venerdì 31 dicembre 2010

Lacci

La mattina di un giovedì qualunque il direttore di banca prossimo alla pensione Giorgio Disdemoni si svegliava come da quarant’anni a quella parte alle 7 in punto. Nei successivi 20 minuti aveva adempiuto le normali attività post-risveglio, e alle 7 e 21 scendeva i 37 scalini che lo separavano dall’atrio dove il portinaio assonnato leggeva un giornaletto di gossip dentro al gabbiotto. Lo salutò alzandosi il cappello, ma prima di aprire il portone il suo cervello elaborò l’immagine che aveva appena colto. Buondio, pensò, lentamente si volse verso l’uomo sperando che ciò che aveva visto era il residuo di un sogno, invece no; dal petto del portinaio, proprio all’altezza dello sterno, partiva un fascio di luce lungo 3 o 4 metri proiettato verso l’alto. Il signor Disdemoni rimase impietrito di fronte a quella visione, e fu solo “il tutto apposto?” del portinaio che lo convinse a spingere il portone e a uscire affrettandosi dicendo sì, che andava tutto bene.
In realtà non andava bene per niente perché camminando lungo la strada incontrò molte persone che presentavano questa particolarità. I fasci di luce erano rivolti ognuno in una direzione diversa, ma non tutti lo avevano. La cosa che però preoccupava di più Disdemoni non era tanto che quella mattina un raggio illuminato partisse dal corpo di alcuni esseri umani, ma che nessuno intorno, a parte lui, se ne accorgesse.
Trafelato giunse in banca e si chiuse nel suo ufficio sperando che una volta uscito di lì tutto fosse tornato come prima. Verso metà mattinata bussò alla porta l’impiegato trentennale Franco Ricciardi con alcune pratiche da sottoporgli. Anche lui aveva quella strana luce che gli usciva dal petto, eppure rispetto a tutte le altre che erano puntate verso l’alto, questa ricadeva addosso al signor Disdemoni. Mentre l’impiegato si muoveva nell’ufficio dalla fotocopiatrice alla scrivania, il bagliore non si staccava mai dal direttore che immobile iniziava a sudare freddo, fintanto che Ricciardi chiese se stava bene, e lui rispose sì, solo un po’ di influenza.

Il giorno successivo usciva di casa con un paio di occhiali neri che sebbene non funzionassero da antidoto, perlomeno celavano la sua espressione ogni volta sbigottita nel vedere tale fenomeno. Ricciardi si incuriosì un poco sulla presenza degli occhiali, e chiese al suo direttore di una vita perché non li avesse mai portati in tutti quegli anni. Disdemoni pensò che li indossava anche a causa sua, per tentare, almeno, di mascherare lo stupore, ma rispose che quella dannata influenza lo aveva preso male e gli aveva causato una forte congiuntivite.
L’impiegato Ricciardi, sempre col fascio ben puntato verso il suo capo, sospirò tra i denti un ah di comprensione, poi mentre Disdemoni usciva dall’ufficio si fece scappare un comunque sta bene signor direttore, gli occhiali le danno un aspetto più giovanile, dovrebbe metterli più spesso.

Il sabato giungeva come una tregua. Staccò il telefono, chiuse la porta a chiave e si infilò due tappi nelle orecchie; avrebbe dormito per tutto il week-end, e poi la settimana dopo sarebbe andato dal medico. Ma verso le otto di sera il signor Disdemoni fu colto da un attacco di noia e non sapendo davvero più che fare decise di affacciarsi un attimo alla finestra. Sotto di lui c’era un uomo appoggiato con la spalla a un palo del divieto di sosta, il crepuscolo gettava ombre lunghe sulla città, e quest’uomo col suo bagliore rischiarava una fetta di aria che era ormai buio profondo. Passati 10 minuti, Disdemoni si era quasi deciso a rientrare quando vide che la luce dell’uomo, puntata come le altre verso l’alto, iniziò ad abbassarsi lentamente e ad allungarsi come un elastico verso destra. In quella direzione giungeva una donna, anch’essa con il fascio di luce che lentamente la precedeva e che andava a incontrarsi con quello dell’uomo. Quando si toccarono erano una cosa sola, e nel momento in cui i due si baciarono e si allontanarono mano nella mano, il signor Disdemoni vide che uno strano alone dorato li avvolgeva entrambi.

Ci abbracceremo in capo al mondo in capo al cielo.
Sarà un abbraccio così forte
che grideranno tutti i pesci del mare.
Sarà un abbraccio così stretto
che tutte le stelle intorno correranno a guardare.

(L’abbraccio, poesia presumibilmente attribuibile al fumettista Pasquale Ruju).

mercoledì 29 dicembre 2010

The Aura

Avevamo lasciato Ricardo Darín in Nove regine (2003) nei panni di un brillante truffatore sempre pronto ad ingannare il prossimo per subirne alla fine le beffarde conseguenze, qui lo ritroviamo nelle vesti di un timido imbalsamatore dalla portentosa memoria visiva che coltiva il sogno di fare il colpaccio della vita per arricchirsi.
Parimenti avevamo salutato Fabián Bielinsky che raccontava una storia dai toni leggeri, con spruzzate di ironia incentrate sulla preparazione di un grande furto, qui invece le cose cambiano perché l’atmosfera di El Aura (2005) è costituita da colori molto più cupi e picchi di elevata drammaticità, sebbene comunque il traino dell’opera sia nuovamente la realizzazione di un’azione illegale e nello specifico l’assalto ad un camioncino portavalori.
Piccola nota triste, Bielinsky non potremo dire di ritrovarlo in futuro perché muore nel 2006 a seguito di un attacco cardiaco.

Quella che poteva essere una grande carriera iniziata con un film incoraggiante come quello del 2003, termina repentinamente con The Aura, pellicola potenzialmente in grado da fungere da trampolino di lancio e che invece si trasforma in un epigramma funerario messo lì a ricordarci di quanto il cinema ci abbia rimesso perdendo Bielinsky, ma che comunque nella tragedia ha guadagnato qualcosa non da poco: un gran bel film.
The Aura è un ibrido, un incontro di vari generi che vanno dal noir al crime drama, o forse esso è un film meno “mosso” di quanto possa sembrare perché focalizzato in ogni caso su un unico punto: quello del colpo al furgone. Cercare di inquadrarlo appare un’operazione difficile finanche inutile, vale allora ammettere che ha un’essenza anticonvenzionale, e questa deviazione dalle battute strade del genere (quale sia non è davvero così importante) la si ha per 3 motivi:

A) Il protagonista Esteban è l’omino medio infilato in un pasticcio molto più grosso di lui. È una figura fallibile, dimessa, anche debole visti i suoi attacchi epilettici che lo tormentano – l’aura è proprio quell’istante che precede la crisi, un istante di buio che nemmeno il cinema riesce a schiarire –, e la memoria incredibile che possiede alla fine si rivela fallace come la sua personalità.
In un paragone per cui potrei essere fucilato, Esteban non solo è una figura opposta al Mr. Ocean di Soderbergh, ma anche la rappresentazione di un cinema che procede per meccanismi inversi a quello hollywoodiano (la rallentata entrata in scena del colpo che si delinea a film avanzato, la “mente” della banda che viene derisa da un altro componente, la repentina morte di un ragazzino innocente) e che se da una parte non potrebbe competere nell’incasso ai botteghini, dall’altra assume contorni che non fanno dubitare troppo degli avvenimenti rappresentati, ché qui di cinesi contorsionisti dentro caveau a prova di bomba non ce ne sono.

B) Il plot è molto particolare perché come scritto sopra la pellicola non si concentra dall’inizio sulla pianificazione della rapina, lo fa per gradi con un procedimento delicato che getta le uniche ombre su un film altrimenti limpido nella sua tragicità; accettare che un uomo non proprio avvezzo a districarsi nel mondo del crimine riesca a ricostruire nella sua testa un complicato piano risulta un po’ poco credibile, tuttavia superata tale empasse The Aura decolla dalla scena al chiaro di luna, miniatura di una resa dei conti stile Eastwood, in cui avviene uno spiegamento della storia e un dispiegamento di emozioni da parte dello spettatore. Tra l’altro Bielinsky gioca con noi fin da subito con la primissima inquadratura che vede Darín a terra, una premonizione che si percepisce ritornerà inevitabilmente in alcuni momenti clou del lungometraggio.

C) Eppure non è tutto qua. Anzi c’è un elemento distintivo, un vero e proprio blocco a parte capace di avvolgere l’opera in un misticismo herzoghiano dove veniamo imbambolati al pari dell’ottimo Darín. Sarà la foresta (da qui parte la vera storia con l’omicidio), scenario da sempre e per sempre di un’originarietà che affonda le sue radici nella terra e prosegue negli altissimi tronchi scultorei che non lasciano trapelare segreti (e qui la storia finisce con il massacro conclusivo), saranno le notevoli musiche di Lucio Godoy che ricordano per tensione e continua riproposizione quelle di Arvo Pärt in The Banishment (2007), sarà magari qualcos’altro che (sopran)naturalmente non ho colto, però il tutto ha la qualità di saper trattenere non solo l’attenzione ma anche il fiato.

Le sinfonie di Vivaldi che aprono e concludono El Aura racchiudono in sé un bell’esempio di cinema che a mio avviso non avrebbe sfigurato affatto nel nostro paese. Peccato che i distributori non l’abbiano adocchiato.

lunedì 27 dicembre 2010

Alla fine della notte

Alla fine della notte (2003), ad oggi l’ultimo film di Salvatore Piscicelli, è un’opera che si pone come obiettivo quello di esplorare il buio per scovare i demoni che vi abitano dentro.
Così dice l’analista prossimo alla pensione Robert Herlitzka nel pienamente riuscito, e forse l’unico dell’intera pellicola, segmento iniziale. E così ripete l’attore regista Bruno Spada (Ennio Fantastichini) che sul set, da buon comico, è “costretto” a far sorridere il pubblico sebbene abbia una vita privata segnata dalla depressione, dagli amori fugaci, da un matrimonio in bilico e da un passato (lo studio di Leopardi potrebbe essere la causa del suo mal di vivere) che risale a galla, guarda caso, durante la notte.

Probabilmente, anzi senza probabilmente, questo film è fortemente declinato all’autobiografia vista la sovrapponibilità di luoghi, situazioni, accadimenti che accomunano Piscicelli al signor Spada.
Perciò credo che come ogni lavoro in cui ci si mette dentro una buona quantità di se stessi, Alla fine della notte contenga intenzioni che non tutti sono in grado di decifrare data la sostanza intimistica di cui è costituito. Il regista nell’illustrare i fantasmi di Spada avrà esorcizzato anche i suoi, ma quello che noi vediamo resta prosaicamente un uomo ricco, dettaglio importante, che si sente povero dentro. All’incirca questo sentimento crepuscolare lo si avvertiva anche ne Il corpo dell’anima (1999) dove però la dicotomia eros/thanatos era portata a livelli molti ma molti alti, qui invece il geografico peregrinare del protagonista fra i cocci della sua vita è uno scialbo ping-pong di conversazioni né brutte né sciatte perché Piscicelli sa scrivere, semplicemente poco interessanti e poco intriganti, con una netta caduta di stile come il siparietto con le due ragazze ammiccanti in cerca di un passaggio, o lo stralunato dialogo con un monaco buddista.

Il quadro complessivo è quindi più che sbiadito a causa di una storia che non ce la fa a raggiungere il piano del coinvolgimento. Nemmeno però ha quella superficialità ravvisabile nel televisivo Blues metropolitano (1985), si tratta in sintesi di un’opera che può fregiarsi di una delle espressioni che più odio in assoluto: “senza infamia senza lode”. Prendetela così, ché quando si finisce a parlare per frasi fatte significa che si è seriamente a corto d’argomenti.

sabato 25 dicembre 2010

Threads

Bazzicare il genere post-apocalittico per un regista non deve essere proprio una passeggiata perché lo spettatore che si appresta a vedere un film appartenente alla categoria sa con precisione a cosa va incontro: devastazione degli ambienti, sgretolamento di ogni forma d’umanità, imbarbarimento della specie, assenza di speranza. Sulla carta le cose stanno così, poi è evidente che nella concretezza gli elementi sopraccitati possono esserci ma senza riuscire ad avere quell’efficacia in grado di lasciare un segno, e penso immediatamente a The Road (2009).
Gli indizi che prima di vedere Threads (1984) mi portavano a pensare di trovarmi di fronte ad una pellicola patinata e senza mordente, scaturivano soprattutto dal fatto che il film fu prodotto per la BBC, e che quindi essendo pensato per un vasto pubblico fosse un’opera d’ovvia natura, anestetizzata dal contenitore in cui fu trasmessa.
Inoltre a scorrere il curriculum del regista Mick Jackson (lo script è di Barry Hines) c’era da rimanere dubbiosi di fronte a titoli come La guardia del corpo (1992) con Kevin Costner e Vulcano – Los Angeles 1997 (1997), uno di quei film passati quelle centocinquanta volte nel Ciclo Alta Tensione (?) di Italia Uno.
Tuttavia immemore del fatto che in Inghilterra sanno osare eccome con il tubo catodico anche nel recente presente, vedasi Dead Set (2008), ho dovuto smontare in fretta e furia ogni mio pre-giudizio perché Threads è una pietra miliare del genere, un’opera assolutamente imprescindibile.

Lo sfondo Storico è quello della guerra fredda, mentre il palcoscenico della storia è inizialmente suddiviso fra le famiglie di due giovani ragazzi che aspettano un bimbo e tra mille difficoltà cercano di mettere su casa. La duplice narrazione è accompagnata da un costante flusso di informazioni emesso dai giornali e dai notiziari, inoltre Jackson attua un processo di ibridazione che tocca le caratteristiche del documentario attraverso delle scritte esplicative sulla situazione politica internazionale che tanto assomigliano a dei bollettini di guerra. Tutto questo produce un lento ma irreversibile stato tensiogeno ancorato alla vita reale: è come essere a Sheffield e venire informati di ciò che accade in Iran (non sembra che le cose siano cambiate troppo nel 2010) sorseggiando una media al pub all’angolo o stando seduti di fronte alla tv durante il tg. La corrente del racconto nella prima magistrale parte si attua tramite il canale principe, quello della comunicazione globale che ha creato ciò che Guccini definirebbe “un mondo inventato”, e che la metafora della tela del ragno nell’incipit esplicita: se ne cade un pezzetto crolla anche tutto il resto.

Terminata la prima porzione di film che come detto crea mattone dopo mattone un sinistro muro di ansia, ecco che si giunge al fattaccio: un missile ha colpito l’Inghilterra, la guerra nucleare è arrivata. Con ogni probabilità senza molto denaro a disposizione, l’autore fa come il Lopušanskij di Dead Man’s Letters (1986) inserendo immagini di repertorio che danno un effetto fortemente straniante alla vicenda. Una volta esplosa la bomba la pellicola entra nel vivo della sua essenza, ed ecco che subentrano in gioco quelle componenti citate all’inizio, le quali non solo ci sono ma hanno anche il pregio di farsi sentire poiché, a questo punto è il caso di dirlo, Threads è un film che chiude lo stomaco, serra la gola e toglie il respiro.
Pregio assoluto è che lo sguardo di Jackson si fa intelligente, egli riprende degli uomini-non-eroi, essi si riparano dietro a improbabili rifugi come in Quando soffia il vento (1986), non c’è nessun supereroismo hollywoodiano qui: le persone muoiono, muoiono soffrendo con la pelle squamata dalle radiazioni, perdono i propri figli, le proprie madri, i propri animali e i propri amori in un olocausto di cenere e nubi scure.
Ruth, la ragazza incinta, sebbene sia la protagonista, è continuamente vessata da orribili situazioni che la portano a commettere aberranti azioni come barattare il suo corpo per dei topi morti da mangiare o squartare una pecora e sbranarla sul posto.
Per di più l’obiettivo riprende parallelamente un sotterraneo governativo dove anche gli uomini di potere sono messi in ginocchio dalla tragedia, a testimonianza del fatto che gli argomenti e soprattutto le argomentazioni di Jackson e Hines sono dolorosamente eloquenti.

Il film non si ferma al subito prima e al subito dopo ma prosegue con una veduta ad ampio raggio raccontando gli eventi fino ai 13 anni successivi l’attacco nucleare sempre con uno stile caratterizzato da dettagli documentaristici. La morte di Ruth, vissuta con freddezza dalla figlia che cresciuta in quel mondo non sa cosa siano i sentimenti, rafforza il concetto di una visione cinematografica anti-americana dove il primo personaggio può morire senza grande ostentazione ma bensì in due o tre sfuggenti fotogrammi, e la piccola tredicenne sopravvissuta può a sua volta essere messa incinta per un po’ di cibo.
Threads mostra con pudore una realtà eventuale in cui si comprende il potenziale grado di coinvolgimento che noi stessi potremmo avere. È un’opera di orrore estremo che poggia le fondamenta su un’attualità che a 26 anni di distanza non ha smesso di essere tale; la mdp crea un contrasto distruttivo fra ciò che la società È e ciò che potrebbe diventare SE, e lo fa con uno spietato pragmatismo che lascia esterrefatti, minando alle basi tutte le sicurezze della nostra materiale esistenza. L’estetica appare perfino dozzinale in alcuni frangenti, tuttavia di fronte al puro dolore che la pellicola scaturisce ogni componente filmica più o meno riuscita passa in secondo piano, e se cercate nel cinema una visione in grado di farvi emozionare, nel bene o nel male, allora Threads è la scelta da fare.

Quando la giovane figlia partorisce nell’”ospedale” e l’infermiera appoggia la creatura fra le sue braccia, quel grido di terrore che ci viene risparmiato bloccando la pellicola sul frame continua dentro di noi.
Io non so cosa sia la DISPERAZIONE, ma da oggi so dove trovarla.

Passato (sembrerebbe) una sola volta dalla Rai col titolo Ipotesi di sopravvivenza.

giovedì 23 dicembre 2010

W lo spirito natalizio!


...
E un cordiale fanculo ad un altro Natale.

Cose da fare: ascoltare bene i MCR prima o poi.

mercoledì 22 dicembre 2010

Una vita nel mistero

Giorni addietro vengo contattato da Stefano Simone, regista ventiquattrenne originario di Manfredonia ma trasferitosi a Torino per gli studi (ad oggi, credo, terminati), che un annetto fa circa mi spedì gratuitamente un suo corto (ne aveva già parecchi alle spalle), tratto da un racconto di Gordiano Lupi, intitolato Cappuccetto Rosso (2009). Ebbene, com’è come non è, l’autore mi dice che ha realizzato il suo primo lungometraggio proprio nel paese natale, e me lo manda in dvd, ancora gratuitamente, lo sottolineo, per darmi l’opportunità di visionarlo.
Vedete, ci sono due aspetti che accomunano me e il regista in questione; il primo è l’età, il secondo è la passione per la settima arte, tuttavia è qui che si sostanzia un netto distacco tra noi due poiché io di cinema ne parlo, o almeno ci provo, mentre lui il cinema lo fa, e credo ci sia una bella differenza.

Attenendomi soltanto al lavoro precedente, l’unica altra opera da me vista di Simone la quale si dichiarava fin da subito un omaggio ad autori italiani come Bava e Massaccesi, la considerazione che in primis mi viene da fare è di quanto il regista sia cresciuto.
Affrontare il tema della religione in un piccolo paese del sud, della fede che porta speranza, ma anche della disperazione di un tumore al seno e del dolore fisico che questo comporta, dà un chiaro segnale di impegno ben al di là di una semplice fiaba horror che strizza l’occhio al cinema di genere, cinema del quale è utile essere a conoscenza, ma dal quale, oggi, nel 2010, è necessario emanciparsi.
Va da sé che maneggiando questioni più “alte” aumenta automaticamente la difficoltà di inscenarle, di renderle credibili perché un conto è illustrare una storia legata al fantastico con spruzzate di gore, e un altro è riprendere in maniera convincente i tormenti di un’anziana coppia che si trova nel bel mezzo di uno scontro titanico: il tumore di Antonietta (il male) in antitesi alle apparizioni mistiche di Angelo (il bene… ?), in un quadro generale dove si inseriscono prepotentemente riverberi soprannaturali di misteriosa origine.

Il compito è dunque arduo e probabilmente anche oltre le possibilità di un regista così giovane che con un budget esiguo non poteva fare dei miracoli, giusto per rimanere in tema. Ma a me piace chi sa osare, chi non ha paura di mettersi in gioco, e Simone lo fa, costruendo un’opera che dà il meglio di sé durante i momenti di silenzio, soprattutto nell’appartamento casalingo dalle opprimenti tappezzerie, adornato in ogniddove da icone religiose riprese in dettaglio dall’autore – il suo punto di riferimento, come ha ammesso egli stesso, è Friedkin ed esteticamente qualcosina de L’esorcista (1973) ci potrebbe essere – che danno una sensazione straniante, di sottile inquietudine. Dal punto di vista dialogico si zoppica parecchio, ma non va additata troppo la sceneggiatura di Emanuele Mattana, piuttosto l’interpretazione che viene data di essa da un gruppo di attori che attori non sono, e dove si coglie una tale ruggine fra i due vecchietti protagonisti nel loro relazionarsi che quasi intenerisce.
Fortunatamente il pericoloso inciampo sullo spiegone finale viene dribblato con abilità lasciando domande aperte, apertissime (chi è il barbone? E quel frate incappucciato?), poiché forse certe cose non si possono spiegare razionalmente.

La mia scarsa credenza religiosa mi porta però lontano da una possibile ragione… divina dietro tutto questo (pare che sia una storia vera), l’Angelo del film dalla mistica profanità (ma versò il vino e spezzò il pane), invece, cosiccome anche le persone che ruotano intorno a lui, sembrano accettare la possibilità di un intervento ultraterreno nell’aldiqua sottoforma di segnali che non esiterei a bollare come sovrainterpretati. Simone fotografa tale spaccato di vita adeguandosi all’ideologia del suo protagonista (quella del bene, dunque), senza dimenticarsi comunque di bilanciare tale bontà con il suo rovescio (la morte della moglie, e quindi una reale presenza del male).

La strada è ancora lunga e costellata di ostacoli – Bondi sta a un giovane regista come il DDT sta ai poveri insetti –, ma per il sottoscritto è quella giusta.

lunedì 20 dicembre 2010

Nu

Cinema dei gesti.
delle labbra, delle dita sulle labbra, dei baci sulle labbra.

Cinema del silenzio.
della parola morta, dell’espressione viva.

Cinema del Dolore.
degli schiaffi, dei visi graffiati, dei visi accarezzati.

Cinema dell’amore.
degli amplessi inconcludenti, delle panchine, degli anelli gettati.

Cinema del tempo.
del qui e ora, del prima, del dopo.

Cinema della paura.
di un corridoio, di un’ombra, di un fantasma.

Cinema delle lacrime.
di una donna, di un vecchio uomo, di una neonata.

Cinema del rigore.
di una giacca e una cravatta, di un bianco e nero, del bianco e del nero.

Cinema dell’acqua.
di un lago, di un vaso, di una vasca (Daisy Diamond, ora capisco).

Cinema della morte.
dell’attesa, del soffocare, delle mani sulla bocca.

CINEMA in 27 minuti.
Io adoro (ADORO) il cinema di Simon Staho.