martedì 16 agosto 2016

Leones

Notevolissima opera prima che pare generarsi dalle sedute cine-spiritiche di Weerasethakul (sebbene la regista smentisca in parte la supposizione qui), Leones (2012) è dramma spolpato dall’inutilità, dal superfluo cancerogeno, quello che rimane è un osso che Jazmín López trita fino a trasformarlo in una polvere sospesa che diventa aurea una volta illuminata dai raggi di sole che penetrano nelle frasche. Tra lo spirito e la materia, è lì che questa regista argentina classe 1984 si insedia con il suo film presentato a Venezia ’12, in uno dei celebri non-luoghi che il cinema ha proposto nel corso degli anni, e che sia una foresta o un deserto poco importa, il nodo cruciale è filmare la stretta correlazione tra l’uomo e l’ambiente intorno, spesso, anzi sempre, soverchiante, misterico, oltre tutto eppure lì, concreto e tangibile. Ovviamente Leones è un’opera sensoriale che permette di vedere ben aldilà di quello che biologicamente registrano gli occhi, così se da un lato siamo affascinati dagli ariosi movimenti della steadycam che aleggia tra i tronchi e i ragazzi, dall’altro percepiamo la possibilità di una significazione attraverso segnali che si diffondono essenzialmente dentro di noi, e quando siamo chiamati in prima persona ad un compito di ricostruzione interiore, beh, dobbiamo ritenerci privilegiati perché ogni tanto capita anche di vedere sentire un film.

Che cosa sia successo di preciso ai cinque ragazzi che vagabondeggiano nel bosco è un dato che non rientra nel campo delle certezze sicché ogni interpretazione si fa plausibile e valida, chi scrive invita piuttosto il lettore a fare nuovamente affidamento alle proprie sensazioni che non conoscono letteralità né ordinamento celebrale ma vivono in una dimensione vibratile e indefinita, in un posto sconosciuto che è il giacimento delle vere visioni, e allora l’umana limitatezza potrà comprendere perlomeno che Leones è una pellicola dotata di una vastità enorme e di una levatura propria delle manifestazioni artistiche che si incaricano di trattare quell’immenso che ci riguarda da vicino, esatto: la López riprende la vita, o una sua possibile proiezione che si fa lentamente dolce illusione (almeno fino all’acquisizione di un’amara consapevolezza con il pianto all’interno dell’automobile), e di riflesso, senza la benché minima possibilità di scampo, anche la corrispondente morte. Ci vuole del tempo per metabolizzare certo cinema e per definire i contorni di un’eventuale ma non necessaria storia, ancora adesso, ad alcune ore di distanza dalla proiezione, gli “indizi” snocciolati in questi ottanta minuti frullano nella mia testa trovando collocazioni traballanti e niente affatto sicure: la macchina ammaccata, la pistola, il trattore, la casa chiusa, il quintetto e la loro inconscia tendenza a vivere, la soluzione del puzzle è che non c’è soluzione pratica, bensì l’abbacinante verità dell’apprendere per mezzo dell’invisibile.

Opera di fantasmi viventi Leones (“vedo la gente morta” dice Arturo), di tumul(t)i adolescenziali, di rivi inessenziali come i giochi di parole, di selve mentali, di molto altro che sembra niente e che non lo è. Cosa volere di più? Ecco: la congiunzione col mare, zona di liberazione degli spiriti (la restante parte del gruppo, poco dopo la panoramica a treesessanta della camera, si vedrà prendere la rincorsa ma non apparire poi sulla battigia), riunione a sé nella spuma delle onde. Adesso non avvertite anche voi il profumo suadente della salsedine?

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