martedì 1 novembre 2016

Tarr Béla, I Used to Be a Filmmaker

Non era necessario un film come Tarr Béla, I Used to Be a Filmmaker (2013) perché più che un documentario sulla realizzazione de Il cavallo di Torino (2011) è un’opera di spiccato voyeurismo dove Jean-Marc Lamoure (all’improvviso, uno sconosciuto) conscio dell’epicità del momento non può che limitarsi a spiare il procedere del processo filmico, come un guardone si fa piccolo piccolo mentre Tarr concerta insieme ai suoi collaboratori l’andamento di quello che sarà il proprio capolinea artistico. Guardando il lavoro di Lamoure mi è sobbalzato alla mente, per motivi inspiegabili, anche se credo che ci sia sempre una specie di ragnatela di fondo che unisce tutte le cose che apprezziamo le quali restano connesse attraverso fili lunghissimi, il divertente saggio di David Foster Wallace intitolato David Lynch non perde la testa [1] dove lo scrittore americano si infiltrava nel backstage di Strade perdute (1997) per cogliere col suo occhio chirurgico i tic del set cinematografico, la storia dice che Wallace, durante quei giorni, non riuscì mai ad incontrare Lynch, il punto di massimo contatto fu vederlo pisciare tra degli arbusti. Anche Lamoure non incontra mai Tarr, e non ci prova nemmeno: ad esclusione di alcuni inserti discutibili che sembrano girati in super 8 con annessi filosofeggiamenti dell’ungherese, non vi è il tentativo di affrontare e approfondire una poetica-mondo che ha segnato la storia del contemporaneo, ci si limita alla contemplazione del metodo professionale, alla comunque inevitabile presenza della finzione e alla manipolazione quasi comica (gli uomini coi sacchetti pieni di foglie secche e quegli ingombranti ventoloni). Niente di impensabile se si conoscono un minimo le prassi tecniche di un film, e non per niente i concetti più interessanti emergono quando ci si allontana dal set di A torinói ló, sicché nelle testimonianze della crew di Tarr si rintraccia un commovente senso di appartenenza (la storia di Erika Bók è la cosa più bella del film) e un’ammirabile condivisione di vedute.

Quanto detto non sta a significare che essere dei voyeur sia così sbagliato. Se si prova un “piacere” nel guardare il dietro le quinte del Cavallo di Torino è quella curiosità che si traduce nella pulsione scopica di vedere, di capire, di comprendere cosa c’è dietro e dentro un capolavoro del cinema odierno. Qualcosa si riesce a carpire, ma sono inezie che riguardano al massimo briciole del Tarr-essere-umano (la presenza della fedele moglie e un bacetto sulla guancia rubato da Lamoure) o del Tarr-regista (l’attenzione durante le scene, la convivialità che caratterizza il gruppo prima del ciak), ma in realtà, anche dopo la proiezione di Tarr Béla, I Used to Be a Filmmaker, restiamo inevitabilmente ciechi come nella scena della collina, semplicemente non possiamo vedere oltre, certe luci, e certi bui non sono catturabili da quelle biglie di acqua e tessuti che abbiamo sotto la fronte e che separano il vedibile dal sentibile. E a proposito della collina, che è un punto chiave e Lamoure sembra darmi ragione aprendo e chiudendo lì, è un onore avere l’opportunità di posizionarci, anche solo visivamente, su di essa, alla fine in quel paesaggio verdeggiante con la casa custodita da un uomo semplice mi è parso che questa storia eterna cominciata nel ’79 con Nido familiare possegga perfino un lieto fine.
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[1] Tennis, TV, trigonometria, tornado. E altre cose divertenti che non farò mai più; minimum fax 2011.

giovedì 6 ottobre 2016

Le delusioni sono unite dalla ferrovia

Finalmente, dopo lunghi giorni fatti di trepidante attesa, il Detective lo chiamò: Signor Farfalli so tutto. Sapeva tutto. Dicadica Esimio. Allora: la sua ex moglie ha una relazione con un’Ombra. Veramente il divorzio non è ancora… un’Ombra… senta io, cioè, sì, ho bisogno di sapere di più. Fanno altri 300 €. Non li ho. Sfarfalli lei non ha mai niente! È un essere abietto che passa le giornate ad ispezionarsi l’ano con l’indice incappucciato nella carta igienica! Va bene… domani le farò il bonifico, però la prego: voglio nome, cognome, indirizzo, ogni cosa.
Ogni cosa.
Ombre.
Il passatempo preferito di Farfy era quello di aprire Google Maps e di paracadutare l’omino arancione che sta in basso a destra sullo schermo in un punto imprecisato del mondo, una volta, ad esempio, lanciato l’avatar dalle parti di Sapporo, gli capitò di trovarsi in una spiaggia ocra e ruotando l’immagine come se torcesse il collo vide un tizio in Montgomery blu che lasciava le proprie orme sulla sabbia. Dopo la telefonata con il Detective si affacciò alla finestra e impastò nel palato un blob di catarro che espulse nel vuoto sottostante, quel lungo filo giallo che terminava in un ovetto di densa saliva verdastra era l’omino di Google Maps, era l’avatar, era lui stesso proiettato sull’asfalto. Quella notte non chiuse occhio, eppure sognò di essere un gambero d’acqua dolce che viveva nella pozza oscura di una grotta millenaria, ogni tanto, quando il sole filtrava dalle fenditure in superficie e illuminava la parete del laghetto, poteva leggere queste antiche parole rupestri: E SE I GIORNI E LE NOTTI CHE TI LASCI DISTANTI TI RITORNANO ADDOSSO CON QUALCOSA DI NOSTRO.
Al mattino il gruppo di WhatsApp dei non-amici era già pieno di tette e culi, allora Farfallausen salì sul tetto della casa e tirò una forte bestemmia contro quell’Ombra che immaginava copulare selvaggiamente con l’ex moglie, sicché non gli rimase altra scelta che balzare nel cesto della sua mongolfiera e sollevarsi in volo come una lanterna cinese nel cielo adamantino. Mentre sorvolava un villaggio di centauri che al passaggio dell’arcobalenico aeromobile iniziavano a scalciare e a battersi il petto villoso con i pugni, il Detective chiamò: Fharhfallhen so tutto. Sapeva tutto. Dicadica Egregio. L’Ombra in questione… ha presente, no? Ecco, lavora alla stazione di Milano Centrale. Aaaah maledetto, ha pure il posto fisso il bastardo… voglio sapere dell’altro, voglio, voglio, voglio! Fanno altri 300. Occhei.
Si stava dirigendo al Lago Vomito perché comunque il Lago Vomito è un bel posto. Già in alta quota poteva avvertire quel tipico odore biliare che agguantava la gola e una volta ancorata la mongolfiera si incamminò sul lungolago, era una giornata meravigliosa e due piccoli fratelli siamesi attaccati per la testa costruivano dei fantastici castelli di muco, poco più in là la lenza di un anziano pescatore era tesa per via di un pesce fecaloide [1] che aveva abboccato all’amo. Farfallus de Farfallis pensò all’ex moglie come d’altronde faceva ogni istante della giornata e si convinse che anche Lei, in quel momento, stava pensando a lui, era logico, naturale, non c’era nessuna Ombra, sì c’era, ma non era importante, lui era importante, il più importante, non c’era spazio per altri, la verità era solo una: questa. Si gasò. Lanciò un urlo che spaventò i fratelli siamesi e che sconcentrò il pescatore, tolse i vestiti mostrando la patetica nudità del corpo umano antisportivo: la rincorsa fu goffa, il tuffo fece “blop” e sparì. Perché il Lago Vomito lo accolse come accoglie tutti gli scarti, e così scese a piombo nell’ammasso di bile e succhi gastrici, nelle pelli di pomodoro e di mais non digerite, nella pasta in bianco mangiucchiata e rimessa, negli ettolitri degli acidi alcolici rimestati dal fegato, nei rivoli ematici delle emorragie interne, nella melma biologica dell’umano, nel liquido di spurgo delle nevrosi, delle dipendenze, delle malattie, della rabbia, degli amori non più corrisposti. Farfallosos sprofondava piano, in estasi, e si fermò solo quando arrivò sul fondo dove secoli e secoli di conati ne avevano sedimentato il pavimento. Affianco a lui poteva scorgere la mezzaluna di un UFO incastrato sul fondale e dentro la cupoletta intravedeva la mummia di un alieno efebico. Proprio in quel momento drin drin Detective. Farfallovic! Ho una grossa novità. Grossa. Dicadica Illustrissimo. La sua ex moglie è incinta.
A quel punto, che non è un punto normale ma è un pozzo, una cosa nera, brutta e spaventosa, Farfallesky si sentì come quando gli umani prelevano un canarino da dentro una gabbietta: lo stringono nel pugno e quasi quasi sono tentati di stringere più forte per vedere fino a che punto il cuore dell’uccellino sarà in grado di resistere. Laggiù, nelle profondità vischiose del Lago Vomito, MacFarfall si arrese e iniziò ad aspirare. Che cosa? Tutto. Adesso voleva tutto dentro di sé perché per riempire certi vuoti non c’è altro modo che ingoiare il vomito planetario, e allora risucchiò l’inverosimile che è verosimile: era il peso limaccioso della sofferenza altrui che si depositava nel suo stomaco e che lo fece diventare una gigantesca palla di sostanze gastriche in ebollizione, e cominciò a sollevarsi da terra, e divenne una mongolfiera straripante di sbocco, un avatar rimpinzato di rigurgito, e vide l’UFO riattivarsi con intorno miriadi di pesci fecaloidi sbattere la codina escremenziale, e ritornò a casa sospinto dal vento lasciando dietro di sé refoli acidi e una pioggia di lacrime tristi, quelle che fanno nascere i fiori negli interstizi dei marciapiedi. Atterrato nuovamente sul tetto il globo-Farfalliño ebbro e dondolante si avvicinò al parapetto e ciò che doveva accadere, semplicemente, accadde. Con uno sforzo inumano ricacciò di nuovo quel tutto che aveva dentro nel campo di pneumatici abbandonati sotto il palazzo, e si creò un altro Lago Vomito perché le cose stanno così, e questi laghi sono nomadi in quanto si formano quando la gente sta male, e la gente sta male sempre, dappertutto.
Quella notte Von Farfall non dormì e non sognò niente perché non aveva più sogni, l’Ombra glieli aveva uccisi. Alle tre di notte inviò un SMS al Detective: domattina arriverò a Milano, mi porti dall’Ombra, farò una strage.
Partì all’alba, con il primo treno disponibile, insieme a lui tanti altri fantasmi con un peso sulle spalle e tanti chilometri da percorrere. Mentre il viaggio era un continuo tututump si assopì leggermente per ritrovarsi in una stanza scura illuminata da una lampada sopra un tavolino a cui era seduta la sua ex moglie. Lui le disse che era sempre molto bella e che non era affatto incinta, lei rispose che quello era solo un sogno e che nella realtà una piccola ombra di tre mesi stava crescendo nella sua pancia. Si ridestò per via di una brusca frenata del macchinista, per un attimo, sopra i binari, era fluttuata una donna enorme, sferica, ma giusto un attimo e poi era volata via oltre le colline.
Piacere io sono il Detective. Piacere io sono Far-Fal-lyn. Non si piacquero. Il Detective aveva una mano, un braccio finto e una profonda cicatrice dalla nuca fino a metà labbro, Farfalleïn, beh, era Farfallescu. Nel mare di persone vermicolari e lucertole in giacca e cravatta i due si diressero verso il bagno vicino al primo binario, sulla soglia il Detective sbarrò l’entrata con il braccio finto e tirò su quello buono sfregando il pollice con l’indice. 400 €. Ammazzerò quell’Ombra e riconquisterò mia moglie e voleremo con un aliante sopra le foreste e gli oceani. Sarà perfetto. Il Detective lo degnò appena di uno sguardo perché aveva solo un occhio vedente, poi fece strada tra i laidi cessi e accucciandosi per sbirciare sotto le porte fece un “ah” di autoapprovazione quando trovò quello che cercava. Era un bagno normale con le piastrelle impiastrate da numeri telefonici che poi erano gli stessi delle chat di gruppo di WhatsApp. Il Detective tirò la catena penzolante e una minuscola porta si aprì affianco alla coppa, poi prese un Montgomery blu sgualcito attaccato all’appendiabiti della porta e lo porse a Farfallanson. Se lo metta, addio. La ringrazio Detective, mi ricorderò di lei.
Il Signor Farfalli gattonò sul pavimento zuppo di urina ed entrò nella porticina che subito si richiuse alle sue spalle. All’inizio fu buio, dopo anche, in seguito non fu più né buio né luce, fu: Niente. E lui stesso non si percepiva nemmeno più come tale, non sapeva nulla, non pensava nulla, non c’erano ombre, era solo la Caduta Definitiva, lo spazio infinito che separa l’omino di Google Maps dalla partenza all’arrivo. Venne svegliato dal verso stridulo di un gabbiano appollaiato su uno scoglio, la spiaggia era deserta e lui iniziò a camminare, il telefono gli vibrò in tasca: APRI SMS: Detective: ma vede Signor F. lei adesso è davvero di fronte a tutto, è dove ognuno di noi giunge in un momento preciso della propria vita: sulla battigia di una spiaggia giapponese solo e smarrito.
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[1] I pesci fecaloidi appartengono alla famiglia dei pesci stronzei e i loro habitat naturali sono i laghi d’origine gastrointestinale. Il colore varia dal marrone scuro alla senape. Una volta ne ho visto uno.

mercoledì 5 ottobre 2016

Love Song

Fotogramma di una donna che sale delle scale su cui sono state poste delle candele accese. Cambio scena ed un uomo è disteso sul pavimento, affianco ha una sveglia che comincia ossessivamente a trillare, l’uomo si alza per gironzolare nervosamente nella stanza fatiscente, ad un certo punto scaglia una trave contro la finestra e con un coccio di vetro tenta di lavarsi i denti, poi si avvicina ad un lavandino fuori uso e con dell’acqua invisibile si deterge la faccia, infine mette su giacca e cravatta per inoltrarsi nei corridoi del palazzo mentre sullo schermo ritorna per alcuni istanti il viso della donna.

Quell’uomo è Sion Sono e Love Song (1984) è in assoluto il suo primo vagito nel mondo-cinema. Onestamente non riesco a trovare collegamenti significativi con il Sono che verrà, sì forse la figura femminile è un’antenata delle molteplici Mitsuko che popoleranno la filmografia del giapponese, ma è un laccio debolissimo nonché forzato da un’ostinata ricerca filologica da parte del sottoscritto. In realtà questo breve cortometraggio non ha nient’altro che non sia lo spirito amatoriale di un al tempo ventitreenne che inizia a cimentarsi nelle riprese con l’8mm, il che ci catapulta in avanti di ben ventinove anni sulle tracce dell’Hirata di Why Don’t You Play in Hell? (2013) e alla sua necessità di riprendere qualunque cosa gli girasse intorno. Pur non avendo punti intrinseci di memorabilità, Love Song resta una chicca per il suo essere miccia del dispositivo sononiano, la scintilla dove non c’era nulla (nemmeno Miike, il regista nipponico più vicino a Sono ha esordito negli anni ’90), il big bang che ha dato origine ad un universo in imperterrita espansione.

venerdì 30 settembre 2016

One on One

Mi chiedo come sia possibile che Kim Ki-duk non capisca di quanto il nuovo corso da lui intrapreso sia robetta alla stregua dei suoi film giovanili, ma almeno lì, sebbene si trattasse di oggetti più rudimentali, verdi, improvvisati, c’era un che di vitale, un qualcosa che aveva un’anima, adesso, da Arirang (2011) in poi, l’encefalogramma si è fatto piatto, anzi: è in perenne picchiata, tanto da poter affermare che ad ogni sua uscita artistica l’idea, poi prontamente smentita dal titolo successivo, è che non si possa far peggio di così. Non so e non voglio nemmeno pensare troppo se One on One (2014), altro lavoro spinto a Venezia dove evidentemente Kim è bene ammanigliato, sia meglio oppure no di Moebius (2013), è comunque una sfida al ribasso e solo che stare a rimuginarci sopra appare un’inutile perdita di tempo. Personalmente, tenendo a mente la discutibilità dei gusti personali, il mio sentire è ormai lontano ere ed ere dalla proposta del sudcoreano, direi che in sintesi non condivido nessuna delle sue scelte a partire dall’uso del digitale che se viene impiegato come l’analogico allora perde di senso e ci restituisce un’immagine dozzinale, chiaro che dietro una tale estetica ci siano motivazioni economiche (e si vede che non ci sono soldi, la tizia della banda ha sulla spalla uno scorpione fatto con un trasferello!) ma noi cosa ne possiamo? Se l’alcova della gang sembra il set di un b-movie o di un porno se ne prende atto consci che la prossima volta ci si penserà due volte ad avventurarsi in un film di Kim Ki-duk.

Tralasciando la resa formale anche la componente argomentativa non brilla per eccezionalità, ma proprio per niente: tutto questo pasticciato discorso su chi impartisce e su chi esegue gli ordini, sul potere, e sulla violenza da esso derivante è di una sterilità che bisogna vederlo per crederci. Se vi erano dei richiami politici, questioni che il Kim di un tempo sapeva trattare dignitosamente: The Coast Guard (2002), si sfaldano progressivamente denudando il vero nucleo di One on One che è, per la milionesima volta nel cinema orientale, una storia di vendetta personale, il che ci riporta forzatamente al recente Pietà (2012), altro film che aveva nei binari vendicativi la propria capacità deambulatoria. Nell’insieme l’impressione che ha colpito chi scrive è che manchi una componente fondamentale per fare cinema: la professionalità, ed è strano perché parliamo di un autore con una ventina di pellicole alle spalle, ma se non sapessi niente di faccende extrafilmiche e venissi sottoposto alla visione di One on One azzarderei la possibilità di avere a che fare con un regista proveniente dalla tv o con un semi-esordiente. Probabilmente il periodo di afasia creativa che colpì Kim dopo Dream (2008) si sta ripercuotendo adesso con un tentativo che quasi fa tenerezza di tornare ai bei tempi andati girando a ritmi vertiginosi (ad esempio IMDb ci informa che questo film è stato fatto in soli dieci giorni e che la sceneggiatura è stata scritta in itinere), i tempi però cambiano e con loro le persone, non so neanche se ora, nel 2016, apprezzerei tutto quel simbolismo che permeava il suo momento d’oro, ma di un fatto sono sicuro: l’approssimazione generale condita da un’aridità tematica non le avrei accettate nemmeno dieci anni fa.

martedì 27 settembre 2016

The Human Surge

Si era potuto intendere guardando Pude ver un puma (2011) che Eduardo Williams fosse uno di talento, e adesso che dopo una manciata di corti è finalmente arrivato il lungometraggio di debutto la supposizione è diventata piena conferma perché El auge del humano (2016) è un film che si configura come unico, e non tanto nel metodo perché si tratta di un cinema del reale con annessi pedinamenti/stalkeraggi nei confronti degli esseri umani in scena che all’incirca abbiamo già visto (basta rimanere in Argentina: Leones, 2012), quanto nella concertazione complessiva che, come puntualmente sanno fare i grandi film, continua a macerare anche dopo l’alienante sequenza di “ok”, e attraverso uno sguardo di insieme il più oggettivo possibile quella che si apre dinnanzi a noi è una grandezza che stona, un jet lag da cui non è così facile riprendersi poiché qui, semplicemente, si viaggia, e non per farla semplice, davvero: Williams ha creato un’opera errabonda che rimpalla in tre continenti diversi, che si immerge a mo’ di sub in tre culture diverse, che le spia, le assorbe e le espelle, ma la cosa quasi clamorosa è che la triplice divergente veduta alla fine risulta più convergente di quanto appaia in superficie, questa credo sia la possibile chiave per comprendere il film, o almeno provare a farlo: in El auge del humano si racconta di un tragitto vorticoso che ha una latenza di immobilità e sollevato il coperchio dentro vi ritroviamo null’altro che il nostro mondo.

È sempre bello, e in un certo modo confortante, sapere che esistono giovani cineasti capaci di tratteggiare un cinema inevitabilmente “piccolo” ma dalla gittata potenzialmente universale, e Williams non può certo nascondersi, la sua opera prima mira in alto, mira alla comprensione della modernità come fenomeno di iper-connesione: d’ovunque (dalle strade polverose del Mozambico alle giungle filippine) si è connessi, allacciati ad altre persone profondamente uguali tra loro. El auge del humano racconta perciò dell’unica globalizzazione che si è realmente compiuta negli ultimi vent’anni, quella informatica, mostrandone però le sue pericolose derive perché, va sottolineato, il film propaga tossine rattristanti e deprimenti, tanto che nelle prime due porzioni aleggia un processo di disumanizzazione a cui è scomodo assistere, e non si tratta solo del vendere sesso in una videochat gay, quanto nella bravura del regista nel carpire lo status disorientato di una gioventù apolide che ozia e va a zonzo e che sembra riporre ogni speranza verso la tecnologia e quegli oggetti che ci tengono “al sicuro”, che ci tengono on line. Non è un caso che il film si chiuda in modo freddo e distaccato su una catena di montaggio che produce dispositivi hi-tech, l’illusorio apice dell’umano sta lì, nella finta sicurezza di poter racchiudere il mondo dentro una scatoletta di plastica e circuiti.

Il Link è la sostanza che accomuna tutto ciò che si vede ne El auge del humano ed anche di ciò che lo costituisce, illuminante a tal proposito il passaggio dal Sud America all’Africa che avviene attraverso la trasformazione di una web-cam in videocamera al quale si subordina l’effettiva mutazione dal 16 mm al digitale, da applausi scroscianti, invece, il collegamento tra l’Africa e l’Asia dove la penetrazione di un formicaio, riduzione in scala di una realtà tutta cunicoli e budelli, si avvale del superamento del razionale per certificare la gigantesca dimensione ipertestuale che segna la contemporaneità, ed il film infatti è al di là di ogni interpretazione la scentrata trasposizione dell’ipertesto ante litteram: la realtà.

Grazie mille a Dries senza il quale non avrei visto nulla di quanto appena descritto.

domenica 25 settembre 2016

A Fábrica

In un Paese come il Brasile dove l’asfaltante progressismo di Lula ha completamente eliminato il ceto medio, ci sarebbe bisogno di molto più cinema rispetto a quello che, almeno il sottoscritto, ha potuto visionare negli anni (i suggerimenti sono ben accetti). In attesa di portate più sostanziose, per colmare la latitanza si può anche sbocconcellare con A Fábrica (2011) di Aly Muritiba, cortometraggio che fa leva su un effetto automatico della povertà: la prigione. La tematizzazione del carcere, e dell’uomo obbligato a vivere in tale ambiente, sfocia in un taglio che nella settima arte odierna è la routine, la ricerca ostinata di un realismo comporta la pedissequa marcatura degli attori in scena, una soffocante stretta sui corpi che qui, vista l’ambientazione, non risulta stonata (Muritiba è così interessato al mondo-galera che nel 2013 partorirà un altro film girato in un penitenziario: Pátio). Fiorisce, allora, un frutto piccolo finanche acerbo ma con una veste formale che si guadagna comunque la dignità minima per farsi seguire fino al suo quindicesimo minuto.

Scorrendo il ricco palmarès di A Fábrica salta all’occhio il quasi accesso alla magica cinquina per la vittoria dell’Oscar, non si tratta di una bazzecola perché tutti sappiamo che se un prodotto cinematografico giunge alle porte di Hollywood non ci sarà pressoché nulla di interessante per degli infaticabili cinefili, così la chiusura da family-drama potrà risultare commovente per i multisala-friendly e, viceversa, urticante per coloro i quali rifuggono ogni eccessiva intensificazione sentimentale. Accogliendo l’ammissibilità di ambedue le posizioni, cerco di trovare un approdo sicuro nel summenzionato contegno generale; già il fatto che non si sbandieri la condizione del prigioniero fa acquistare dei punti, inoltre la compostezza diffusa si riverbera (o si genera) anche dall’umanità in scena con l’anziana mamma, esempio principe di quanto vado dicendo, che con uno stratagemma è capace di sterrare almeno una valida lettura (la maternità della vecchiaia: partorire un cellulare dentro un lurido cesso per aiutare il proprio figlio), anzi due (la paternità di un detenuto: la menzogna appesantisce più della clausura). Il quadro è questo e al netto della piaga sentimentalistica, un’afflizione che riguarda la maggior parte degli oggetti narrativi (con qualunque chiave di volta: il colpo significante è un obbligo, ma quanto vale invece un’indefinibile apertura?), A Fábrica si rivolge a voi con umiltà e un rispetto accettabile per la vostra intelligenza, bistrattarlo troppo no, dài.

venerdì 23 settembre 2016

Rubus ulmifolius

Mio figlio, un giorno, si ricorderà…
della chiesa abbandonata nel piccolo paese dove io nacqui molti anni prima, del suo gioioso vagare per le strade di campagna e dello strisciare sotto il muro di rovi spinati (ahi!) davanti all’entrata della chiesina, dell’aria sacra e perduta che i confessionali sventrati e le panchette impolverate emanavano, dell’altare disadorno ridotto ad un blocco di marmo sporcato dagli escrementi dei ghiri, della sagoma del crocefisso tatuata sul muro, del silenzio che lo circondava e della sua preghiera infantile in cui chiedeva dove io fossi finito.
Io che ero lì, un naufrago che cerca in tutti i modi di sbracciarsi per farsi notare dalla nave: per riuscire ad abbracciarlo. Ma quanto sono lontani questi mondi? Allora dall’abside diroccato planò San Francesco insieme a tre colombe bianche ed Egli posò la sua mano di luce su quello che nell’altra vita era il mio cuore. Quando il bambino uscì vide che nell’intrico di rovi si era aperto un sentiero e che sui rami spogli erano cresciute delle panciute more nero-violacee e che tutto era diventato verde come smeraldo. Un giorno lontano lui ricorderà tutto ciò, ma adesso fate attenzione: sta nascendo! Lasciatemi essere felice ancora per un po’.

Eluvium - False Readings On

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