lunedì 13 novembre 2023

The Children of Leningradsky

Onestamente non ricordo come ero arrivato a The Children of Leningradsky (2005), forse dopo la lettura di Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935) (Adelphi, 2019) avevo fatto qualche ricerca in Rete ed ecco che era spuntato il documentario di Andrzej Celinski e Hanna Polak, o forse, come spesso accade, era stato lui a trovare me comparendo in una lista presa dagli oscuri anfratti di Internet. Comunque sia andata devo comunicare che purtroppo non sono molto felice dei trentatré minuti passati in compagnia di questo film, alla base del mio scarso gradimento c’è una confezione che sembra appartenere ad un’altra epoca e, beninteso, avrei detto la stessa cosa anche se lo avessi visto nel suo anno di uscita. Inutile girarci in giro: è un prodotto televisivo, anche se mostra una realtà durissima fatta di degrado, abbandono, droga e prostituzione, il taglio generale fornito dai due registi polacchi mira ad una accessibilità che possa arrivare ai più avvalendosi della frontalità delle immagini, al loro impatto sullo spettatore. Tralasciando la qualità video mal invecchiata a causa di quel digitale degli anni zero che oggi ci risulta quasi giurassico, la costruzione del corto è esclusivamente mirata all’esibizione del dramma in cui affoga l’esistenza di questi bambini randagi, le interviste alternate a scampoli della loro complicata vita, diventano, me lo si passi, uno show privo di reale, e quindi sì, ciò che più al sottoscritto è mancato è stata una verità nella visione.

Allora, non è che mi aspettassi di ritrovare un monolite post-sovietico à la Artour Aristakisian né potevo attendermi chissà quali sconvolgenti innovazioni visto che parliamo di un’opera che finì nell’orbita degli Oscar, però io so che il cinema ha in sé una forza radicale e quando mette bene a fuoco un argomento può essere letteralmente devastante, in The Children... si è lontani da un tale trasporto e la cosa fa incazzare perché qui la tematica è bella densa (ah, non l’ho ancora proferito: si parla di ragazzini soli al mondo che vivono nei pressi di una stazione metro moscovita) e c’era la possibilità di lasciare un segno molto più profondo. E visto che ho aperto il commento citando un libro, chiudo riportandone un altro: I poveri (minimum fax, 2020) di William T. Vollmann che non tratta direttamente di adolescenti allo sbando ma che nel suo reportage romanzato sugli ultimi del pianeta sfiora le sorti di una famiglia russa in balia del proprio destino. È un gran bel libro di un gigante della letteratura contemporanea, accaparratevelo.

sabato 11 novembre 2023

Where Is My Dog?

Un acerbo Miguel Llansó comincia a prendere confidenza con il Paese che poi diventerà il set principale di tutte le sue produzioni, l’Etiopia, e lo fa, per forza di cose, in maniera ancora un po’ (tanto) raffazzonata e traballante ma non completamente priva di idee. La questione che fa da miccia è la scomparsa di un cane e di come il regista stesso insieme ad un amico (Yohannes Feleke che figura come co-director) si adoperino nell’aiutare il padrone, un ex professore ora in pensione, nella ricerca dell’animale per le strade polverose di Addis Abeba. Un impianto visivo piuttosto rudimentale ci porta a stretto contatto con gruppi di ragazzini a cui viene promessa una ricompensa nel caso ritrovassero Leman, al che sorge spontanea una domanda: vuoi dire che Llansó prima delle bizzarrie distopiche di Chigger Ale (2013) e Crumbs (2015) si era interessato con una certa serietà alla realtà etiope circostante? Be’, alcune immagini ed alcune situazioni sembrano andare in tale direzione, la sensazione di camminare sul crinale della finzione-non-finzione è comunque affiancata dall’eloquenza di ciò che si vede, ovvero manipoli di ragazzetti che masticano una povertà per larga parte sconosciuta ai loro coetanei in occidente (carine le interviste sul tema “che ci faresti con quei soldi”) oppure l’estesa presenza di cani randagi, sia vivi che morti, presenti nella città. Insomma, Where Is My Dog? (2010) ha un cuore documentaristico, non è proprio frontale e penso che non fosse nemmeno l’obiettivo principe dei due registi, però traspare e lo si accoglie così come è.

Però questa parvenza di realismo, o, se vogliamo usare paroloni inappropriati, di cinema (per il?) sociale, si dissolve dopo metà proiezione mettendo a nudo le vere intenzioni di Llansó che sono più concettuali di quanto ci si poteva aspettare, seppur limitate dall’esiguità dei mezzi a disposizione. Non ci troviamo di fronte a chissà quale illuminante procedura che passerà alla storia della settima arte, si tratta di un giochino (ma non considerate questo termine in modo così dispregiativa) tanto datato quanto piacevole dove si smantella l’apparato finzionale generando sorpresa nello spettatore: allora era tutto finto? Per sorprendere il sottoscritto, e credo che valga lo stesso per voi prodi lettori, ce ne vuole, diciamo che ragionando sulla natura di Where Is My Dog?, e in particolare rispondendo al quesito qui sopra, si giunge a riflessioni che sfiorano il senso del vedere un film, dell’artificio che lo compone e dagli sprazzi di reale che comunque non possono fare a meno di affiorare dal suddetto artificio, e quest’ultima cosa, del tasso di verità contenuto nella menzogna, è piuttosto interessante e ritengo sia capace da sola a portare il corto alle soglie della sufficienza. Presente anche l’immancabile Daniel Tadesse che appare in qualche frame fino a salutare idealmente il pubblico con l’inchino finale.

venerdì 10 novembre 2023

Empty Metal

Dopo Another Day Without a Future, But What the Hell Another Day... (2012) l’esordio nel lungometraggio di Adam Khalil, qui coadiuvato da Bayley Sweitzer, un professionista del settore che ha lavorato anche in Diamanti grezzi (2019) dei fratelli Safdie, me lo aspettavo proprio così: fottutamente respingente, oltre che strano, bislacco e una quantità notevole di altri aggettivi capaci di descriverne la sua inconsueta natura. Detto ciò, al pari del cortometraggio precedente, ed anzi in maniera potenziata, anche Empty Metal (2018) possiede una gran bella energia che lo fa vibrare davanti a noi. La domanda allora è: questa energia, questa vibrazione, dove sono direzionate? Cioè che cosa smuovono, che cosa toccano? Non è semplice dare una risposta, pertanto preferisco ora rifugiarmi in un banale report tramico: ci sono gli Alien, una band che fa punk-elettronico, e c’è la loro insoddisfazione musicale ed esistenziale, c’è un trio, che poi forse diventa un quartetto, dotato di poteri sovrannaturali, che assolda il gruppo per compiere degli omicidi, c’è poi una specie di milizia clandestina che si esercita con le armi nei boschi e ci sono infine svariati rimandi ad un’idea di Fine, non si sa bene se del mondo tout court o se del mondo-dei-protagonisti-come-è-stato-finora (difatti la scena d’apertura sembra l’inizio di un film post-atomico). Insomma, di carne al fuoco ne abbiamo tanta e non mi vergogno a dire che probabilmente ce ne sia ancora di più di quanta il sottoscritto ne ha individuata, i limiti culturali che ho verso la cultura americana mi impediscono di essere più preciso, ma comunque, al di là delle tematiche affrontate, non si può non registrare una crescita di Khalil, quello che rimane è il caotico mix di supporti sulla scorta del sodale Fernández Molero, però è palpabile una maggiore orchestrazione, le immagini spesso sono “brutte” perché si rimbalza da riprese video fatte col cellulare a ricostruzioni in un 3D molto âgée ma non si direbbe mai, o quasi mai, che si è al cospetto di una produzione scadente.

Il fatto che Empty Metal sia nato in piena epoca trumpiana non credo sia un dettaglio, anzi si tratta di una vera e propria sommossa verso un certo tipo di politica, all’aria che tirava (e tira?) da quelle parti, la morte di George Floyd è successiva ma ciò fa del titolo sotto esame un preoccupante sguardo premonitore verso la discrepanza che sussiste tra lo Stato con la sua impunità ed il normale cittadino, si noti che le scene dove viene illustrato questo sbilanciamento di potere sono tutte riprodotte in computer grafica, come un fallace allontanamento da ciò che è reale. Tuttavia dubito fortemente che qualche pro-Trump abbia potuto cogliere la vena caustica che serpeggia nell’opera perché è mimetizzata in una cornice che sfiora il nonsense. È interessante, nonché difficile da decifrare, la duplice visione che Khalil dà della tenuta cospirativa, una fazione è più “comprensibile”, abbiamo infatti tre soggetti appartenenti a delle minoranze etniche (di cui il regista stesso fa parte essendo originario di una tribù nativa che si chiama Ojibway) che assumono un ruolo decisamente astratto, ci è suggerito che siano come dei sobillatori a spasso nel tempo, ma l’altra frangia insurrezionalista è più complicata da inquadrare perché sembrano, o forse è meglio dire sono, dei Proud Boys che accarezzano il loro AK-47 prima di andare a nanna, facinorosi che, riportando le parole di uno di essi, hanno un solo nemico: il Governo. Ecco, seguendo la doppia pista sovversiva è fornito uno schizzo dissennato, ma nemmeno troppo, di una realtà che non è, ovviamente, troppo diversa da quella che viviamo. L’Autorità prevarica, controlla, colpisce, e la storia continua a ripetere sé stessa.

giovedì 9 novembre 2023

Diamond Island

Così così questo lungometraggio cambogiano con importanti quote francesi alla produzione, e prima di inoltrarmi nel solito commento striminzito mi e vi pongo un quesito che al di là di ogni possibile difetto sta alla radice del mio scarso apprezzamento: può un film che è insindacabilmente orientale per via del set, dei temi trattati e degli attori coinvolti non piacere perché non abbastanza orientale? Il regista Davy Chou faticherebbe non poco a comprendere un tale interrogativo, mi metto nei suoi panni di giovane filmmaker e scorgo un debuttante che ha voluto raccontare uno spaccato adolescenziale all’interno di un definito contesto socio-culturale problematico, però, se lui si mettesse nei miei panni, ovvero quelli di uno spettatore occidentale che ha memoria ed esperienza di un cinema proveniente dall’Asia, e in particolare dal sud-est asiatico, credo sarebbe d’accordo nell’affermare che Diamond Island (2016) manca di quella stordente alterità che in passato ci ha letteralmente ribaltato dalla poltroncina della sala. Al sottoscritto, qui, tutto è sembrato troppo pulitino, una messa in scena orizzontale di drammi non particolarmente ficcanti, un’intelaiatura narrativa che si muove su binari prevedibili e una squadra di attori in erba che fa quel che può alle prese con dei ruoli monodimensionali. Se si è benevoli si potrebbe considerare la pellicola come un lavoro sincero perché si intuisce che è stata pensata, prodotta e girata... in buona fede, ma trovare dell’altro oltre la tiepida simpatia che suscita la vedo difficile.

E dire che di argomenti sul tavolo Chou ne mette parecchi: la condizione dei poveri lavoratori che si spostano dalle campagne della Cambogia verso la capitale per guadagnare qualcosa in più da mandare a casa, Phnom Penh e lo squilibrio tipico delle megalopoli che si trovano a quelle latitudini con i grandi contrasti irrisolti tra progresso tecnologico e tradizione (l’isola del titolo è un sito ultra moderno in costruzione collegato alla città da un ponte), le relazioni amorose tra i ragazzi del luogo (c’è un focus sul giorno di San Valentino che ha più o meno la stessa nostra valenza con però maggiore accento sulla componente sessuale), i legami di una famiglia interconnessi con le strade del futuro (gli Stati Uniti come terra promessa) e messi a dura prova da un evento luttuoso. È innegabile che tali questioni siano presenti in Diamond Island ma è altrettanto innegabile che sono tutti affrontati all’acqua di rose, il risultato è che questa è una visione che non incide, passa, scorre e la si dimenticherà molto presto. Da una premessa del genere, e in relazione al fatto che voglio sfruttare al meglio il mio tempo libero, non darei un’altra chance a Davy Chou.

Ah: caruccia la scena della neve.

mercoledì 8 novembre 2023

Soy tan feliz

Sei anni prima di Adiós entusiasmo (2017) il regista colombiano Vladimir Durán si cimenta in un cortometraggio “semplice” ma non banale, o almeno non troppo, Soy tan feliz (2011) ha infatti dalla sua la qualità di non voler strafare, di cogliere, seppur in un contesto finzionalizzato, la realtà di tre fratelli focalizzandosi in particolare sul rapporto esistente tra due di essi, Mateo, il più grande, e Bruno, un ragazzone dagli occhi dolci con forse qualche problema cognitivo. Il ritratto di questa famiglia, che non ha niente a che vedere con quella iper-disfunzionale del lungometraggio successivo, è in linea con quel cinema non commerciale arrivato dal Sudamerica dall’inizio del nuovo millennio in poi, mi riferisco ad una capacità della settima arte di insinuarsi con discrezione in una bolla locale facendo a meno di ridondanti sovrastrutture, la recitazione appare ridotta al minimo, la scrittura è appena appena percettibile e in generale il tasso di impostazione rimane al di sotto della soglia di allarme. Reygadas ci ha costruito una rispettabile carriera perseguendo dettami del genere, Durán, che di mestiere fa principalmente l’attore, non verrà ricordato per le sue abilità registiche ma questo suo lavoro, che mi risulta essere un esordio, si dà a noi così come il sottoscritto ha provato a descrivere.

La svolta, interessata a fornire una possibile significazione al frammento visivo di cui siamo spettatori, arriva con il finale dove si verifica una piccola catarsi sessuale che legittima dei passaggi precedenti. In sostanza ciò che ci arriva è il profilo di un ragazzo che vede nel fratello maggiore un modello da imitare (la rasatura dei capelli) e verso il quale prova un amore che trascende la consanguineità per farsi fisico, ferino, istintivo. Non si potrà dire che la conclusione sia memorabile, però il set semi-desertico ed il relativo contatto ravvicinato con la terra non è male, nell’abbandono a sé stesso di Bruno supino sull’erba e in preda ai suoi tormenti, emerge un primo piano che non sfigurerebbe in un’opera di un altro Bruno, Dumont, girata intorno alla prima decade degli anni zero. Bei tempi.

martedì 7 novembre 2023

Tlamess

È molto, molto simile al precedente The Last of Us (2016) questo Tlamess (2019), lo è nello scheletro che lo costituisce, una bipartizione oltremodo netta, e lo è nella parziale asimmetria delle due sezioni, secondi tempi diversi dai primi con dei ma. Andiamo per gradi: lautore (massì, insigniamolo di tale carica) tunisino Ala Eddine Slim accende lapparato narrativo con una fuga, è quella di un soldato che sfruttando una settimana di congedo decide di abbandonare l'uniforme e fuggire non si sa verso dove, nella realtà filmica cè una precisa sovrapposizione con Akher Wahed Fina, là era un clandestino che tentava di andare altrove, qui è un uomo, altrettanto disperato, che vuole evidentemente lasciarsi alle spalle un mondo che non gli appartiene (e non solo a lui visto il suicidio del commilitone). In questo frangente, che dura quaranta e rotti minuti, Slim si concede qualche licenza tecnica da non disprezzare, diciamo che esteticamente hanno i loro perché dei carrelloni che esaltano il paesaggio urbano, sospesi movimenti laterali o efficaci regressioni visive che cambiano la percezione della visione, come se “qualcosa” di strano, oltre la storia del fuggitivo sullo schermo, aleggiasse continuamente nella scena. La mano del regista, quindi, si sente e si vede, non parliamo di un esemplare asciutto, radicale, oltranzista, piuttosto una via di mezzo sbilanciata comunque sul versante dessai, certo è che una volta delineato leclissarsi del militare (chiudiamo un occhio sulla trama che si piega allesigenza di farlo scappare via nonostante larresto) era necessario imprimere una svolta, io stesso, dalla mia postazione di spettatore, ne ho avvertito la necessità perché altrimenti lopera avrebbe rischiato di inaridirsi, e Slim non si fa attendere concedendosi un interessante pedinamento del fuggiasco nudo e insanguinato con una bella partitura di chitarre distorte ad accompagnare le immagini ferine. In pratica Tlamess inizia, o meglio, ri-inizia da qua.

Senza esagerare in elucubrazioni tramiche che tanto non ce nè bisogno, ciò che funziona del second half è lo scollamento quasi totale con il blocco iniziale, ma è quel “quasi” che fa la differenza: cè unellissi che disorienta, nel lasso di tempo intercorso, non breve a giudicare dalla capigliatura del protagonista, accadono fatti a noi tenuti nascosti, S (per entrambe le pellicole di Slim le schede sui vari siti indicano con una sola lettera i nomi dei suoi personaggi) acquisisce una consapevolezza differente, lui stesso sembra una persona diversa, per di più parecchio somigliante alleremita di TloU al punto di farmi pensare ad unipotetica connessione interfilmica, sia quel che sia, con lapparizione del nuovo S, una sorta di sciamano boschivo, anche il film prende una traiettoria decisamente, ma decisamente, sovrannaturale. Qualche dettaglio lavrei rifinito meglio (lillustrazione dellinfelicità esistenziale della donna è un po’ scolastica; il serpentone in CGI è da rivedere, al pari del neonato che non mi è parso un bimbo in carne e ossa), per il resto lo sviluppo che la narrazione ha sa catturare lattenzione, tuffandosi in una dimensione astratta Tlamess si affranca dalle costrizioni del racconto e inizia a folleggiare come più gli garba. Forse nella parabola umana che viene a modellarsi ci sono dei rimandi religiosi, se non addirittura dei veri e propri simboli (il rettile tentatore) che hanno degli echi – ora esagero – biblici. In generale lallestimento di questo strambo rapporto uomo-donna, gestito per mezzo delleccellente escamotage della telepatia ottica, regge anche in raffronto al contesto ambientale circostante di cui si avverte la presenza tra la schiuma del mare ed il muschio del bosco.

Le conclusioni ordunque non divergono troppo da quelle del lungometraggio desordio. Slim è indubbiamente uno da appuntarsi nella propria lista, con il lavoro sotto esame conferma e rafforza la sua posizione di filmmaker con idee e voglia di sorprendere. Quello che il sottoscritto gli imputa è: laver ricalcato in modo marcato le modalità espositive del debutto, e lappoggiarsi ancora un po’ troppo al registro finzionale e alle implicazioni che ne conseguono, se si riducesse tale vena artificiosa allora le cose diventerebbero assai intriganti, e, dati i presupposti, nulla vieta che possa accadere, il che ci farebbe posizionare in primissima fila pronti a goderci le trovate del tunisino.

lunedì 6 novembre 2023

Crystal World

In Crystal World (2013) c’è un pizzico di Bertrand Mandico e forse anche uno di Guy Maddin perché ciò che l’australiana Pia Borg ha compiuto nel suo lavoro breve è, mi si passi il termine, una rimodernizzazione di protocolli cinematografici d’antan, e quindi vale tutto per concorrere al modellarsi di un prodotto che trasuda artigianalità ma anche, va detto, professionalità. Tratto da un romanzo di Ballard tradotto da noi col titolo Foresta di cristallo, il corto, servendosi dei paradigmi dell’animazione weird, sicché stop-motion e tecniche equipollenti, e operando di taglia e cuci su La morte corre sul fiume (1955) di Charles Laughton, diventa apertura su un mondo d’apnea, sotto una superficie che è anche sopra, che forse è un tutto o qualcosa che le si avvicina. La brevità dell’oggetto in siffatti casi non aiuta, o meglio, non aiuta uno spettatore incatenato alla razionalità, chi al contrario preferisce mollare le redini canoniche e affidarsi all’artista di turno troverà asilo in forme espressive variegate e, seppur ammantate da una certa decadenza, vivaci.

Se le reiterate immagini subacquee della donna riportano per forza di cose fuoriorarie a Vigo, la composizione globale, e proprio di questo si tratta: di un composto, fa fede ad un concetto di videoarte – credo – abbastanza moderno. Non sperimentale, non avanguardistico: contemporaneo, dentro al tempo che abita, almeno dal punto di vista concettuale e realizzativo. Ammaliante e pure “scomodo” per l’inquietudine che diffonde il corredo sonoro, se la Borg aveva come obiettivo quello di allestire una realtà in progressiva solidificazione (e leggete la parola con una accezione negativa) penso sia condivisibile ammettere che ci sia riuscita, la cristallizzazione permanente, un po’ gotica un po’ švankmajeriana, trasmette le vibes adeguate. Ah, e quelle stalagmiti che salgono verso l’alto non ricordano il video di Crystalline girato da Gondry? Volendo sì, è solo un’altra suggestione che arricchisce il prestigioso parterre dei rimandi.