) dove Reijseger insieme ad un organista, un flautista e
un gruppo corale registra sotto il controllo di Stefan Winter la
colonna sonora che avrà il compito di accompagnare sullo
schermo le pitture rupestri della grotta Chauvet. A differenza di quanto si
possa pensare leggendo il titolo o guardando la locandina non ci sono
riferimenti diretti al documentario girato in 3D, quello che il
regista tedesco fa è semplicemente collezionare minuti (in
tutto quaranta) dove a parte un breve scambio di battute con
Reijseger sul suo violoncello costruitogli ad personam,
vediamo quest’ultimo abbandonarsi totalmente alle melodie che
risuonano nell’abbazia in un processo estatico che rende il
musicista olandese un novello Fitzcarraldo perso fra i saliscendi
melodiosi al pari del suo esimio predecessore che ascoltava con il
grammofono brani di lirica nel bel mezzo della foresta amazzonica.
Non c’è molto
altro in questo cortometraggio, anche perché, sia ben chiaro,
non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio making of,
nulla viene tecnicamente spiegato, al massimo possiamo scorgere gli
aggeggi di registrazione posti nella stanza a fianco. Ciò che
Ode to the Dawn of Man (2011) è si potrebbe definire come una
sorta di omaggio alla musica e a chi la produce, la sente, la
vive, eppure Herzog, come d’altronde ha sempre fatto, inserisce un
elemento estraneo rispetto al topic trattato che però
si integra perfettamente e apre un’ulteriore significazione laddove
l’ode all’alba dell’uomo non è soltanto quella
rivolta agli arcaici abitanti della caverna francese ma anche e
soprattutto quella dedicata al piccolo figlio di Reijseger, un
“albore” di umanità futura che lascia le prime e
inconsapevoli tracce di sé attraverso gli strumenti musicali
dei suoi genitori.
domenica 8 settembre 2013
Las Acacias
Las Acacias (2011)
potrebbe essere definito cone un “road-movie famigliare”
perché con sobrietà e senso della misura propone
elementi che abbracciano ambo le categorie. Che quella di Pablo
Giorgelli sia un’opera in cui la strada intesa come spazio di
transizione ha un ruolo di primo piano è una certezza
evidente, un’eguale evidenza, solo un po’ più velata,
riguarda anche il tema della famiglia che Giorgelli decide di
affrontare con modalità quanto meno impavide: buona parte del
film è infatti ambientata all’interno della cabina di un
camion e vede come protagonisti l’autista del convoglio e la
passeggera con neonata a seguito immortalati da un’alternanza di
camere fissate fuori dai rispettivi finestrini, a ciò si
aggiungono i dialoghi scarnificati di qualunque eccesso e plasmati
nell’essenzialità. Al cospetto di elementi così
disadorni il messaggio del regista nato a Buenos Aires ci mette un
nulla ad arrivare; l’immediatezza dell’impostazione generale,
soprattutto nella delineazione dei due personaggi (lui burbero e
solitario; lei amorevole e materna), non si può definire un
difetto ma senz’altro ne limita la profondità concettuale,
Giorgelli stringe il cerchio attorno all’uomo e alla donna, ne
evidenzia i caratteri antitetici e allo stesso tempo ne suggerisce un
possibile avvicinamento, nient’altro viene trattato menchemeno
illustrato: tutto, è qua.
Tali suggerimenti,
asciugati, come detto, di ogni possibile accessorio dialogico
superfluo, oscillano “fra le righe” di confessioni appena appena
accennate (non c’è nessun padre per Anahí dice
Jacinta, e ugualmente Rubén patisce per una condizione paterna
difficile) o più semplicemente nel lasciare alla scena cablata
sul gesto, sull’espressione, sul sorriso, il compito di
significazione. Senza ombra di dubbio la riuscita di suddette
sequenze, e nel globale della sensazione di benevolenza che Las
Acacias suscita, non si sarebbero mai concretizzate senza la presenza
della piccola Anahí che è il baricentro emotivo di
tutto il film. Questa bambolina dai grandi occhioni non solo
risveglia in Rubén quella voglia di essere padre assopita nel
cassettino del cruscotto, ma in particolare ne scalfisce l’armatura
rivelando squarci che reclamano un calore ben più affettuoso
di quello garantito dal mate, bevanda sudamericana simile al
nostro tè. L’instaurazione di questo rapporto
genitore-figlia e il conseguente sviluppo vive di momenti irrorati
da una tenerezza che per merito della pargoletta si avvertono
spontanei, senza artificio, e riescono ad ingemmare un film che
concentrandosi su un unico argomento e scegliendo di non dare respiro
alle riprese, è privo di aperture contenutistiche: la strada
percorsa, oltre a quella che collega il Paraguay con l’Argentina, è
la strada dritta e sicura del sentimento latente, non ci sono
scorciatoie o ulteriori diramazioni.
Il fatto che la famiglia
sia il cuore della pellicola ha radici autobiografiche poiché
Giorgelli, come afferma in questa intervista (link), ha pensato al
film dopo un bruttissimo periodo: padre ammalato, crisi economica
argentina, perdita del proprio lavoro e divorzio dalla moglie, tutti
elementi bene o male riversati in questa vicenda scritta insieme a
Salvador Roselli, autore della sceneggiatura di Liverpool (2008).
Presentato al Festival di
Cannes 2011 e vincitore della Camera d’Or, premio assegnato al
miglior debutto cinematografico.
venerdì 6 settembre 2013
Meteora
PVC-1 (2007), per
impostazione e realizzazione, è stato uno dei film più
fottutamente esaltanti che il sottoscritto abbia mai visto. Ad un
lustro di distanza il regista greco (di madre colombiana) Spiros
Stathoulopoulos ritorna in scena con Metéora (2012), ma è
tutta un’altra storia: se nella folgorante opera prima i livelli di
adrenalina raggiungevano picchi clamorosi grazie ad un’adesione
pressoché totale al reale, qui la via di trasmissione scelta è
distante eoni dal piano sequenza e dalla sua capacità di farci
assorbire dal e nel film; si naviga per antitesi, Stathoulopoulos
sceglie una via pseudo-contemplativa con camera fissa, campi
lunghissimi, dialoghi risicati ed astratti. Viene quasi da dire che
PVC-1 sia il film riguardante la seconda parte della sua infanzia
poiché all’età di otto anni si trasferì in
Colombia con la famiglia, mentre Metéora incarna il primo
periodo della sua vita, dalla nascita (avvenuta a Salonicco) alla
partenza verso il Sud America.
Vi è una buona
percentuale di disorientamento nell’assistere ad un cambio di rotta
così smaccato, superata l’impasse si può prendere
nota di qualche elemento: sicuramente Stathoulopoulos è uno
che ha studiato e che sa rendere un set l’occasione giusta per
lasciare un segno, soprattutto (e qua c’è la conferma) sul
piano visivo perché Metéora si plasma negli interni del
monastero a lume di candela combinati a riprese esterne di forte
impatto. Buona parte del merito va alla location in sé che è
davvero straordinaria (si tratta del complesso ortodosso situato
nella regione della Tessalia), ma i meriti non possono andare
soltanto a Madre Natura visto che il regista sa cogliere ed
implementare la bellezza del luogo attraverso scorci e prospettive
affascinanti. Non ci si ferma all’apparato
paesaggistico/fotografico però, Stathoulopoulos sperimenta e
inserisce nella diegesi un’animazione iconografica, proprio come se
delle icone religiose prendessero vita, che ovvia brillantemente a
delle difficoltà tecniche (quale modo migliore per illustrare
un mare di sangue [tra l’altro il passaggio più ardito del
film] o un orso inferocito?) e che ben si innesta donando un tocco di
originalità.
Che cosa manca allora?
Possibilmente tutto il resto, o meglio quello che più preme:
questa infatuazione tra il monaco e la suora dirimpettaia non si
accende, ma, e ora rischiamo di finire in un circolo vizioso, è
Stathoulopoulos stesso che non sembra affatto interessato ad aizzare
tale sfera sentimentale, e al contempo il possibile nucleo di tutto,
lo scontro amore-fede, la carnalità versus la spiritualità,
viene appena sfiorato (c’è solo una sequenza dove in un
crescendo di campane si intuisce il potere inquisitorio del convento
verso la suora) sviando altrove, anche oltre la desacralizzazione
(solo una pala che alla fine ha “smarrito” i due soggetti
laterali) e la blasfemia (ci si può indignare per due
religiosi che copulano? Ma andiamo!), specchiandosi nello stile
(senza infastidire) e celebrando la geografia. Uno ieratico
Stathoulopoulos (ieraticamente concentrato dall’inizio alla fine ad
esclusione della sequenza in cui viene sventrata una capra) regala
Immagini, cellule indispensabili del mosaico-cinema, non ce lo
aspettavamo in modo così potente tanto che la sorpresa ripiana
le eventuali mancanze. Adesso pare che si sia stabilito a Los Angeles
e che voglia girare in America, noi, manco a dirlo, lo attendiamo ad
occhi ben aperti.
mercoledì 4 settembre 2013
Flatworld
Corto animato prodotto
dalla BBC nel 1997 che potremmo definire, così per darci un
tono, “pionieristico”. Perché il lavoro di Daniel Greaves,
già vincitore di un Oscar con Manipulation (1991), e di tutto
il suo staff è mirato a far convivere due tecniche di
realizzazione che corrispondono al passato e al presente (nostri)
dell’animazione: 2D e 3D, la rappresentazione classica in
compresenza a quella digitale per un incontro che sa andare oltre la
storiella di facciata e delinearsi quindi nell’istantanea di un
passaggio epocale, la zona franca tra la matita ed il computer. Al risultato complessivo
non mancano dei nei probabilmente accentuati dal nostro occhio ormai
abituato alle meraviglie pixariane e compagnia cantante, ad ogni modo
al pari di Quando soffia il vento (1986), altro film in cui si tenta
un esperimento simile con esiti non meno rudimentali, le imperfezioni
grafiche slittano in secondo piano visto che il bersaglio viene
colpito proprio al centro per quanto riguarda tutte quelle componenti
che fanno di un cartone il punto di incontro fra: trovate divertenti,
alcune sottili (la gomma per farsi la barba!) e altre che si
“consumano” più in fretta, e sviluppo di un’idea (la
città fatta di carta) dalla quale si diramano molteplici gag
che potrebbero andare avanti anche per più di mezz’ora (ad
esempio il fatto che le cose e i personaggi siano privi di spessore è
un tormentone che non stufa).
A fronte della (non
prendetela come un’accusa) schematica e (idem) infantile
contrapposizione fra i personaggi, e ciò non riguarda solo il
gruppo di buoni versus il ladro ma anche il pesce contro il gatto che
porta quasi obbligatoriamente ad una prevedibile solidarietà
reciproca per sconfiggere il nemico, il regista impianta un corpo di
discussione come la televisione che gli permette A: di dare
sfogo alla propria creatività utilizzando un telecomando come
chiave per illustrare infiniti mondi, tutti bidimensionali,
d’altronde la tv non brilla per consistenza, e B: di suggerire dopo
i vari inseguimenti, ribaltamenti, sconvolgimenti (si esagera un po’,
dài) che l’unica e ultima soluzione è quella di
prendere il televisore, di accartocciarlo (a Flatworld si può),
gettarlo giù dalla finestra e partire per una bella vacanza.
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