sabato 20 agosto 2016

Under the Weight of Clouds

Ha un nome preciso il problema che affligge un film come Under the Weight of Clouds (2012), e quel nome è didascalia. Già la base di partenza non ha un grande potenziale: illustrare il milionesimo quadro marcescente della prostituzione coatta, nello specifico la storia di Elena, madre ucraina in terra olandese, che, insieme ad un altro nugolo di ragazze sottovive in un appartamento alle dipendenze di un terribile pappone. Solo che al leggere la sinossi si diffonde il fumo sottile del già visto, sulla carta non c’è davvero scampo. L’unica via possibile era l’intemperanza stilistica, un po’ di grammatica innovativa, un po’ di… meglio lasciare perdere: la tendenza ostensiva di Martijn Maria Smits è impossibile da fronteggiare, tutto il substrato argomentativo dell’opera è come sottotitolato e illuminato da neon fosforescenti. Elena che mente al figlioletto la cui foto campeggia sul comodino del postribolo, Elena che si prende a cuore le sorti dell’orfanella perché, ovviamente, ha un cuore da madre, ecc. Tale radicata letteralità, morbo che attanaglia non solo un Under the Weight of Clouds qualunque ma anche buona parte di tutto il cinema contemporaneo e non, diventa intossicante e imbruttisce ogni aspetto del film, e allora il dramma si miniaturizza in cinerea bagatella poiché sempre esibito, ed una esposizione capillare sortisce effetti opposti: vedere tutto è non vedere niente. E proprio a causa del mettere in mostra a tutti i costi ecco che si viene a creare un’imbarazzante faglia tramica (Elena una volta riacciuffata dal magnaccia viene inspiegabilmente lasciata sola in auto da quest’ultimo, sicché la donna riesce a scappare di nuovo) che poteva essere bypassata con una banale escamotage come un’ellissi.

Non parrà strano, allora, che l’unico momento dove lo spettatore riesce a sintonizzarsi su delle frequenze aldilà dell’ordinario è proprio quello in cui ci è celato l’accadimento dei fatti. Anche se la suddetta scena dura pochi secondi e ha forma e sostanza di una cattedrale nel deserto, è comunque una micro riprova di quanto a fecondare la visione sia paradossalmente la non-visione, quello che accade aldilà della mdp non possiamo vederlo, ne captiamo solo il riflesso nel passo smarrito della piccola. Si tratta, però, di un miraggio: Smits, malamente coerente con se stesso anche nel finale, non si risparmia in fatto di sfoggio diegetico e non contento di palesarci la situazione della bambina, piazza aldiquà del vetro un’Elena che per “coincidenza” passava di lì, e quindi ci imbocca nuovamente la questione di suo figlio che è lontano in Ucraina con la nonna, e così via in una continua rassegna di accentuate e suggerite tragedie.

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