Cosa ho gradito meno, ma che comunque non rappresenta un male incurabile vista l’inesperienza del regista, è il voler affidarsi alla scrittura per provocare uno shock spettatoriale. L’elemento esploitativo si configura in un episodio di necrofilia, sicuramente un’immagine forte e d’impatto, però non necessaria. Fino a quel momento le cose erano andate benone perché il corto, senza fornire alcuna informazione, aveva operato nell’area della suggestione: l’atmosfera da inverno nucleare, la neve-fuliggine, i muri scrostati, il continuo tremore del tizio, il cadavere inscaccato, erano ingredienti che permettevano ad Absurdo žmonės di essere un ottimo diffusore di ansia, ma si è voluta sovraccaricare la situazione con un trauma diretto e frontale, peccato, ciò non toglie che si è acceso un interesse verso Matulevičius e se sarà possibile sono convinto che tornerà nuovamente a farci visita.
lunedì 21 novembre 2022
Absurdo žmonės
domenica 16 ottobre 2022
Arkadia haire
La forma di Arkadia haire si offre per mezzo di un’articolazione così strutturata: un paio di brevi interviste alle persone incontrate sul tragitto, molte sequenze naturalistiche che però non mi spingono a parlare di contemplazione, digressioni documentate con dettaglio dei ritrovamenti sul campo. Nel globale parliamo di un lavoro che non si adagia totalmente al concetto di ordinarietà perché in lui ribolle una mistura di liricità ed esplorazione empirica che si scuote dalla routine del settore, però al contempo non si fa un passo al di là del consueto. Escludendo due rapidi flash inaspettati che non avranno seguito, mi riferisco agli improvvisi paralleli visivi con Lo specchio (1975) di Tarkovskij e il celebre dipinto Ragazza col turbante di Johannes Vermeer, il metodo di Koutsaftis si presenta a noi vedibile ma sorpassato, e a riprova di un’idea non troppo moderna c’è, secondo me, un inopportuno perché onnipresente commento in prima persona effettuato dal regista stesso che copre ogni minuto del girato, un flusso di pensieri, descrizioni e nozioni che ho trovato soffocante, se inoltre aggiungiamo espedienti quali i ralenti (arghh!) o delle sottolineature musicali, l’opera non riesce ad ingranare una marcia capace di farle prendere velocità, ed è un peccato perché ha gli argomenti giusti per risultare interessante, diciamo che è un “problema” di come e non di cosa. Una visione, ad ogni modo, non significherebbe buttare al vento il proprio prezioso tempo, in giro si incrocia di molto peggio.
mercoledì 14 settembre 2022
Ascent
Ascent elabora o comunque tratta in maniera malinconica una materia abissale come il lutto, però la portata a disposizione dello spettatore non si esaurisce nel legame tra lui e lei, in realtà c’è un lato che potremmo definire alla lontana documentaristico dove viene compiuto un vero e proprio excursus sul Giappone ponendo il monte Fuji al centro di ogni dissertazione, quindi, oltre ad essere visivamente il nodo della pellicola, il rilievo è anche la stella concettuale che attrae a sé una gamma di esplorazioni dal carattere storico: folklore tradizionale, storia della fotografia, storia contemporanea (pensate: durante l’occupazione americana nei film nipponici il monte Fuji veniva oscurato perché ritenuto un simbolo troppo patriottico), è chiaro, per noi esterni, che l’importanza di questa cima non sia soltanto orografica, c’è una grana spirituale, un catalizzatore di energie, un Olimpo non Mediterraneo, insomma, il peso semantico che Fiona Tan dona al monte Fuji è di molto superiore a quello che gli si potrebbe dare guardando distrattamente la cartina. Nell’idea di una trascendenza terrena si potrebbe quasi interpretare la salita verso la vetta di Hiroshi come un’ascesa diretta ad una dimensione più alta: a un aldilà. Capirete allora di quali potenziali e perlustrabili aperture è fornito Ascent, un elegante oggetto che si rende cinema pur non avendone gli abituali connotati, che sa percorrere con poesia un’arteria sentimentale collocata nel sistema circolatorio di un Paese tra l’ieri e l’oggi, che fa riverberare echi di fragile umanità in un orizzonte enorme e indescrivibile. Promosso.
domenica 28 agosto 2022
Cuba Libre
Siamo così certi che Cuba Libre sia un’anomalia per Serra? Forse apparirò un po’ limitato nel mio vicolo interpretativo perché userò la stessa chiave di lettura adottata per El Senyor ha fet en mi meravelles (2011), però sotto sotto mi pare che il buon Albert mantenga un’alta coerenza nei suoi manufatti artistici, una strategia, una tattica votata sempre e comunque ad un unico punto, quello di sfatare una mitologia. Ok, non saremo nella tronfiezza funebre di The Death of Louis XIV (2016) o nell’asettica geometria di Roi Soleil (2018), ma un nuovo atto di affettuosa lesa maestà si compie laddove il mito in questione non è altro che Fassbinder. Ri-ok, come detto non conosco Fass per cui non risulto particolarmente credibile, tuttavia ho riscontrato una messa in scena tipicamente serriana dove una velata farsa è sempre dietro l’angolo, è la sua capacità di mettere soggetti improbabili nei panni di giganti (il discorso non vale per Jean-Pierre Léaud), per farli razzolare dentro la sacralità, la letteratura, la Storia. O il cinema. Non è un caso allora se i personaggi presenti nel bar siano fedelissimi di Serra, Lluís Carbó (il Don Chisciotte di Honour of the Knights, 2006), Xavier Gratacós e l’onnipresente controfigura Lluís Serrat, per celebrare la settima arte di Fassbinder Serra la scompone con i suoi ferri del mestiere. Ordinaria amministrazione concettuale.
martedì 9 agosto 2022
A Separation
Da A Separation era difficile aspettarsi qualcosa che andasse oltre il delineamento della situazione critica con annessi, brevi, approfondimenti emotivo-esistenziali, eppure, se aggrada, alla fine Karin Ekberg propone anche una sorta di piccola morale che chiude la faccenda. Le morali, checché se ne dica, fanno cagare perché evocano tratti parabolici da catechismo, però se il messaggio arriva da un oggettino pregno di intimità e di umiltà, allora l’indotta sentenza irrita di meno. La postilla in sostanza è che: anche se è andato tutto a rotoli, anche se quando chiudi gli occhi prima di addormentarti ti passa davanti una vita intera passata con lei, anche se alla fine ad addormentarti non ci riesci proprio e ti rigiri in un letto singolo che dopo anni e anni di letto matrimoniale ti sembra microscopico, ecco, anche se il destino ha preso una piega del genere, non ti disperare troppo perché ciò che appare sotto le vesti di una spaventosa fine può essere in realtà un meraviglioso nuovo inizio. Con una ellissi temporale che spariglia il mood abbacchiato aleggiante, due spazzolini dentro al porta-suddetti segnano la svolta: chi non aveva speranze le ha magicamente riacquistate in un altro cuore perché l’essere umano è un bel tipo, si strugge, si danna fino a logorarsi, e poi basta un niente per farlo risorgere (con l’ovvio rischio di ricadere in disgrazia, ma all’inizio non ci si pensa per nulla), sicché: che la festa cominci! sembrano dire le ultime immagini le quali, girate non da una che passava di lì per caso, assumono un’increspatura di serenità nell’animo di Karin, un immaginabile dolce arrivederci che è possibile intuire: se loro sono felici, allora lo sono anche io.
venerdì 29 luglio 2022
Desierto en tu mente
L’aspetto di Desierto en tu mente si poggia su un girato in Super 8 che balla tra due estremi: il muto e l’avanguardia. La Grimalt osa parecchio e tempesta il flusso filmico di gingilli e accorgimenti da epilessia (c’è ad esempio una “cosa” ancorata sulla sinistra dello schermo che lampeggerà per l’intera durata della proiezione), strambi quadrati con all’interno altre immagini si sovrappongono all’immagine-madre, scenette nonsense segnano il cammino della giovane occhialuta (una è commentata da un’assurda intervista con voci modificate ad un tipo di nome Cocoliso che a quanto pare è la versione ispanica di Pisellino, il figlio di Braccio di Ferro), ingressi musicali a dir poco stridenti erompono furibondi. Io, al cospetto di siffatto scompiglio, dico che comunque la pellicola non si leva di dosso quell’aura di amatorialità di cui è intrisa, una roba che si avverte messa in piedi con amici e conoscenti che magari saranno anche bravi professionisti ma che non riescono a compensare le velleità sperimentali di Marta Grimalt perché probabilmente nel 2017 le mancavano delle basi, sia economiche che pratico-teoriche. Riconoscendo l’intraprendenza della maiorchina, e suggerendole umilmente di proseguire negli studi sul cinema, il mio pollice si alza timidamente per un finale dal sapore liberatorio, il che non va letto in maniera negativa, al contrario, si sente uno scioglimento, un’apertura dopo un’immersione grigia, disturbata e intermittente.
mercoledì 6 luglio 2022
My Dead Dad’s Porno Tapes
Forse la sensazione che il film si instradi in un insieme riconoscibile e ampiamente codificato è anche dovuto al fatto che la sua ciccia è un manifesto di psicologia da romanzetto, in pratica il padre è sempre stato un po’ burbero perché la madre di lui era una donna molto rigida e severa (ascoltiamo degli stralci di registrazione tra i due), ed anch’essa, a sua volta, ha patito un’educazione soffocante da un genitore definito come un tiranno. Questa cascata di colpe che si ripercuotono sulla progenie successiva è uno di quei stratagemmi narrativi che ormai rasentano l’abuso, chiaramente qui, trattandosi di un documentario aderente alla storia genealogica dei Tyrell, non si potevano pretendere chissà quali rivoluzioni, tuttavia mi metto ad additare il metodo espositivo del regista, molto infighettato e creativo ma incapace di rompere la calotta emotiva. Ad ogni modo la mamma di Charlie verso il termine del corto dice che il cerchio si è spezzato e che non ci sarà più dolore nelle generazioni a venire, spero per loro che possa essere così.









