lunedì 29 agosto 2016

Boy Eating the Bird's Food

To agori troei to fagito tou pouliou (2012) è un buon film perché sa parlare di attualità senza esplicitare in modo lampante la tematica della crisi economica, fantasma che, appunto, aleggia dietro la visione cruda e diretta della realtà. La bravura di Ektoras Lygizos è stata quella di fare un film che non cede alla letteralità della denuncia, al volere inscenare il dramma sociale di un ragazzo che non ha più niente, non c’è neanche la metafora lanthimosiana qua, e perciò nemmeno legami effettivi con la new wave greca. Con un movimento ossimorico, alieno eppure maledettamente concreto, il film ha una propria indipendenza nella quale riesce a far crescere di minuto in minuto un rimando potente e per nulla didascalico alla situazione politico-monetaria della Grecia nel 2012. Ma Lygizos, autore attivo principalmente in ambito teatrale, aveva cominciato il discorso molti anni prima della rinascita cinematografica ellenica, precisamente nel 2004 con il corto Agna niata, e alla luce di questo lavoro, in particolare del suo annichilente finale, è possibile considerare il protagonista di Boy Eating the Bird’s Food uno dei bambini che videro con i propri occhi l’orrore della morte penzolare dal soffitto della scuola. Se in riferimento a quel film scrivevo che la crisi non è mai soltanto economica ma anche culturale, ecco che quasi una decade dopo gli effetti di una certa cecità sembrano ricadere sulle generazioni del presente, il protagonista, infatti, nonostante abbia un grande talento vocale viene scartato durante un provino, in sostanza: in tempi critici non c’è spazio per l’arte.

L’opera ha una coerenza estetica perfettamente tagliata per quello che vuole dire, apparentemente sciatta (ma solo perché i nostri occhi sono stati per anni disabituati a punti di vista differenti), la tecnica di Lygizos è con ogni probabilità un ottimo compromesso tra improvvisazione e minuzioso studio preparatorio. Non c’è mai un attimo di tregua nel pedinamento epidermico verso il giovane, se c’era un modo per farci entrare dentro una tale disperazione credo che quello scelto dal regista sia il migliore possibile. È davvero una Via Crucis a cui dobbiamo rifarci per inquadrare la vicenda (in un’intervista a Lygizos viene evidenziato di come alla fine quella scala portata a spalla assomigli tanto a una croce [link]), e la cosa bella, nel suo essere terribile, è che quando noi arriviamo il tessuto sociale intorno a Yorgo si è già disintegrato, lui è un uomo solo che trova conforto nell’accudire il canarino, semplicemente il suo alter ego: un altro essere vivente che oltre al cibo condivide con il padrone la stessa gabbia, solo un po’ più piccola. Non c’è gratuità o compiacimento da parte dell’autore nel riprendere gli atti miserabili compiuti da Yorgo (neanche il più estremo: l’ingerimento del proprio sperma), men che meno il suo cinismo infastidisce (le situazioni nella casa del vecchio, dalla sottrazione di zucchero al cadavere ignorato), e tutto ciò perché il realismo è centrato nel nucleo, nonostante i termini siano parossistici non si viene mai a dubitare di quanto accade sullo schermo. E alla fine, quando finalmente Lygizos decide di staccarsi dal corpo del protagonista rimanendo aldiquà del palazzo disastrato, immobile nell’osservare Yorgo guardarsi allo specchio, comprendiamo l’infinità della tragedia che proseguirà oltre i confini diegetici, e lo stacco in nero sui titoli di coda certifica una verità: To agori troei to fagito tou pouliou non è un buon film, è un gran film.

3 commenti:

  1. L'ho visto proprio oggi, ed era da mesi che non guardavo un film, ed è interessante che tu l'abbia recensito proprio recentemente. Condivido ogni parola, ho apprezzato particolarmente questo discostarsi dalla "new wave" greca stilisticamente parlando, tra l'altro l'uso della macchina a spalla è fatto, come appunti, con un certo tecnicismo spesso coreografico, molto più armonico rispetto all'uso in altre opere come "Weekend" di Andrew Wright o "Till det som är vackert" di Lisa Langseth, dove l'uso che se ne fa è molto più morboso.
    La scena del canto in Chiesa tocca le viscere. Un cinema che urla l'umanità.

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  2. Strana coincidenza... comunque questo è un film con una sua potenza, prendiamo la scena dello sperma: se me la raccontassero senza vederla nel suo contesto direi che si tratta di una gratuità ostentata, invece nello spartito generale ci sta in modo naturale ed è una delle tante note amare della disperazione che vediamo.

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  3. sì, e a proposito di atti sessuali, l'incontro con la sconosciuta è raggelante, ma quanto di più normale nello spettro delle emozioni borghesi. Ciò che sembra estremo e disumano è invece quanto di più ordinario nella nostra società. Fa malissimo, ma il protagonista costudisce una certa purezza e l'unica speranza diventa quel canarino che nutre. L'amore è avere cura del prossimo, bisognerebbe ripeterselo come un'omelia...
    Un film potente sì, ed è interessante questo regista, ho letto che il film trae ispirazione da una novella di Hamsun, che non conoscevo. Ma pare che Lygizos abbia stravolto tutto giustamente.
    Ho visto anche il corto "Agna niata" che ha girato nel 2004, abbastanza terrificante. Peccato che produca poco, speriamo riesca a donare altre opere, ha molto talento.

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