Allora, non è che mi aspettassi di ritrovare un monolite post-sovietico à la Artour Aristakisian né potevo attendermi chissà quali sconvolgenti innovazioni visto che parliamo di un’opera che finì nell’orbita degli Oscar, però io so che il cinema ha in sé una forza radicale e quando mette bene a fuoco un argomento può essere letteralmente devastante, in The Children... si è lontani da un tale trasporto e la cosa fa incazzare perché qui la tematica è bella densa (ah, non l’ho ancora proferito: si parla di ragazzini soli al mondo che vivono nei pressi di una stazione metro moscovita) e c’era la possibilità di lasciare un segno molto più profondo. E visto che ho aperto il commento citando un libro, chiudo riportandone un altro: I poveri (minimum fax, 2020) di William T. Vollmann che non tratta direttamente di adolescenti allo sbando ma che nel suo reportage romanzato sugli ultimi del pianeta sfiora le sorti di una famiglia russa in balia del proprio destino. È un gran bel libro di un gigante della letteratura contemporanea, accaparratevelo.
lunedì 13 novembre 2023
The Children of Leningradsky
sabato 11 novembre 2023
Where Is My Dog?
Però questa parvenza di realismo, o, se vogliamo usare paroloni inappropriati, di cinema (per il?) sociale, si dissolve dopo metà proiezione mettendo a nudo le vere intenzioni di Llansó che sono più concettuali di quanto ci si poteva aspettare, seppur limitate dall’esiguità dei mezzi a disposizione. Non ci troviamo di fronte a chissà quale illuminante procedura che passerà alla storia della settima arte, si tratta di un giochino (ma non considerate questo termine in modo così dispregiativa) tanto datato quanto piacevole dove si smantella l’apparato finzionale generando sorpresa nello spettatore: allora era tutto finto? Per sorprendere il sottoscritto, e credo che valga lo stesso per voi prodi lettori, ce ne vuole, diciamo che ragionando sulla natura di Where Is My Dog?, e in particolare rispondendo al quesito qui sopra, si giunge a riflessioni che sfiorano il senso del vedere un film, dell’artificio che lo compone e dagli sprazzi di reale che comunque non possono fare a meno di affiorare dal suddetto artificio, e quest’ultima cosa, del tasso di verità contenuto nella menzogna, è piuttosto interessante e ritengo sia capace da sola a portare il corto alle soglie della sufficienza. Presente anche l’immancabile Daniel Tadesse che appare in qualche frame fino a salutare idealmente il pubblico con l’inchino finale.
venerdì 10 novembre 2023
Empty Metal
Il fatto che Empty Metal sia nato in piena epoca trumpiana non credo sia un dettaglio, anzi si tratta di una vera e propria sommossa verso un certo tipo di politica, all’aria che tirava (e tira?) da quelle parti, la morte di George Floyd è successiva ma ciò fa del titolo sotto esame un preoccupante sguardo premonitore verso la discrepanza che sussiste tra lo Stato con la sua impunità ed il normale cittadino, si noti che le scene dove viene illustrato questo sbilanciamento di potere sono tutte riprodotte in computer grafica, come un fallace allontanamento da ciò che è reale. Tuttavia dubito fortemente che qualche pro-Trump abbia potuto cogliere la vena caustica che serpeggia nell’opera perché è mimetizzata in una cornice che sfiora il nonsense. È interessante, nonché difficile da decifrare, la duplice visione che Khalil dà della tenuta cospirativa, una fazione è più “comprensibile”, abbiamo infatti tre soggetti appartenenti a delle minoranze etniche (di cui il regista stesso fa parte essendo originario di una tribù nativa che si chiama Ojibway) che assumono un ruolo decisamente astratto, ci è suggerito che siano come dei sobillatori a spasso nel tempo, ma l’altra frangia insurrezionalista è più complicata da inquadrare perché sembrano, o forse è meglio dire sono, dei Proud Boys che accarezzano il loro AK-47 prima di andare a nanna, facinorosi che, riportando le parole di uno di essi, hanno un solo nemico: il Governo. Ecco, seguendo la doppia pista sovversiva è fornito uno schizzo dissennato, ma nemmeno troppo, di una realtà che non è, ovviamente, troppo diversa da quella che viviamo. L’Autorità prevarica, controlla, colpisce, e la storia continua a ripetere sé stessa.
giovedì 9 novembre 2023
Diamond Island
E dire che di argomenti sul tavolo Chou ne mette parecchi: la condizione dei poveri lavoratori che si spostano dalle campagne della Cambogia verso la capitale per guadagnare qualcosa in più da mandare a casa, Phnom Penh e lo squilibrio tipico delle megalopoli che si trovano a quelle latitudini con i grandi contrasti irrisolti tra progresso tecnologico e tradizione (l’isola del titolo è un sito ultra moderno in costruzione collegato alla città da un ponte), le relazioni amorose tra i ragazzi del luogo (c’è un focus sul giorno di San Valentino che ha più o meno la stessa nostra valenza con però maggiore accento sulla componente sessuale), i legami di una famiglia interconnessi con le strade del futuro (gli Stati Uniti come terra promessa) e messi a dura prova da un evento luttuoso. È innegabile che tali questioni siano presenti in Diamond Island ma è altrettanto innegabile che sono tutti affrontati all’acqua di rose, il risultato è che questa è una visione che non incide, passa, scorre e la si dimenticherà molto presto. Da una premessa del genere, e in relazione al fatto che voglio sfruttare al meglio il mio tempo libero, non darei un’altra chance a Davy Chou.
Ah: caruccia la scena della neve.
mercoledì 8 novembre 2023
Soy tan feliz
La svolta, interessata a fornire una possibile significazione al frammento visivo di cui siamo spettatori, arriva con il finale dove si verifica una piccola catarsi sessuale che legittima dei passaggi precedenti. In sostanza ciò che ci arriva è il profilo di un ragazzo che vede nel fratello maggiore un modello da imitare (la rasatura dei capelli) e verso il quale prova un amore che trascende la consanguineità per farsi fisico, ferino, istintivo. Non si potrà dire che la conclusione sia memorabile, però il set semi-desertico ed il relativo contatto ravvicinato con la terra non è male, nell’abbandono a sé stesso di Bruno supino sull’erba e in preda ai suoi tormenti, emerge un primo piano che non sfigurerebbe in un’opera di un altro Bruno, Dumont, girata intorno alla prima decade degli anni zero. Bei tempi.
martedì 7 novembre 2023
Tlamess
Senza esagerare in elucubrazioni tramiche che tanto non ce n’è bisogno, ciò che funziona del second half è lo scollamento quasi totale con il blocco iniziale, ma è quel “quasi” che fa la differenza: c’è un’ellissi che disorienta, nel lasso di tempo intercorso, non breve a giudicare dalla capigliatura del protagonista, accadono fatti a noi tenuti nascosti, S (per entrambe le pellicole di Slim le schede sui vari siti indicano con una sola lettera i nomi dei suoi personaggi) acquisisce una consapevolezza differente, lui stesso sembra una persona diversa, per di più parecchio somigliante all’eremita di TloU al punto di farmi pensare ad un’ipotetica connessione interfilmica, sia quel che sia, con l’apparizione del nuovo S, una sorta di sciamano boschivo, anche il film prende una traiettoria decisamente, ma decisamente, sovrannaturale. Qualche dettaglio l’avrei rifinito meglio (l’illustrazione dell’infelicità esistenziale della donna è un po’ scolastica; il serpentone in CGI è da rivedere, al pari del neonato che non mi è parso un bimbo in carne e ossa), per il resto lo sviluppo che la narrazione ha sa catturare l’attenzione, tuffandosi in una dimensione astratta Tlamess si affranca dalle costrizioni del racconto e inizia a folleggiare come più gli garba. Forse nella parabola umana che viene a modellarsi ci sono dei rimandi religiosi, se non addirittura dei veri e propri simboli (il rettile tentatore) che hanno degli echi – ora esagero – biblici. In generale l’allestimento di questo strambo rapporto uomo-donna, gestito per mezzo dell’eccellente escamotage della telepatia ottica, regge anche in raffronto al contesto ambientale circostante di cui si avverte la presenza tra la schiuma del mare ed il muschio del bosco.
Le conclusioni ordunque non divergono troppo da quelle del lungometraggio d’esordio. Slim è indubbiamente uno da appuntarsi nella propria lista, con il lavoro sotto esame conferma e rafforza la sua posizione di filmmaker con idee e voglia di sorprendere. Quello che il sottoscritto gli imputa è: l’aver ricalcato in modo marcato le modalità espositive del debutto, e l’appoggiarsi ancora un po’ troppo al registro finzionale e alle implicazioni che ne conseguono, se si riducesse tale vena artificiosa allora le cose diventerebbero assai intriganti, e, dati i presupposti, nulla vieta che possa accadere, il che ci farebbe posizionare in primissima fila pronti a goderci le trovate del tunisino.
lunedì 6 novembre 2023
Crystal World
Se le reiterate immagini subacquee della donna riportano per forza di cose fuoriorarie a Vigo, la composizione globale, e proprio di questo si tratta: di un composto, fa fede ad un concetto di videoarte – credo – abbastanza moderno. Non sperimentale, non avanguardistico: contemporaneo, dentro al tempo che abita, almeno dal punto di vista concettuale e realizzativo. Ammaliante e pure “scomodo” per l’inquietudine che diffonde il corredo sonoro, se la Borg aveva come obiettivo quello di allestire una realtà in progressiva solidificazione (e leggete la parola con una accezione negativa) penso sia condivisibile ammettere che ci sia riuscita, la cristallizzazione permanente, un po’ gotica un po’ švankmajeriana, trasmette le vibes adeguate. Ah, e quelle stalagmiti che salgono verso l’alto non ricordano il video di Crystalline girato da Gondry? Volendo sì, è solo un’altra suggestione che arricchisce il prestigioso parterre dei rimandi.








